lunedì 14 ottobre 2019

Manovra, vertice su tasse 

e pensioni Guerra aperta 

nel governo.

 

Riunione di fuoco nella notte. Da un lato i renziani con lo stop a quota 100, dall'altro i 5S col salario minimo. Pd stretto sul cuneo.

 



Vertice infuocato nella notte. La manovra entra nel vivo. Nella riunione tra i leader della maggioranza a palazzo Chigi sul tavolo del governo sono entrati tutti i temi spinosi della prossima legge di Bilancio. 

 

 
 
 
Da una parte il duello si è consumato sul cuneo fiscale, dall'altra sulle coperture da trovare per la manovra. E così i 5 Stelle hanno rilanciato la proposta del salario minimo orario a 9 euro mentre Italia Viva di Renzi ha chiesto di sospendere (e subito) Quota 100 per destinare le risorse alle famiglie. Due temi caldi su cui il ministro Gualtieri dovrà riflettere prima del Cdm di oggi. Su Quota 100 si gioca la partita più grossa.

Il ministro Catalfo ha già fatto sapere che non verrà toccata la riforma varata dal precedente governo, ma la sensazione è che un intervento sulle finestre d'iscita ci sarà. Un intervento che porterà circa 600 milioni nelle casse dello Stato da destinare ai buchi della manovra. Il cuneo fiscale è poi l'altro tema centrale della prossima legge di Bilancio.

Il titolare di via XX Settembre ha chiesto di destinare tutte le risorse proprio su questo fronte e di agire sugli sgravi alle imprese solo nel 2021. A quanto pare le distanze nella maggioranza sono reali e forti. L'intesa sulla manovra per il momento resta lontana. Lo scontro su pensioni e tasse è molto acceso e non sono esclusi colpi di scena anche sulla tenuta dell'esecutivo giallorosso... -

sabato 12 ottobre 2019

Più Fisco, più manette.

 


Più tasse, più multe, più confische per tutti e vogliono anche il carcere per chi evade: è lo stato di polizia tributaria.

 



Con la nuova manovra finanziaria le tasse, nel loro complesso, aumenteranno e questa è una certezza che va al di là della propaganda governativa. 

 

 
 
 
E aumenterà anche la lotta all' evasione che ogni anno produce un danno di circa 180 miliardi. Ovviamente siamo favorevoli al contrasto (a patto che non ci porti a uno stato di polizia) ma dubitiamo che l' evasione possa diminuire aumentando le tasse.

In queste ore qualcuno al governo, come confermano il ministro Bonafede e il viceministro Castelli, sta pure evocando il carcere per gli evasori come soluzione definitiva all' odioso fenomeno. Già oggi più di tremila italiani all' anno subiscono una condanna penale per questo reato e circa duecento si trovano agli arresti (gli altri hanno condanne minori e se la cavano con pene alternative).

Vogliamo introdurre manette per tutti gli evasori? Bene, ma prepariamoci al peggio e al fallimento dello Stato. Già, perché le stime più aggiornate parlano di otto milioni di persone non in regola con il fisco. Se li arrestiamo tutti bisognerebbe svuotare la Sicilia e la Sardegna per trasformarle in isole penitenziarie, e ancora non basterebbe a contenere tutti i galeotti. Tra i quali ci sarebbero circa due milioni di persone concentrate soprattutto al Sud insegnanti, statali e operai che arrotondano i magri stipendi con un lavoro in nero (evasione di circa 25 miliardi).

Se questi geni dalla manetta facile hanno invece in mente soluzioni più tradizionali i conti sono presto fatti. Oggi nelle 200 prigioni italiane sono rinchiusi 60mila disgraziati ognuno dei quali costa allo Stato 124 euro al giorno per una spesa annua di tre miliardi. Se arrestassimo tutti gli evasori il conto della sola detenzione sarebbe di 400 miliardi all' anno, al quale aggiungere quello per stanarli che oggi è di 60 miliardi ma che per raggiungere l' obiettivo andrebbe almeno decuplicato, oltre ovviamente la costruzione di centinaia di carceri. A spanne servirebbero mille miliardi (senza contare i maggiori problemi e i maggior costi del comparto giustizia tra inchieste e processi) per non recuperarne 180 (chi è in galera non guadagna e quindi non paga tasse).

Il consiglio è quindi di lasciare perdere queste fesserie. La lotta all' evasione la si fa sì con il contrasto ma la strada maestra resta la diminuzione della pressione, che magari non convertirà i mascalzoni ma permetterebbe a tanti di lasciare il doppio lavoro e arrotondamenti fai da te. La strada maestra non è investire in carceri ma in scuole, in borse di studio per universitari, nelle famiglie, nel lavoro. Ai ferri, per stupidità, andrebbe messo chi pensa il contrario.-

venerdì 11 ottobre 2019

"Il  killer dei poliziotti era 

stato già arrestato per 

droga a casa sua".

 

Su Meran ci sarebbero tre dossier. Nessuno li ha controllati prima di concedere l'ingresso.

 




Trieste - Alejandro Augusto Stephan Meran, il killer dei poliziotti nella Questura di Trieste, sarebbe stato arrestato per traffico di droga a casa sua, in Repubblica Dominicana, secondo un'informativa della Dndc, la Direzione nazionale antidroga del paese caraibico. 

 

 
La conferma arriva da Santo Domingo grazie ad Alicia Ortega, une delle più famose giornaliste investigative dell'isola.

A Trieste gli investigatori spiegano di non avere ancora ricevuto queste informazioni. «Per ora non abbiamo riscontri del genere, ma siamo in attesa di ricevere per vie ufficiali informazioni dettagliate dalla Repubblica Dominicana» spiegano da Trieste. Nell'informativa dell'antidroga di Santo Domingo, che fornisce anche una foto del killer dei due poliziotti con un filo di pozzetto e sguardo triste, corrispondono anche il numero di passaporto, in possesso degli inquirenti italiani, l'età, 29 anni e il luogo di nascita, Comendador, il capoluogo della provincia di Elías Piña.

Un'area al confine con Haiti dove passano le vie del narcotraffico caraibiche. Su Alejandro ci sono «tre fascicoli della Dncd» e sarebbe «stato in carcere nel Paese per traffico di droga» si legge nell'informativa, dove «ha scontato la pena». Forse potrebbe trattarsi solo di un fermo o le accuse magari sono cadute in seguito, ma le certezze si avranno solo con l'arrivo della documentazione ufficiale richiesta dagli inquirenti del capoluogo giuliano. Le notizie che arrivano dall'antidroga di Santo Domingo sollevano, però, ulteriori domande sul passato tutto da chiarire del pluriomicida, che si tenta di accreditare come un bravo ragazzo affetto da turbe mentali.

Ortega è certa che il dominicano era schedato, ma in Italia non si è mai saputo nulla. Il giovane Alejandro sarebbe arrivato la prima volta nel nostro paese con la famiglia nel 2005. Poi però, se risultano tre dossier e l'arresto in Repubblica Dominicana, deve essere rientrato in patria.
Nel nostro Paese era incensurato e ha ottenuto un permesso di soggiorno di lunga permanenza. Evidentemente nessuno ha indagato su eventuali precedenti ai Caraibi.

Secondo informazioni raccolte da il Giornale a l'Aquila il futuro killer, registrato come immigrato disoccupato, ha girato dal 2015 a Montebelluna in provincia di Treviso, Ponte della Alpi, vicino a Belluno e alla fine Trieste. Il legale di fiducia, Francesco Zacheo, che lo ha incontrato nel carcere del capoluogo giuliano racconta che «legge la Bibbia ogni giorno e non si ricorda» dei due poliziotti uccisi. Mercoledì prossimo si terranno a Trieste le esequie solenne delle vittime, Pierluigi Rotta e Matteo Demenego.

Il legale sta cercando «di ricostruire la vita di Alejandro da quando è nato a oggi, ma da quello che dice la madre ha una fedina penale pulita». Il killer faceva anche la spola con la Germania dove ha vissuto con un amico a Deggendorf, che gli investigatori vogliono interrogare. Lo scorso novembre, a Monaco, Alejandro ha rubato un'Audi, non facile da portare via per un neofita, andando poi a sbattere contro la recinzione dell'aeroporto.

Sembra che volesse entrare nello scalo a forza per prendere un volo diretto a Santo Domingo. Ali agenti tedeschi intervenuti ha detto che esprimeva «pensieri confusi su una missione per Gesù». Per questo motivo è stato ricoverato in una struttura psichiatrica. Il legale ed i familiari sottolineano che aveva problemi mentali ed era in cura in Germania. Zacheo, ha ribadito che la madre «prima dell'accaduto aveva denunciato tantissime volte» i problemi del figlio. «Se non ricordo male - conclude - Alejandro è stato negli ospedali di Belluno, Udine e Trieste».

Secondo l'avvocato «tutto, sarà basato ovviamente sulla perizia psichiatrica, dove si valuta la sua condizione mentale difficile». Nonostante la dimestichezza con le armi dimostrata nella mattanza in Questura, Betanja, la madre, ha garantito al legale «che suo figlio non ha mai preso pistole in mano».-

Berlusconi: "La manovra 

colpirà le famiglie. ​Adesso 

scendiamo in piazza".

 

Berlusconi mette nel mirino il piano dei giallorossi: "Ci porteranno alla recessione. Saremo in piazza il 19 ottobre".



Silvio Berlusconi mette nel mirino la manovra del governo e di fatto smonta il Def appena varato alla Camera. 

 

 
 
 
In una nota il leader di Forza Italia critica in modo aperto le ricette economiche varate dai giallorossi: "La politica economica del governo, come emerge dalla nota economica del Def, desta grande preoccupazione.

Colpirà negativamente famiglie e imprese, porterà l’Italia nuovamente nella spirale della recessione", ha affermato il Cavaliere. Di fatto il leader di Forza Italia evidenzia le mosse dell'esecutivo che potrebbero portare ad un inasprimento della pressione fiscale. Per il momento sul fronte della manovra la coperta resta corta. Dalla lotta all'evasione l'esecutivo potrebbe recuperare (in uno scenario a pieno regime) circa tre miliardi di euro.

Ma restano altre coperture da trovare che potrebbero "spuntare" solo con un ritocco sulle tasse. Ed è per questo motivo che Berlusconi chiama il popolo dei moderati in piazza per dire "no" alla mazzata fiscale che potrebbe essere dietro l'angolo: "La politica economica del governo, come emerge dalla Nota economica del Def, desta grande preoccupazione. Colpirà negativamente famiglie e imprese, porterà l'Italia nuovamente nella spirale della recessione. Anche per questa ragione Fi aderirà alla manifestazione contro le politiche del governo convocata per il 19 ottobre prossimo in piazza San Giovanni a Roma".

E la chiamata alla piazza di Berlusconi trova già d'accordo i big del partito. Anche il vicepresidente di Forza Italia, Antonio Tajani, ha lanciato la "rivolta fiscale": "Serve una rivolta fiscale contro le scelte scellerate del governo che costringeranno gli italiani a pagare ancora di più. Presenteremo una contromanovra, ci impegneremo per tutelare l’interesse del nostro paese in Italia e in Europa e fare in modo che la manovra economica sia a favore della crescita e la crescita c’è solo se si diminuisce la pressione fiscale.

Avvieremo una campagna fortissima contro l’aumento delle tasse". Anche Maurizio Gasparri, come riporta l'Adnkronos, raccoglie l'invito alla piazza del Cavaliere: "Sono particolarmente lieto dell'annuncio del presidente Berlusconi dell'adesione di Forza Italia alla manifestazione contro il governo, che si terrà a Roma, in piazza San Giovanni, sabato 19 ottobre. Il governo si appresta a prelevare una montagna di miliardi dalle tasche delle famiglie italiane. Le tasse in più ci sono, anche se tentano goffamente di nasconderle. Quindi bisogna contestare e contrastare questo governo sia nel Parlamento, come faremo con i gruppi di Forza Italia, sia nel Paese, come faremo insieme al centrodestra unito nella manifestazione romana".-

L'EUROPA DI MACRON E' GIA' FINITA ?




Sylvie Goulard non ce l’ha fatta. L’Europarlamento ha, in seconda audizione, travolto la politica liberale e attuale vicegovernatore della Banca di Francia designata dal presidente francese come commissario nella squadra di Ursula von der Leyen respingendone a larga maggioranza la nomina. La trappola del gruppo europarlamentare del Partito popolare europeo a Macron riesce e la Goulard viene respinta ad ampia maggioranza dalle Commissioni mercato e industria: 82 eurodeputati avrebbero votato contro, 29 a favore e uno si sarebbe astenuto nello scrutinio sulla nomina della Goulard a Commissario al mercato interno e alla Difesa.

A essere messo a repentaglio ora è l’intero assetto politico su cui, nell’estate scorsa, è nata la “formula Ursula”. Tanto decantata da essere presentata da Romano Prodi come idealtipo della nuova maggioranza giallorossa in Italia. Ma in realtà frutto di un accordo di potere tra Angela Merkel ed Emmanuel Macron, a cui si sono aggiunti gli Stati dell’Europa “carolingia” (i Paesi del Benelux e l’Austria innanzitutto) e la Spagna satellite di Berlino premiata con le deleghe alla politica estera comune. Una formula con cui Macron ha voluto prendersi un vantaggio politico esterno allo scrutinio dell’Europarlamento in cui il gruppo del suo partito, En Marche!, è di dimensione largamente inferiore alle grandi famiglie tradizionali, i popolari e i socialisti.
Ai gruppi europarlamentari non è andato giù, in particolar modo, il disprezzo di Macron per il metodo degli Spitezenkandidaten che avrebbe portato a scegliere entro l’emiciclo di Strasburgo il nuovo presidente della Commissione. La bocciatura della Goulard, in particolare, è la trappola con cui il Ppe ripaga tale mossa e, al tempo stesso, segnala come la principale alleata di Macron, Angela Merkel, fatichi a tenere il timone della sua rappresentanza continentale. 
La settimana scorsa la Goulard è stata sottoposta a un fuoco di fila di domande scomode sugli scandali che l’hanno coinvolta, relativi a rimborsi e compensi per consulenze di difficile tracciabilità, e sulla sua visione politica per il mandato inizialmente affidatole, che lasciava presagire l’inedito fronte che l’ha respinta. Il Ppe contestava la sua volontà di portare in Europa i piani macroniani di una difesa continentale autonoma, già messi in secondo piano dalla von der Leyen, i Verdi la mancanza di chiarezza sull’ambiente, il “pirata” ceco Marcel Kolaja ha messo il dito nella piaga della vaghezza delle strategie sull’agenda digitale.

Popolari, conservatori, verdi e sovranisti hanno votato compatti contro la Goulard, mentre solo i liberali e (con qualche incertezza) i socialisti l’hanno sostenuta: sul commissario del Paese più rilevante nel patto che ha dato alla von der Leyen le chiavi di Bruxelles la “maggioranza Ursula” si è sciolta come neve al sole. Il gruppo europeo di Macron ha pagato a duro prezzo la sua forte ostilità contro i primi commissari bocciati da Strasburgo, la rumena socialista Rovana Plumb e il popolare ungherese, László Trócsányi, respinti a settembre dalla commissione Giustizia, subendo il contrattacco popolare; il Presidente francese, che ora accuse manovre contro Parigi, ha pagato la reazione calcolata e prudente del leader ungherese Viktor Orban, che dimostrandosi accomodante con la bocciatura del suo uomo ha fornito la sponda al Ppe per servire a freddo la vendetta; la presidente della Commissione, infine, non ha saputo proteggere la sua donna chiave con le dovute alleanze politiche, e su questo Macron non ha tutti i torti nell’accusare l’ex ministro della Difesa di Berlino di “meschinità“.

A essere messe a repentaglio ora sono le chances della stessa Commissione di incassare il via libera definitivo dall’emiciclo di Strasburgo, nel caso in cui la fragile maggioranza che la sostiene perdesse ulteriormente pezzi. Non bisogna dimenticare che la von der Leyen ha avuto il via libera come presidente della Commissione solo grazie al vero e proprio “appoggio esterno” del Partito Giustizia e Libertà polacco e del Movimento Cinque Stelle, e che una frattura popolari-liberali potrebbe risultare fatale. Non è un caso che si cominci a parlare di dilazione dei tempi per la costituzione della “squadra Ursula” e per il voto ?finale sulla sua entrata in carica. Strasburgo sarà un Vietnam nei prossimi mesi, e chi rischia più di tutti è proprio Macron.-

Lo scacco matto di Erdogan 

all'Ue.

 

La Turchia attacca la Siria. L'Ue protesta ma non fa nulla: così è finita vittima del ricatto orchestrato da Ankara.

 





I tempi sono importanti, in politica. Soprattutto in quella internazionale. Solo una settimana fa, giovedì e venerdì scorso, il ministro dell'Interno della Germania, Horst Seehofer, vola in Grecia ed ad Ankara per discutere con Erdogan della situazione migratoria nell'Egeo.




 
Pochi giorni dopo, Trump annuncia il ritiro delle truppe americane dagli avamposti in Siria e il sultano può dare il via alla sua operazione militare. Senza analizzare le reazioni delle altre grandi potenze, quello che emerge in queste ore è l'incapacità dell'Ue di incidere nelle decisioni internazionali. L'Europa balbetta qualcosa, non è d'accordo ma non può spingersi troppo oltre. E c'è un motivo: Erdogan ha puntato il missile migranti verso Bruxelles e sa di poter tirare la corda finanche a spezzarla. È lui ormai a dettare i ritmi.

Durante il suo ultimo intervento al Parlamento di Ankara, il presidente turco ha esternato quello che le cancellerie europee avevano già capito nelle ultime settimane. Ovvero che la Turchia porterà avanti la sua "Primavera di Pace" (simpatico nome per definire un'azione di guerra in pieno autunno) checché ne dica Bruxelles. "Ehi Ue, sveglia - ha gridato Erdogan - Ve lo ridico: se tentate di presentare la nostra operazione lì come un'invasione, apriremo le porte e vi invieremo 3,6 milioni di migranti". Più chiaro di così, si muore.

Il problema, per la Germania e l'intera Ue, è che la Grecia è al collasso. La Turchia ha lasciato passare migliaia di richiedenti asilo durante tutta l'estate, ingolfando il sistema di accoglienza di Atene. Le isole nell'Egeo sono allo stremo. A Samos sorge una città sopra la città e ormai c'è un migrante per ogni cittadino. A Lesbos, Kos, Chios e Leros a fronte di appena 6.300 posti per l'accoglienza ci sono oltre 30mila immigrati. La situazione non è sostenibile, ma ore l'Ue paga tutte le sue colpe.

Per capire come la Turchia tenga davvero per il guizaglio l'Europa basta andare nei campi profughi greci. IlGiornale.it ha raccolto le testimonianze dei siriani, vessati dagli africani; dei bambini costretti a vivere in campi indegni; delle donne violentate e abusate nel silenzio; e dei cittadini europei esasperati da un'immigrazione sempre più massiccia (leggi qui l'intero reportage).

Solo un effettivo accordo di redistribuzione tra i Paesi Ue permetterebbe di disinnescare la miccia turca: la Grecia, l'Italia e la Bulgaria sarebbero alleggerite da un peso insopportabile, rendendo inutili le intimidazioni turche. Ma il patto di Malta, sventolato come la panacea di tutti i mali, si è rivelato un bluff. Così come la riforma del regolamento di Dublino resta ferma al palo. L'unica idea venuta a Berlino e Parigi è stata quella di andare a Ankara per trattare l'invio di nuovi fondi. Erdogan chiede i 3 miliardi promessi (e mai versati) da Bruxelles, oltre - probabilmente - a nuovi impegni economici.
Le debolezze dell'Ue sono la forza di Erdogan. Per questo può permettersi di minacciare l'invio di 3,6 milioni di migranti e di avviare un'offensiva militare contro i curdi senza che nessuno si opponga.

Certo, i Paesi Ue hanno condannato l'attacco. Ma oltre le parole, c'è molto poco: "L'Ue ribadisce il sostegno all'unità, la sovranità e l'integrità territoriale della Siria", dice la Commissione, ma per ora resta a guardare. Difficile immaginare che, come chiesto da Fratelli d'Italia, Bruxelles poissa comminare sanzioni contro Ankara. Il risultato sarebbe quello di ritrovarsi la rotta balcanica di nuovo libera dalla diga costruita dalla Turchia e pagata 6 miliardi di euro dall'Europa. Quindi per ora Bruxelles protesta senza interferire. Vittima dello scacco matto di Erdogan.-

giovedì 10 ottobre 2019

LA "VENDETTA DI SALVINI: SI' PUO' FARE LUCE SULLO SPYGATE.




Come da previsioni, il deputato della Lega Raffaele Volpi è stato eletto presidente del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica. L’ex sottosegretario alla Difesa succede a Lorenzo Guerini, che aveva lasciato l’incarico dopo la nomina a ministro della Difesa.

Secondo quanto riferito dall’Adnkronos, dopo l’elezione di ieri del neo presidente Raffaele Volpi, si va verso una riunione dell’Ufficio di presidenza del Copasir all’inizio della settimana prossima. Oggi si è svolto solamente la seduta che ha incoronato Volpi al vertice del Comitato con sei voti, mentre sono state tre le schede bianche e una la preferenza per Elio Vito (Fi).

Non si sarebbe dunque fatto alcun riferimento al calendario dei lavori e alla delicata questione dell’audizione del premier Giuseppe Conte per il cosiddetto “Russiagate”. Il calendario dei lavori e quindi delle prossime audizioni, da quanto trapela, sarà deciso la settimana prossima nell’ambito di un Ufficio di presidenza che potrebbe essere convocato a inizio settimana. Nel frattempo, però, Conte ha già detto di esser pronto a riferire al Copasir.

Dopo la doppia visita di William Barr e John Durham in Italia, il 15 agosto e il 27 settembre, il premier aveva spiegato che, prima di esprimersi pubblicamente su tale vicenda, si riservava di riferire al Copasir per correttezza istituzionale, anche se qualcosa è già trapelato. Conte, colui che autorizzò l’incontro tra il capo del Dis Gennaro Vecchione e William Barr, ha spiegato di averlo fatto per cercare “nell’interesse dell’Italia di chiarire quali fossero le informazioni degli Stati Uniti sull’operato dei nostri Servizi all’epoca dei governi precedenti”.
Con la nomina di Raffaele Volpi al Copasir, la Lega (e il centrodestra) può pungolare Conte sulla vicenda Russiagate/Spygate, appurato il fatto che fu proprio il presidente del Consiglio ad autorizzare gli incontri fra Vecchione e William Barr. La presidenza del Copasir permette a Matteo Salvini e a tutto il centrodestra di chiedere e pretendere la massima chiarezza su un caso che presenta numerosi punti oscuri.

L’inchiesta si allarga: vertice tra 007?

Come abbiamo già spiegato, l’indagine condotta dal team investigativo guidato dal procuratore John Duhram e dall’Attorney general William Barr verte sull’operato delle agenzie federali alle origini del Russiagate: l’obiettivo dell’indagine di Washington è inoltre quello di stabilire se il nostro governo o i nostri servizi – nel periodo dei governi Renzi e Gentiloni – abbiano collaborato con i democratici per cospirare contro la campagna di Donald Trump insieme ad Australia e Regno Unito.

Come riporta Fox News, Durham sta sondando una linea temporale più ampia di quanto precedentemente noto, secondo diversi funzionari dell’amministrazione Trump: il periodo preso in esame va dal 2016 – prima delle elezioni presidenziali di novembre – fino alla primavera del 2017, quando Robert Mueller viene nominato procuratore speciale per il Russiagate.

Nel frattempo, a Roma, a quanto si apprende dalle agenzie, l’indagine degli 007 americani sul ruolo del nostro Paese prosegue senza sosta. Si è tenuto ierimattina, a quanto apprende l’Adnkronos, un vertice tra i servizi segreti americani e quelli italiani nella sede del Dis a Roma. Il summit con la Cia sarebbe avvenuto a metà mattinata e avrebbe affrontato “svariati temi operativi”. 

All’incontro con la Central intelligence agency hanno partecipato i massimi vertici dei nostri 007, ovvero il generale Luciano Carta per l’Aise, il prefetto Mario Parente per l’Aisi, e il direttore del Dis Gennaro Vecchione padrone di casa. Nel corso della riunione con il capo della Cia, programmata oltre due mesi e mezzo fa, “non si è toccato il tema del Russiagate ma altre questioni programmate da tempo”, fanno sapere fonti bene informate, compresa la prossima visita negli Stati Uniti del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

La visita di Sergio Mattarella negli Stati Uniti

La visita del Capo dello Stato Mattarella negli Stati Uniti tra il 15 e il 20 ottobre si preannuncia “caldissima” e molto delicata dopo la visita di William Barr e John Durham a Roma, con il dibattito politico americano tutto incentrato sull’impeachment e sulla vicenda dello Spygate. Gli uomini vicini al presidente Trump vogliono sapere dove si trova Joseph Mifsud; chi lo ha protetto in questi mesi; quali sono i suoi possibili legami con l’intelligence.

Barr e Durham hanno tra le mani la deposizione del docente maltese scomparso nel nulla da diversi mesi, dove quest’ultimo farebbe alcune rivelazioni clamorose. Ed è proprio sulla base di questa deposizione che William Barr e John Durham hanno chiesto un riscontro alla nostra intelligence.

Come anticipato da IlGiornale.it, Joseph Mifsud ha fornito in estate una deposizione audio a Durham e al Congresso Usa. Secondo quanto riportato dal giornalista investigativo John Solomon su The Hill, “Mifsud era un collaboratore di vecchia data dei servizi di intelligence occidentali cui venne richiesto specificatamente dai suoi contatti alla London Center of International Law Practice (Lcilp) di incontrare Papadopoulos a pranzo a Roma a metà marzo 2016″.-

Missione dura per Bond, 

Giuseppe Bond.

 


Tutti gli esseri umani diceva Gabriel Garcia Márquez hanno tre vite: pubblica, privata e segreta. 

 

 
Giuseppe Conte non fa eccezione, anzi, per quella segreta ha una particolare passione al punto di tenere per sé la delega ai servizi segreti che solitamente è affidata a un sottosegretario. Del resto il suo governo, anzi i suoi due governi hanno radici profonde nella Link University, una sconosciuta università romana che prepara i quadri delle spie italiane e presso la quale hanno lavorato ministri e vice che si sono succeduti negli ultimi due anni.

I servizi segreti sono cosa seria e fondamentale per la sicurezza dello Stato fino a che restano segreti e leali alle istituzioni. Viceversa, se come sta accadendo in questi giorni servizi e politica si scambiano i ruoli e avvengono fughe di notizie su dossier delicati, allora la situazione non promette nulla di buono. Perché Conte questa estate si sia messo a fare lo 007 incontrando e autorizzando incontri dei nostri vertici dello spionaggio con inviati del governo americano a caccia di notizie riservate sul Russia gate è un mistero. E altrettanto anomalo è il fatto che sia diventato di pubblico dominio.

Quando ci sono di mezzo gli spioni, nulla avviene per caso e, soprattutto, nulla avviene gratis. Tutto è uno scambio di «prigionieri», che a volte sono uomini in carne ed ossa, altre volte notizie, altre ancora favori. E chi sgarra, paga.

Tutti questi movimenti c'entrano per caso con la frettolosa uscita di scena di Matteo Salvini dal precedente governo? C'è qualche relazione con l'inchiesta sui rubli che Mosca avrebbe promesso in cambio di appalti a uomini della Lega? Il famoso tweet di Trump «Bravo Giuseppi» era politico o un ringraziamento per qualche indicibile favore ricevuto?

Chissà, certo i tempi di tutte queste cose coincidono alla perfezione. Sta di fatto che Salvini, forse non a caso, ha fatto il diavolo a quattro per piazzare e ieri ci è riuscito un suo uomo fidato, Raffaele Volpi, a capo del Copasir (la Commissione parlamentare di controllo sui servizi segreti) al posto del dimissionario Lorenzo Guerini, diventato ministro della Difesa.

Prepariamoci, quindi, a una guerra tra spie di fazioni opposte i pro Conte e i pro Salvini - senza esclusione di colpi. Per Giuseppe Conte, alias agente Giuseppi Bond, la missione si fa dura.-

mercoledì 9 ottobre 2019

Strage dei porti aperti.

 

Donne e bimbi annegati a Lampedusa. Più barconi partono, più morti ci sono.

 

Decine di morti il bilancio è ancora incerto e provvisorio soprattutto donne e bambini. 

 

 

 
 
 
È successo nell'ennesimo naufragio al largo di Lampedusa di un barcone carico di immigrati.
Con Salvini al governo e ministro dell'Interno tutto sarebbe stato chiaro e oggi i giornali titolerebbero: «Strage dell'Italia fascioleghista», il Pd sarebbe in piazza a manifestare il suo sdegno, Saviano girerebbe per talk show a pontificare contro «quel criminale del Papeete».

Oggi invece non c'è nessun «criminale» da mettere all'indice, nessuna colpa di Stato da enfatizzare. Sotto i governi di sinistra si muore e la cosa finisce lì, soprattutto tutti zitti e «basta con le strumentalizzazioni che noi siamo gente seria».

Per noi invece i morti sono tutti uguali e ben sappiamo che l'Italia di ogni colore politico si è sempre prodigata per evitarli. Ma prendiamo atto che la recente (e archiviata da questo governo) politica del rigore in quanto a vittime ha dato i suoi risultati: dai cinquemila inghiottiti dal mare nel 2016, anno clou dell'accoglienza senza se e senza ma, si è passati ai circa 500 di quest'anno, anno dei «porti chiusi». La percentuale tra immigrati partiti e immigrati morti nell'attraversamento è praticamente la stessa, ma siccome la matematica non è una opinione meno partenze uguale meno morti.

Che alla fine è quello che conta, almeno per chi ha a cuore le singole vite umane più delle percentuali.

Ci manca la controprova, ma chissà se la sciagurata spedizione dell'altra sera sarebbe partita sapendo che dall'altra parte del mare i porti erano chiusi. Chissà se altri salperanno nelle prossime ore con il mare agitato avendo letto che ora l'Italia accoglierà tutti e che l'Europa è pronta a fare la sua parte spartendosi automaticamente gli arrivati.

Cioè chissà se anche in buonafede non ci stiamo rendendo complici di stragi di donne e bambini e che in attesa di tempi migliori (per i quali occorre lavorare) deve valere la regola del meno peggio: meglio un bambino vivo in Libia che morto in mezzo al Mediterraneo. A volte anche un cinico marketing può aiutare ad evitare disgrazie come quelle dell'altra notte.-

Umbria, pioggia di soldi 

per il sisma alle aziende 

del candidato Pd-M5s.

 

Più dell'80% dei fondi per la ricostruzione di Norcia sono finiti alle società di Vincenzo Bianconi. Nelle sue mani anche le forniture per le mense dei moduli abitativi e il trasporto scolastico.




A meno di tre settimane dalle elezioni regionali in Umbria, un bufera politica si abbatte sul candidato giallorosso. 

 

 
 
 
Stando alle carte fornite dal sindaco di Norcia, Nicola Alemanno (Forza Italia), che il Corriere dell'Umbria oggi ha pubblicato in esclusiva, alle società di Vincenzo Bianconi sarebbe finito più dell'80% di tutti i fondi destinati alla ricostruzione di Norcia dopo il drammatico terremoto che ha devastato il Centro Italia nell'agosto del 2016. Solo nelle casse dei suoi hotel, tanto per fare un esempio, sono finiti ben 6 milioni di euro. E non finisce qui: oltre ad aver vinto la gara per il trasporto scolastico, si è anche aggiudicato le forniture per le mense dei moduli abitativi. Complessivamente 9 milioni di euro nel giro di un paio di anni.

Ad accendere i riflettori su Bianconi, che alle elezioni comunali aveva sostenuto Alemanno, è stata un'interrogazione presentata in consiglio comunale de "Noi per Norcia", una lista civica vicina al Partito democratico, lo scorso 19 agosto, prima cioè dell'inciucio siglato da Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio per provare ad arginare l'avanzata del centrodestra alle regionali. L'obiettivo della sinistra era di far luce sui lavori di ricostruzione degli alberghi a San Benedetto. Dei 27 alberghi, che sono riusciti a sopravvivere al sisma del 2016, soltanto tre hanno chiesto e ottenuto i fondi pubblici per la ristrutturazione e di questi, secondo le carte pubblicate oggi dal Corriere dell'Umbria, soltanto i due che appartengono alle società di Bianconi, sono riusciti a ottenere, almeno per il momento, i decreti che sbloccano i soldi. Nelle casse dell'hotel "Grotta Azzurra" sono stati, infatti, destinati 5,5 milioni di euro, mentre all'hotel "Les Dependances" di Anna Pizzichini dovrebbero toccare 340mila euro di euro.

Nelle casse delle società di Bianconi, poi, non sarebbero arrivati soltanto i soldi stanziati per la ricostruzione di Norcia. Stando ai numeri resi pubblici dal sindaco di Forza Italia, infatti, il presidente di Federalberghi ha potuto contare anche sui 42.900 euro incassati dal 30 gennaio 2017 dopo aver vinto, tramite lo Sporting Hotel Salicone, il bando per le mense dei moduli abitativi e collettivi e sugli 800mila euro ottenuti dalla stessa azienda dopo essersi aggiudicata un'altra gara il 21 aprile dello stesso anno. E non finisce qui: il 4 settembre 2017 ottiene altri 16mila euro per una nuova fornitura dei pasti a cui, il 14 settembre 2017, vanno ad aggiungersi 825mila euro. La stessa cifra, come riporta ancora il quotidiano diretto da Davide Vecchi, gli viene poi versata anche l'anno successivo. Per il 2019, invece, il vincitore del bando, che è stato presentato il 9 agosto, è ancora da decretare.

Se si passa dalle forniture al trasporto scolastico, la musica non cambia. E tutte le voci sono in capo ad aziende riconducibili a Bianconi. È, infatti, sempre il Salicone ad aggiudicarsi una prima gara da oltre 90mila euro e a replicare con altre tre tornate da 93.495 euro per il biennio 2018-2019, 42mila euro e 14.920 euro per i mesi di settembre e dicembre 2019. Sentito dal Corriere dell'Umbria, il numero uno di Federalberghi ha già fatto sapere che, "per evitare il conflitto di interessi, qualora fosse eletto presidente, si dimetterebbe da ruoli di controllo del gruppo".-

martedì 8 ottobre 2019

Approvato il taglio dei 

parlamentari.

 

Approvata in via definitiva la legge che riduce a 400 i deputati e a 200 i senatori. E il Pd vota sì dopo averla bocciato tre volte.

 



È arrivato con 553 voti a favore il sì definitivo al disegno di legge per il taglio dei parlamentari che riduce a 400 il numero dei deputati.


L'iter della riforma, però, non si conclude oggi: parlamentari, elettori o Regioni possono ancora chiedere un referendum confermativo per stoppare tutto. Inoltre la maggioranza ha raggiunto un'intesa per avviare entro la fine dell'anno un percorso che porti a una nuova legge elettole.


Il provvedimento approvato oggi è caro ai 5 Stelle e su di esso si è misurata anche la tenuta del governo: fin dalla nascita della maggioranza, infatti, i grillini hanno sottolineato come il voto di oggi venga considerato la prima prova di fiducia da parte del Partito democratico.

Ma dai dem, fin da subito, è trapelata la volontà di approvare il ddl, nonostante lo abbia bocciato nelle tre votazioni precedenti (due al Senato e una alla Camera). E il sì è stato annunciato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Simona Malpezzi (Pd): "Non è cambiato il testo della legge a cui noi del Pd abbiamo votato no per tre volte, è cambiato il contesto", ha spiegato, "Abbiamo dato un nuovo vestito a questa riforma, che non è più la sforbiciata in sé in chiave populista". Una giravolta confermata anche da Graziano Delrio: "Pensavamo e pensiamo che il Parlamento non sia un luogo oscuro ma la casa della democrazia", ha sottolineato, "Il nostro no era a difesa di questa istituzione e proprio perché abbiamo ottenuto garanzie a questi principi ora diciamo sì convintamente".

Tra i gruppi favorevoli - oltre ovviamente al M5S nonostante i malumori di alcuni deputati - anche Italia Viva che considera il ddl "una ripartenza" delle riforme avviate da Matteo Renzi e bloccate dal referendum del 4 dicembre 2016. Ma pure la Lega: "Le tecniche parlamentari sono variegate... il nostro è un voto favorevole senza se e senza ma. Il governo però deve dimostrare di avere i numeri", ha confermato Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato poco prima che arrivasse il via libera di Matteo salvini. Sì anche di Forza Italia e Fratelli d'Italia. "I nostri voti sono stati decisivi nel corso dell’iter parlamentare e lo rivendichiamo con orgoglio", ha detto la leader Giorgia Meloni.
Ma il centrodestra ora chiede a gran voce una riforma presidenziale e soprattutto la fine della nomina dei senatori a vita. Critiche anche al Pd per il repentino cambio di opinione. Una mossa che sembra dettata più che altro da un'opportunità politica.

Contrari Maurizio Lupi (Nci) e Lorenzo Cesa (Udc): "Il taglio dei parlamentari non associato ad un cambio di legge elettorale è un atto grave", dicono. Critiche anche da Francesco Laforgia (Leu) secondo cui parlare di "taglio delle poltrone" quando ci si riferisce alle riforme costituzionali "è per me insostenibile".-

Inferno alla Stazione 

Termini, ostaggio di 

pusher e sbandati.

 

I residenti: "Ormai Termini è terra di nessuno". Gli agenti di polizia sono in affanno: "Siamo sotto organico e i delinquenti che chi arrestiamo oggi, domani li ritroviamo di nuovo in strada". E la Raggi non muove un dito.



Furti, spaccio, aggressioni e prostituzione notturna. La stazione Termini di Roma offre un’ampia gamma di reati nei quali turisti, lavoratori e residenti si imbattono quotidianamente.


 
 

È di pochi giorni fa la notizia dell’arresto di 12 algerini che, pur vivendo stabilmente in Francia e Spagna, frequentavano lo scalo esclusivamente per delinquere. Chi frequenta il perimetro della stazione deve fare la gincana tra ladri, spacciatori e clochard ubriachi. “Ormai hanno capito che qui possono fare di tutto, rubare, ubriacarsi, spaccare bottiglie, tanto è diventata terra di nessuno”, dice Alessandro Vallocchia, portavoce del Comitato Difesa Esquilino Monti. "È una situazione completamente allo sbando: ti può succedere qualsiasi cosa”, aggiunge confermandoci una prassi che è divenuta consolidata, ossia che molti ormai "non vanno più nemmeno a fare le denunce”.

Poliziotti sotto organico e sotto assedio


Le forze dell’ordine, dal canto loro, fanno quel che possono. “Siamo sotto organico e, poi, ovviamente c’è sempre il problema che chi arrestiamo oggi, domani lo ritroviamo di nuovo in strada a commettere esattamente lo stesso crimine”, spiega Michele Sprovara, segretario generale aggiunto di Roma del sindacato di polizia Coisp. Ma non solo. Molto spesso sono gli stessi agenti ad essere oggetto di aggressioni da parte degli sbandati che si aggirano a ridosso dei binari, per la maggior parte migranti nordafricani. Uno dei casi più recenti, racconta il Messaggero, è quello di un ghanese di 35 anni che, dopo essere salito a bordo di un treno sprovvisto di biglietto, è stato fermato, ammanettato e denunciato per resistenza a pubblico ufficiale. L’uomo, infatti, una volta fuori dalla stazione, ha preso un sasso e lo ha scagliato contro un’auto parcheggiata in via Marsala, colpendo anche gli agenti della PolFer.

Se a piazzale dei Cinquecento, l'ingresso principale della stazione, le barriere dei lavori in corso hanno contribuito ad allontanare i clochard, all'interno della struttura e nelle vie limitrofe verso le otto di sera decine di persone iniziano a preparare i propri giacigli. Di notte i dintorni di Termini si trasformano in un girone infernale. Il lato di via Giolitti è in mano agli spacciatori che si riuniscono in piccoli gruppi sotto le insegne di un noto fast food, importunando chiunque passi da quelle parti per cercare di smerciare qualche grammo di hashish.

Roma alle prese con la carenza di posti letto per clochard.

Dall'altra parte invece, in via Marsala, dopo il tramonto decine di senzatetto italiani e stranieri si sistemano sui cartoni o si avvolgono nei sacchi a pelo. Qui incontriamo Alessandro Radicchi, presidente di Binario 95, un’associazione che dal 2002 si occupa di aiutare gli emarginati che ruotano attorno alla stazione. Ci spiega che qui migranti “si sentono protetti dalla presenza degli agenti della polizia ferroviaria". "Che poi - aggiunge - sono gli stessi che li cacciano via”. La maggior parte di loro appena arriva a Roma, si rivolge all’ufficio immigrazione per fare domanda di protezione umanitaria. Ma la lista d’attesa è lunga. Per ottenere un documento possono passare anche due o tre mesi.

Un ragazzo del Mali, che si ripara dal freddo coperto da uno scatolone sulla stessa via, è in strada da diverse settimane. È arrivato da Foggia, dove lavora come bracciante agricolo, per rinnovare i documenti. E nell'attesa si è sistemato con alcuni connazionali a ridosso della stazione. "A Roma ci sono circa 20mila richieste da parte di persone in condizioni di fragilità, ma i posti letto messi a disposizione sul territorio sono soltanto 750", spiega Radicchi. "Se non si danno risposte a queste persone - continua - è inevitabile una parte di loro finisca nel giro della malavita”. Le associazioni del terzo settore chiedono alla politica di intervenire aumentando i posti letto disponibili di almeno 300 unità l'anno, per arrivare ad un'offerta congrua di almeno 2mila posti letto.

"In mezzo a questo esercito di vagabondi - ricorda - ci sono anche tanti italiani stremati dalla crisi". "Anziani senza pensione sociale, che non hanno un tetto sopra la testa e che devono guardarsi le spalle per evitare di essere aggrediti", ci dice Fabrizio Lastei, residente della zona e membro del volontariato cattolico, che la notte distribuisce cibo e bevande calde ai clochard. "Il tutto - denuncia - senza il minimo interesse del Comune di Roma”.-

Inferno alla Stazione Termini, 

ostaggio di pusher e sbandati.

 

I residenti: "Ormai Termini è terra di nessuno". Gli agenti di polizia sono in affanno: "Siamo sotto organico e i delinquenti che chi arrestiamo oggi, domani li ritroviamo di nuovo in strada". E la Raggi non muove un dito.



Furti, spaccio, aggressioni e prostituzione notturna. La stazione Termini di Roma offre un’ampia gamma di reati nei quali turisti, lavoratori e residenti si imbattono quotidianamente.












È di pochi giorni fa la notizia dell’arresto di 12 algerini che, pur vivendo stabilmente in Francia e Spagna, frequentavano lo scalo esclusivamente per delinquere. Chi frequenta il perimetro della stazione deve fare la gincana tra ladri, spacciatori e clochard ubriachi. “Ormai hanno capito che qui possono fare di tutto, rubare, ubriacarsi, spaccare bottiglie, tanto è diventata terra di nessuno”, dice Alessandro Vallocchia, portavoce del Comitato Difesa Esquilino Monti. "È una situazione completamente allo sbando: ti può succedere qualsiasi cosa”, aggiunge confermandoci una prassi che è divenuta consolidata, ossia che molti ormai "non vanno più nemmeno a fare le denunce”.

Poliziotti sotto organico e sotto assedio


Le forze dell’ordine, dal canto loro, fanno quel che possono. “Siamo sotto organico e, poi, ovviamente c’è sempre il problema che chi arrestiamo oggi, domani lo ritroviamo di nuovo in strada a commettere esattamente lo stesso crimine”, spiega Michele Sprovara, segretario generale aggiunto di Roma del sindacato di polizia Coisp. Ma non solo. Molto spesso sono gli stessi agenti ad essere oggetto di aggressioni da parte degli sbandati che si aggirano a ridosso dei binari, per la maggior parte migranti nordafricani. Uno dei casi più recenti, racconta il Messaggero, è quello di un ghanese di 35 anni che, dopo essere salito a bordo di un treno sprovvisto di biglietto, è stato fermato, ammanettato e denunciato per resistenza a pubblico ufficiale. L’uomo, infatti, una volta fuori dalla stazione, ha preso un sasso e lo ha scagliato contro un’auto parcheggiata in via Marsala, colpendo anche gli agenti della PolFer.

Se a piazzale dei Cinquecento, l'ingresso principale della stazione, le barriere dei lavori in corso hanno contribuito ad allontanare i clochard, all'interno della struttura e nelle vie limitrofe verso le otto di sera decine di persone iniziano a preparare i propri giacigli. Di notte i dintorni di Termini si trasformano in un girone infernale. Il lato di via Giolitti è in mano agli spacciatori che si riuniscono in piccoli gruppi sotto le insegne di un noto fast food, importunando chiunque passi da quelle parti per cercare di smerciare qualche grammo di hashish

Roma alle prese con la carenza di posti letto per clochard

Dall'altra parte invece, in via Marsala, dopo il tramonto decine di senzatetto italiani e stranieri si sistemano sui cartoni o si avvolgono nei sacchi a pelo. Qui incontriamo Alessandro Radicchi, presidente di Binario 95, un’associazione che dal 2002 si occupa di aiutare gli emarginati che ruotano attorno alla stazione. Ci spiega che qui migranti “si sentono protetti dalla presenza degli agenti della polizia ferroviaria". "Che poi - aggiunge - sono gli stessi che li cacciano via”. La maggior parte di loro appena arriva a Roma, si rivolge all’ufficio immigrazione per fare domanda di protezione umanitaria. Ma la lista d’attesa è lunga. Per ottenere un documento possono passare anche due o tre mesi.

Un ragazzo del Mali, che si ripara dal freddo coperto da uno scatolone sulla stessa via, è in strada da diverse settimane. È arrivato da Foggia, dove lavora come bracciante agricolo, per rinnovare i documenti. E nell'attesa si è sistemato con alcuni connazionali a ridosso della stazione. "A Roma ci sono circa 20mila richieste da parte di persone in condizioni di fragilità, ma i posti letto messi a disposizione sul territorio sono soltanto 750", spiega Radicchi. "Se non si danno risposte a queste persone - continua - è inevitabile una parte di loro finisca nel giro della malavita”. Le associazioni del terzo settore chiedono alla politica di intervenire aumentando i posti letto disponibili di almeno 300 unità l'anno, per arrivare ad un'offerta congrua di almeno 2mila posti letto.

"In mezzo a questo esercito di vagabondi - ricorda - ci sono anche tanti italiani stremati dalla crisi". "Anziani senza pensione sociale, che non hanno un tetto sopra la testa e che devono guardarsi le spalle per evitare di essere aggrediti", ci dice Fabrizio Lastei, residente della zona e membro del volontariato cattolico, che la notte distribuisce cibo e bevande calde ai clochard. "Il tutto - denuncia - senza il minimo interesse del Comune di Roma”.-

domenica 6 ottobre 2019

"Agì con lucidità aggressiva": 

ecco il volto del killer 

di Trieste.

 

Dopo aver visionato i filmati della sicurezza interna della questura il gip convalida il fermo del dominicano.

 
 
Alejandro Augusto Stephan Meran non è un pazzo. Almeno per il gip che ha convalidato il suo arresto e che ha condiviso l'impianto accusatorio del pm.


 
 
 
Il 29enne dominicano che venerdì scorso ha imbracciato due pistole e ha ucciso Matteo Demenego e Pierluigi Rotta, rispettivamente di 31 e 34 anni, ha mostrato "lucidità" nella "manovra aggressiva" con cui prima ha ucciso i due agenti della questura di Trieste, ne ha ferito alla mano un terzo e poi, sempre sparando ad altezza d'uomo, "come si evince dai filmati tratti dalla sicurezza interna della questura" ha tentato l'omicidio "di almeno altri 8 agenti", tra cui tre addetti alla vigilanza degli uffici di via Tor Bandena, quattro agenti in forza alla Squadra mobile che erano nell'auto fuori è sono intervenuti per bloccarlo e di un altro poliziotto intervenuto dopo gli spari.

È questo il quadro che emerge nel decreto di fermo vergato dal pm Federica Riolino che, sostenendo la presenza di "gravi indizi" di colpevolezza, ha chiesto e ottenuto dal gip, la convalida della misura cautelare. Il 29enne si trovava in questura per il furto di uno scooter. Ha chiesto di andare in bagno e una volta uscito è riuscito a impossessarsi della pistola di Rotta e ad ucciderlo, poi ha ucciso anche Demenego e si è fatto largo nell'atrio della questura con le due semiautomatiche tolte alle vittime - particolare dedotto dalle immagini delle telecamere - prima di essere ferito all'inguine e bloccato da uno degli agenti della Mobile che rientrava in via Tor Bandena. Il fratello dell'arrestato ha sempre fatto riferimento a un disturbo psichico, ma il 29enne non era in cura in nessun servizio di igiene mentale del capoluogo. Per la procura "orientano per una semplice scarsa lucidità solo i farmaci rinvenuti all'esito della perquisizione domiciliare". Un elemento su cui, al momento, la difesa dell'indagato non si pronuncia, ma che avrà un ruolo centrale in sede processuale.

Adesso, Meran è piantonato all'ospedale di Cattinara di Trieste. In questa foto di qualche anno fa, che pubblichiamo in esclusiva, indossa una camicia con disegni floreali e ha il piercing all'orecchio sinistro. Si trova in compagnia del fratello Carlysle, entrambi sono sorridenti, come quando a quell'età ci si fa belli per andare a un party. Non è dato sapere se si trovino in Germania o a Ponte nelle Alpi dove ha abitato dal maggio 2017 all'agosto 2018 e dove avrebbe lavorato per qualche giorno come corriere espresso per una ditta. La foto segnaletica che invece hanno diffuso alcuni siti di informazione è ben diversa. Alejandro ha i capelli molto più corti e non ci sono sorrisi.

Fonti del Giornale.it hanno fatto sapere che la divulgazione degli audio non ha fatto piacere ai piani alti della questura "anche perché all’interno c’erano alcune notizie non precise" sulla dinamica. La divulgazione delle notizie ora è centellinata ed è stato chiesto, o meglio indicato, di non mandare in giro foto e video. Anche perché, precisano le fonti, si vuole evitare quanto successo a Roma per la fotografia dell’americano bendato. Negli ambienti vicini alla questura continuano a ripetere che "il momento è complicato" e "il dolore è tanto".-

Nel tradimento ciò che fa 

male è la complicità.

 

Perché anche un solo incontro sessuale dove non è affatto in gioco l'amore viene lo stesso considerato tradimento? Chi lo ha fatto ha l'impressione che sia una cosa da nulla, ma chi l'ha subito lo considera un atto gravissimo, imperdonabile: perché? Perché anche il semplice atto sessuale è la violazione di un tabù.


 
 
Quando due hanno fatto l'amore insieme, si sono spogliati, si sono mostrati nudi, abbracciati, baciati, hanno offerto all'altro il corpo, senza alcun freno. Ciascuno ha lasciato all'altro libertà di accesso ad ogni più riservata e segreta parte. Una volta iniziato il rapporto sessuale, si apre lo spazio ai desideri più capricciosi, vengono istantaneamente eliminati tutti i tabù e i freni. L'erotismo si esprime in percorsi naturali ma incredibili.

In sostanza essi si sono permessi dei gesti che prima, da estranei, erano proibiti. Se io per strada tocco il seno o il sedere ad una donna posso venire arrestato per molestie sessuali. La stessa azione invece è perfettamente lecita nel rapporto sessuale volontario. Coloro che lo fanno ne sono consapevoli. Per trovare una espressione che indica il loro nuovo tipo di rapporto, diciamo che hanno compiuto una infrazione, infranto le regole che valgono volontariamente e reciprocamente.

Questa violazione, nel linguaggio corrente fra due sposati o due amanti, viene considerato «tradimento». Il tradimento non nasce solo dal venir meno ad un impegno di esclusività sessuale. Se i due fanno l'amore perché ubriachi o drogati, l'atto può anche non essere vissuto come tradimento. Lo diventa se è volontario, perché crea un rapporto di complicità. Anzi possiamo dire che il singolo gesto erotico che conta è l'infrazione voluta insieme che modifica il rapporto.

Ora domandiamoci: dopo aver fatto tutte queste cose insieme, le due persone sono rimaste nello stesso tipo di relazione che avevano prima del loro incontro o sono cambiate? Sono cambiate perché, sia pure per un breve periodo di tempo, hanno abbattuto le barriere sociali e morali. Non è detto che lo facciano ancora, ma d'ora in poi possono farlo più facilmente. È questa complicità che viene vissuta come tradimento.-

Sciacalli sulla polizia.

 

Ventunmila interventi al giorno, 650mila in un mese, quasi otto milioni all’anno. Se le nostre forze di polizia fossero quel branco di incapaci mal addestrati, come qualche sciacallo sostiene in queste ore dopo l’uccisione di due agenti nella questura di Trieste, nel giro di poche settimane dei centomila poliziotti in servizio resterebbe ben poco e ogni giorno avremmo un funerale di Stato.

 
 
Basterebbero questi numeri per mettere a tacere le polemiche. Ma se volete ce ne sono altri che parlano dell’efficienza e della bravura dei ragazzi in divisa. A Trieste un controllo è andato storto, con le conseguenze drammatiche che conosciamo? Certo, è andato storto uno dei quattro milioni di controlli a persone che ogni anno vengono eseguiti, uno dei 16mila arresti (di cui mille in odore di terrorismo), una delle 67mila denunce. Come vedete, oltre al buon senso è la statistica a promuovere la preparazione dei nostri poliziotti.

I quali non fanno un mestiere qualsiasi. Ogni minuto sono alle prese con il peggio della società e il più delle volte hanno pochi secondi per decidere se estrarre o no la pistola, se mettere o no il colpo in canna, se tendere la mano a chi hanno di fronte o metterlo nel mirino. Basta una esitazione, una distrazione e succede, in un modo o nell’altro, il patatrac. Chi siamo noi per giudicare il loro operato? Sono uomini, in divisa e armati, ma pur sempre uomini, e come tutti a volte stanchi, a volte stressati dal lavoro e dai loro problemi personali.

Chi siamo noi per giudicarli sdraiati sul divano di casa - «ma come hanno fatto quei due lì a farsi fregare la pistola?» - sicuri che al primo allarme uno di loro verrà ad aiutarci, se non a salvarci, pur non sapendo se lo accoglieremo con un sorriso o con una bastonata? Come quando cade un aereo o un pilota schianta in corsa, gli incidenti non servono per processare i morti ma per aiutare i vivi migliorando di volta in volta regole e tecniche. Invece che imbastire squallidi processi sommari alle forze dell’ordine, concentriamoci sul fatto che un immigrato delinquente ha ucciso due nostri bravi poliziotti. E giù le mani da tutto il resto. -

sabato 5 ottobre 2019

Cecina, aggredisce due 

poliziotti: straniero 

scarcerato subito.

 

Una poliziotta ha riportato un'ischemia dopo i calci ricevuti da un russo. Ma per lui soltanto l'obbligo di firma.

 







 Due poliziotti sono finiti in ospedale a Cecina dopo essere stati aggrediti da un uomo di nazionalità russa. 




Una poliziotta ha riportato un'ischemia nell'aggressione, a causa dei calci ricevuti al petto. E il colpevole, processato per direttissima, è stato scarcerato. A denunciare l'accaduto è il Sindacato autonomo di polizia. I fatti sono accaduti nella serata di venerdì. L'altro agente ha riportato lo stiramento del rachide con dieci giorni di prognosi.

 

"Lo straniero – ha affermato Stefano Paoloni, segretario generale del Sap – è stato arrestato e, nonostante ciò, ha continuato ad insultare e sputare verso gli agenti.

Processato per direttissima questa mattina, nonostante la richiesta di custodia in carcere da parte del pm, lo straniero è stato scarcerato e gli è stato imposto l’obbligo di firma in commissariato, con orario da concordare per non essere danneggiato sul lavoro. In questo modo si continua a legittimare la violenza contro gli uomini in divisa. Sono trascorse meno di 24 ore e Trieste ancora non ha insegnato nulla".

Secondo alcune indiscrezioni, l'aggressore sarebbe stato ubriaco.-

venerdì 4 ottobre 2019

Trieste, spari in questura. 

Morti 2 agenti, fermati 

i killer.

 

Due dominicani portati in questura avrebbero avuto una colluttazione. Sfilata la pistola ad un agente è partita la sparatoria.

 



Spari e panico poco prima delle 17 a Trieste. Due uomini, due fratelli dominicani, portati in questura per alcuni accertamenti riguardo ad una rapina di questa mattina, avrebbero avuto una colluttazione con gli agenti che sarebbe sfociata poi in una sparatoria. 

 

 
 
 
Uno dei due, dopo aver chiesto di andare in bagno, avrebbe aggredito un agente ingaggiando una colluttazione e sarebbe riuscito a impossessarsi della sua pistola, con la quale ha esploso dei colpi. L’uomo che ha sparato è stato arrestato, l’altro ha provato a fuggire ma è stato bloccato. Altri agenti avrebbero risposto al fuoco ferendo uno degli aggressori. Il titolare di un locale della zona ha riferito di aver sentito spari provenienti dall’interno della questura e di aver visto pochi istanti dopo un giovane uscire di corsa dalla questura con in mano un’arma. Uno dei due aggressori avrebbe tentato la fuga provando ad uscire dal palazzo. Dopo qualche metro sulla strada sarebbe stato raggiunto dagli agenti.


La dinamica della sparatoria

Immediatamente è scattata la macchina dei soccorsi con l'arrivo di un'ambulanza. La strada è stata chiusa al transito delle auto e adesso è protetta da un cordone di sicurezza con la presenza di altri poliziotti. Uno dei due aggressori avrebbe sparato a bruciapelo a uno dei due poliziotti. Secondo altri testimoni un agente avrebbe urlato a uno dei due killer di non muoversi e di mettersi "faccia a terra". I due aggressori erano stati convocati in questura per il furto di uno scooter. A spiegare meglio quanto accaduto all'interno della questura è la ricostruzione di un agente testimone della sparatoria: "Un domenicano, forse un marocchino, alto quasi due metri, un energumeno, portato nell'ufficio Prevenzione Generale Soccorso Pubblico della Questura, dove portano gli arrestati, ha chiesto di andare al bagno. È stato accompagnato - spiega all'Adnkronos - , quando è uscito era una furia, ha aggredito i colleghi, ne ha disarmato uno e ha sparato all'impazzata in direzione di entrambi".

Chi sono i due aggressori

I due uomini fermati per aver aperto il fuoco sui due poliziotti, secondo quanto si apprende, sono originari della Repubblica Dominicana. Si chiamano Alejandro Augusto Stephan Meran, di 29 anni, affetto da disagio psichico, e Carlysle Stephan Meran, di 32. A sparare sarebbe stato il più giovane. I due aggressori sono stati "accompagnati in Questura da personale delle Volanti dopo un'attività di ricerca del responsabile della rapina di uno scooter, avvenuta nelle prime ore del mattino. Per motivi in fase di accertamento - si legge nella nota - uno dei due ha distolto l'attenzione degli agenti e ha esploso a bruciapelo più colpi verso di loro. Entrambi hanno tentato di fuggire dalla Questura, ma sono stati fermati".


Le reazioni

Il sindaco di Trieste, Roberto Di Piazza, ha dichiarato il lutto cittadino. "Esprimo il mio più sentito cordoglio alla Polizia di Stato per i due agenti rimasti uccisi a Trieste e tutto il mio sdegno per quanto avvenuto. Ai familiari dei due ragazzi che hanno perso la vita, mentre con coraggio e abnegazione svolgevano il loro dovere di tutori della sicurezza e della legalità, giunga tutta la mia vicinanza", ha fatto sapere il presidente del Senato, Casellati. Anche il presidente della Repubblica, Mattarella, ha espresso la sua vicinaza ai familiari delle vittime e alle forze di polizia: "Ho appreso con profonda tristezza la notizia della barbara uccisione dell’agente scelto Matteo De Menego e dell’agente Pierluigi Rotta, feriti mortalmente presso la Questura di Trieste mentre erano impegnati in una operazione di servizio".

 Duro il commento di Giorgia Meloni di Fratelli d'Italia: "Sgomento e rabbia per l'uccisione a Trieste di due agenti e il ferimento di altri tre, per mano di due rapinatori. Il mio cordoglio e la mia vicinanza vanno alle famiglie di questi giovani che hanno dato la vita per difendere la nostra sicurezza e a tutti gli uomini e le donne della Polizia di Stato. Che i due bastardi assassini marciscano in galera per il resto dei loro giorni: sia fatta giustizia, senza attenuanti e senza sconti".-