Brindisi,
“così 7 dirigenti della centrale
Enel si facevano corrompere:
macchine, ristrutturazioni,
mobili e tanti soldi”.
Secondo la procura di Brindisi, un imprenditore pagava per ottenere informazioni sulle offerte dei concorrenti o la certificazione di fine lavori: rischia il processo assieme ai manager della centrale pugliese, cinque dei quali furono arrestati a maggio. L'azienda elettrica, estranea all'inchiesta, presentò una denuncia alla procura.
“Plasmavano la propria attività (…) in vista di un ritorno in termini di denaro o altra utilità”, sintetizzano i pm Milto Stefano De Nozza e Francesco Carluccio nell’avviso di conclusione indagini su un giro di presunte tangenti pagate da un imprenditore a 7 dipendenti e dirigenti della centrale Enel Federico II di Cerano, in cambio di favori, nell’ambito del sistema degli appalti. Otto le persone a rischio processo, cinque delle quali finirono agli arresti nello scorso mese di maggio. L’azienda, invece, è estranea alle contestazioni.
Stando a quanto ricostruito dai magistrati, a pagare era l’imprenditore leccese Luigi Giuseppe Palma, che fu il primo a fornire le prime segnalazioni, alle quali ha fatto seguito una dettagliata denuncia in procura presentata proprio dall’Enel. A ricevere erano invece Domenico Iaboni, già licenziato dall’azienda elettrica, Carlo De Punzio, Fabiano Attanasio, Vito Gloria, Nicola Tamburrano, tutti all’epoca dei fatti in servizio a Brindisi, e poi i dirigenti di “livello superiore” Fabio De Filippo e Fausto Bassi, rispettivamente responsabile delle manutenzioni dell’impianto e capo dell’unità di Business.
L’accusa per tutti è di corruzione continuata “per atti contrari ai doveri di ufficio”. In cambio di quei regali, i dipendenti della società elettrica avrebbero certificato l’avvenuta esecuzione di lavori o autorizzato l’emissione di certificazioni risultate non veritiere. In alcuni casi, De Punzio avrebbe anche fornito “informazioni riservate e coperte dal segreto d’ufficio” relative alle “offerte economiche presentate dalle imprese concorrenti” in modo tale da “agevolare” l’imprenditore “nell’aggiudicazione dell’appalto”. Quando a maggio scattarono gli arresti, l’allora procuratore capo di Brindisi, Marco Dinapoli, disse di aver “avuto la sensazione che si trattasse di un sistema” perché l’imprenditore non aveva “preso l’iniziativa di pagare le tangenti” ma era stato “avvicinato”.-
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