Gabrielli: 'Un ristretto gruppo di manifestanti non ha perso occasione per esprimere le proprie istanze con l'uso della violenza'.
Redazione ANSA TORINO
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Otto feriti tra le forze dell'ordine, un fermo tra i manifestanti, e la polemica tra Pd e Movimento 5 Stelle. Si chiude così, oggi, la protesta contro il G7 di Industria, Scienza e Lavoro, che gli oppositori hanno portato direttamente a Venaria (Torino), a poche centinaia di metri dalla Reggia in cui si sono riuniti i ministri. Più di un migliaio di dimostranti che si sono raccolti alla periferia settentrionale di Torino e hanno marciato per chilometri sino ad imbattersi nel fitto dispositivo di carabinieri e polizia, che ha sbarrato loro il passo. A Venaria, in piazza Vittorio Veneto, da dove la Reggia è già visibile, ci sono state scene di guerriglia urbana.
Dal corteo sono partiti grossi petardi e fuochi d'artificio, lanciati ad altezza d'uomo contro le forze dell'ordine, che hanno risposto con accenni di carica, idranti e lanci di lacrimogeni. Un agente della Digos, percosso alla testa, ha una prognosi di 40 giorni per un trauma cranico, toracico e vertebrale. All'ospedale Cto di Torino sono finiti anche altri sei poliziotti e un carabinieri, con prognosi tra i 10 e i 20 giorni. "Grazie del vostro lavoro e dei vostri sacrifici, sono orgoglioso di voi", dice via radio al termine della giornata il Questore Angelo Sanna.
"Ancora una volta un ristretto gruppo di manifestanti non ha perso occasione per esprimere le proprie istanze attraverso l'uso della violenza e della provocazione. Lo dice il capo della polizia Franco Gabrielli dopo le giornate di proteste a Torino sottolineando che, nonostante i violenti in piazza, "la sapiente direzione dei servizi" da chi doveva gestire l'ordine pubblico ha consentito lo svolgimento del vertice "in una cornice di sicurezza che ha garantito anche l'esercizio della liberta' di manifestazione.
E "orgoglioso", ma "di aver rovinato il sonno e la cena e il summit a questi infami", si dice anche uno speaker prima del dietrofront del corteo. La protesta è durata tre giorni e anche ieri sera, nel centro di Torino, è stata caratterizzata dal lancio di fuochi artificiali contro i poliziotti. A quella di oggi si sono viste, tra numerosi militanti dei centri sociali, le bandiere di sindacati di base, Rifondazione comunista, No Tav e di gruppi anarchici e di estrema sinistra. Non è mancata la replica della "decapitazione" in piazza dei fantocci raffiguranti Matteo Renzi e il ministro Giuliano Poletti. I tre manifestanti che hanno portato la ghigliottina a pochi passi dal cordone di polizia sono stati identificati.
(ANSA)
Amiens, crolla la balaustra
allo stadio: paura e feriti
durante la partita.
La protezione è venuta giù dopo il gol. Almeno 29 i feriti, cinque sono gravi. La partita è stata rinviata.
Aurora Vigne - Sab, 30/09/2017 - 22:47
Pubblicato da www.ilgiornale.it
Ha causato almeno 29 feriti - di cui 5 gravi - tra i tifosi del Lille il crollo della barriera di separazione dal campo allo stadio di Amiens dove era in corso una partita del campionato di calcio francese tra la squadra di casa e il Lille.
Il match è stato interrotto al 16esimo minuto del primo tempo dopo che un gol della squadra di Lille ha scatenato l'esultanza dei tifosi. Esultanza che ha causato il cedimento della struttura con gli spettatori che sono a loro volta caduti nella calca sui primi della fila (guarda il video). La partita è stata rinviata.
Secondo quanto riporta Le Figaro, le persone si sono ritrovate schiacciate le une sulle altre e la caduta sarebbe stata di un metro e cinquanta.
piccolo
medio
grande
Una prima relazione, comunicata dai vigili del fuoco, denuncia un totale di 18 feriti, di cui tre gravi. Lo stadio risultava già in ristrutturazione.
La galleria laterale di fronte a quella in cui si è verificato l'incidente, infatti, è chiusa per dei lavori di restauro.
Come riferisceLe Monde, a maggio lo stadio era stato definito da Alain Geste - presidente di Amiens Métropole - "perfettamente in regola" e quindi sicuro per ospitare delle partite.-
Catalogna,
sigilli a tutti i seggi. E
Madrid blocca il voto sul web.
Spari a pallettoni davanti ad una scuola di Manlleu: 4 feriti. A Barcellona sale la tensione. Madrid blocca voto sul web.
Sono state occupate 527 scuole che formano l'11% dei 2.300 segi ufficiali dove è previsto che domani si voti il referendum illegale per la secessione della Catalogna da Madrid. E, dopo che le autorità avevano bloccato il primo, il collettivo indipendentista catalano "Escoles Obertes" ha attivato un nuovo sito web che aggiorna in tempo reale quali seggi sono aperti.
Formalmente la polizia locale, i Mosso d'Esqudra, hanno ricevuto l'ordine dai magistrati locali di chiudere tutti i seggi entro le 6 di domani mattina.
Continua a salire la tensione in tutta la Catalogna in vista del voto sul referendum per l'indipendenza di domani. Le operazioni di voto dovrebbero iniziare domani alle 9 e si concluderanno alle 20. In questo quadro sono arrivati in diverse città della Catalogna alcuni trattori, circa 2.000, da schierare proprio all'ingresso dei seggi per evitare l'intervento della polizia. E di fatto sono già circa 12mila i poliziotti della Guardia Civil che sono stati mobilitati per domenica. Secondo La Vanguardia, il quotidiano di Barcellona, alcuni indipendentisti starebbero usando bambini ed anziani per impedire agli agenti di sgomberare le scuole/seggi occupati. Gli agenti della Guardia civil sono entrati nel centro tecnologico e informatico della Generalitat della Catalogna per bloccare tutte le attività internet collegate al referendum per l’indipendenza. L'obiettivo di Madrid è fermare anche il "piano b" che prevedeva un possibile voto via web per il referendum.
Il Re Felipe ha annullato tutti gli impegni che vanno dal 2 all'8 ottobre. Una scelta che fa capire quanto sia incerto il futuro della Spagna dopo il voto. E il prefetto di Barcellona, rappresentate del governo centrale di Madrid in un'intervista al Corriere avvisa: "In termini legali la questione è semplice: il referendum è sospeso per l’ipotesi che sia anti costituzionale e, quindi, per il momento non si può fare. Qualunque seggio deve essere chiuso, qualunque scheda sequestrata. Abbiamo ordini precisi".
Intanto c'è già da registrare un primo episodio violento legato al referendum. All'ingresso di una scuola di Manlleu, nella contea di Osona, dove è stato allestito un seggio, quattro perosne sono rimaste ferite dopo che una persona ha esploso alcuni colpi con una carabina ad aria compressa. L'attacco è avvenuto nella serata di ieri e i feriti sono stati trasportati al pronto soccorso ma nessuno ha avuto bisogno di cure mediche. L'autore del gesto però non è stato identificato. L'episodio lascia intendere quanto sia ormai alta la tensione in Spagna. Tra Madrid e Barcellona la sfida è solo all'inizio. -
Grasso e Boldrini in campo.
A sinistra più leader che voti.
L'ex magistrato è la carta di Mdp per guidare l'area antirenziana. Le mosse della presidente della Camera.
Laura Cesaretti - Sab, 30/09/2017 - 22:52
Pubblicato da www.ilgiornale.it
Al momento, la sinistra alla sinistra del Pd conta più aspiranti leader che elettori. E ben due di loro ricoprono cariche istituzionali, la seconda e la terza per la precisione: Laura Boldrini, presidente della Camera, e Piero Grasso, presidente del Senato.
Oltre naturalmente all'amletico Giuliano Pisapia; a Pierluigi Bersani, che sotto sotto sogna di tornare alla guida di qualcosa e - last but not least - a Massimo D'Alema, che continua a pensare che «capotavola è dove mi siedo io» e che - non fidandosi, comprensibilmente, del fiuto politico dei suoi compagni di avventura - vuole avere pieno controllo del timone della sinistra anti-renziana.
Inizialmente, il leader in pectore della sinistra-sinistra avrebbe dovuto essere Pisapia. Ma i contrasti tra l'ex sindaco di Milano (che vuol lasciare aperta la prospettiva di un'alleanza post-elettorale col Pd) e Mdp (che, sulla linea dalemiana, vuole la morte del Pd) sono sempre più aspri, tanto che da giorni si parla di rottura ormai prossima. La Boldrini era la carta di riserva dello stesso Pisapia: se non mi candido io, era il ragionamento, una donna con esperienza istituzionale e sensibilità di sinistra è l'ideale.
E' stato dunque per dare un esplicito segnale di ostilità sia a Pisapia che alla Boldrini che l'altra sera, alla festa di Mdp, Bersani ha calato la carta Grasso. Un modo per spaventare l'ex sindaco di Milano, facendogli capire che, se si ostina a fare di testa sua e a non imbarcare D'Alema e tutta la compagnia radical che Mdp si vuol portare appresso (Sinistra italiana, Rifondazione, persino gli aspiranti parlamentari del Brancaccio, il diabolico duo Montanari-Falcone), loro sono pronti a cambiare leader. Un «ragazzo di sinistra», come si è prontamente definito Grasso, che è da tempo in rotta con il Pd («In Sicilia mi volevano tutti candidato, ora sono tutti freddi e lontani», lamenta) e non nasconde l'entusiasmo all'idea di diventare leader di qualcosa: «Se c'è la possibilità di fare un percorso visionario potrei starci», ha affermato in pubblico. «Fino a quando Mattarella non scioglie le Camere non mi candido a nulla - aggiunge con i suoi - ma registro con soddisfazione gli applausi di Mdp e Si sui temi di sinistra che difendo». E si tiene pronto. Dentro Mdp le valutazioni sono più concrete: Grasso, spiega un esponente, «ha immagine e popolarità a sinistra, è autorevole quanto Pisapia e in più ha il vantaggio di non essere un politico». Tradotto: sarebbe più facile da pilotare. D'Alema bacchetta però l'investitura bersaniana su Grasso, a dimostrazione dei dissidi tra i due aspiranti capi di Mdp: «Una scorrettezza grave tirarlo dentro le beghe dei partiti», dice. Mettere sul tavolo il nome di Grasso serve però anche a stoppare quello della dirimpettaia Boldrini, considerata troppo amichevole con il Pd, tanto da non aver mai escluso una candidatura nelle liste renziane.
Strani percorsi paralleli, quelli dei due presidenti. Entrambi novellini della politica, finiti quasi per caso nelle liste elettorali, lei di Sel e lui del Pd bersaniano (che gli aveva promesso il ruolo di ministro della Giustizia nel mai nato governo Bersani), come esponenti della «società civile»; e quasi per caso finiti ai vertici del Parlamento durante la convulsa fase post-elezioni del 2013, quando lo sconfitto Bersani si arrabattava disperatamente a lanciare esche ai grillini perché gli dessero i voti per formare il suo vagheggiato «governo del cambiamento». Boldrini e Grasso vennero candidati, rispettivamente, a Montecitorio e a Palazzo Madama proprio per questo: come «non-politici», lei vicina alle istanze terzomondiste e movimentiste; lui proveniente dai ranghi della magistratura antimafia, che potevano - nelle speranze dell'allora leader Pd e aspirante premier - attirare i voti di Beppe Grillo. Ovviamente non accadde nulla di tutto ciò, e nei mesi e negli anni successivi il Pd ebbe a pentirsi più volte di quella scelta, maledicendo le malriposte ambizioni bersaniane.-
Nel corso del convegno Crescita Vs Crisi, il ministro alla Salute e il presidente dell'Iss tracciano un quadro desolante della Capitale: "Una città in declino". La sindaca Virginia Raggi però non viene mai nominata.
Roma “è in declino“, “è piena di droga“. Sono peggiorati “tutti gli indicatori di salute“, è la maglia nera “tra le 28 capitali Ue”. Virginia Raggi non è mai stata nominata, ma le parole di Walter Ricciardi e Beatrice Lorenzin non sono state certo un piacere alla sindaca di Roma. Sulla Capitale è stato tracciato un quadro desolante, prima nel discorso del presidente dell’Istituto superiore di sanità (Iss) e a ruota in quello del ministro alla Salute, nel corso del convegno Crescita Vs Crisi.
Roma “è l’unica tra le 28 capitali dell’Ue che ha peggiorato i suoi indicatori di salute negli ultimi anni”, ha detto Ricciardi. “Tutti gli indicatori, da quello più solido che è l’aspettativa di vita e la mortalità infantile a quello per patologie tumorali, fanno riscontrare un peggioramento della situazione dei cittadini romani rispetto al resto di Italia”, ha spiegato il presidente dell’Iss. “Se hai una patologia neoplastica e vivi in una regione del nord hai un trattamento e quindi un’aspettativa di vita maggiore rispetto a quella romana. I cittadini che rinunciano per motivi economici alle cure al nord – ha aggiunto – sono molti di meno rispetto al sud. E il sud Italia comincia a Roma”. Ricciardi ha parlato anche della “prevalenza del diabete che si attesta tra il 6 e il 7% della popolazione romana, mentre normalmente la media italiana è il 5%“. “I romani si lamentano anche dell’accessibilità ai servizi, delle liste d’attesa. La gente quando utilizza i servizi italiani è soddisfatta, nel caso di Roma questa soddisfazione si colloca ai livelli più bassi del Paese”, ha concluso.
A rincarare la dose ci ha pensato poi il ministro Lorenzin. Roma è una città “che ha sofferto molto in questi anni, ha avuto un grande declino prima di tutto sociale e di legalità. Abbiamo avuto Mafia Capitale, una cosa pesantissima. E poi un declino vero delle fasce della popolazione più deboli. Ultimamente – ha aggiunto – quello che vediamo ci pone quasi al di fuori di quello a cui eravamo abituati: tanta povertà, tanti bambini poveri, tanti anziani poveri, tante donne sole“. Non solo, perché “l’impressione” del ministro alla Salute “Roma è piena di droga. Rivediamo le siringhe per strada, rivediamo i tossici per strada, gli spacciatori di eroina. Siamo pieni di cocaina“. “Si fa finta di non vedere come se il problema non ci fosse più, in realtà aggredisce tutti i ceti sociali e tutte le età, insieme all’alcol”, ha spiegato Lorenzin. “E gli spacciatori lavorano soprattutto sui giovani“, ha poi concluso.-
Referendum Catalogna,
Assange contro la censura
online di Madrid:
"È iniziata la prima
guerra mondiale della Rete".
(reuters)
Il fondatore di WikiLeaks twitta una vera e propria chiamata alle armi: "Ai nostri sostenitori e agli esperti di tecnologia, ovunque si trovino, aiutateci ad aggirare la censura della Guardia Civil e dell'intelligence spagnola".
di STEFANIA MAURIZI
Pubblicato da www.larepublica.it
C'È CHI ha tirato in ballo la propaganda russa, le armate digitali del Cremlino che sarebbero pronte ad aiutare i ribelli della Catalogna per disarticolare l'Europa e spargere caos politico, ma l'appoggio di Julian Assange al referedum catalano non sorprende chi conosce le sue idee politiche.
Da sempre il fondatore di WikiLeaks tende a essere a favore dei governi locali, che vede più vicini alla possibilità di realizzare una reale partecipazione democratica, da sempre è un sostenitore accanito del diritto all'autodeterminazione dei popoli, da qui il supporto al referendum catalano e a quello dei curdi, come anche all'indipendenza della Scozia.
La risposta del governo spagnolo fatta di azioni poliziesche come le manette per gli indipendentisti, il sequestro delle schede elettorali e la chiusura dei siti web sul referendum, non ha fatto che riaccendere una delle passioni mai sopite di Julian Assange: il sogno di usare la potenza della Rete, la sua velocità e la difficoltà di azzittirla per bypassare la censura governativa e liberare l'informazione e l'azione politica.
È la visione che lo ha portato a creare WikiLeaks. E Assange, che conosce internet come pochi, sa bene che bypassare la censura in realtà come l'Europa non è difficile. Non a caso una delle prime azioni concrete che ha messo in piedi è stato creare un mirror del sito sul referendum catalano, ovvero un "sito specchio" che ripropone i contenuti che il governo spagnolo vuole far sparire. Quello che viene censurato da una parte, sbuca di nuovo dall'altra, secondo la più classica delle tecniche usate da WikiLeaks fin dal 2008, quando si trovò a fronteggiare una potente banca privata svizzera, la Julius Baer, che aveva chiesto a un giudice di rimuovere i documenti su presunte operazioni di riciclaggio fatte emergere dai documenti rivelati da WikiLeaks sulla filiale della Julius Baer alle isole Cayman.
"La prima guerra mondiale della Rete è iniziata, in Catalonia, con la gente e il governo locale che cerca di usare la Rete per organizzare un referendum sull'indipendenza da tenersi domenica e i servizi di intelligence spagnoli che attaccano, censurano i link, occupano gli edifici delle compagnie telefoniche, chiudono centinaia di siti e protocolli internet", ha twittato ieri il fondatore di WikiLeaks. E questo è Assange al 100 percento, come è puro Assange quello che twitta una vera e propria chiamata alle armi: "Ai nostri sostenitori e agli esperti di tecnologia, ovunque si trovino, per aiutarci a denunciare e ad aggirare la censura della Guardia Civil e dell'intelligence spagnola Cni per zittire illegalmente la stampa, i cittadini votanti e il governo della Catalogna".
Qualcosa di simile potrebbe essere accaduto anche durante la Primavera araba, quando i regimi africani cercarono in ogni modo di fermare il diluvio di informazioni devastanti che emergevano dai cablo della diplomazia Usa pubblicati da WikiLeaks e che esponevano senza pietà la corruzione di dittature come quella in Tunisia: da una parte i dittatori cercavano di impedire che i loro cittadini leggessero quelle rivelazioni, dall'altra WikiLeaks e tutto un team di supporter, maghi di internet, esperti di crittografia, cercavano di aggirare la censura, sfruttando ogni buco della Rete.
È possibile che, come accaduto con la pubblicazione delle email del Partito democratico americano, il supporto aperto al referendum catalano riaccenda tensioni con il governo dell'Ecuador del presidente neoeletto Lenin Moreno, che fin dalla sua elezione ha invitato Julian Assange a non interferire con la politica dell'Ecuador e dei paesi con cui la nazione ha rapporti.
In più di un'occasione, il fondatore di WikiLeaks ha risposto a Moreno, cosa che è puntualmente accaduta anche con il referendum sulla Catalogna: "Se il presidente Moreno vuole impedirmi di pronunciarmi sugli abusi dei diritti umani in Spagna dovrebbe dirlo apertamente e chiarire su quali basi legal", ha fatto sapere Assange via Twitter. -
Di Maio: "Sindacati si
autoriformino o ci pensiamo
noi". Camusso: "Linguaggio
autoritario e insopportabile".
Luigi Di Maio
Il candidato premier del M5s va allo scontro con le Confederazioni. I toni a molti ricordano la polemica Renzi-Cgil. Poi pensa a una manovra shock sul costo del lavoro. E sottolinea il ruolo di Internet, "la più grande fabbrica di posti di lavoro". Poletti: "Rispettare l'autonomia sindacale".
TORINO - "Se il Paese vuole essere competitivo le organizzazioni sindacali devono cambiare radicalmente. Dobbiamo dare possibilità alle associazioni giovanili di contare nei tavoli contrattazione, serve più ricambio nelle organizzazioni sindacali. O i sindacati si autoriformano o, quando saremo al governo, faremo noi la riforma". Al Festival del Lavoro a Torino Luigi Di Maio, candidato premier del Movimento 5 Stelle, non usa mezzi termini e lancia un avvertimento chiaro ai sindacati: "Un sindacalista che prende la pensione d'oro o finanziamenti da tutte le parti ha poca credibilità per rappresentare un giovane di trent'anni". Toni che a molti sembrano una riedizione dello scontro che ha opposto Renzi-premier alle Confederazioni, in particolare la Cgil.
CAMUSSO: "LINGUAGGIO AUTORITARIO E INSOPPORTABILE" Immediata la replica di Susanna Camusso, leader Cgil: "Linguaggio autoritario e insopportabile - commenta - non è il primo che lo dice (di riformare i sindacati, ndr). Ce n'è stato un altro che poi ha fatto il jobs act". "Di Maio - continua - dimostra tutta la sua ignoranza ma insieme l'arroganza di chi crede che il pensiero sia solo di chi governa e non riconosce la rappresentanza. Stiamo tornando all'analfabetismo della Costituzione perché la libertà di associazione è un grande principio costituzionale". "Di Maio dice cose che non sa. Non sa come è fatto un sindacato, non sa che non è un'organizzazione statuale di cui decidi le modalità organizzative, è una libera associazione. Non sa che il sindacato cambia in continuazione, perché a differenza di altri soggetti, è radicato nei luoghi di lavoro ed è composto da decine di migliaia di militanti". Camusso conclude affermando che "il segno è quello di ridurre la partecipazione alla democrazia".
POLETTI: "RISPETTARE L'AUTONOMIA DEI SINDACATI".
"I sindacati - commenta il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti - hanno la loro autonomia e la loro responsabilità, credo vada rispettata perché sicuramente sanno, per la storia che hanno alle spalle, qual è la situazione che vivono. Quindi valutano ogni giorno, ne sono certo, il dato di adeguatezza che è presente. Una delle regole del funzionamento della democrazia è il rispetto delle sfere di competenze e responsabilità di ognuno - dichiara -tutte le organizzazioni sociali della rappresentanza devono sempre interrogarsi sulla loro efficacia, efficienza e piena corrispondenza rispetto alle aspettative che rappresentano". "Ma quello di interrogarsi al proprio interno sulla propria funzione ed efficienza - aggiunge - non è un tema dei sindacati. È un tema che riguarda tutte le organizzazioni sociali in un mondo come questo che sta cambiando rapidamente". E questo "specialmente laddove hai una funzione di rappresentanza e di relazione con i cittadini devi sempre chiederti su sei organizzato, su come svolgi la tua funzione, e se è adatta al momento".
SMART NATION.
Dal palco del Festival Di Maio invita a non avere paura di perdere posti di lavoro: "Al di là di quello che vogliamo sta arrivando un nuovo mondo del lavoro: oggi sta arrivando la 'Smart Nation', un nuovo modello di Paese in cui i lavori si trasformano", ha spiegato, citando i dati di una ricerca secondo la quale "da qui al 2025 il 50% dei lavori saranno legati al settore creativo, mentre il 60% di quelli che conosciamo oggi si trasformerà o sparirà. Il settore creativo è legato al turismo, alla cultura e alle nuove tecnologie".
INTERNET, FABBRICA DI OCCUPAZIONE.
Un ruolo fondamentale, secondo Di Maio, è quello di Internet che "è la più grande fabbrica di posti di lavoro. Se avessimo aumentato del 35% gli investimenti su Internet avremmo il 5% di disoccupazione giovanile in meno. Se avessimo la diffusione Internet dell'Olanda ora avremmo 270mila nuovi posti di lavoro". Quindi fornisce la soluzione per combattere la disoccupazione: "Per avere un processo di recupero posti di lavoro vanno fatti investimenti in tecnologia".
COSTO DEL LAVORO.
Per quanto riguarda, poi, il costo del lavoro, il candidato premier 5 Stelle è convinto che "abbiamo bisogno di una manovra shock, dobbiamo dare possibilità alle imprese e studi professionali di assumere per far riprendere l'economia e ridare gettito allo stato: così si può pagare il debito e si possono fare ulteriori investimenti sull'abbassamento del costo di lavoro".-
Botta e risposta a distanza tra i due candidati governatori, che sulla realizzazione dell'opera la pensano in maniera opposta.
Sabato, 30. Settembre 2017 - 12:21
Pubblicato da www.tempostretto.it
Non c’è campagna elettorale in cui il Ponte sullo Stretto non diventi argomento di dibattito .Tra fautori e fermi oppositori dell’opera il gioco delle parti si ripete in un copione visto e rivisto centinaia di volte negli ultimi 30 anni. E anche in questo periodo che precede le elezioni regionali siciliane del prossimo 5 novembre il ponte è tornato ad essere tema di stretta attualità. A rilanciare l’argomento è stato il candidato governatore del centro-sinistra Fabrizio Micari, che ha definito l’opera «fondamentale e strategica».
Attraverso un post su Fb, a Micari risponde un altro candidato presidente , Claudio Fava. «Rilanciando il ponte sullo stretto come “un’opera fondamentale e strategica”, il Magnifico - scrive - fa tre autogol in un colpo solo: come rettore, come ingegnere e come candidato. Da rettore dovrebbe sapere quello che centinaia di suoi colleghi spiegano ai loro studenti nelle aule universitarie, e cioè l’insostenibilità economica e finanziaria del ponte di Messina, bocciato da tutte le società di audit e di valutazione invitate ad occuparsi del progetto.
Da ingegnere dovrebbe sapere quanta precarietà strutturale porterebbe con sé quell’opera, immaginata in una delle aree a maggior rischio sismico del pianeta. Autogol infine da candidato perché – sottoline ancora Fava - rispolverare il ponte è una mitologia ridicola, bocciata da tutti siciliani. Perfino dal sindaco Orlando che s’è scelto Micari come candidato e adesso è costretto a bacchettarlo per questo strampalato endorsement al ponte».
«L’unica consolazione per il Magnifico – conclude Fava - è non ritrovarsi solo: anche Musumeci e la sua Vincibile Armada (Micciché & soci) sono convinti che l’unica salvezza per la Sicilia sia aprire un bel cantiere lungo dieci chilometri sulla carne viva di Messina, tagliare il nastro e far finta di cominciare a costruire questo ponte. Fondamentale e strategico solo per finire per qualche giorno sui Tg».-
G7, la polizia sotto attacco:
roghi in strada e bombe carta
Guerriglia urbana a Torino. Gli antagonisti cercano di sfondare il cordone della polizia: fuochi d'artificio sparati ad altezza d'uomo e lancio di bombe carta.
Sergio Rame - Sab, 30/09/2017 - 19:22
Pubblicato da www.ilgiornale.it
Roghi in strada, lancio di bombe carta, cariche continue per sfondare il cordone delle forze dell'ordine in tenuta anti sommossa. Arrivati a Venaria, alle porte di Torino dove è in corso il G7 del Lavoro presieduto dal ministro Giuliano Poletti, gli antagonisti provano a irrompere nei locali della Reggia, ma vengono respinti con gli idranti dalla polizia.
Gli scontri si ripetono per più volte, con i no global che sparano i fuochi d'artificio ad altezza uomo nel tentativo di colpire gli agenti in pieno corpo (guarda la gallery). Tutto intorno sono colonne di fumo e clima di guerriglia urbana.
Secondo giorno di scontri a Torino (guarda la gallery). L'obiettivo è sempre lo stesso: colpire le forze dell'ordine. Già ieri sera, poco prima delle 23, gli antagonisti hanno attaccato le forze dell'ordine in via Po, con un fitto lancio di bombe carte, fumogeni e fuochi d'artificio (guarda la gallery). Gli agenti in assetto antisommossa hanno risposto cercando di far indietreggiare i manifestanti, che sono stati respinti nella vicina piazza Castello, affollata per la Notte dei Ricercatori. Trai molti torinesi che stavano passando la serata tra gli stand della kermesse scientifica si è diffuso il panico. Gli antagonisti hanno approfittato della situazione per incendiare alcuni cassonetti in piazza e nel vicino Viale Primo Maggio. Durante i tafferugli due gli agenti di polizia sono rimasti feriti in modo lieve.
Le stesse scene di violenza si sono ripetute oggi al termine dei lavori del G7. I manifestanti hanno inscenato una ghigliottina con i fantocci del segretario del Pd Matteo Renzi e del ministro del Lavoro Giuliano Poletti (guarda la gallery). Una "rappresentazione" macabra e sanguinaria a pochi passi dalla Reggia dove gli accessi hanno blindato tutti gli accessi per impedire ai facinorosi di prendere d'assalto la residenza sabauda. È stato in quel momento che è scoppiata la guerriglia urbana. Dal corteo, che contava circa 5mila partecipanti, si sono staccati i più violenti che hanno attaccato le forze dell'ordine per cercare di sfondare il cordone. Al termine degli scontri tre persone sono state bloccate e identificate dalla Digos, mentre tutti gli altri sono riusciti a farla franca.-