domenica 28 gennaio 2018

Politiche, le liste di Renzi e 

Berlusconi non piacciono. 

Ma comandano loro.

 
 
Il diritto di comandare, nel bene e nel male, e di assumersene le responsabilità. A esserselo guadagnato – secondo le regole democratiche salvaguardate con il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 – sono i leader dei partiti che in queste ore stanno definendo le liste dei candidati in corsa alle elezioni politiche del prossimo 4 marzo. Fanno discutere, probabilmente per la visibilità di cui godono, oltre che per la stanchezza degli italiani, le scelte controverse di Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. Ma, che piaccia o no, spetta a loro l’ultima parola prima di entrare nell’urna.
Il presidente di Forza Italia e il segretario nazionale del Pd sono stati consacrati nel loro ruolo dal consenso quasi bulgaro degli iscritti, come conferma per esempio l’esito delle primarie Dem della scorsa primavera, oltre che da un potere economico non indifferente. Spetta a loro, pertanto, il compito di fissare la linea dei rispettivi partiti.
Ciononostante, al Nazareno si registrano ancora una volta spaccature, dettate dall’insoddisfazione delle correnti minoritarie nella spartizione di candidature e collegi sicuri. Il segretario nazionale si è speso in prima persona nella stesura delle liste, definendo l’esperienza “una delle più devastanti che abbia mai vissuto”. Mentre Andrea Orlando, attuale ministro della Giustizia, contesta anche a nome di Gianni Cuperlo e Michele Emiliano l’assenza di una seppur minima trattativa. Malgrado ciò, l’ex premier è convinto di avere a disposizione una “straordinaria occasione di recuperare” terreno nei sondaggi, grazie alle divisioni interne al centrodestra. Suo è il diritto di fare determinate scelte. E l’onere di pagarne eventualmente il prezzo. Come attestano le dimissioni da palazzo Chigi all’indomani del referendum costituzionale di cui sopra.
Le decisioni impopolari, per usare un eufemismo, non mancano. Come quella di assegnare un collegio sicuro all’uninominale per la Camera di Bolzano a Maria Elena Boschi, in corsa pure a Messina. Dove l’uninominale e la posizione da capolista nel proporzionale spettano al rettore Pietro Navarra. Qui, vince la linea di Totò Cardinale: secondo posto nel collegio senatoriale e probabile uninominale per Beppe Picciolo, reduce, malgrado la mancata riconferma all’Ars, dall’exploit di consensi alle recenti elezioni regionali. In lista anche Fabio D’Amore, sempre in quota a Sicilia futura.
Renzi correrà con il sistema maggioritario a Firenze e in due listini plurinominali in Campania e Umbria. Obiettivo, l’elezione a palazzo Madama. Ovvero il ramo del Parlamento nel quale voleva abolire le elezioni dirette. Affollamento di big nella capitale. L’attuale presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, candidato al collegio Roma 1 per la Camera e in due listini proporzionali nelle Marche e in Sicilia. A Roma 2 correrà Marianna Madia, ministro della Pubblica amministrazione, mentre Matteo Orfini sarà a Torre Angela. Emma Bonino correrà per il Senato. Sempre per Più Europa, Benedetto Della Vedova sarà candidato alla Camera, nel collegio di Prato. Mors tua vita mea è il motto che regna in casa dei Centristi: Pier Ferdinando Casini strappa una candidatura nel collegio uninominale di Bologna per il Senato. Ma resta fuori da tutto il presidente del partito, Gianpiero D’Alia.
Tra le novità, il portavoce di Renzi prima e Gentiloni poi, Filippo Sensi. Ma a destare scalpore sono come sempre le dinastie. In Campania saranno candidati Giuseppe De Mita, nipote di Ciriaco, e Piero De Luca, figlio del governatore Vincenzo De Luca. Sponsorizzato da quest’ultimo un altro personaggio molto discusso, il suo fedelissimo Franco Alfieri.
Un altro che ha sempre pagato, anche di tasca, in prima persona è Berlusconi. Acquisendo a pieno titolo il diritto di rinnovare ancora una volta Fi con l’innesto delle solite star rubate al jet set. La messinese Matilde Siracusano, ex candidata a Miss Italia nel 2005 e già assistente parlamentare di Casini, sarà candidata alla Camera, all’uninominale nel collegio Messina 1 e capolista a Palermo. Il suo nome è stato caldeggiato da uno che della città dello Stretto si è sempre ricordato unicamente per prendere voti, Antonio Martino, di cui è la nipote. Un’altra aspirante Miss Italia, Annaelsa Tartaglione, attuale coordinatrice regionale del Molise, avrà un collegio sicuro a Isernia. Capolista ad Agrigento Ylenia Citino, ex tronista di Uomini e donne. Collegio sicuro, ma in Lombardia, per favore l’ascesa al Senato di Adriano Galliani, storico amministratore delegato del Milan degli invincibili.
In Sicilia è come sempre determinante l’influenza del plenipotenziario Gianfranco Miccichè, che piazza anche Urania Papatheu, ex commissario della Fiera del Mediterraneo. Lascia perplessi in molti, sempre a Messina, la candidatura di Franco Rinaldi, cognato di Francantonio Genovese, come lui condannato in primo grado nell’ambito dell’inchiesta Corsi d’oro. A seguire, solo conferme dei soliti noti, coloro che hanno governato il Paese negli ultimi 24 anni, alternandosi con il centrosinistra, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Unica nota lieta, quanto meno per tutti coloro che ancora studiano e si informano nella speranza che prima o poi il merito possa trionfare, l’esclusione di Antonio Razzi, uno dei famosi “Responsabili”, transitati da Italia dei Valori al Popolo della libertà, due legislature orsono, per evitare la caduta del governo Berlusconi.-

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