domenica 25 agosto 2019

Il Pd prova a dettare la linea 

e si fa la manovra da solo.

 

Oggi i dem si riuniscono per stilare una legge di bilancio da 50 miliardi che dovrebbe prevedere la fine di Quota 100 e l'aumento degli 80 euro.

 

pubblicato da www.ilgiornale.it


Il Pd è a lavoro per scrivere la manovra di un ipotetico governo col M5S. 

 

 
 
 
Oggi i dem si riuniranno al Nazareno per stilare una legge di bilancio da 50 miliardi che dovrebbe prevedere la fine di Quota 100 nel 2021 e l'aumento degli 80 euro.

Secondo le intenzioni dei parlamentari Pd, guidati dal senatore Antonio Misiani, responsabile economia nella segreteria di Zingaretti, nella prossima manovra si dovranno trovare i soldi per scongiurare l'aumento dell'Iva e per le spese indifferibili (30 miliardi) e negoziare un piano di flessibilità con Bruxelles che consenta di fare investimenti.

Tra gli altri obiettivi, riferisce Repubblica, c'è quello di portare il bonus di 80 euro a 125 (si passerebbe da 960 a 1.500 euro all' anno) ampliando la platea dei beneficiari agli incapienti e al ceto medio.  

Quota 100 terminerà nel 2012 quando concluderà la fase di sperimentazione e sarà sostituita da un'Ape sociale. Tutto ciò verrà messo nero su bianco al termine di una riunione tra l' ex ministro dell'Economia nei governi Renzi e Letta, Pier Carlo Padoan, i deputati Luigi Marattin e Francesco Boccia, i capogruppo nelle commissioni Finanze, Luciano D' Alfonso e Silvia Fregolent.

Una riunione di partito alla quale non sarà ammesso nessun esponente del Movimento Cinque Stelle. L'idea, evidentemente, è quella di imporre ai pentastellati l'agenda economica del prossimo governo.
Il segretario del Pd Nicola Zingaretti, nel corso di una conferenza stampa al termine dei lavori, ha annunciato:“Siamo pronti già da domani a riunirci con il M5s per capire come andare avanti sui temi di governo, a partire dal tema di come abbassare tasse a redditi medio bassi. 

Bisogna costruire un programma utile, non un contratto”. Ma poi ha provato a dettare la linea: "Faccio un appello al M5s e anche alle altre forze di centro sinistra che vogliono partecipare a vederci già da domani per andare avanti nel lavoro sul programma utile per l'Italia. Si superino le timidezze e si entri nel merito delle questioni Noi vogliamo un Paese più green, più giusto, più a misura delle donne e che lavori sulle infrastrutture utili per il Paese. Siamo molto preoccupati per il lascito economico del precedente governo. L'Italia non capirebbe un rimpastone. Lavoriamo per un patto di governo, non per ultimatum o contrapposizioni".
 
Zingaretti ha sostenuto la necessità di dialogare per verificare "se esistono convergenze su un programma utile per l'Italia" e ha fatto appello ai Cinquestelle "affinchè da domani si superino le timidezze e si possa andare al concerto delle questioni". Il segretario del Pd ha, poi, ribadito che la discontinuità sui programmi passa "anche da un cambio di persone" ma si è detto convinto "che si troverà una soluzione, ma attraverso un confronto reciproco". 

  Conscio del fatto che dentro il Pd "ci sono opinioni differenti", Zingaretti ha promesso:"Ci impegneremo per trovare questa soluzione e faremo di tutto per trovarla, ma prima sarà il tempo di aprire il cantiere dei contenuti e delle idee, sul resto il confronto può continuare".

Rispetto alla riproposizione di Conte a Palazzo Chigi, il vicesegretario dei dem, Andrea Orlando, ha polemizzato con i grillini: "Sono tre giorni che aspettiamo di parlare dei problemi del Paese mentre i 5 Stelle parlano solo di poltrone. Noi siamo qui da ieri a parlare di contenuti".-

Ma se le elezioni Salvini 

le avesse perse?.

 

pubblicato da www.ilgiornle.it


Il governo tra Pd e Cinque Stelle purtroppo si avvicina e la domanda resta la stessa: perché Salvini ha fatto tutto questo casino sapendo che difficilmente si sarebbe andati a votare? Fino a ieri la risposta prevalente era: perché ha stravinto le elezioni europee e non voleva più sottostare ai Cinque Stelle che quelle elezioni le hanno perse.

 

 
 

Oggi mi viene il dubbio che la risposta giusta sia un’altra, esattamente l’opposto: Salvini si è sfilato dal governo perché lui le elezioni europee le ha perse e Di Maio le ha vinte. Mi spiego, facendo un passo indietro. 

Durante tutta la campagna elettorale delle Europee Matteo Salvini sosteneva la seguente tesi: «Noi sovranisti vinceremo le Europee, andremo al governo di Bruxelles e cambieremo i parametri economici che oggi soffocano gli Stati in modo da liberarli dal giogo dei numerini».

E giù quindi con una serie di mirabolanti promesse per la finanziaria di fine anno: flat tax, aiuti a imprese e famiglie e via dicendo. Il problema ora è che i sovranisti hanno nettamente perso quelle elezioni e l’Europa è rimasta saldamente in mano ai partiti europeisti. Quindi niente rivoluzione, niente «liberi tutti», al massimo qualche sconticino per nulla utile a realizzare il libro dei sogni sbandierato dai sovranisti. 

Alla luce di questo, e del fatto che i Cinque Stelle si sono prontamente iscritti in Europa al club dei vincenti, Salvini si sarà detto: se a fine anno metto la mia firma sotto una manovra economica in linea con i dettati europei dopo aver giurato l’inverso, il popolo che oggi mi adora e osanna viene a prendermi con i forconi sotto casa e addio al mito di Capitano coraggioso e invincibile.

Meglio, molto meglio, trovare una scusa qualsiasi e tagliare la corda prima che sia troppo tardi. Così quando a dicembre Pd e Cinque Stelle si presenteranno agli italiani affamati con un piatto di lenticchie il popolo potrà dire: ovvio, non c’è più Salvini a difenderci. Il cinico calcolo di Salvini «tanto peggio per gli italiani, tanto meglio per me» presenta però un grosso rischio anche per lui. 

Se questi saltano nel giro di pochi mesi ha vinto lui, ma se il collante del potere li tiene uniti qualche anno (cosa non da escludere) chissà se l’epopea del Capitano reggerà all’oblio con cui gli italiani archiviano velocemente sia le gioie che i dolori.-

MaZinga disgusta anche 

la sinistra: perfino gli 

inciucisti vogliono il voto.

 

Quanti pentiti del "governo dei perdenti". MaZinga disgusta anche gli inciucisti: adesso perfino loro vogliono il voto.

 

pubblicato da www.ilgiornale.it


Contrordine compagni. È tutta colpa della canicola agostana, abbiamo preso un colpo di sole. 

 

 
 

Tutto sommato è meglio andare alle elezioni. 

Ecco, grosso modo, è questo il ragionamento che si sta facendo largo a sinistra. Dopo aver sostenuto, per una settimana abbondante, la necessità dell'inciucio, ora in ordine sparso tentano la retromarcia. 

L'inciucio che, sia chiaro, mica era per proteggere gli scranni della sinistra da una valanga di voti salviniani. Ma va. 

Era un inciucio altruista: per salvare la Patria, per placare l'Europa, per dare stabilità, per fare la manovra, per tagliare le tasse (loro che dicevano che «le tasse sono belle». Probabilmente per chi le evade). 

Un sacrificio in nome del tricolore, insomma. Però, a conti fatti, dopo aver letto due commenti sui social e aver consultato le plebi al bar (ohibò!) anche la sinistra più radical ha cambiato idea.

Forse è meglio andare alle urne. «Io non ho paura», tuona con voce stentorea Lucia Annunziata dal suo Huffington Post. Lei. Che non ha uno scranno da difendere. Al povero Renzi tremano le gambe al sol pensiero di interpellare il popolo sovrano. «Non bisogna avere paura delle elezioni, la destra si batte nella società», scrive la direttrice sul suo blog. 

Poi cede la parola, sempre dalle colonne digitali del suo giornale, a un vecchio e nobile comunista come Emanuele Macaluso che, come un marziano appena atterrato col suo disco volante sulla terra, non riesce a capacitarsi della chilometrica spaccatura tra la sinistra e il popolo. «Le elezioni non sono il nazismo e la guerra, sono semplicemente un appuntamento democratico, in un Paese democratico - scrive Macaluso -. 

Va bene, è giusto provarci, andare a vedere se è possibile un governo con i Cinque Stelle, ma non a tutti i costi. Altrimenti non si può evitare il voto, cioè un appuntamento democratico, come un pericolo». E lo stesso ragionamento, qua e là, rimbalza tra gli intellettuali rossi. Anche l'ex ministro Andrea Orlando sussurra: «Se non ci sono le condizioni con i 5 Stelle, meglio andare al voto. Molto laicamente». 

E persino il grande officiante delle nozze, Marco Travaglio, quello che ha iniziato a fare il wedding planner un minuto dopo la chiusura delle urne nel 2018, ora tentenna e consiglia ai suoi amici pentastellati il ritorno al voto, piuttosto che un governo al ribasso («modello Libia») con Zingaretti. 

La voglia di governare è tanta, ma anche la paura di destinarsi all'estinzione. Sempre più lontani dalla gente, sempre più allergici al più prestigioso rito della democrazia: il voto. Al Nazareno saranno sobbalzati sulle sedie: «Elezioni? Ma perché? È un harakiri!». 

Forse è tutta una questione di parole - e Nanni Moretti glielo aveva spiegato che sono importanti - ma il contrario di populismo non è odiare il popolo. E in questo la sinistra è maestra: sono anni che detesta gli italiani.-

IL CICLONE TRUMP SI ABBATTE SUL G7 DI MACRON.



 Lorenzo Vita 

 


Dazi, Iran, Unione europea, Brexit.

 

 Il ciclone Donald Trump si abbatte sul G7 di Biarritz e adesso, mentre per mesi siamo stati abituati a sentire parlare di un presidente isolato, bisogna fare i conti con un’altra realtà. 

 

Che può non piacere a quotati osservatori che per anni hanno narrato di un’America “alone“, ma che adesso esiste e ne va preso atto: l’amministrazione Usa non è affatto sola. 

 

Anzi, la linea politica del presidente americano – sicuramente eccentrica e a tratti non priva di pericoli – sta ottenendo l’effetto sperato dai suoi strateghi.

Il capo della Casa Bianca, criticato in maniera pesantissima dai suoi oppositori per il suo eclettismo, si è presentato a questo G7 francese assumendo da subito la guida del summit. Altro che i leader europei: il vero mattatore è stato proprio The Donald, che in poche ore ha già fatto capire chi fosse a dettare l’agenda del vertice. 

Con in mano il dossier Iran e la guerra dei dazi con la Cina, il presidente degli Stati Uniti è sbarcato nella patria di Emmanuel Macron innanzitutto con una minaccia rivolta al padrone di casa: dazi verso i vini francesi. Un ultimatum da non prendere sottogamba, visto che Washington non sembra andarci troppo per il sottile nelle sfide commerciali. E se alla minaccia cui è arrivata la timida risposta di Donald Tusk – “Reagiremo” – subito dopo il presidente Usa ha chiesto a Macron un pranzo privato per discutere direttamente col suo omologo francese.

Un segnale inequivocabile: per Washington la minaccia dell’Unione europea non conta. A Trump interessa parlare faccia a faccia con i singoli leader dell’Ue, respingendo l’ipotesi di incontri multilaterali. Il problema dell’amministrazione americana riguarda, anzi, proprio l’Europa a trazione franco-tedesca e l’idea che Berlino possa aver costruito un sistema che le permette di espandersi a discapito dell’altra parte dell’Atlantico. Un moltiplicatore di potenza che gli Stati Uniti guardano con estremo sospetto. Ed è il motivo per cui premono sull’industria tedesca ed è lo stesso motivo per cui Trump ha voluto vedere Macron. Meglio dividere l’asse di Aquisgrana e minacciare dazi piuttosto che trovarsi con un’Unione guidata da Parigi e Berlino.

L’incontro con Macron sembra essere stato proficuo. La minaccia dei dazi sui prodotti francesi ha fatto capire al presidente francese di non poter contrapporsi troppo alla linea Usa. C’è in ballo la strategia mediorientale e quella africana, che Macron non ha mai messo da parte. C’è l’interesse degli Stati Uniti a fare in modo che gli Stati europei non si scindano dalla Nato. E c’è soprattutto l’Iran: che per Trump è un nodo fondamentale da sciogliere. La guerra non la vuole: ma il pantano del Golfo è molto rischioso e Teheran non è disposta a cedere senza garanzie sull’accordo. E la Francia appare la vera potenza Ue in grado di garantire forza politica e militare per contrattare con la Repubblica islamica.

Subito dopo l’incontro con Macron è arrivato il vertice con Boris Johnson. L’asse tra il presidente Usa e “Bojo” appare sempre più solida. E nonostante alcune divergenze strategiche inevitabili (Cina e Iran in primis), l’idea è che la special relationship tra Londra e Washington ora abbia ripreso forza. Johnson vuole andare fino in fondo con la Brexit e Trump è pronto a sostenere questa linea del nuovo primo ministro. Ha incoronato il premier britannico definendolo “l’uomo giusto per la Brexit” e ha confermato l’impegno a un accordo commerciale “molto ampio” con il Regno Unito non appena finirà l’appartenenza della Gran Bretagna all’Unione. Tradotto: Trump tira dirtto per portare a casa un accordo con Londra e per infliggere un altro colpo all’Unione europea.

Ma non è tutto. Sempre a Biarritz, Trump ha anche lanciato un altro messaggio, ben più importante negli schemi internazionali: l’apertura alla Russia per il ritorno nel gruppo dei grandi. Il presidente degli Stati Uniti si è rivolto al Cremlino dicendo di essere pronto al rientro di Mosca. “Abbiamo un certo numero di persone che vorrebbero vedere la Russia tornare. Penso che sarebbe vantaggioso per molte cose nel mondo, sarebbe positivo” ha detto il The Donald. Un’apertura che rientra in quella degli scorsi giorni sia dello stesso leader americano che del presidente francese Macron. Interessati a convergere per trovare un compromesso con Vladimir Putin e sfidando lo stallo imposto dall’Unione europea e dallo Stato profondo americano. Altro segnale che da Washington soffia un vento diverso, che può piacere o meno, ma che di sicuro non ha portato a quell’isolamento sperato da molti.-

Fico fa arenare la trattativa: 

"Non vado a fare il premier"

 

Zingaretti prova a sparigliare con un nome tra i 5S che piace a sinistra. Ma lui si sfila e i grillini insistono sul Conte bis.

 

pubblicato da www.ilgiornale.it


Dal Partito democratico ci hanno provato a sbloccare la trattativa con i 5 Stelle. 

 

 
 
 
L'offerta - diventata via via più palese - era di permettere a Roberto Fico di sedere sulla poltrona più alta del governo.

"È chiaro che ci avanzassero la proposta di Fico, non potremmo dire di no", aveva ammesso Nicola Zingaretti ribadendo il suo no "non negoziabile" a un Conte bis.

Ma evidentemente chi ha rimesso sul tavolo il nome dell'attuale presidente della Camera non aveva fatto i conti con il grillino "duro e puro". Che proprio grazie alla sua carica è riuscito finora a non "sporcarsi le mani" col governo, mantenendo una certa integrità anche agli occhi della base. E infatti dopo quasi 24 ore di voci, Roberto Fico ha deciso di sfilarsi. "Intende responsabilmente dare continuità al suo ruolo", dicono fonti vicine alla presidenza di Montecitorio.

E anzi, secondo fonti 5 Stelle, il nome sul tavolo rimarrebbe quello di Giuseppe Conte. Del resto lo stesso Beppe Grillo rilancia un vecchio elogio al premier uscente: "Saluto con grande piacere il Professor Giuseppe Conte, lo abbiamo visto attraversare una foresta di dubbi e preoccupazioni maldestre, faziose e manierate, che ha saputo superare grazie a dei requisiti fondamentali per la carica che è destinato a ricoprire: la tenuta psicologica e l'eleganza nei modi...", scrive citando un suo posto del maggio 2018.

L'ipotesi Fico piace soprattutto all'ala più ortodossa - quella che fa capo proprio a lui - del movimento, ma anche al Pd. E non solo perché da presidente della Camera è riuscito a tenersi fuori da provvedimenti e decisioni prese dal governo Conte. Ma anche perché più volte con le sue uscite ha dato prova di essere ben più vicino ai temi cari alla sinistra di altri esponenti grillini.

Come ad esempio le lotte per i diritti dei gay, ma anche per lo ius soli e una visione favorevole all'accoglienza e contraria alla chiusura dei porti. Basti pensare a quel pugno chiuso sventolato il 2 giugno 2018 alla fine della parata per la festa della Repubblica o alla dedica a "migranti e rom" della stessa ricorrenza quest'anno. O ai molti scontri con Matteo Salvini sulla politica anti ong e la sua plateale uscita dall'aula quando sono stati votati i decreti sicurezza.

Ma con il suo rifiuto si riaprono i giochi. La trattativa - assicurano i due partiti - va avanti. Per ora i dem lavorano al programma e ai dossier da portare al tavolo coi 5 Stelle. Il tempo però sta per scadere: per martedì Sergio Mattarella ha indetto nuove consultazioni. E pretende un accordo concreto per un governo che non rischi di cadere di nuovo tra pochi mesi.

Altrimenti scioglierà le Camere e si tornerà al voto.-

Sondaggi, Lega in calo. Ma 

gli italiani vogliono il voto.

 

Secondo un sondaggio Winpoll-Sole24ore la Lega perde il 5% in un mese, ma resta saldamente il primo partito. Il 41% degli italiani chiede di tornare al voto.

 

pubblicato da www.ilgiornale.it


La Lega perde il 5% in un mese, ma resta saldamente il primo partito, e il 41% degli italiani chiede di tornare al voto. 

 

 
 

Questa è la fotografia scattata dal professor Roberto D'Alimonte e pubblicata oggi sul Sole24ore.

 

Secondo il sondaggio effettuato da Winpoll-Sole24ore, il Carroccio passa dal 38,9% del 30 luiglio al 33,7% registrato il 25 agosto, mentre il Pd sale solo dello 0,7% (dal 23,3% al 24%) e il M5S accresce il suo consenso di 2 punti percentuali (dal 14,8% al 16,6%). 

 

La maggioranza relativa degli italiani, il 41%, si mostrano desiderosi di esprimere il loro voto nel segreto dell'urna, ma il 62% degli elettori del Pd e il 43% del M5S preferirebbe 'un governo giallorosso'. 

 

L' 83% degli elettori della Lega, invece, vuole le elezioni e solo il 7% tornerebbe col M5S. 

 

Solo il 34% crede che un tale esecutivo abbia le potenzialità per durare fino alla fine della legislatura e il 37% è convinto che durerà pochi mesi.

 

"Qualcosa si è rotto tra gli elettorati di M5s e Lega, mentre tra Pd e M5s non sembra esserci più quella distanza abissale che esisteva fino a poco tempo fa", spiega il professor D'Alimonte. E aggiunge: "L' alleanza con la Lega ha fatto perdere al M5s una larga fetta del suo elettorato più orientato a destra. Gli elettori rimasti sono largamente elettori di sinistra, molti dei quali però hanno maturato nel tempo una avversione viscerale per il Pd". Pertanto, resta la difficoltà di"cancellare in pochi giorni sentimenti negativi profondamente radicati soprattutto tra i militanti".

 Secondo D'Alimonte "Oggi un esecutivo M5s-Pd non è più un’ipotesi fantascientifica. Forse sarà necessario arrivare a un governo intermedio prima di arrivare ad un’alleanza organica”. Il nuovo esecutivo, secondo D'Alimonte, non dovrà dimenticare i temi forti della Lega (tasse, immigrazione, sicurezza e sovranità) e non dovrà "farsi ammaliare dalle sirene del proporzionalismo pur di fermare l’avanzata della destra". "Il taglio dei parlamentari non deve essere l’alibi per eliminare dal Rosatellum quel poco di maggioritario che c’è”, conclude il professore.-

"Occhio, Zinga fa saltare 

tutto". I renziani non 

si fidano più.

 

I fautori dell'accordo con il M5s temono un blitz del segretario all'ultimo minuto. Il Pd ormai è dilaniato.

 

pubblicato da www.ilgiornale.it


L'unità è contenuta solo nel documento approvato dalla direzione nazionale la settimana scorsa. 

 



Ma nel Pd è in atto una guerra tra correnti sulla trattativa con i Cinque stelle per la formazione di un governo giallorosso.

Dal fronte del segretario nazionale Nicola Zingaretti assicurano che il veto sul Conte bis non cadrà. E pare, infatti, che nelle ultime ore il nome del presidente del Consiglio dimissionario, indicato da Luigi Di Maio per guidare un governo tra dem e grillini, sia già superato.

Tra veleni, attacchi e smentite, il Pd cerca la via d'uscita in vista del secondo giro di consultazioni al Quirinale con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Martedì alle ore 18, nella giornata che precede la salita al Colle della delegazione dem, Zingaretti dovrebbe riunire nuovamente la direzione nazionale per approvare il documento finale che aprirà la strada all'alleanza con il M5s.

Ma ieri c'è stata una pre-direzione (a porte chiuse) tra lo stato maggiore del Pd per fare il punto in vista dell'ultimo, delicato, passaggio in direzione.

Oggi, alle ore 15, si riuniranno i tavoli tematici dei dem per mettere a punto il programma: una mossa per prendere altro tempo.

La partita vera si gioca sulla scelta del premier e sul via libera definitivo al patto con i pentastellati. L'area che tifa per le elezioni anticipate si è ristretta ulteriormente: solo Paolo Gentiloni e Andrea Orlando spingono per andare alle urne.

Rotta tracciata anche dalle parole dell'ex ministro della Giustizia Orlando: «Verificare le condizioni e se non ci sono, voto. Molto laicamente».

L'ex ministro Dario Franceschini è per il governo a tutti costi. Matteo Renzi prima appoggia la linea del segretario Zingaretti sul no a un Conte bis ma poi chiede responsabilità: «Salvini ha chiesto pieni poteri ma rispetto a 15 giorni fa adesso è anche in un angolo, quasi ko. Mi auguro che adesso prevalga la responsabilità. E che si pensi all'Italia, non all'interesse dei singoli».

I renziani temono un blitz del segretario, che faccia saltare l'accordo. Terrore che l'ex ministro Maria Elena Boschi lascia trapelare: «Nel momento in cui il segretario, che sta seguendo la trattativa con il Movimento cinquestelle, ha espresso una posizione credo che soltanto il segretario, eventualmente, possa cambiare quella posizione».

Graziano Delrio, capogruppo dei dem a Montecitorio, lascia aperta la porta al Conte bis: «Sulle priorità del Paese e delle famiglie serve vera discontinuità. Cambiare agenda significa smettere la guerra alla cooperazione sociale, alle Ong, ai volontari ed alle persone che aiutano chi soffre ed è più debole.

Contrastare con la massima determinazione il cambiamento climatico e lo sfruttamento del territorio. Agire per abbattere la disoccupazione e mettere più soldi in tasca ai lavoratori. Aiutare le famiglie a crescere i propri figli con politiche efficienti e serie e con scuole di qualità».

E anche il senatore Tommaso Cerno si schiera nel gruppo pro-Conte: «Chi parla di Conte bis sbaglia. Come fu per De Gasperi sarebbe un Conte due. La certificazione di una maggioranza alternativa sta nelle parole di censura alla Lega pronunciate in Parlamento e nella costruzione di un governo con il Pd, che abbia fiato politico.

Per il resto i veti e le velleità personali non trovano reale spazio in questa palingenesi della sinistra che tenta di dare un futuro al Paese ancorato nel passato». Troppe divisioni in una partita delicata. E con un rischio elevato di fallire.-

OLIVERI: ESISTONO BUONE MADRI ??? ... QUALE LA RESPOSABLITA' DEI PADRI ??? ...


sabato 21 gennaio 2017

 

LA RESPONSABILITA' DI DIVENTARE MADRE.




Quando una donna diventa madre, ha una responsabilità enorme.

Sono il modello dei loro figli, sono quelle che per prima indirizzano i propri figli verso la retta via e danno loro esempi ed educazione.

Purtroppo queste madri, molto probabilmente hanno smarrito il senno…..  le immagini dicono più di 1000 parole……..

 

FONTE:  FACEBOOK.

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OLIVERI: IL MOVIMENTO CIRANO QUALI RAPPORTI INTRATTIENE ??? ...

 

domenica 17 dicembre 2017

 

OLIVERI: E' "POLITICAMENTE CORRETTO" INTRATTENERE RAPPORTI CON SOGGETTI SOSPETTATI DI APPARTENERE ALLA CRIMINALITA' ORGANIZZATA ???

 

Lamezia Terme, il decreto 

di scioglimento: “Illecita 

acquisizione di voti in 

campagna elettorale”.

 

Lamezia Terme, il decreto di scioglimento: “Illecita acquisizione di voti in campagna elettorale”

 

"Cointeressenze, frequentazioni, rapporti a vario titolo tra numerosi esponenti dell’organo esecutivo e consiliare con soggetti appartenenti alla criminalità organizzata". La relazione del ministro Minniti sullo scioglimento inguaia minoranza e opposizione e pure il sindaco: "Lui e il suo vice hanno difeso i boss mentre amministravano".

 




“Noi abbiamo massacrato il prestigio delle cosche. E lo abbiamo fatto con fatti veri, con fatti concreti”. Così, il giorno dopo lo scioglimento del Comune di Lamezia Terme, urlava il sindaco Paolo Mascaro. La relazione con cui il ministro dell’Interno Marco Minniti ha chiesto che il Comune calabrese fosse commissariato, però, racconta una storia diversa. 
 
L’operazione “Crisalide”, che ha portato all’arresto di 52 appartenenti alla ‘ndrangheta, e la perquisizione nei confronti di un consigliere sottoposto ai domiciliari hanno di certo spinto la prefettura di Catanzaro a inviare i commissari al Comune per verificare l’eventuale infiltrazione delle cosche nell’amministrazione. 
 
Ma c’è molto di più nel decreto del presidente della Repubblica dove si legge che “fonti tecniche di prova hanno attestato come la campagna elettorale per il rinnovo degli organi elettivi sia stata caratterizzata da un’illecita acquisizione dei voti che ha riguardato, direttamente, o indirettamente, esponenti della maggioranza e della minoranza consiliare”.

Per la commissione d’accesso, infatti, ci sono state “cointeressenze, frequentazioni, rapporti a vario titolo tra numerosi esponenti sia dell’organo esecutivo che di quello consiliare con soggetti appartenenti alla criminalità organizzata“. Dopo gli scioglimenti del 1991 e del 2002, stando alla relazione del prefetto, sarebbe emersa “la persistenza delle medesime dinamiche collusive e dell’operatività degli stessi personaggi di spicco delle organizzazioni criminali dominanti in quel territorio. È stata rilevata una sostanziale continuità amministrativa, atteso che molti degli attuali amministratori hanno fatto parte, a diverso titolo, della compagine eletta nel 2010”.

A proposito il prefetto evidenzia che “successivamente alla loro elezione e fino ai primi mesi del 2016 il sindaco e il vicesindaco, entrambi avvocati, hanno assunto, contemporaneamente, la veste di difensori di fiducia di esponenti di massima rilevanza delle cosche lametine e quella di organi di vertice dell’amministrazione comunale. Solo nei mesi di marzo e maggio 2016, a seguito della costituzione di parte civile del Comune nei processi (per mafia, ndr), il primo cittadino ed il vicesindaco hanno rinunciato all’incarico di difensori dei menzionati esponenti della criminalità organizzata e il mandato conferito al sindaco è stato assunto da altro professionista in stretti rapporti di affinità con il primo cittadino”.




Alcune indagini toccano direttamente i candidati eletto in Consiglio: “Un consigliere comunale ed il coniuge di questi sono indagati per numerosi gravi reati, tra cui quello di bancarotta fraudolenta, per quest’ultimo unitamente ad un libero professionista che è in stretti rapporti di affinità con una dipendente comunale”. In sostanza, è emerso “un diffuso quadro di illegalità, in diversi settori dell’ente locale che, unitamente ad un generale disordine amministrativo, si sono rivelati funzionali al mantenimento di assetti predeterminati con soggetti organici o contigui alle organizzazioni criminali egemoni ed al consequenziale sviamento dell’attività di gestione dai principi di legalità e buon andamento”.

Dal condizionamento della ‘ndrangheta, non si salvano neanche i procedimenti di affidamento di beni confiscati. “L’amministrazione comunale – è scritto nella relazione – ha infatti concesso, per 15 anni e gratuitamente, un immobile ad una cooperativa, pressoché inattiva da tempo perché sottoposta ad indagini per indebite percezioni di erogazioni pubbliche”. 
 
Chi guida questa cooperativa manca, secondo i commissari, “dei requisiti minimi morali: in particolare due dei soci sono gravati da pregiudizi di natura penale ed uno di essi è riconducibile ad esponenti della criminalità organizzata”.
Come se non bastasse, “nella procedura di assegnazione del bene non emerge lo scopo sociale perseguito dalla cooperativa né le finalità di utilizzo dell’immobile”. 
 
Cooperativa che, tra l’altro, è stata l’unica a partecipare alla procedura e, quindi, “poi ha ricevuto il bene in concessione” pur non garantendo, “dai controlli effettuati, alcuna affidabilità gestionale atteso che, sono risalenti nel tempo, gli ultimi bilanci di esercizio e le altre dichiarazioni contabili”. Per quanto riguarda l’esame delle determine comunali, secondo il prefetto e il ministero dell’Interno, è emersa “l’esistenza di un vero e proprio ‘sistema’ che, da un lato consente di aggiudicare gli appalti sempre alle medesime ditte e, dall’altro, attraverso il meccanismo delle proroghe ripetute permette alle ditte un sostanziale recupero del ribasso offerto in sede di gara. Tale consolidato modus operandi ha permesso di eludere le disposizioni in materia di informazioni antimafia“.

Nonostante la procedura di evidenza pubblica, anche nell’appalto per i lavori di manutenzione delle strade ci sono problemi. Il comune ha affidato l’incarico, per 270mila euro, a una ditta che poi riceve, “senza alcuna gara”, un altro incarico per nuovi lavori “per un importo di oltre 40mila euro”. Singolare che “il titolare dell’impresa aggiudicataria – è scritto – è persona gravata da numerose segnalazioni all’autorità giudiziaria per diverse fattispecie di reato ed ha rapporti di frequentazione con soggetti riconducibili alla locale criminalità organizzata”.

Per il ministero dell’Interno e per la prefettura, quindi, a Lamezia Terme c’è stato “lo svilimento e la perdita di credibilità dell’istituzione locale”. E su questo si sofferma l’ex sindaco Giannetto Speranza dopo aver letto la relazione dei commissari: “Il mio è uno stato d’animo dispiaciuto. Ho impiegato dieci anni della mia vita perché speravo che si potesse uscire da questa logica incredibile – dice a ilfattoquotidiano.it – Invece viene fuori, da questa relazione, che l’acquisizione del consenso è peggiore di quella degli altri scioglimenti. Se le premesse sono così devastanti, è chiaro che al di là di ogni questione singola, viene fuori un clima che nell’insieme dei fatti è allarmante. -
 
Non solo la politica ma anche la società deve fare i conti con l’ambiente in cui viviamo”.-

Da "uno vale uno" a "uno 

vale l'altro". L'ultima 

giravolta dei Cinque Stelle.

 

Ecco l'ultima giravolta del Movimento 5 Stelle. Le macroscopiche abiure sono cinque, proprio come le stelle.

 

pubblicato da www.ilgiornalr.it


La metamorfosi è avvenuta. I 5 stelle non sono più i 5 stelle. O, meglio, non sono più quello che si spacciavano di essere, ma che con buona probabilità non sono mai stati.

 

 
 

In questi giorni confusi e accaldati Di Maio e soci stanno smontando, bullone per bullone, tutta la loro sbilenca macchina da guerra. Ma le macroscopiche abiure sono 5, come le stelle.

1. La democrazia diretta

Era un'ossessione. Avrebbero voluto installare nello sgabuzzino di ogni italiano un seggio elettorale per consultarci anche sul cambio di lampadine nei bagni di Montecitorio. Per anni hanno interpellato i loro iscritti su Rousseau su qualsiasi cosa (purché marginale). Uno stalking. Ora non solo hanno messo in soffitta la loro traballante piattaforma, ma stanno scappando dalla suprema forma di democrazia diretta: le elezioni. Meglio la democrazia indiretta, che ti fa governare anche con il Pd.

2. Lo streaming

Il piede di porco con cui scardinare tutti gli oscuri giochi di palazzo. La diretta dell'incontro con Bersani e il faccia a faccia con Renzi? Dimenticatele. Non le vedrete mai più. Ora, quando devono decidere le sorti del governo e delle loro poltrone, si chiudono in una stanza, tirano giù le tapparelle e mettono le assi di legno alle porte. È finita l'era della trasparenza, la nuova parola d'ordine è opacità.

3. Uno vale uno, uno vale l'altro

Era lo slogan degli slogan: uno vale uno. Finita l'era della casta, del politico appollaiato sulla sua torre d'avorio a sputacchiare sulle plebi. Uno dei cardini attorno al quale ruotava questo ragionamento era la volontà del Movimento di non scendere a patti con nessuno. Il primo smottamento lo avevamo già visto con il contratto gialloverde. Ora Di Maio, da bibitaro a panettiere, ha inaugurato l'era dei due forni: da una parte Pd, dall'altra la Lega. Purché si stia al governo va bene tutto. Uno vale l'altro.

4. Diversità antropologica

I grillini hanno sempre sostenuto di essere diversi. Un'altra cosa rispetto ai tradizionali politici. Una diversità antropologica e quasi spirituale. Puri. E poi vedi Di Maio che esce dalle consultazioni e fa un discorso in politichese che andrebbe sottotitolato e tradotto da una mummia della prima Repubblica. Si sono democristianizzati senza avere la cultura politica dei Dc.

5. Il governo contro il popolo

La nouvelle vague è stata inaugurata da Conte, ex avvocato del popolo autonominatosi giudice di Salvini. Il premier, parlando in Senato, pur di attaccare il leghista ha criticato chi invoca le piazze e usa i social per fare politica. Lui. Paracadutato a Palazzo Chigi da un movimento nato sul web e cresciuto sui social. Un movimento che ha aizzato le piazze e portato sotto i palazzi migliaia di persone al delicatissimo grido di «vaffanculo». Da populisti ad anti popolo. Il passo è stato brevissimo.-

Nasce il non-governo.

 

Pd e M5S fingono di lavorare al programma, ma sono insieme solo per liberarsi di Salvini ed evitare le urne. E Mattarella non si fida.

 

È iniziata la manfrina dei «tavoli di discussione» tra Pd e Cinque Stelle per formare il nuovo governo. 

 

 

 
 
 
Pensano di poterci convincere che non solo è possibile trovare un accordo tra due visioni del mondo profondamente diverse, ma che è possibile farlo in 72 ore, tante ne ha concesse loro Mattarella per venire a un dunque.

Non fidatevi delle finte liti e delle dotte discussioni che riempiono le comparsate televisive. I «governi del popolo» in cuor loro pensano che il popolo sia idiota e si beva la qualunque. In realtà stanno discutendo sì, Cinque Stelle e Pd, ma solo di poltrone, strapuntini e sgabelli.

Tutto il resto è contorno, anche e soprattutto perché questo non è un governo che nasce per «fare» qualche cosa, ma soltanto per «impedire» due cose: a Matteo Salvini di governare, agli italiani di votare. Il resto - se si partirà con l’avventura giallorossa - sarà tutto grasso che cola, come dimostra l’agenda degli accordi «irrinunciabili» che vede al primo punto il taglio dei parlamentari.

Noi siamo contenti, come la maggioranza degli italiani, che il Parlamento smagrisca, ma non consideriamo la cosa un’emergenza nazionale. Un governo nascente dovrebbe avere al primo «irrinunciabile» punto sì un taglio, ma non dei parlamentari bensì delle tasse; al secondo quello della burocrazia, al terzo della disoccupazione, a seguire misure per impresa, famiglie e lavoratori e infine, certamente, i costi della politica.

La demagogia moralista è lo specchietto per le allodole del cacciatore incapace ed è un film che abbiamo già visto. Il governo uscente come primo atto tagliò i vitalizi degli ex parlamentari, bella cosa che non ha impedito l’arrivo della recessione, l’aumento della pressione fiscale e della disoccupazione.

Quando una casa prende fuoco servono bravi pompieri, non è il momento di pulire i vetri e rassettare i letti. Ma questi - l’hanno dimostrato nell’ultimo anno e mezzo - non hanno la più pallida idea di come si spenga un incendio, anzi si tengono ben lontani dalle fiamme e semmai le alimentano con mosse sbagliate (come è stato il reddito di cittadinanza per l’economia).

 Nessuno quindi si faccia illusioni. Se nascerà, questo governo sarà un «non governo», prigioniero del suo mandato non pro qualcosa ma contro qualcosa, oltre, ovviamente, che della sua sperimentata incapacità, certificata dai fallimenti dei due soci fondatori Renzi e Di Maio.-

sabato 24 agosto 2019

Jovanotti, show a 2.200 m. 

sulle Dolomiti.

 

A Plan de Corones tappa del 'Jova Beach 

Party 2019'.

 

(ANSA) - TRENTO, 24 AGO - Con due ore di anticipo rispetto al programma, Jovanotti ha iniziato il suo concerto a Plan de Corones, sulle Dolomiti, l'unica data di montagna del 'Jova Beach Party 2019'. Una decisione presa dall'artista di fronte al maltempo, nebbia e pioggia, che dalla mattina imperversa in quota ma che non ha scoraggiato i migliaia di fan (28.000 i biglietti venduti) che sono arrivati a quota 2.200 metri per assistere allo show.

    Jovanotti ha scaldato il pubblico bagnato e infreddolito invitando tutti a ballare nonostante la temperatura che non supera i 10 gradi.

    Prima dell'inizio del concerto, nel backstage l'alpinista Reinhold Messner ha voluto incontrare Jovanotti. Una stretta di mano ha messo fine alle recenti polemiche circa l'impatto ambientale dello show in alta quota.- (ANSA)
   

Zingaretti, mi auguro non 

esista ipotesi doppio forno.

 

Dem: 'ok al taglio dei parlamentari, ma con regole'

 


 "Mi auguro non esista l'ipotesi del doppio forno". 

Lo ha detto il segretario Pd Nicola Zingaretti ad Amatrice, dove si trova per le commemorazioni del terremoto, sulla trattativa con il M5S per il governo. 

"Noi crediamo che sia importante aprire con tutte le nostre forze una nuova fase politica, è necessario dar vita a un governo di svolta, per il lavoro, per la crescita, che affronti la situazione politica con un nuovo modello per aprire una nuova stagione. 

Per questo abbiamo chiesto un governo in discontinuità con quello che ci ha visto tra gli oppositori": Così Nicola Zingaretti su Facebook. "Io sono sempre ottimista, credo che questa fase però vada fatta ascoltando e rispettandoci l'uno con l'altro", ha detto il segretario.

"Ieri con la delegazione del M5S abbiamo stabilito un percorso per arrivare ad un accordo di governo serio e responsabile. Il confronto va avanti esattamente nelle modalità stabilite. Siamo convinti che, senza ultimatum e senza veti, riusciremo a dare un governo al Paese". Lo afferma il presidente dei senatori Pd Andrea Marcucci.

"La trattativa la gestisce Zingaretti, sulla base della linea stabilita in direzione, ed è lui ad aver detto no all'ipotesi di un governo Conte bis". Così Maria Elena Boschi avvicinata dall'ANSA al Ciocco, in Garfagnana, nell'ultimo giorno della scuola di politica di Matteo Renzi, risponde ad una domanda su un reincarico al premier dimissionario Giuseppe Conte, posto ieri da Luigi Di Maio a Nicola Zingaretti come condizione per un governo M5s-Pd.

Avanti tutta sul nome di Giuseppe Conte per la guida del nuovo esecutivo giallo-rosso. Il Movimento Cinque stelle imprime un'accelerazione rischiosissima alla trattativa iniziata solo poche ore fa con l'incontro tra i capigruppo a Montecitorio. E lo fa attraverso il primo faccia a faccia tra i leader, Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti.

Con il segretario Dem che non intende rompere ma gli replica seccamente che serve "un governo di Svolta, non per una questione personale, ma per rimarcare una necessaria discontinuità" con l'esecutivo giallo-verde. Che non sia rottura però lo si capisce dalla nota della segreteria di Zingaretti che conferma come Di Maio abbia posto una condizione sul nome di Giuseppe Conte ma definisce il colloquio "cordiale" rimandando ad un altro incontro "nelle prossime ore".

Secondo alcune fonti il leader M5s avrebbe chiesto una risposta veloce sul nome di Conte, al massimo 24 ore.

Secondo altre ci sarebbero spazi di mediazione ancora da approfondire. Serata ad altissima tensione, quindi. Che vedrà impegnati i Dem in una complessa discussione che alla velocità della luce è passata dal programma ai nomi. Naturalmente motore di questa accelerazione è stato Beppe Grillo che oggi si è manifestato ruvidamente proprio all'avvio di questa complicata trattativa. "Giuseppe Conte non si lancia in strambe affermazioni, mostra e dimostra un profondo senso di rispetto per le istituzioni, insieme ad una chiara pacatezza ricca di emozioni normali, senza disturbi della personalità. La politica è mediazione o mediocrizzazione?", ha scritto Grillo sul suo blog. Un endorsement pesante che non poteva essere ignorato dal Movimento.

 Ma la trattativa è appena avviata e forse il nodo Conte potrebbe essere superato nelle prossime ore in un altro passaggio di questa stranissima crisi.

Incontro Pd-5s era partito bene - A dispetto delle previsioni pessimistiche dei detrattori e degli ostacoli che si frappongono al dialogo tra M5s e Pd, sembra partire senza intoppi la trattativa tra le due forze politiche per arrivare ad un'intesa che porti alla formazione di un nuovo governo.

Al tavolo di confronto tra le delegazioni dei due partiti, guidate dai capigruppo parlamentari dei due schieramenti e, per il Pd, anche dal vicesegretario Andrea Orlando, è stata testata una prima volontà di intesa: sulle condizioni poste dai due interlocutori "non ci sono problemi insormontabili" tranquillizzano i due schieramenti. Il Pd ha posto la sua prima condizione:

"Abbiamo chiesto al M5S che questa interlocuzione sia l'unica come condizione per affrontare gli ulteriori punti" mette in chiaro Orlando ricevendo le prime indirette rassicurazioni che fino a ieri non erano state esplicitate in modo diretto dal Movimento. "Non abbiamo tavoli con altre forze politiche.

Questo è il tavolo principale" chiarisce il capogruppo M5s alla Camera, Francesco D'Uva e il senatore Andrea Marcucci, anche lui al tavolo come capogruppo dem, commenta soddisfatto: "E' molto positivo che il M5s tenga aperto un solo forno". Ora però i dem chiedono che la decisione venga formalizzata "in modo chiaro al capo dello Stato".

Da parte dei 5 Stelle le condizioni erano già state messe sul piatto: si discute a partire dal nodo del taglio dei parlamentari. "Abbiamo chiesto garanzie su questo" mettono in chiaro i pentastellati. E "noi siamo disponibili a un calendario rapido" su questa legge ha rassicurato il capogruppo dem alla, Graziano Delrio, subito dopo la riunione dei vertici che si è tenuta al Nazareno dove la delegazione Pd ha riferito a Nicola Zingaretti e al presidente Paolo Gentiloni l'esito del tavolo. Per il momento fonti 5 Stelle escludono contatti tra i leader dei due partiti nel week end ma il Pd ha già convocato i suoi domenica pomeriggio per lavorare ai tavoli tematici per scrivere "il programma del Governo di svolta".

Il dialogo insomma è avviato nonostante diversi paletti arrivati a disturbare l'inizio del dialogo. La giornata si è infatti aperta con dure parole di Matteo Renzi contro l'ex Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, accusato di aver provato a far saltare l'intesa tra i due partiti facendo filtrare alla stampa la questione delle tre condizioni poste dal Nazareno al Movimento per una trattativa.

Soffiando sul fuoco alzato dai 5 Stelle che contrastano l'accordo con i dem. Polemica smorzata da Zingaretti che ha subito smentito le ipotetiche mosse di Gentiloni. Ma anche nella squadra dei 5 Stelle i veleni continuano: torna in campo Alessandro Di Battista chiedendo di alzare il tiro della trattativa: non solo il taglio dei parlamentari ma anche il taglio delle concessioni autostradali ai Benetton.

 Parole apprezzate dal sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano: "Di Battista dice di alzare la posta? L'ho detto anche io. È chiaro che in questa fase siamo noi che dettiamo l'agenda necessariamente: i numeri in parlamento parlano chiaro". Anche Luigi Di Maio sembra essere d'accordo: "Con Alessandro ci sentiamo sempre. È chiaro che il concetto espresso da lui non solo è legittimo ma sano in una democrazia".- (ANSA)

ADESSO L'EUROPA PREME SULL'ITALIA.


Lorenzo Vita  

La crisi di governo in Italia non può non interessare l’Europa. 

Che infatti adesso ha deciso di schierare tutte le sue forze per fare in modo che a Palazzo Chigi vi sia un governo il più possibile amico di Bruxelles, con un “assedio” politico e mediatico che va dal Parlamento europeo alla Commissione, passando per i singoli leader delle potenze dell’Unione. 

Tutti con un obiettivo finale simile: fare in modo che all’interno del prossimo esecutivo, forse ancora giallo-verde, forse rosso-giallo, forse di scopo, non vi siano forze in grado di assestare un colpo all’establishment dell’Unione. 

In pratica: nessuno della Lega e soprattutto con un Movimento 5 Stelle che sia il più possibile “sedato” grazie all’alleanza con il Partito democratico. È il Pd a rappresentare in questo momento la forza più europeista che può entrare a far parte del governo post-crisi. Ed è proprio per questo motivo che adesso i leader europei fanno quadrato.

Ha iniziato a capirlo da subito proprio Giuseppe Conte, che ancora non dimissionario, ricevette una Ursula von der Leyen appena eletta che dichiarò subito di non volere avere punti di convergenza con i sovranisti.

Lo aveva detto chiaramente in sede di elezione, a Strasburgo, e lo ha ribadito poi costantemente fino al suo arrivo a Roma. Un messaggio palese nei confronti del Carroccio ma anche nei confronti di tutti i sostenitori dell’asse giallo-verde in Italia, in Europa e oltre l’oceano Atlantico.

Messaggio recepito già prima di quell’incontro dallo stesso premier e dal Movimento, che infatti votò a favore della nomina della von der Leyen per due motivi: da un alto far sì che l’italia non uscisse dai giochi delle nomine europee definitivamente; dall’altra parte, per mostrare di essere il partito più affidabile nell’esecutivo giallo-verde palesandosi quale forze di rottura sì, ma fino a un certo punto.

La frattura sulla Von der Leyen è stata una delle principali cause della fine dell’attuale governo Conte. E in attesa di sapere come si orienterà l’M5S e cosa decideranno Pd e Lega, in tutta Europa i leader si muovono per negare la possibilità che a Palazzo Chigi arrivi Salvini.

Uno dei primi leader a chiedere che il ministro dell’interno fosse estromesso dal prossimo esecutivo è stato Emmanuel Macron, che si è augurato proprio in conferenza stampa che il leader della Lega non fosse nell’esecutivo italiano del dopo-crisi.

Le parole di Macron sono state cristalline. Ed è indubbio che da parte della Francia vi sia tutto l’interesse ad avere un governo più affine alla strategia dell’Eliseo e che di fatto includa l’Italia nell’orbita del Trattato di Aquisgrana, come avviene per la Spagna di Pedro Sanchez.

Un asse che si conferma anche nelle parole di Angela Merkel, che già da luglio aveva iniziato a chiedere chiarimenti sul fronte del Russiagate italiano: richiesta che è stata poi ribadito dallo stesso premier giallo-verde durante il discorso in Senato in cui ha certificato la fine dell’esecutivo per come lo abbiamo conosciuto fino ad ora.

E del resto non è un caso che la cancelliera tedesca abbia telefonato Conte poco prima del G7 di Biarritz. G7 da dove è arrivata anche la benedizione di Donald Tusk nei confronti del presidente dimissionario. L’idea è che da Berlino sia apprezzato il lavoro di Conte: ma adesso vogliono un nome di garanzia sia per la Commissione europea sia per il prossimo presidente del Consiglio.

Anche Madrid è un altro fronte da cui è partito l’assedio verso Roma. Il governo spagnolo, grazie allo scontro sull’immigrazione clandestina e sull’operato delle Ong nel Mediterraneo, ha cercato di infliggere un colpo alla linea italiana dei porti chiusi con una doppia mossa: prima mostrandosi aperta all’accoglienza dei migranti fermi davanti a Lampedusa, poi chiedendo a Bruxelles di modificare le politiche della distribuzione dei migranti accusando il governo italiano di aver compiuto delle mosse sbagliate e di avere scatenato una sorta di offensiva all’interno del Mediterraneo.

Poi l’attacco è arrivato anche da parte di un altro (alto) rappresentante dell’Unione europea: David Sassoli. È notizia di oggi che il presidente del Parlamento europeo, durante il meeting di Rimini, ha voluto ribadire il concetto espresso da tutti i vertici dell’Unione europea, che è appunto quello di non volere i sovranisti al potere in nessun Paese europeo.

Obiettivo che chiaramente è figlio dell’ideologia del partito rappresentato dal presidente dell’Eurocamera, ma che è indice anche di cosa voglia Bruxelles dall’Italia: un governo fedele alla linea voluta non tanto dall’Europa in quanto tale, ma da questo preciso schema politico dell’Unione europea. Richiesta legittima, sia chiaro.

 L’Unione europea è un sistema che si regge non sui partiti che compongono l’Europa, ma su quei partiti che credono ciecamente in questa Unione europea. Ed è evidente che un partito di rottura, che possa guardare più all’Atlantico che all’Europa, avverso alle linea strategica e soprattutto ideologica voluta dall’Ue sia di fatto un problema.

Ma è un problema che per Bruxelles si risolve solo in un modo: l’estromissione di partiti che, pur rappresentando le maggioranze, non devono essere a capo dei Paesi dell’Ue. E lo scontro sembra essere inevitabile. da Londra a Roma, passando per le prossime consultazioni in tutto il continente.-

Crisi, Paragone: “Contrario 

ad accordo col Pd. Pronto 

ad andare via”.

 

Il senatore del M5s Gianluigi Paragone auspica il ritorno alle urne o una nuova alleanza con la Lega. "Se si fa una maggioranza col Pd nessuno può contare più sulla mia disponibilità”.

 

pubblicato da www.ilgionale.it


Non usa frasi sibilline, che possono significare tutto e il contrario di tutto, il senatore del M5s Gianluigi Paragone. 

 

 

 
 
 
Nonostante sembri che la trattativa tra pentastellati e dem per la formazione di un nuovo Governo sia in fase avanzata, il giornalista con coraggio fa sentire la sua voce e in una intervista rilasciata al Corriere della Sera annuncia che l’unica strada che si deve percorrere è quella del ritorno alle urne.

O, al massimo, cercare"uno spiraglio con la Lega, partito che, come il Movimento, si è battuto contro il sistema liberista e finanziario che taglia fuori l'economia reale, le famiglie, le piccole imprese". Senza dimenticare che il partito di Salvini, inoltre, è a fianco dei risparmiatori truffati dalle banche, tema molto sentito dal M5s.

Paragone dichiara di essere profondamente contrario ad un’alleanza con il partito guidato da Zingaretti, tanto da esplicitare una dubbi anche sul proprio futuro:"Se si fa una maggioranza col Pd nessuno può contare più sulla mia disponibilità. E' evidente che non potrei accettare di essere votato dalla Boschi. Anzi il fatto che il Pd voglia mettere la Boschi nella commissione è la prova che quel partito non è cambiato".

Proprio quello delle banche e della Commissione d'inchiesta per Paragone è un punto fondamentale su cui non si può chiudere un occhio o relegarlo a tema di secondo piano. Lo stesso senatore resta molto scettico sul Pd nel suo complesso.

Secondo Paragone, l'audio con il quale Renzi accusa Gentiloni di aver voluto sabotare la trattativa con i 5Stelle "conferma uno scollamento nel Pd che fa pensare che questo partito non resterà a lungo unito". Inoltre, un governo giallorosso "rischia di essere un'operazione finalizzata al ripesarsi nel Pd e al suo risistemarsi nel sistema di potere prima di una tornata di nomine decisive: dalle aziende pubbliche fino al presidente della Repubblica". Operazione, questa, che Paragone non si sente di avallare.

Il senatore sostiene che “un eventuale accordo di governo dovrebbe avere almeno il placet degli iscritti, lo abbiamo fatto con la Lega, giusto farlo anche con il Pd". Se, poi, fosse chiamato a spiegare ad un attivista 5Stelle l'accordo con il partito guidato da Zingaretti, Paragone non sarebbe in grado di farlo.

A quel punto, dovrei"guardarmi allo specchio e prendere le mie decisioni" che sono quelle di ritornare "a fare il giornalista". Tutto è ancora possibile, quindi meglio aspettare "il secondo giro di consultazioni" al Quirinale.-

Campo libero alle Ong e 

processi senza fine.

 

I dem puntano a cancellare i dl sicurezza. Addio ai tempi brevi nei procedimenti.


pubblicato da  www.ilgiornale.it


Smontare i due decreti sicurezza firmati da Salvini. Invertire la rotta su ong e immigrazione, sul daspo e sui poteri ai prefetti, su tutto l'impianto dato dal Viminale targato Lega. 

 

 

 

 

Dall'altra parte, senza il leghista al governo, accelerare sulla giustizia grillina, con lo stop alla prescrizione dopo il primo grado già pronto a entrare in vigore senza ostacoli dal primo gennaio.

Eccole le due «bombe», copyright di Giulia Bongiorno, pronte a detonare in caso di un eventuale governo giallorosso: la giustizia e l'immigrazione.

Nel mirino del Pd, come condizione necessaria per un accordo di legislatura con i cinque stelle, ci sono i due decreti firmati dal ministro dell'Interno, il primo e poi la versione bis, che rafforza il precedente.

Ma sarebbe un'abiura quella chiesta dai dem ai grillini, visto che, al netto dei dissidenti vicini all'ala di sinistra, sul decreto sicurezza bis c'è la firma ingombrante degli stessi pentastellati. I quali hanno aderito totalmente all'impostazione del provvedimento salviniano fatta eccezione per i maggiori poteri chiesti dal ministro dell'Interno.

È dei cinque stelle infatti anche la rivendicazione di aver introdotto la confisca delle navi delle ong alla prima violazione dei divieti imposti dal decreto sicurezza bis, e non solo in caso di reiterazione del reato. E adesione c'è stata anche sull'innalzamento delle multe a un milione di euro. Ora quelle stesse misure rivendicate sono sul tavolo della trattativa del Pd.

Che ne vuole la revisione, in rima con abrogazione. «Se arriva a Lampedusa la Sea Watch, magari mentre il governo giura, e sono ancora in vigore quei decreti cosa si fa? - riferivano ieri fonti dem - La nave va multata, sequestrata e le persone che sono a bordo bloccate?».


Sul tavolo dei Cinque stelle con i dem ci sono invece quelle riforme del M5s «a un passo da essere portate a termine». C'è la giustizia, cavallo di battaglia del M5s, stoppata da Salvini in uno degli ultimi consigli dei ministri prima della rottura: «O una riforma della giustizia è importante, vera, pesante, significativa che dimezza davvero i tempi del processo penale, o non siamo al mondo e al governo per fare le cose a metà», diceva il vicepremier bocciando il cuore della riforma Bonafede, il processo penale.

Difficile però che in caso di accordo dem-grillini quella riforma possa andare in porto. Ci andrà di sicuro, invece, quella che è stata la bandiera del Movimento, lo stop alla prescrizione incassato mesi fa: a meno di una legge abrogativa entrerà in vigore a gennaio. Quando era stata approvata, la condizione posta dalla Lega era che si mettesse mano sui tempi dei processi. Per questo l'entrata in vigore era stata posticipata a gennaio 2020, affinché non piombasse sul sistema giudiziario senza altre misure compensative.

Ma a oggi, di certo c'è solo che dal primo gennaio la lancetta della giustizia si fermerà dopo il primo grado. Ieri Di Maio, al termine delle consultazioni con Mattarella, tra i dieci punti programmatici ha rilanciato la riforma Bonafede bocciata dalla Lega: «Dimezzare i tempi della giustizia, garantire per cittadini e imprese una giustizia efficace e veloce: noi abbiamo pronta una riforma che porta a 4 anni massimo i tempi per una sentenza definitiva».

Intanto però il tempo scorre. E quella che il ministro Bongiorno aveva definito una bomba sui processi detonerà a gennaio. Con il rischio, con i tempi della giustizia attuali, di lasciare imputati alla sbarra a vita.-