lunedì 14 ottobre 2019

Manovra, vertice su tasse 

e pensioni Guerra aperta 

nel governo.

 

Riunione di fuoco nella notte. Da un lato i renziani con lo stop a quota 100, dall'altro i 5S col salario minimo. Pd stretto sul cuneo.

 



Vertice infuocato nella notte. La manovra entra nel vivo. Nella riunione tra i leader della maggioranza a palazzo Chigi sul tavolo del governo sono entrati tutti i temi spinosi della prossima legge di Bilancio. 

 

 
 
 
Da una parte il duello si è consumato sul cuneo fiscale, dall'altra sulle coperture da trovare per la manovra. E così i 5 Stelle hanno rilanciato la proposta del salario minimo orario a 9 euro mentre Italia Viva di Renzi ha chiesto di sospendere (e subito) Quota 100 per destinare le risorse alle famiglie. Due temi caldi su cui il ministro Gualtieri dovrà riflettere prima del Cdm di oggi. Su Quota 100 si gioca la partita più grossa.

Il ministro Catalfo ha già fatto sapere che non verrà toccata la riforma varata dal precedente governo, ma la sensazione è che un intervento sulle finestre d'iscita ci sarà. Un intervento che porterà circa 600 milioni nelle casse dello Stato da destinare ai buchi della manovra. Il cuneo fiscale è poi l'altro tema centrale della prossima legge di Bilancio.

Il titolare di via XX Settembre ha chiesto di destinare tutte le risorse proprio su questo fronte e di agire sugli sgravi alle imprese solo nel 2021. A quanto pare le distanze nella maggioranza sono reali e forti. L'intesa sulla manovra per il momento resta lontana. Lo scontro su pensioni e tasse è molto acceso e non sono esclusi colpi di scena anche sulla tenuta dell'esecutivo giallorosso... -

sabato 12 ottobre 2019

Più Fisco, più manette.

 


Più tasse, più multe, più confische per tutti e vogliono anche il carcere per chi evade: è lo stato di polizia tributaria.

 



Con la nuova manovra finanziaria le tasse, nel loro complesso, aumenteranno e questa è una certezza che va al di là della propaganda governativa. 

 

 
 
 
E aumenterà anche la lotta all' evasione che ogni anno produce un danno di circa 180 miliardi. Ovviamente siamo favorevoli al contrasto (a patto che non ci porti a uno stato di polizia) ma dubitiamo che l' evasione possa diminuire aumentando le tasse.

In queste ore qualcuno al governo, come confermano il ministro Bonafede e il viceministro Castelli, sta pure evocando il carcere per gli evasori come soluzione definitiva all' odioso fenomeno. Già oggi più di tremila italiani all' anno subiscono una condanna penale per questo reato e circa duecento si trovano agli arresti (gli altri hanno condanne minori e se la cavano con pene alternative).

Vogliamo introdurre manette per tutti gli evasori? Bene, ma prepariamoci al peggio e al fallimento dello Stato. Già, perché le stime più aggiornate parlano di otto milioni di persone non in regola con il fisco. Se li arrestiamo tutti bisognerebbe svuotare la Sicilia e la Sardegna per trasformarle in isole penitenziarie, e ancora non basterebbe a contenere tutti i galeotti. Tra i quali ci sarebbero circa due milioni di persone concentrate soprattutto al Sud insegnanti, statali e operai che arrotondano i magri stipendi con un lavoro in nero (evasione di circa 25 miliardi).

Se questi geni dalla manetta facile hanno invece in mente soluzioni più tradizionali i conti sono presto fatti. Oggi nelle 200 prigioni italiane sono rinchiusi 60mila disgraziati ognuno dei quali costa allo Stato 124 euro al giorno per una spesa annua di tre miliardi. Se arrestassimo tutti gli evasori il conto della sola detenzione sarebbe di 400 miliardi all' anno, al quale aggiungere quello per stanarli che oggi è di 60 miliardi ma che per raggiungere l' obiettivo andrebbe almeno decuplicato, oltre ovviamente la costruzione di centinaia di carceri. A spanne servirebbero mille miliardi (senza contare i maggiori problemi e i maggior costi del comparto giustizia tra inchieste e processi) per non recuperarne 180 (chi è in galera non guadagna e quindi non paga tasse).

Il consiglio è quindi di lasciare perdere queste fesserie. La lotta all' evasione la si fa sì con il contrasto ma la strada maestra resta la diminuzione della pressione, che magari non convertirà i mascalzoni ma permetterebbe a tanti di lasciare il doppio lavoro e arrotondamenti fai da te. La strada maestra non è investire in carceri ma in scuole, in borse di studio per universitari, nelle famiglie, nel lavoro. Ai ferri, per stupidità, andrebbe messo chi pensa il contrario.-

venerdì 11 ottobre 2019

"Il  killer dei poliziotti era 

stato già arrestato per 

droga a casa sua".

 

Su Meran ci sarebbero tre dossier. Nessuno li ha controllati prima di concedere l'ingresso.

 




Trieste - Alejandro Augusto Stephan Meran, il killer dei poliziotti nella Questura di Trieste, sarebbe stato arrestato per traffico di droga a casa sua, in Repubblica Dominicana, secondo un'informativa della Dndc, la Direzione nazionale antidroga del paese caraibico. 

 

 
La conferma arriva da Santo Domingo grazie ad Alicia Ortega, une delle più famose giornaliste investigative dell'isola.

A Trieste gli investigatori spiegano di non avere ancora ricevuto queste informazioni. «Per ora non abbiamo riscontri del genere, ma siamo in attesa di ricevere per vie ufficiali informazioni dettagliate dalla Repubblica Dominicana» spiegano da Trieste. Nell'informativa dell'antidroga di Santo Domingo, che fornisce anche una foto del killer dei due poliziotti con un filo di pozzetto e sguardo triste, corrispondono anche il numero di passaporto, in possesso degli inquirenti italiani, l'età, 29 anni e il luogo di nascita, Comendador, il capoluogo della provincia di Elías Piña.

Un'area al confine con Haiti dove passano le vie del narcotraffico caraibiche. Su Alejandro ci sono «tre fascicoli della Dncd» e sarebbe «stato in carcere nel Paese per traffico di droga» si legge nell'informativa, dove «ha scontato la pena». Forse potrebbe trattarsi solo di un fermo o le accuse magari sono cadute in seguito, ma le certezze si avranno solo con l'arrivo della documentazione ufficiale richiesta dagli inquirenti del capoluogo giuliano. Le notizie che arrivano dall'antidroga di Santo Domingo sollevano, però, ulteriori domande sul passato tutto da chiarire del pluriomicida, che si tenta di accreditare come un bravo ragazzo affetto da turbe mentali.

Ortega è certa che il dominicano era schedato, ma in Italia non si è mai saputo nulla. Il giovane Alejandro sarebbe arrivato la prima volta nel nostro paese con la famiglia nel 2005. Poi però, se risultano tre dossier e l'arresto in Repubblica Dominicana, deve essere rientrato in patria.
Nel nostro Paese era incensurato e ha ottenuto un permesso di soggiorno di lunga permanenza. Evidentemente nessuno ha indagato su eventuali precedenti ai Caraibi.

Secondo informazioni raccolte da il Giornale a l'Aquila il futuro killer, registrato come immigrato disoccupato, ha girato dal 2015 a Montebelluna in provincia di Treviso, Ponte della Alpi, vicino a Belluno e alla fine Trieste. Il legale di fiducia, Francesco Zacheo, che lo ha incontrato nel carcere del capoluogo giuliano racconta che «legge la Bibbia ogni giorno e non si ricorda» dei due poliziotti uccisi. Mercoledì prossimo si terranno a Trieste le esequie solenne delle vittime, Pierluigi Rotta e Matteo Demenego.

Il legale sta cercando «di ricostruire la vita di Alejandro da quando è nato a oggi, ma da quello che dice la madre ha una fedina penale pulita». Il killer faceva anche la spola con la Germania dove ha vissuto con un amico a Deggendorf, che gli investigatori vogliono interrogare. Lo scorso novembre, a Monaco, Alejandro ha rubato un'Audi, non facile da portare via per un neofita, andando poi a sbattere contro la recinzione dell'aeroporto.

Sembra che volesse entrare nello scalo a forza per prendere un volo diretto a Santo Domingo. Ali agenti tedeschi intervenuti ha detto che esprimeva «pensieri confusi su una missione per Gesù». Per questo motivo è stato ricoverato in una struttura psichiatrica. Il legale ed i familiari sottolineano che aveva problemi mentali ed era in cura in Germania. Zacheo, ha ribadito che la madre «prima dell'accaduto aveva denunciato tantissime volte» i problemi del figlio. «Se non ricordo male - conclude - Alejandro è stato negli ospedali di Belluno, Udine e Trieste».

Secondo l'avvocato «tutto, sarà basato ovviamente sulla perizia psichiatrica, dove si valuta la sua condizione mentale difficile». Nonostante la dimestichezza con le armi dimostrata nella mattanza in Questura, Betanja, la madre, ha garantito al legale «che suo figlio non ha mai preso pistole in mano».-

Berlusconi: "La manovra 

colpirà le famiglie. ​Adesso 

scendiamo in piazza".

 

Berlusconi mette nel mirino il piano dei giallorossi: "Ci porteranno alla recessione. Saremo in piazza il 19 ottobre".



Silvio Berlusconi mette nel mirino la manovra del governo e di fatto smonta il Def appena varato alla Camera. 

 

 
 
 
In una nota il leader di Forza Italia critica in modo aperto le ricette economiche varate dai giallorossi: "La politica economica del governo, come emerge dalla nota economica del Def, desta grande preoccupazione.

Colpirà negativamente famiglie e imprese, porterà l’Italia nuovamente nella spirale della recessione", ha affermato il Cavaliere. Di fatto il leader di Forza Italia evidenzia le mosse dell'esecutivo che potrebbero portare ad un inasprimento della pressione fiscale. Per il momento sul fronte della manovra la coperta resta corta. Dalla lotta all'evasione l'esecutivo potrebbe recuperare (in uno scenario a pieno regime) circa tre miliardi di euro.

Ma restano altre coperture da trovare che potrebbero "spuntare" solo con un ritocco sulle tasse. Ed è per questo motivo che Berlusconi chiama il popolo dei moderati in piazza per dire "no" alla mazzata fiscale che potrebbe essere dietro l'angolo: "La politica economica del governo, come emerge dalla Nota economica del Def, desta grande preoccupazione. Colpirà negativamente famiglie e imprese, porterà l'Italia nuovamente nella spirale della recessione. Anche per questa ragione Fi aderirà alla manifestazione contro le politiche del governo convocata per il 19 ottobre prossimo in piazza San Giovanni a Roma".

E la chiamata alla piazza di Berlusconi trova già d'accordo i big del partito. Anche il vicepresidente di Forza Italia, Antonio Tajani, ha lanciato la "rivolta fiscale": "Serve una rivolta fiscale contro le scelte scellerate del governo che costringeranno gli italiani a pagare ancora di più. Presenteremo una contromanovra, ci impegneremo per tutelare l’interesse del nostro paese in Italia e in Europa e fare in modo che la manovra economica sia a favore della crescita e la crescita c’è solo se si diminuisce la pressione fiscale.

Avvieremo una campagna fortissima contro l’aumento delle tasse". Anche Maurizio Gasparri, come riporta l'Adnkronos, raccoglie l'invito alla piazza del Cavaliere: "Sono particolarmente lieto dell'annuncio del presidente Berlusconi dell'adesione di Forza Italia alla manifestazione contro il governo, che si terrà a Roma, in piazza San Giovanni, sabato 19 ottobre. Il governo si appresta a prelevare una montagna di miliardi dalle tasche delle famiglie italiane. Le tasse in più ci sono, anche se tentano goffamente di nasconderle. Quindi bisogna contestare e contrastare questo governo sia nel Parlamento, come faremo con i gruppi di Forza Italia, sia nel Paese, come faremo insieme al centrodestra unito nella manifestazione romana".-

L'EUROPA DI MACRON E' GIA' FINITA ?




Sylvie Goulard non ce l’ha fatta. L’Europarlamento ha, in seconda audizione, travolto la politica liberale e attuale vicegovernatore della Banca di Francia designata dal presidente francese come commissario nella squadra di Ursula von der Leyen respingendone a larga maggioranza la nomina. La trappola del gruppo europarlamentare del Partito popolare europeo a Macron riesce e la Goulard viene respinta ad ampia maggioranza dalle Commissioni mercato e industria: 82 eurodeputati avrebbero votato contro, 29 a favore e uno si sarebbe astenuto nello scrutinio sulla nomina della Goulard a Commissario al mercato interno e alla Difesa.

A essere messo a repentaglio ora è l’intero assetto politico su cui, nell’estate scorsa, è nata la “formula Ursula”. Tanto decantata da essere presentata da Romano Prodi come idealtipo della nuova maggioranza giallorossa in Italia. Ma in realtà frutto di un accordo di potere tra Angela Merkel ed Emmanuel Macron, a cui si sono aggiunti gli Stati dell’Europa “carolingia” (i Paesi del Benelux e l’Austria innanzitutto) e la Spagna satellite di Berlino premiata con le deleghe alla politica estera comune. Una formula con cui Macron ha voluto prendersi un vantaggio politico esterno allo scrutinio dell’Europarlamento in cui il gruppo del suo partito, En Marche!, è di dimensione largamente inferiore alle grandi famiglie tradizionali, i popolari e i socialisti.
Ai gruppi europarlamentari non è andato giù, in particolar modo, il disprezzo di Macron per il metodo degli Spitezenkandidaten che avrebbe portato a scegliere entro l’emiciclo di Strasburgo il nuovo presidente della Commissione. La bocciatura della Goulard, in particolare, è la trappola con cui il Ppe ripaga tale mossa e, al tempo stesso, segnala come la principale alleata di Macron, Angela Merkel, fatichi a tenere il timone della sua rappresentanza continentale. 
La settimana scorsa la Goulard è stata sottoposta a un fuoco di fila di domande scomode sugli scandali che l’hanno coinvolta, relativi a rimborsi e compensi per consulenze di difficile tracciabilità, e sulla sua visione politica per il mandato inizialmente affidatole, che lasciava presagire l’inedito fronte che l’ha respinta. Il Ppe contestava la sua volontà di portare in Europa i piani macroniani di una difesa continentale autonoma, già messi in secondo piano dalla von der Leyen, i Verdi la mancanza di chiarezza sull’ambiente, il “pirata” ceco Marcel Kolaja ha messo il dito nella piaga della vaghezza delle strategie sull’agenda digitale.

Popolari, conservatori, verdi e sovranisti hanno votato compatti contro la Goulard, mentre solo i liberali e (con qualche incertezza) i socialisti l’hanno sostenuta: sul commissario del Paese più rilevante nel patto che ha dato alla von der Leyen le chiavi di Bruxelles la “maggioranza Ursula” si è sciolta come neve al sole. Il gruppo europeo di Macron ha pagato a duro prezzo la sua forte ostilità contro i primi commissari bocciati da Strasburgo, la rumena socialista Rovana Plumb e il popolare ungherese, László Trócsányi, respinti a settembre dalla commissione Giustizia, subendo il contrattacco popolare; il Presidente francese, che ora accuse manovre contro Parigi, ha pagato la reazione calcolata e prudente del leader ungherese Viktor Orban, che dimostrandosi accomodante con la bocciatura del suo uomo ha fornito la sponda al Ppe per servire a freddo la vendetta; la presidente della Commissione, infine, non ha saputo proteggere la sua donna chiave con le dovute alleanze politiche, e su questo Macron non ha tutti i torti nell’accusare l’ex ministro della Difesa di Berlino di “meschinità“.

A essere messe a repentaglio ora sono le chances della stessa Commissione di incassare il via libera definitivo dall’emiciclo di Strasburgo, nel caso in cui la fragile maggioranza che la sostiene perdesse ulteriormente pezzi. Non bisogna dimenticare che la von der Leyen ha avuto il via libera come presidente della Commissione solo grazie al vero e proprio “appoggio esterno” del Partito Giustizia e Libertà polacco e del Movimento Cinque Stelle, e che una frattura popolari-liberali potrebbe risultare fatale. Non è un caso che si cominci a parlare di dilazione dei tempi per la costituzione della “squadra Ursula” e per il voto ?finale sulla sua entrata in carica. Strasburgo sarà un Vietnam nei prossimi mesi, e chi rischia più di tutti è proprio Macron.-

Lo scacco matto di Erdogan 

all'Ue.

 

La Turchia attacca la Siria. L'Ue protesta ma non fa nulla: così è finita vittima del ricatto orchestrato da Ankara.

 





I tempi sono importanti, in politica. Soprattutto in quella internazionale. Solo una settimana fa, giovedì e venerdì scorso, il ministro dell'Interno della Germania, Horst Seehofer, vola in Grecia ed ad Ankara per discutere con Erdogan della situazione migratoria nell'Egeo.




 
Pochi giorni dopo, Trump annuncia il ritiro delle truppe americane dagli avamposti in Siria e il sultano può dare il via alla sua operazione militare. Senza analizzare le reazioni delle altre grandi potenze, quello che emerge in queste ore è l'incapacità dell'Ue di incidere nelle decisioni internazionali. L'Europa balbetta qualcosa, non è d'accordo ma non può spingersi troppo oltre. E c'è un motivo: Erdogan ha puntato il missile migranti verso Bruxelles e sa di poter tirare la corda finanche a spezzarla. È lui ormai a dettare i ritmi.

Durante il suo ultimo intervento al Parlamento di Ankara, il presidente turco ha esternato quello che le cancellerie europee avevano già capito nelle ultime settimane. Ovvero che la Turchia porterà avanti la sua "Primavera di Pace" (simpatico nome per definire un'azione di guerra in pieno autunno) checché ne dica Bruxelles. "Ehi Ue, sveglia - ha gridato Erdogan - Ve lo ridico: se tentate di presentare la nostra operazione lì come un'invasione, apriremo le porte e vi invieremo 3,6 milioni di migranti". Più chiaro di così, si muore.

Il problema, per la Germania e l'intera Ue, è che la Grecia è al collasso. La Turchia ha lasciato passare migliaia di richiedenti asilo durante tutta l'estate, ingolfando il sistema di accoglienza di Atene. Le isole nell'Egeo sono allo stremo. A Samos sorge una città sopra la città e ormai c'è un migrante per ogni cittadino. A Lesbos, Kos, Chios e Leros a fronte di appena 6.300 posti per l'accoglienza ci sono oltre 30mila immigrati. La situazione non è sostenibile, ma ore l'Ue paga tutte le sue colpe.

Per capire come la Turchia tenga davvero per il guizaglio l'Europa basta andare nei campi profughi greci. IlGiornale.it ha raccolto le testimonianze dei siriani, vessati dagli africani; dei bambini costretti a vivere in campi indegni; delle donne violentate e abusate nel silenzio; e dei cittadini europei esasperati da un'immigrazione sempre più massiccia (leggi qui l'intero reportage).

Solo un effettivo accordo di redistribuzione tra i Paesi Ue permetterebbe di disinnescare la miccia turca: la Grecia, l'Italia e la Bulgaria sarebbero alleggerite da un peso insopportabile, rendendo inutili le intimidazioni turche. Ma il patto di Malta, sventolato come la panacea di tutti i mali, si è rivelato un bluff. Così come la riforma del regolamento di Dublino resta ferma al palo. L'unica idea venuta a Berlino e Parigi è stata quella di andare a Ankara per trattare l'invio di nuovi fondi. Erdogan chiede i 3 miliardi promessi (e mai versati) da Bruxelles, oltre - probabilmente - a nuovi impegni economici.
Le debolezze dell'Ue sono la forza di Erdogan. Per questo può permettersi di minacciare l'invio di 3,6 milioni di migranti e di avviare un'offensiva militare contro i curdi senza che nessuno si opponga.

Certo, i Paesi Ue hanno condannato l'attacco. Ma oltre le parole, c'è molto poco: "L'Ue ribadisce il sostegno all'unità, la sovranità e l'integrità territoriale della Siria", dice la Commissione, ma per ora resta a guardare. Difficile immaginare che, come chiesto da Fratelli d'Italia, Bruxelles poissa comminare sanzioni contro Ankara. Il risultato sarebbe quello di ritrovarsi la rotta balcanica di nuovo libera dalla diga costruita dalla Turchia e pagata 6 miliardi di euro dall'Europa. Quindi per ora Bruxelles protesta senza interferire. Vittima dello scacco matto di Erdogan.-

giovedì 10 ottobre 2019

LA "VENDETTA DI SALVINI: SI' PUO' FARE LUCE SULLO SPYGATE.




Come da previsioni, il deputato della Lega Raffaele Volpi è stato eletto presidente del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica. L’ex sottosegretario alla Difesa succede a Lorenzo Guerini, che aveva lasciato l’incarico dopo la nomina a ministro della Difesa.

Secondo quanto riferito dall’Adnkronos, dopo l’elezione di ieri del neo presidente Raffaele Volpi, si va verso una riunione dell’Ufficio di presidenza del Copasir all’inizio della settimana prossima. Oggi si è svolto solamente la seduta che ha incoronato Volpi al vertice del Comitato con sei voti, mentre sono state tre le schede bianche e una la preferenza per Elio Vito (Fi).

Non si sarebbe dunque fatto alcun riferimento al calendario dei lavori e alla delicata questione dell’audizione del premier Giuseppe Conte per il cosiddetto “Russiagate”. Il calendario dei lavori e quindi delle prossime audizioni, da quanto trapela, sarà deciso la settimana prossima nell’ambito di un Ufficio di presidenza che potrebbe essere convocato a inizio settimana. Nel frattempo, però, Conte ha già detto di esser pronto a riferire al Copasir.

Dopo la doppia visita di William Barr e John Durham in Italia, il 15 agosto e il 27 settembre, il premier aveva spiegato che, prima di esprimersi pubblicamente su tale vicenda, si riservava di riferire al Copasir per correttezza istituzionale, anche se qualcosa è già trapelato. Conte, colui che autorizzò l’incontro tra il capo del Dis Gennaro Vecchione e William Barr, ha spiegato di averlo fatto per cercare “nell’interesse dell’Italia di chiarire quali fossero le informazioni degli Stati Uniti sull’operato dei nostri Servizi all’epoca dei governi precedenti”.
Con la nomina di Raffaele Volpi al Copasir, la Lega (e il centrodestra) può pungolare Conte sulla vicenda Russiagate/Spygate, appurato il fatto che fu proprio il presidente del Consiglio ad autorizzare gli incontri fra Vecchione e William Barr. La presidenza del Copasir permette a Matteo Salvini e a tutto il centrodestra di chiedere e pretendere la massima chiarezza su un caso che presenta numerosi punti oscuri.

L’inchiesta si allarga: vertice tra 007?

Come abbiamo già spiegato, l’indagine condotta dal team investigativo guidato dal procuratore John Duhram e dall’Attorney general William Barr verte sull’operato delle agenzie federali alle origini del Russiagate: l’obiettivo dell’indagine di Washington è inoltre quello di stabilire se il nostro governo o i nostri servizi – nel periodo dei governi Renzi e Gentiloni – abbiano collaborato con i democratici per cospirare contro la campagna di Donald Trump insieme ad Australia e Regno Unito.

Come riporta Fox News, Durham sta sondando una linea temporale più ampia di quanto precedentemente noto, secondo diversi funzionari dell’amministrazione Trump: il periodo preso in esame va dal 2016 – prima delle elezioni presidenziali di novembre – fino alla primavera del 2017, quando Robert Mueller viene nominato procuratore speciale per il Russiagate.

Nel frattempo, a Roma, a quanto si apprende dalle agenzie, l’indagine degli 007 americani sul ruolo del nostro Paese prosegue senza sosta. Si è tenuto ierimattina, a quanto apprende l’Adnkronos, un vertice tra i servizi segreti americani e quelli italiani nella sede del Dis a Roma. Il summit con la Cia sarebbe avvenuto a metà mattinata e avrebbe affrontato “svariati temi operativi”. 

All’incontro con la Central intelligence agency hanno partecipato i massimi vertici dei nostri 007, ovvero il generale Luciano Carta per l’Aise, il prefetto Mario Parente per l’Aisi, e il direttore del Dis Gennaro Vecchione padrone di casa. Nel corso della riunione con il capo della Cia, programmata oltre due mesi e mezzo fa, “non si è toccato il tema del Russiagate ma altre questioni programmate da tempo”, fanno sapere fonti bene informate, compresa la prossima visita negli Stati Uniti del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

La visita di Sergio Mattarella negli Stati Uniti

La visita del Capo dello Stato Mattarella negli Stati Uniti tra il 15 e il 20 ottobre si preannuncia “caldissima” e molto delicata dopo la visita di William Barr e John Durham a Roma, con il dibattito politico americano tutto incentrato sull’impeachment e sulla vicenda dello Spygate. Gli uomini vicini al presidente Trump vogliono sapere dove si trova Joseph Mifsud; chi lo ha protetto in questi mesi; quali sono i suoi possibili legami con l’intelligence.

Barr e Durham hanno tra le mani la deposizione del docente maltese scomparso nel nulla da diversi mesi, dove quest’ultimo farebbe alcune rivelazioni clamorose. Ed è proprio sulla base di questa deposizione che William Barr e John Durham hanno chiesto un riscontro alla nostra intelligence.

Come anticipato da IlGiornale.it, Joseph Mifsud ha fornito in estate una deposizione audio a Durham e al Congresso Usa. Secondo quanto riportato dal giornalista investigativo John Solomon su The Hill, “Mifsud era un collaboratore di vecchia data dei servizi di intelligence occidentali cui venne richiesto specificatamente dai suoi contatti alla London Center of International Law Practice (Lcilp) di incontrare Papadopoulos a pranzo a Roma a metà marzo 2016″.-