Il governatore della
Sicilia che non ha trovato niente di meglio di proporrre una
consultazione per rilanciare l'idea del viadotto. E per provare a
catalizzare le attenzioni nazionali, ultimamente tutte rivolte al Tav
Torino-Lione. Intanto dopo sei anni dallo stop la società Stretto di
Messina non è stata liquidata. È inattiva ma costa ancora. I giudici
della Corte dei Conti: "Non sono prevedibili tempi certi per la chiusura
della procedura di liquidazione".
di Manuela Modica | 31 Marzo 2019
pubblicato da www.ilfattoquotidiano.it
Un referendum sul ponte sullo Stretto. Rieccolo. Puntuale a ogni scadenza elettorale il ponte mai realizzato tra Messina e Villa San Giovanni torna ad animare il dibattito politico. L’ultimo a rispolverarlo è Nello Musumeci, il governatore della Sicilia che non ha trovato niente di meglio di proporrre un referendum per replicare a Danilo Toninelli. E per provare a catalizzare le attenzioni nazionali, ultimamente tutte rivolte al Tav Torino-Lione.
“Mi pare offensivo per i siciliani parlare di ponte viste le
condizioni delle strade e delle ferrovie”, ha detto il ministro delle
Infrastrutture, visitando l’isola. “Ci vuole un referendum per capire se
i siciliani sono favorevoli all’opera”, ha rilanciato
il presidente. Provando a riaprire – con scarso successo – il dibattito
sul ponte, proprio in tempo per le Europee.
E negli stessi giorni in cui Eurolink,
il consorzio costituito per realizzare il grande viadotto, ha deciso di
fare ricorso contro la decisione del Tribunale delle imprese di Roma
che lo scorso autunno ha detto no al risarcimento da 700 milioni, oltre a
rivalutazioni e interessi, chiesto dopo lo stop all’opera imposto
nel 2013 dal governo di MarioMonti.
Il procedimento è ora incardinato di fronte alla Corte d’appello e
rischia di far aumentare ancora il costo di un’infrastruttura mai fatta.
Finora l’inesistente ponte sullo Stretto ha succhiato alle casse dello Stato più di 312 milioni di euro
(costi capitalizzati di Stretto di Messina dal 1981, riferiti nella
relazione della Corte dei conti 2016). La messa in liquidazione della Stretto di Messina Spa,
avviata il 15 aprile del 2013, doveva durare un anno ma sei anni dopo
non è ancora avvenuta. Una questione sottolineata a più riprese dalla Corte dei conti nelle relazioni annuali dal 2016 fino all’ultima del novembre 2018: “La mancata estinzione
determina un ulteriore onere finanziario per il mantenimento in vita
della concessionaria, che la legge indicava – appunto – in un solo
anno”.
Sei anni dopo, nonostante le sollecitazioni della Corte dei conti, la società non è stata ancora liquidata.
Nel tempo è stato solo ridotto l’onere finanziario di due milioni e
mezzo fino al 2015, un milione e mezzo nel 2016, sotto il milione solo
dal 2017. È inattiva ma costa ancora: dall’1 gennaio del 2014 la Stretto di Messina non ha più dipendenti, ma al “31 dicembre 2015, le risorse (in distacco) erano otto
(ridotte a sette, da gennaio 2016) – si legge nella relazione dei
giudici – ed ulteriori cinque sono utilizzate parzialmente”.
Per il
personale distaccato presso la società nel 2014 è stato speso 1,294.000
poi ridotto nel 2015 a 963 mila euro. Mentre per le prestazioni
professionali di terzi – gli avvocati che sostengono la difesa contro la
richiesta di penali di Eurolink, dopo la messa in liquidazione – si
spendevano 707mila di euro nel 2014, poi 344 mila dal 2015 e 288 mila
nel 2016. Per Vincenzo Fortunato, invece, commissario liquidatore
nominato nel maggio del 2013, il compenso è stato di 174 mila euro nel
2014 poi sceso a 135 mila.
Una macchina mangiasoldi con la spada di Damocle della penale, che
però secondo la Corte dei conti e l’Avvocatura dello Stato, non è
questione che può giustificare un simile ritardo nella definitiva
liquidazione: “La pendenza giudiziale (il contenzioso sulle penali, ndr)
non impedisce, quale regola generale, la conclusione della fase di liquidazione,
con subentro, nelle posizioni giuridiche attive e passive della società
in liquidazione, dei soci della stessa (Anas con l’82%, Rfi 13%,
Regione Sicilia e Regione Calabria entrambe con il 2,5%, ndr)”.
Un ritardo dovuto anche ai rimpalli di responsabilità tra ministero dell’Economia,
ministero delle Infrastrutture e presidenza del Consiglio, per questo
nella relazione di novembre si sottolinea: “A due anni dalle
sollecitazioni della Corte dei conti – scrivono i
giudici a novembre – la liquidazione della società resta un tema
sospeso, non avendo le amministrazioni competenti assunto, nei fatti,
alcuna conseguente iniziativa concreta. Al contrario, ognuna di esse ha
prospettato soluzioni differenziate, peraltro tutte allo stato di
intenzione, che rischiano, per la loro eterogeneità, di prolungare lo
stallo nella definizione della vicenda”.
Il ministero delle Infrastrutture, tuttavia, riferiscono i giudici, “rammenta di aver costantemente chiesto a Stretto di Messina
e ad Anas di procedere con urgenza e senza ulteriori indugi”, al
contenimento ulteriore dei costi, “al fine di porre fine alla annosa
vicenda, liquidando definitivamente la società”. Per la Corte non c’è
dubbio: la società va chiusa. “La chiusura comporterebbe l’estinzione dei gravosi oneri finanziari per il mantenimento della struttura. In tal senso l’abbattimento dei costi di un ulteriore 20 percento previsto per l’esercizio in corso appare misura doverosa ma del tutto insufficiente”.
Mentre da Anas insistono che la società finché il giudizio resta pendente non può essere liquidata.
Un giudizio civile: i tempi per la definitiva liquidazione potrebbero
perciò essere ancora lunghi, per questo Rfi “evidenzia l’opportunità di
svolgere una valutazione prognostica sulla durata del contenzioso –
riferiscono nella relazione i giudici – infatti, dopo la pronuncia delle
sezioni unite della Cassazione del gennaio 2018 dichiarativa della
giurisdizione del giudice civile, non sono prevedibili tempi certi per la chiusura della procedura di liquidazione”.
Ma è un argomento, invece, ancora aperto sul fronte politico. Quando
Toninelli parla di ponte sullo Stretto si trova ai piedi della frana di Letojanni, ovvero una montagna di detriti che il 5 ottobre del 2015 hanno invaso la corsia ovest della Messina – Catania
e finora mai rimossi. Rimpalli di responsabilità, intoppi burocratici,
perfino inchieste giudiziarie, poi cambi di governo e di nomine: tutto
nel calderone dell’immobilità di una frana che se tutto magicamente
filasse liscio d’ora in poi verrebbe rimossa solo tra più di due anni,
cioè sei anni dopo l’evento. È qui che si trova il ministro quando
sottolinea che parlare di ponte ai siciliani “sembra offensivo”.
Frase che risveglia Musumeci e la sua proposta di referendum, sulla
scia dei piemontesi col Tav. Nel botta e risposta tra 5stelle e governo
regionale, si inserisce Claudio Fava, presidente della
commissione regionale Antimafia: “Davvero pensiamo che in una regione
con reti ferroviarie da fine ‘800, una viabilità interna che non esiste,
chilometri di autostrade e statali in condizioni di precarietà, dove
servono ore e ore per spostarsi in treno da Trapani a Ragusa il ponte sia un’opera strategica? La verità è che il discorso sul ponte di Messina è l’arma di distrazione
per evitare di dover affrontare i nodi strategici del trasporto in
Sicilia”. Un’arma di distrazione che non smette di drenare soldi
pubblici.-
Nessun commento:
Posta un commento