di Ferdinando Cavaleri
Povera
Sicilia. Povera nel senso più autentico del termine: ultima in Europa,
senza risorse, con una disoccupazione giovanile ormai oltre il 50%,
imprese in affanno, a corto di investitori stranieri, senza progetti
così da perdere il 99% dei fondi europei.
E’ drammatica la
fotografia della situazione economica che emerge dal Documento di
economia e finanza 2018-2020 a firma del presidente Nello Musumeci e
dell’assessore all’Economia Gaetano Armao, trasmesso ieri all’Ars per la
discussione e l’approvazione.
Adesso si cerca di correre ai
ripari attivando un serrato confronto col Governo nazionale, in
particolare con il Ministero dell’Economia e le Finanze, con il primo
conseguente risultato del ricorso all’esercizio provvisorio, cui ormai
siamo abituati da tempo, che andrà avanti fino al possibile data anche
la vacatio seguita allo scioglimento delle Camere quindi in attesa del
nuovo Esecutivo nazionale. Mesi di impasse che aggravano un quadro
disarmante e sulle cui responsabilità i siciliani non possono non
interrogarsi.
Il documento di economia e finanza regionale
costituisce il principale strumento della programmazione
economico-finanziaria e delle misure di politica economica regionale ed
ha l’obiettivo di indicare la strategia economica e di finanza pubblica
nel medio termine. Obiettivo della giunta Musumeci è quello di
restituire ai siciliani una Regione “normale”, un approdo finora mancato
se siamo tra le ultime regioni d’Europa, dove dei 5 milioni di
residenti soltanto 1.370.000 risultano occupati (compresi i sommersi).
Vediamo alcuni dati.
In
dieci anni la Sicilia ha perduto 223.600 posti con meno di 44 anni e ne
ha creato 94.200, coperti da ultra 44enni. La perdita di occupazione è
di 130.000 unità (tasso di disoccupazione al 22,1% quella giovanile al
57,2%). Tra disoccupati (383.000) e coloro che vorrebbero lavorare la
disoccupazione coinvolge quasi un milione di siciliani, circa 300.000 in
più del 2007, distruggendo così la speranza di lavoro, di futuro, di
famiglia di tanti. Se si prende a riferimento l’Emilia-Romagna, dove su
4,5 milioni di abitanti lavorano in 2 milioni, occorre circa 1 milione
di nuovi posti di lavoro;
– si registra in Sicilia il terzo peggior tasso di attività (40%), fanno meno soltanto Calabria e Campania;
–
il numero di occupati nel settore manifatturiero è insufficiente e
pesantemente colpito dalla crisi (123.000 occupati su 1.3 milioni di
occupati totali);
– si registra il più alto numero di famiglie a
rischio povertà (55,4%, ben oltre Puglia 47,8% e Campania 46,1%) in
rapporto alla popolazione;
– l’indice di infrastrutturazione, la metà della Liguria, colloca la Sicilia al penultimo posto in Europa, dopo la Calabria;
–
la Sicilia ha il più alto numero di persone che vivono all’estero:
circa 800mila, il 15% dei cinque milioni di residenti nell’Isola;
–
ogni anno 25.000 siciliani emigrano verso il nord d’Italia e d’Europa
(sempre più laureati e specializzati), con un costo pari a 5Md€ per 5
anni, il numero di Neet (giovani fra 18 e 24 anni che non si
formano e non cercano lavoro) è al 41,4%, secondo solo alla Guyana
francese (44,7%) e alla regione bulgara Severozapaden (46,5%);
–
la dispersione scolastica e universitaria è ai massimi livelli
nazionali, superiore al 20%, raggiungendo la maggior incidenza tra i
giovani tra i 18 e 24 anni con la sola licenza media e non più in
formazione;
– il PIL-pro capite (17.100€) è inferiore a Grecia ed
Ungheria. Sono circa 13 i punti persi rispetto agli anni pre-crisi, si è
ampliato il divario in termini di reddito-pro capite con le aree più
sviluppate del Paese ed i principali indicatori economici si sono
contratti in misura superiore alla media nazionale (Banca d’Italia
2017);
– tra il 2007 e il 2016 la Sicilia ha perso il 12% del PIL,
quasi il doppio del Nord Italia (7%) e comunque più del Sud (11%):
agricoltura -15%, l’industria -54%, l’edilizia -43%, solo il turismo ha
limitato i danni e l’export invece è cresciuto solo da 3,3 a 3,5md€;
– l’indice di competitività europeo (che oltre al PIL misura innovazione, governance, trasporti, istruzione, infrastrutture, salute e capitale umano) colloca la Sicilia al 237° posto su 263 regioni europee;
–
nonostante la flebile ripresa, ben più contenuta che in altre zone del
Sud Europa (Spagna, Malta), l’economia siciliana stenta a crescere e con
questa lentezza tornerà ai livelli del 2008 soltanto dal 2030, mentre
gli investimenti infrastrutturali finanziati dallo Stato sono scesi del
40%;
Per le Pmi si registra una notevole difficoltà di accesso al
credito che spinge tanti operatori a non poter più onorare gli impegni
presi, determinando a traino negativi orizzonti per la catena economica,
difficoltà che hanno determinato una forte riduzione dell’erogazione
creditizia a favore delle M-Pmi di oltre il 19% a livello nazionale (dal
2011 al 2015) e di oltre il 2,2% nel solo 2016; in Sicilia, ciò si è
tradotto in un calo delle erogazioni per ben 556mn€;
– i progetti
di investimento delle risorse europee hanno generato poca occupazione:
in Sicilia con i 4,2 md€ della programmazione 2007-2013 sono stati
creati 8.663 posti di lavoro, 484 mila euro per ogni posto;
– i
siciliani spendono ogni anno 65/70md€ per acquistare beni (in
particolare nel settore alimentare) e servizi prodotti al di fuori
dell’Isola, importando prodotti, specialmente agricoli, disperdendo
ricchezza e non valorizzando la produzione agricola locale;
– nei
precedenti esercizi il debito regionale é lievitato da 5 ad 8 md€
(+41%), si sono determinate criticità evidenziate nel giudizio di
parificazione del rendiconto generale nel luglio scorso della Corte dei
conti, molti Comuni sono prossimi al dissesto finanziario, le
addizionali regionali sono elevate al massimo livello, sono stati
conclusi accordi finanziari che depotenziano le previsioni dello Statuto
ed il contributo al riequilibrio della finanza pubblica é raddoppiato
in cinque anni (1,36 md€).
Per uscire dal guado, secondo
l’assessore Gaetano Armao, “la Sicilia deve darsi un ruolo politico
attivo, d’intesa con le altre regioni del Sud, in una economia europea
proiettata verso i paesi dell’area afroasiatica. Per questo occorre
dedicare particolare attenzione ai rapporti della Regione con l’UE e con
i paesi extra europei rivieraschi del Mediterraneo, alla ricerca di
interessanti sbocchi di mercato e di impiego di capitali da investire
nell’Isola. Si possono coniugare uguaglianza e pari opportunità con
l’economia di mercato per tornare ad essere una terra dove si può
nascere, studiare, lavorare, far famiglia ed invecchiare serenamente. In
tal senso occorre sostenere l’impresa quale fattore di crescita e di
progresso per la Sicilia. Solo l’impresa, infatti, può offrire “lavoro
vero” ed assicurare valore aggiunto ed innovazione. Compito
dell’amministrazione regionale non è dare lavoro, troppo spesso
manifestatosi precario, ma favorire la nascita e lo sviluppo d’imprese:
eliminando pastoie burocratiche, riducendo l’eccessiva tassazione,
garantendo sicurezza e legalità, favorendo ricerca ed esportazione.
Per
attrarre investimenti occorre puntare, utilizzando le prerogative
autonomistiche e rinegoziando gli accordi con lo Stato, sulla fiscalità
di sviluppo (per imprese manifatturiere e di servizi, ma anche culturali
e cinematografiche, attività turistiche nelle isole minori) e sulle
zone economiche speciali (differenziate da quelle, che appaiono, invero,
poco efficaci già introdotte a livello statale), avendo riguardo anche
alle aree interne e montane. Al fine di semplificare l’allocazione di
nuove iniziative imprenditoriali extraregionali occorre procedere alla
costituzione di un’agenzia di attrazione degli investimenti che
concentri, snellendoli, i processi decisionali su incentivi ed
autorizzazioni per imprese non residenti che intendono realizzare nuove
iniziative nella Regione, divenendone responsabile in termini di tempi
ed incentivi, ammodernando altresì la legislazione urbanistica, edilizia
e commerciale La Sicilia oggi spende più per pagare il debito che per
investire in agricoltura, conseguenza di un modello di austerità che ha
fatto pagare il prezzo più alto, ha impoverito i ceti medi, distrutto
ricchezza, posto fuori mercato imprese e professioni, mortificato chi
vive di pensione. La pressione fiscale, raggiunto il riequilibrio
finanziario della sanità, non è diminuita ed i siciliani sono i più
tartassati d’Italia, ma il livello dei servizi sanitari impone ancora a
migliaia di cittadini di migrare pure per ragioni di salute”.
Ecco
allora la strategia per cambiare tempestivamente rotta: per bloccare la
deriva economica e sociale occorre fornire immediatamente ogni
strumento che incentivi le imprese e tuteli i giovani e più in generale
le fasce deboli della società isolana, coloro che si sentono emarginati,
non garantiti. L’obiettivo più sentito è il lavoro e al servizio di
questo obiettivo é necessario mettere ogni possibile risorsa umana,
finanziaria e organizzativa.
Secondo punto strategico, realizzare
un programma di riforme che consenta di strutturare la macchina
economica e burocratica affinché la Regione non rimanga un problema tra i
problemi ma divenga il motore di crescita e di sviluppo del territorio e
realizzi uno standard di benessere diffuso. Nell’uno e nell’altro caso
serve il pre-requisito essenziale che deve animare ogni classe
dirigente. Una decisa azione di contrasto alla mafia, comunque si
manifesti, e ad ogni forma di illegalità.
Per sostenere le imprese
piccole, medie e grandi serve fare ricorso ai fondi comunitari e questo
è un tasto dolente se si tiene conto che, nonostante il quadro
complessivo europeo sia stato avviato nel 2014 e scadrà nel 2020, ancora
oggi il tasso di somme impegnate e spese è quasi pari solo all’1 per
cento. Serve rimodulare i Fondi europei, accelerare la spesa,
qualificare il parco progetti, puntare – si pensi all’agricoltura – a
bandi europei che siano accessibili non soltanto alle grandi aziende, ma
anche alle piccole e medie aziende. Si deve reagire ad una prospettiva
di “decrescita infelice” alla quale sembra condannata l’Isola, a causa
di scelte ed inerzie della politica che hanno indotto la mortificazione
dell’autonomia, quando invece occorre curarne i mali e, in una
prospettiva di rilancio, lavorare a una profonda revisione dello Statuto
che miri alla crescita ed alla coesione, incentrando i propri sforzi su
riforme strutturali, rafforzamento dell’autonomia finanziaria,
interventi infrastrutturali, attrazione di investimenti mediante
fiscalità di sviluppo, sostegno alle imprese innovative, alle start–up ed agli spin-off universitari,
coinvolgimento dei privati nella valorizzazione dei beni culturali,
razionalizzazione dell’offerta turistica, interventi di risanamento
territoriale, integrazione Regione-autonomie locali. Solo così si può
restituire senso alla specialità quale strumento “inclusivo” per
garantire il diritto all’innovazione ed a politiche di vantaggio per i
siciliani e non per gestire un’agonia attraverso ormai insostenibili
misure ‘estrattive’ di tipo clientelare.
All‟incompletezza e
frammentarietà dei documenti finanziari (DEFR 2018-2020 e bozza di
finanziaria 2018) lasciati al Governo subentrante, sino all‟omessa
adozione del bilancio consolidato entro il 30 settembre (senza neanche
l‟avvio delle procedure) alla quale é conseguita l‟applicazione delle
sanzioni previste dall‟ordinamento e dagli effetti della recentissima
pronuncia della Corte dei conti-Sezione Autonomie sulla
contabilizzazione delle anticipazioni di liquidità (19 dicembre 2017, n.
28).
In particolare si é imposta la profonda revisione del DEFR
approvato dalla precedente Giunta, che risultava incompleto e lacunoso,
mentre risultava opinabile la copertura delle scarne norme del disegno
di legge finanziaria depositate in segreteria di Giunta a fine ottobre,
prive del visto della Ragioneria e mai approvate. Il riferimento é
all’importo che é stato iscritto come recupero per regolazioni contabili
IRPEF effettuate nell’anno 2016 appostate in bilancio per 230 milioni
di euro nel 2018 e 184 nel 2019, in assenza di qualsivoglia formale
riconoscimento del credito di parte statale, il che rendeva a dir poco
improbabili le annunciate misure di incremento stipendiale per il
personale.-