mercoledì 31 ottobre 2018

    • EMANUELA ORLANDI, 

    • 35 ANNI DI MISTERI.






    Di | mercoledì, 31 ottobre, 2018
    pubblicato da www.linformazione.eu

    Trentacinque anni fitti di misteri, segreti e verità nascoste. Tanti ne sono passati da quando Emanuela Orlandi, cittadina vaticana, figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia, scompare il 22 giugno 1983 all’età di 15 anni, diventando uno dei casi più oscuri della storia italiana.
    IL GIORNO DELLA SCOMPARSA – La giovane frequentava una scuola di musica a piazza Santa Apollinare a Roma, in territorio vaticano. Quel giorno, uscì dalla lezione dieci minuti prima del previsto, telefonò alla sorella maggiore riferendole che le era stato proposto un piccolo lavoro di volantinaggio per l’azienda di cosmetici Avon ad una sfilata di moda, pagato esageratamente (circa 375.000 lire). 
    La sorella le disse di non prendere in considerazione l’offerta, Emanuela rispose che ne avrebbe parlato con i genitori e riattaccò. Fu l’ultimo contatto che ebbe con la famiglia. Dopo la telefonata, incontrò un’amica, uscita anche lei dalla lezione, a cui chiese consiglio su cosa fare per quel lavoro. L’amica senza sbilanciarsi troppo la accompagnò alla fermata dell’autobus dove, secondo la testimonianza di un vigile urbano, Emanuela avrebbe parlato con un uomo alla guida di una Bmw nera sulla quale, forse, sarebbe salita.
    LE MISTERIOSE TELEFONATE – 
    Dopo le prime ricerche, condotte direttamente dalla famiglia, cominciano le telefonate. Si tratta principalmente di sciacalli e mitomani; ma il 25 giugno si apre una pista importante: la telefonata di un uomo, che si identifica come ‘Pierluigi’ e parla un italiano senza inflessioni dialettali, racconta che la propria fidanzata avrebbe incontrato in Campo de’ Fiori due ragazze. Una delle due, che diceva di chiamarsi Barbara, vendeva cosmetici e aveva con sé un flauto. 
    Un amico le aveva consigliato di suonare in pubblico ma ‘Barbara’ si vergognava dei suoi occhiali, che usava per suonare. Per la famiglia Orlandi, si apre uno spiraglio di speranza: Emanuela, infatti, si era sempre vergognata dei propri occhiali e suonava il flauto. In una seconda telefonata, 3 ore più tardi, ‘Pierluigi’ aggiunge un altro particolare significativo: gli occhiali della ragazza sono ”a goccia, per correggere l’astigmatismo”. 
    Il giorno successivo una nuova telefonata. ‘Pierluigi’ afferma di avere 16 anni e di trovarsi in un ristorante di una località marina, insieme ai propri genitori, aggiungendo che ‘Barbara’ avrebbe dovuto suonare il flauto al matrimonio della sorella, ma non fornisce elementi per rintracciare la ragazza e rifiuta un appuntamento in Vaticano che lo zio di Emanuela gli chiede.
    Due giorni dopo, altra telefonata, altra persona. Mario, che sostiene di avere 35 anni, afferma di aver visto un uomo con due ragazze, che vendevano cosmetici. Una delle due ragazze dice di chiamarsi ‘Barbara’ e di essere di Venezia. Potrebbe essere Emanuela? Pierluigi e Mario si conoscono? Potrebbero far parte di una stessa organizzazione? I dubbi si affollano nella mente dei genitori, quando arriva una seconda telefonata di ‘Mario’, il quale afferma che ‘Barbara’ gli avrebbe raccontato di essere fuggita volontariamente da casa, cosa assolutamente poco plausibile secondo l’opinione dei genitori.
    I due perdono quindi credibilità agli occhi dei genitori: si tratta forse di sciacalli? Mentono? Delle pedine manovrate da altri? Sicuramente da escludere che si tratti di comuni rapitori, i quali avrebbero tutto l’interesse a dare una prova certa di avere in mano l’ostaggio, al fine di chiedere un riscatto.
    COLLEGAMENTI CON L’ATTENTATO AL PAPA – 
    E’ il 5 luglio quando nella sala stampa vaticana squilla un telefono. All’altro capo c’è un uomo che parla con uno spiccato accento straniero (ribattezzato ‘l’Amerikano’) e, facendo riferimento alla scomparsa di Emanuela Orlandi, auspica l’intervento di Giovanni Paolo II. L’uomo chiama in causa Mehmet Ali Agca, che aveva sparato al Papa in Piazza San Pietro, chiedendo che sia liberato entro il 20 luglio.
    Afferma di tenere in ostaggio Emanuela Orlandi, sostenendo che molti altri elementi sono già stati forniti da altri componenti della sua organizzazione, ‘Pierluigi’ e ‘Mario’, ed esige l’attivazione di una linea telefonica diretta con il Vaticano. Un’ora dopo, l’uomo chiama a casa Orlandi e fa ascoltare ai genitori un nastro con una voce di ragazza, che potrebbe essere Emanuela. 
    Ma la registrazione potrebbe essere stata precedente alla scomparsa della ragazza. Nei giorni successivi, l’uomo insiste perché Wojtyla si muova per la liberazione di Ali Agca entro il 20 luglio ma il Papa non ha alcun potere sull’autorità giudiziaria italiana, da cui la liberazione del killer turco dipende.
    Il 17 luglio viene fatto ritrovare un nastro in cui si conferma la richiesta di scambio con Agca, la richiesta di una linea telefonica diretta con monsignor Agostino Casaroli, segretario di Stato pontificio, e si sente la voce di una ragazza che implora aiuto, dicendo di sentirsi male. 
    Alcuni giorni più tardi, in un’altra telefonata, ‘l’Amerikano’ chiederà allo zio di Emanuela di rendere pubblico il messaggio contenuto sul nastro e di informarsi presso monsignor Casaroli riguardo a un precedente colloquio. In totale, le telefonate dell’Amerikano saranno 16, tutte da cabine telefoniche. Nonostante le richieste di vario tipo, e le presunte prove, l’uomo (che non sarà mai rintracciato) non apre alcuna reale pista da battere.
    AGCA INSISTE: EMANUELA È VIVA – 
    A inizio maggio 2015, in una lunga dichiarazione rilasciata all’AdnKronos dopo la richiesta di archiviazione dell’inchiesta da parte della procura di Roma, Ali Agca ribadisce la sua versione: “Emanuela è viva e si trova in un convento”.
    CASSAZIONE CONFERMA ARCHIVIAZIONE INCHIESTA – 
    Il 6 maggio 2016 la Cassazione conferma l’archiviazione dell’inchiesta. La sesta sezione penale giudica inammissibile il ricorso della famiglia contro l’archiviazione dell’indagine della procura di Roma.
    PIETRO ORLANDI: IN VATICANO SANNO LA VERITÀ – 
    “Una montagna di coperture” sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Torna a denunciarlo in diretta sulla pagina Facebook AdnKronos il fratello Pietro il 6 ottobre 2016, il giorno in cui esce nelle sale cinematografiche l’ultimo film sul caso Orlandi: ‘La verità sta in cielo’, di Roberto Faenza. “A un mese dalla scomparsa di Emanuela – afferma Pietro Orlandi – ci fu tra lo Stato italiano, a livello di presidenza del Consiglio, e lo Stato vaticano, un invito a non aprire una falla che difficilmente si sarebbe chiusa. 
    E l’archiviazione voluta l’anno scorso è il continuare dopo 33 anni a non voler aprire quella falla che difficilmente si potrebbe chiudere”. La famiglia Orlandi è convinta che “in Vaticano sanno la verità” e “se è vero che chi non parla è complice, sono tutti complici”.
    VATICANO: CASO CHIUSO – 
    “Per noi, il caso Orlandi è un caso chiuso: abbiamo già dato tutti i chiarimenti che ci sono stati richiesti” afferma nel giugno 2017 monsignor Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato vaticana, rispondendo alla richiesta dei familiari di Emanuela di riaprire il dossier sulla sua scomparsa.
    DOCUMENTO CHOC – 
    Nel settembre 2017 la notizia di un nuovo documento choc sul caso. L’esistenza del dossier segreto emerge dal libro-inchiesta ‘Gli impostori’ del giornalista Emiliano Fittipaldi. Un documento “falso e ridicolo” commenta il portavoce della Santa Sede Greg Burke. Mentre su Facebook Pietro Orlandi scrive: “Il muro sta cadendo”.
    LA SCOPERTA IN VATICANO – 
    Ieri sono state ritrovate alcune ossa in un edificio di proprietà del Vaticano. Una scoperta che ha portato la Procura di Roma a indagare per omicidio: i magistrati hanno disposto accertamenti tecnici per cercare di individuare a chi appartengano i resti umani e se siano compatibili con il Dna di Emanuela Orlandi o Mirella Gregori, l’altra minorenne scomparsa a Roma nel 1983.-
    Nella foto: Emanuela Orlandi
    Adnkronos

      • L’IMPRENDITORE SALVO FIORE: 

      • “DENUNCIARE I ‘PALADINI 

      • DELL’ANTIMAFIA’ CHE USANO I 

      • SISTEMI DELLA MAFIA”.












      Di | mercoledì, 31 ottobre, 2018
      pubblicato da www.linformazione.eu

      “Invito le associazioni antimafia e antiracket a denunciare non solo i mafiosi e gli estortori ma anche chi, facendosi scudo dell’antimafia, pratica gli stessi comportamenti della mafia”. Va giù pesante Salvatore Fiore, presidente dell’Associazione Antimafia e Legalità di Belpasso. 
      E il motivo c’è. L’arresto del presidente dell’Associazione siciliana antiestorsione (Asia), Salvatore Campo, per “estorsione continuata” nei confronti di alcune vittime del racket che avevano richiesto accesso allo specifico fondo di solidarietà statale, scaturisce da una denuncia presentata circa un anno fa alla Procura della Repubblica di Catania proprio dall’associazione di Fiore, che reca la firma del presidente e del vice presidente di Antimafia e Legalità, l’avvocato Enzo Guarnera, “su una serie di comportamenti illeciti posti in essere da soggetti diversi, non solo di Catania e provincia, ma anche di altre regioni italiane”.

      Salvatore Campo, presidente dell’Associazione siciliana contro 
      l’usura e le estorsioni. Sopra, Salvo Fiore, presidente della
      Associazione Antimafia e Legalità di Belpasso, insieme all’avvocato 
      Enzo Guarnera, ha denunciato alla Procura della Repubblica le 
      pratiche poco ortodosse portate avanti da campo.

















      L’esposto “è frutto – dicono i componenti dell’Associazione di Belpasso – delle segnalazioni e delle lamentele pervenuteci da persone che hanno subito richieste di percentuali, le quali hanno prodotto prove documentali di quanto affermato”. Secondo quanto si apprende, ulteriori indagini sono in corso presso altre Procure.
      Salvatore Fiore spiega le dinamiche che hanno portato all’arresto del presidente dell’Asia: “Anch’io – dice – sono stato vittima di estorsione e di usura e capisco il dramma di chi subisce fenomeni del genere. Il presidente di un’associazione che opera contro il racket non può chiedere percentuali sui risarcimenti ottenuti dallo Stato. Non può e non deve, sennò crea un danno peggiore di quello che fa la mafia: il presidente di un’associazione che predica legalità, gode della fiducia della gente, e quindi non può tradire le aspettative e le speranze di tante persone oneste. Se crediamo in certi valori, non possiamo allontanarci da questi”.
      Presidente, l’associazione che lei rappresenta come porta avanti la sua attività?
      “Il tempo che potremmo dedicare alla famiglia, agli amici e ai nostri hobby, lo riserviamo alle vittime che si rivolgono all’associazione. Il resto della giornata (e a volte anche della nottata) lo impieghiamo per lavorare. In certi casi, purtroppo, c’è gente che, pur rappresentando delle associazioni antiracket, non lavora, poiché fa solo questo. Cosa sbagliatissima per ovvi motivi”.
      Le risulta che nell’associazionismo antiracket e antimafia esistano casi analoghi a quello scoperto ieri?
      “Sì, certo. Ovviamente non intendo generalizzare: la maggior parte delle associazioni è composta da gente perbene. Però succede che certi sodalizi che operano in questo settore siano coinvolti in pratiche poco ortodosse. Prendiamo il caso Montante, quello più eclatante, quello che per diverso tempo ha visto l’ex presidente di Confindustria Sicilia impegnato come paladino della legalità, alla fine arrestato per una serie di reati antitetici ai principi che lui stesso predicava”.
      Il caso Montante è la punta dell’iceberg?
      “Secondo me sì. Le associazioni serie hanno il dovere di smascherare il marcio che esiste all’interno di questo settore. Il sodalizio che presiedo non riceve finanziamenti da alcun ente: ogni socio versa un contributo volontario. Le iniziative contro la mafia e contro il racket sono auto finanziate. Lo spirito deve essere questo, non quello del denaro. Sennò tutto diventa business e si finisce col dare ragione a chi, a volte impropriamente, accusa tutti di fare del professionismo dell’antimafia”.-
      Luciano Mirone

      Botte tra Lega e Grillini.



      La fronda inguaia Di Maio: rissa sulla Tav, il Carroccio molla la Raggi e diserta il vertice.






      Potranno tirare avanti ancora un po', persino fino alle elezioni europee di primavera, ma l'alleanza tra Cinquestelle e Lega è politicamente e umanamente al capolinea.








      Di Maio e Salvini riescono ancora a spartirsi qualche poltrona, tipo quelle dei direttori dei tg Rai, ma insulti e liti tra i due gruppi sono ormai all'ordine del giorno su tutti i fronti, e ieri in Consiglio regionale del Piemonte, sulla Tav, è finita praticamente a botte. 
      Tutto questo accade mentre l'Istat conferma che il Paese ha smesso di crescere, certificando che in pochi mesi il governo si è mangiato anche quel poco di dote che si era trovato in eredità. In realtà ci sarebbe stato da meravigliarsi dell'inverso, perché mezza pera e mezza mela messi insieme mai avrebbero potuto fare un frutto commestibile.
      Per questa anomala alleanza la strada, al di là delle dichiarazioni ufficiali, è sempre stata in salita ma adesso la pendenza è da brivido e il fiato si fa corto. Annaspa Di Maio, mollato anche dai primi gregari e Matteo Salvini comincia a chiedersi seriamente che senso abbia continuare a tirare un gruppo che gli è ostile e che ha come unico obiettivo quello di stancarlo per provare a fregarlo in volata. Come ha detto giovedì Silvio Berlusconi, forse è tempo nell'interesse anche della Lega - di fissare dove stia il traguardo, cioè per quanto ancora il Paese deve rimanere in balia del caos.
      Il leader della Lega, proprio perché ancora gode di ampi consensi nell'opinione pubblica, è quello che sta rischiando di più. Il suo «decreto sicurezza» sta lacerando la maggioranza in Senato, la flat tax è al palo, il taglio della riforma Fornero più che dimezzato. Il mondo imprenditoriale è sul punto di scendere in piazza, sulla Tav ma non solo, e i monconi del ponte Morandi di Genova ancora lì a tre mesi dal crollo rischiano di diventare un monumento anche alla sua incapacità. 
      Adesso si ritrova pure con lo spread a trecento fisso, il bilancio bocciato dall'Europa e la crescita a zero. Oggettivamente non è un bel bilancio, né indizio di imminenti e clamorose svolte. Poi guardi gli ultimi sondaggi e scopri che il centrodestra unito (con Forza Italia che comincia a dare seri sintomi di ripresa) vincerebbe le elezioni alla grande.-

      Battisti: "Non sono in 

      fuga. Da Bolsonaro 

      solo fanfaronate".



      Cesare Battisti nega di essersi dato alla fuga dopo l'elezione di Bolsonaro: "Vado a San Paolo una volta al mese, cinque giorni al mese per ragioni mediche". E ostenta tranquillità: "Bolsonaro può dire quello che vuole, io sono protetto dalla Corte Suprema".






      In un'intervista al Giornale Radio Rai Cesare Battisti torna a farsi sentire.








      Lo fa smentendo di essere fuggito, dopo l'elezione di Jair Bolsonaro, che in campagna elettorale aveva promesso all'Italia di estradarlo. "Nessuna fuga, assolutamente - dice Battisti - in Italia possono dire quello che vogliono. Io sto andando a casa ed è tutto tranquillo".
      A negare la fuga di Battisti, di cui si era parlato dopo alcuni reportage di stampa, era stato per primo uno dei suoi avvocati. Ora arriva la smentita del diretto interessato, che aggiunge un particolare in più circa la sua permanenza, negli ultimi giorni, nella città di San Paolo. "Ci vado una volta al mese, cinque giorni al mese per ragioni mediche. Questa volta anche per trattare la pubblicazione del mio libro". Poi ha aggiunto: "Sto tornando a casa (a Cananeia, ndr) come sempre, quindi non c'è niente di allarmante, non sto facendo niente oltre la routine".
      Battisti usa toni sprezzanti contro il nuovo presidente brasiliano: "Bolsonaro può dire quello che vuole, io sono protetto dalla Corte Suprema. Le sue sono solo parole, fanfaronate. Lui non può fare niente, c'è una giustizia, io per la giustizia sono protetto, lui non ha nulla a che vedere con questo. Non penso abbia interesse a creare discordia tra tra il potere giudiziario e l'esecutivo. Si parla, ognuno può dire quello che vuole. Io non ho nessun problema". -

      Prescrizione, Fi e renziani 

      insorgono all’unisono 

      contro il blocco: “Non serve, 

      tutelare ragionevole durata 

      dei processi”.

       

      Prescrizione, Fi e renziani insorgono all’unisono contro il blocco: “Non serve, tutelare ragionevole durata dei processi”



      Dopo l'annuncio dell'emendamento al ddl Anticorruzione, ai toni catastrofici degli azzurri che parlano di "logica manettara" e "omicidio del processo penale" si uniscono anche quelli dei fedelissimi dell'ex premier. Ma lo stesso Renzi nel 2014 diceva: "Va cambiata". Mentre il suo guardasigilli Orlando prometteva ai familiari delle vittime di Viareggio un provvedimento simile.

       

      Forza Italia e renziani insorgono all’unisono. Si preparano alla “sommossa costituzionale”, parlano di “norme incostituzionali da Stato di polizia” e invocano la “ragionevole durata dei processi”. In realtà cercano in tutti i modi di fermare la riforma della prescrizione annunciata dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede.

      Scontata l’opposizione al blocco dopo il primo grado di giudizio degli inventori della legge cosiddetta “ex Cirielli”, il cui leader ha una collezione di prescrizioni. Meno quella dei democratici e fedeli dell’ex premier, oggi ferventi critici e ieri promotori delle stesse misure. Era il 2014 infatti quando Matteo Renzi parlava di una “domanda di giustizia” dopo l’annullamento per prescrizione della condanna di Stephan Schmidheiny per il processo Eternit, e prometteva: “Cambieremo il sistema del processo e le regole del gioco della prescrizione”.
      L’annuncio del guardasigilli Bonafede, che inserirà un emendamento nel disegno di legge Anticorruzione per bloccare la prescrizione dopo il primo grado, segue alle promesse di agosto, quando aveva spiegato che avrebbe ribattezzato il provvedimento “legge Viareggio“, come la tragedia che nel 2009 uccise 32 persone.

      E per la quale già in appello, il prossimo novembre, alcuni dirigenti ed ex dirigenti delle aziende legate a Ferrovie dello Stato vedranno prescritti molti reati. Tre anni fa, erano l’allora ministro del governo Renzi, Andrea Orlando, insieme a Ettore Rosato e David Ermini, a promettere ai familiari delle vittime un intervento sulla prescrizione. Si parlava proprio del blocco in caso di condanna dopo il primo grado o dopo l’appello. All’inizio la posizione del Pd era ancora più intransigente, simile a quella promossa ora da Bonafede, ma dopo rimandi e leggi intermedie, alla fine il tutto è finito annacquato nella riforma penale dello stesso Orlando. La legge approvata il 14 giugno 2017, ha sì allungato i tempo – sospendendo la prescrizione per 18 mesi dopo la condanna di primo grado e per altri 18 dopo la sentenza di secondo grado – ma le promesse di un blocco sono svanite nel nulla.

      Dal processo Eternit a Viareggio, gli anni del “non è possibile che le regole facciano saltare la domanda di giustizia” di Renzi e dei suoi sono finiti nel dimenticatoio. Oggi l’Associazione nazionale magistrati esprime il suo giudizio positivo sulla riforma e allo stesso modo il Comitato Noi non dimentichiamo che riunisce tutte le associazioni delle vittime delle stragi in Italia. Anzi, viene chiesto un ulteriore passo con “la cancellazione della prescrizione nei processi per le grandi stragi e calamità“. I renziani invece nel frattempo hanno cambiato verso e ora si accodano alla senatrice forzista Anna Maria Bernini, invocando la “ragionevole durata dei processi”.

      “Capisco che è stata introdotta nel 1999, per cui forse il ministro Bonafede può non avere consultato una copia aggiornata. Qualcuno gliela fornisca e quindi soprassieda da una riforma improvvisa della prescrizione che in modo palesemente irragionevole va contro quel preciso vincolo”, dice infatti il costituzionalista Stefano Ceccanti. Per il deputato Pd sono “norme incostituzionali da Stato di polizia“. Anche un altro fedelissimo, Cosimo Maria Ferri, con un passato in Magistratura Indipendente e un presente nella commissione Giustizia della Camera, oggi sbandiera l’inutilità di una norma del genere: “Ora la priorità deve essere quella di far funzionare la giustizia penale, di investire in risorse, in tecnologia , di assumere personale amministrativo e togato, e di far partire il processo penale telematico”, dice Ferri.

      Il magistrato ricorda che “sul tema prescrizione i governi Renzi e Gentiloni sono già intervenuti”. “In questo modo – sostiene – si è trovato un equilibrio importante tra la ragionevole durata del processo, l’efficienza della risposta della giustizia penale, e le garanzie processuali delle parti”. “Grazie a queste riforme coordinate tra loro – continua Ferri – il reato di corruzione si prescrive oggi in più di 20 anni tenendo conto anche della sospensione dei termini dopo la sentenza di condanna di primo e di secondo grado”. La prescrizione, quindi, non è più considerata importante: “Concentriamoci per dare efficienza alla macchina della giustizia”, conclude Ferri. Mentre si dice perfino “preoccupato e sconcertato” Alfredo Bazoli, capogruppo Pd in commissione Giustizia.

      Ancora più dei democratici, la pioggia di critiche arriva ovviamente da Forza Italia che si appella alla Lega per fermare Bonafede. “Ancora una volta il governo, su queste materie tristemente a trazione grillina, svolta pericolosamente verso una logica manettara e forcaiola”, attacca Mariastella Gelmini. “La Lega, almeno su questi temi, non si faccia sopraffare dal Movimento 5 stelle: dica qualcosa di centrodestra, dica qualcosa di garantista“, dice la capogruppo alla Camera. Toni catastrofici da  Francesco Paolo Sisto: “Siamo pronti a una sommossa costituzionale. Siamo di fronte alla fine delle garanzie processuali. Basta a questo modo di fare politica mortificando i diritti dei cittadini: autoritarismo e arroganza sono parenti stretti della tirannia“. Come anche da Enrico Costa. Per responsabile del Dipartimento Giustizia di Fi “la Lega fermi Bonafede sulla prescrizione o sarà complice dell’omicidio del processo penale“.

      L’intervento più lungo è quello della Bernini, presidentessa dei senatori di Forza Italia, secondo cui “fermare la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, viola uno dei principi fondanti della Costituzione sulla ragionevole durata del processo”. Poi l’attacco anche ai giudici: “Come se i tempi biblici della giustizia non dipendessero anche da una parte della magistratura, che invece con questo intervento ottiene un ulteriore potere incontrollato, senza dover rispondere di eventuali inefficienze. Significa consegnare la vita di un cittadino imputato alla mercé di una giustizia senza più limiti temporali per giudicarlo, a una sorta di girone infernale, a un tunnel da cui non sarà facile né semplice vedere la luce”, dice Bernini.

      Che poi promette: “Combatteremo con ogni strumento parlamentare e politico questa scelta inaccettabile e speriamo che gli amici della Lega respingano insieme con noi, senza alcun dubbio, il tentativo dei loro ‘contraenti’ di governo”.-

      Emanuela Orlandi, forse 

      di due persone le ossa 

      trovate nella Nunziatura. 

      Dall'esame del bacino, 

      sarebbe una donna.

       

      Rinvenute durante i lavori di ristrutturazione.

       

      Emanuela Orlandi e Mirella Gregori o nessuna delle due? Potrebbero appartenere a due persone differenti le ossa ritrovate in un edificio adiacente  al Palazzo della Nunziatura vaticana.

      Si stanno eseguendo comparazioni, concentrate in particolare sul cranio e sui denti, per verificare se i resti rinvenuti siano quelli di Emanuela Orlandi o di Mirella Gregori, entrambe scomparse nel 1983.

      Durante i lavori di rifacimento del pavimento gli operai avrebbero ritrovato uno scheletro quasi intero e, in un altro punto, altri frammenti di ossa. Allo stato attuale non è ancora certo a che epoca risalgano i resti. E questo sarebbe il primo elemento dirimente per capire se le ossa possa essere di Emanuela Orlandi (dovrebbero risalire agli anni '80). 

      DAGLI ARCHIVI DELL'ANSA, la prima notizia sulla scomparsa della ragazza. Un primo esame delle ossa trovate, su cui si sta indagando, confermerebbe, secondo quanto apprende l'ANSA, che si tratterebbe di un corpo di donna. L'evidenza emergerebbe dall'esame delle ossa del bacino.

      "Chiederemo alla Procura di Roma e alla Santa Sede in che modalità sono state trovate le ossa e come mai il loro ritrovamento sia stato messo in relazione con la scomparsa di Emanuela Orlandi o Mirella Gregori", ha detto Laura Sgrò, legale della famiglia Orlandi. "C'è una attività istruttoria in corso e contiamo di avere notizie più dettagliate nei prossimi giorni", ha riferito l'avvocato che ha accompagnato Pietro Orlandi in Procura.

       L'INGRESSO DELLA SEDE DELLA NUNZIATURA, A ROMA

      "Non voglio illudermi, voglio restare con i piedi per terra ma in cuor mio spero che quelle ossa siano di Mirella così si potrebbe mettere una parola fine a questa vicenda e io avrei un luogo dove andare a piangere e portare un fiore a mia sorella". Lo ha detto all'ANSA, Maria Antonietta Gregori, sorella della ragazza scomparsa nel 1983, in relazione al ritrovamento di alcune ossa nella Nunziatura Apostolica. "Gli inquirenti hanno il nostro Dna - aggiunge la donna -. Lo hanno prelevato quando furono fatte verifiche su alcune ossa rinvenute nella basilica di Sant'Apollinare". La sorella di Mirella Gregori auspica che "su questa vicenda si faccia luce: voglio capire perché si è pensato subito a mia sorella ed Emanuela Orlandi nelle ore successive al ritrovamento".

      Se si riuscirà ad estrarre il Dna dai resti basteranno 7-10 giorni per capire se sono effettivamente quelli di Emanuela Orlandi. Lo afferma Giovanni Arcudi, direttore della Medicina Legale dell'università Tor Vergata di Roma, secondo cui altrimenti gli esami potrebbero richiedere tempi più lunghi. "L'estrazione del Dna e le analisi conseguenti, come il confronto con quello della persona a cui si sospetta appartengano i resti o i familiari, non richiedono molto tempo, si possono fare in 7-10 giorni - spiega l'esperto -. Non sempre però si riesce a ricavare del materiale genetico utilizzabile, dipende sempre da come sono conservati i resti, e anche da che tipo di ossa abbiamo. Dai denti ad esempio si ricava bene, e anche dalle vertebre, ma ad esempio la conservazione in luogo asciutto o umido ha una grande influenza sulla possibilità di estrarre un Dna 'pulito'".

      In assenza del Dna, spiega Arcudi, si ricorre agli esami sulle ossa. "Questi richiedono più tempo, ogni singolo frammento viene valutato e misurato. Potenzialmente anche da questi esami si può sapere molto, dall'età alla statura al sesso, oltre alla presenza di lesioni ossee che possono essere confrontate con quelle della persona sospettata. Dalla degradazione dell'osso si può anche stimare da quanto tempo i resti si trovavano nel luogo del ritrovamento, con una approssimazione di almeno 10-20 anni".



      Si è svolto ieri sera, intorno alle 21.30, un nuovo sopralluogo della scientifica all'interno della Nunziatura del Vaticano. La scientifica assieme agli uomini della Squadra Mobile erano intervenuti al momento della segnalazione del ritrovamento, ovvero due giorni fa. Anche stamattina la Nunziatura è presidiata, come tutti i giorni, da due militari e all'interno proseguono i lavori di ristrutturazione, gli stessi che hanno portato al ritrovamento della ossa. "Qui si sentono sempre i rumori dei lavori degli operai e del servizio di giardinaggio", spiega un residente. La struttura è blindata e alcuni religiosi sorvegliano a distanza i rari momenti in cui vengono aperte le entrate.

      La Procura di Roma procede per omicidio. L'autorità giudiziaria italiana ha disposto accertamenti tecnici per cercare di individuare a chi appartengano questi resti. Il lavoro degli inquirenti punta in particolare a verificare se le ossa possano essere compatibili con il Dna di Emanuela Orlandi ma anche di Mirella Gregori, entrambe scomparse a Roma nel 1983, quando erano minorenni. (ANSA)