Sergio Mattarella,
un palermitano al Quirinale.
Per il nuovo presidente della Repubblica 665 voti, ben più dei 505 necessari per superare il quorum. Figlio di Bernardo, politico democristiano tra luci e ombre, e fratello minore di Piersanti, che nel 1980 fu assassinato da Cosa Nostra mentre era presidente della Regione Siciliana. La saga della famiglia originaria di Castellammare del Golfo che è stata paragonata a quella dei Kennedy.
Sergio Mattarella è il dodicesimo presidente della Repubblica. Figlio di Bernardo, politico democristiano tra luci e ombre, più volte ministro tra gli anni ’50 e ’60, e fratello minore di Piersanti, che nel 1980 fu assassinato da Cosa Nostra mentre era presidente della Regione Siciliana, è il primo palermitano a salire al Colle ed è l’ultimo rampollo di una famiglia che per le molteplici vocazioni alla politica e per il tributo di sangue che ha pagato con l’uccisione del primogenito, eliminato dalla mafia, spesso è stata paragonata a quella dei Kennedy. Mattarella è stato eletto al quarto scrutinio con un ampia maggioranza: 665 voti, ben più dei 505 voti, necessari a raggiungere il quorum. Hanno votato per lui il Partito Democratico, Sinistra ecologia e Libertà, i fuoriusciti del Movimento Cinque Stelle, Scelta Civica e alcuni parlamentari del Nuovo Centro Destra. Forza Italia ha votato scheda bianca. “Grazie, ma il pensiero va soprattutto alle speranze e alle difficoltà dei nostri cittadini”è stata la prima dichiarazione del nuovo capo dello Stato. Che subito dopo è “comparso” su twitter. “Grazie, onorerò la Repubblica Italiana” è il primo tweet del profilo del capo dello Stato.
Il rito dell’insediamento
Tra pochi minuti comincia il rito laico che lo insedierà formalmente al Quirinale. Come da cerimoniale, infatti, dopo la proclamazione nell’Aula di Montecitorio, la presidente della Camera, Laura Boldrini, insieme alla vicepresidente vicaria del Senato, Valeria Fedeli, si recherà da Mattarella per annunciargli l’avvenuta elezione. Quindi nei prossimi giorni, probabilmente martedì, il nuovo Presidente della Repubblica dovrà recarsi alla Camera per il giuramento e il discorso di insediamento. Lo farà dinanzi al Parlamento riunito in seduta comune seguendo una prassi rimasta di fatto immutata dal 1948. L’emiciclo di Montecitorio sarà addobbato con 21 grandi bandiere e drappi rossi ornati d’oro. Una scenografia unica, riservata solo al giuramento e al discorso dinanzi alle Camere riunite. Il nuovo Presidente, secondo una prassi consolidata, giunge a Montecitorio accompagnato dal segretario generale della Camera; passa oltre il picchetto d’onore delle Forze Armate.
Personalità ritrosa e schiva, ribattezzato in Transatlantico ”Martirello’‘ per l’aria sofferta, il nuovo capo dello Stato non aveva in programma la carriera politica. Il suo impegno nella Dc, infatti, è successivo all’uccisione di Piersanti, quando Sergio Mattarella fu convinto a partecipare attivamente alla vita politica nell’isola.
L’uccisione di Piersanti
I biografi che negli ultimi giorni hanno ricostruito l’esordio del giudice costituzionale nella Dc raccontano che non fu facile per lui raccogliere l’eredita del fratello assassinato da Cosa nostra il 6 gennaio del 1980, due anni dopo essere stato eletto presidente della regione siciliana con una giunta che godeva del sostegno esterno del Pci. Piersanti Mattarella, infatti, fu un presidente di rottura in Sicilia, aprendo per la prima volta ai comunisti e realizzando di fatto nell’isola quel ‘‘compromesso storico” che Aldo Moro aveva concepito, evidenziando l’esigenza di dar vita a governi di ”solidarietà nazionale” con una base parlamentare più ampia comprendente anche il Pci. Un progetto che rese Moro bersaglio di aspre contestazioni, poco prima che le Br lo rapissero nel marzo del ’78 e poi lo uccidessero dopo 55 giorni di prigionia. Mattarella è l’uomo che proprio in quei mesi concretizzò l’accordo con la sinistra, guadagnandosi la fama di amico dei comunisti. Indimenticabile il suo atteggiamento alla Conferenza regionale dell’agricoltura, tenuta a Villa Igea, a Palermo, la prima settimana di febbraio del 1979. Il futuro segretario regionale del Pci Pio La Torre, all’epoca responsabile nazionale dell’ufficio agrario del suo partito attaccò con furore l’Assessorato dell’agricoltura, denunciandolo come il centro della corruzione regionale. Mattarella, invece di difendere il suo assessore, Giuseppe Aleppo, riconobbe pienamente la necessità di correttezza e legalità nella gestione dei contributi agricoli regionali. Nella storia della politica siciliana, quel giorno segnò una svolta indelebile: il senatore comunista e il presidente democristiano poco dopo sarebbero stati entrambi assassinati da Cosa nostra.
Secondo la ricostruzione della sentenza d’appello Andreotti, (poi confermata nel 2004 dalla Cassazione) che si basa tra l’altro sulle dichiarazioni del pentito Francesco Marino Mannoia, il divo Giulio era consapevole dell’insofferenza della mafia per la condotta di Mattarella, ma non avvertì né l’interessato né la magistratura, pur avendo partecipato a Palermo ad almeno due incontri con capi mafiosi che avevano per oggetto proprio la politica di Piersanti e, poi, la sua eliminazione. L’impegno di Sergio Mattarella comincia da lì, e fin da subito abbraccia il progetto di rinnovamento di una Dc che per ampi pezzi era all’epoca profondamente collusa con Cosa nostra.
La ”primavera” di Palermo
Tre anni dopo l’uccisione di Piersanti, nel 1983 Sergio viene eletto alla Camera e l’anno dopo viene incaricato dal segretario politico Ciriaco De Mita di bonificare la Dc siciliana nella quale avevano allora un ruolo di primo piano Vito Ciancimino e Salvo Lima. Nella veste di commissario politico, nel 1985 Mattarella promuove la formazione a Palermo di una giunta comunale di rinnovamento (con l’appoggio esterno della sinistra indipendente) guidata da Leoluca Orlando, che era stato tra i collaboratori di suo fratello Piersanti alla Regione Siciliana. E’ la prosecuzione del disegno di apertura a sinistra del fratello, riportato su scala amministrativa. Quella stagione, ricordata come la ”primavera” di Palermo, per l’attività di recupero dell’immagine di una Palermo squassata da una lunga sequela di omicidi, culmina nel varo della cosiddetta ‘‘giunta anomala”: un esacolore che vedeva insieme Dc, Sinistra indipendente, i Verdi, il Psdi, la lista civica cattolica ‘‘Città per l’Uomo’‘. Orlando lasciò all’opposizione il Psi, il pri e il Pli, nonché le parti più conservatrici legate alla Dc di Lima e di Vito Ciancimino. Nel 1989 la giunta fu allargata anche al Pci che per la prima volta entrò nel governo della città. Quel laboratorio palermitano oggi appare come la preistoria della vicenda politica che ha portato molti anni dopo alla fusione dei Ds con la Margherita, coagulando la tradizione comunista con il cattolicesimo di sinistra, e dando vita al Pd che oggi ha incoronato Sergio Mattarella capo dello Stato.
Un notabile grigio
Nel 1987 il neo-presidente della Repubblica si mantiene vicino alle correnti di sinistra del partito ed in particolare al segretario De Mita. Ed è lo stesso Ciriaco a prenderlo in giro, sostenendo che ”al suo confronto Forlani è un movimentista”: l’accusa più frequente nei confronti di Mattarella è, infatti, quella di essere ”un notabile grigiastro e immobilista”, un ”uomo grigio” per i modi felpati e il suo stile cardinalizio. Ma dietro il riserbo e il gelo del suo sguardo, il rampollo dei Kennedy di Sicilia nasconderebbe, a detta di chi lo conosce bene, una personalità di straordinaria tenacia: e la sua lunga permanenza all’interno di ruoli istituzionali di alto profilo né è la conferma più evidente. Mattarella è uomo d’apparato, è un vecchio notabile della Dc e anche un burosauro della Prima Repubblica che ha governato con Goria, con De Mita e con Andreotti, insomma con tutta la vecchia guardia di quella Balena Bianca che sembrava svanita nel nulla e che da oggi invece appare resuscitata. Il suo gesto più rivoluzionario è quello dell’89, quando sotto il governo di Andreotti VI, ministro della Pubblica Istruzione, si dimette dall’incarico il 27 luglio 1990, insieme ad altri ministri della corrente di sinistra della Dc, per protestare contro la fiducia posta dal governo sul disegno di legge Mammì di riassetto del sistema radiotelevisivo. E’ la sua rivolta a quella che venne soprannominata ”legge Polaroid’‘ perchè si limitava a fotografare la condizione esistente, legittimando la posizione dominante del gruppo televisivo di Silvio Berlusconi. E’ l’episodio dal quale oggi si fa derivare l’avversione del Cavaliere nei confronti di Mattarella, sempre che si voglia credere all’elezione del palermitano al Quirinale come ad un segnale di rottura del patto del Nazareno. Negli anni successivi, Mattarella è relatore delle leggi di riforma del sistema elettorale della Camera e del Senato che, recependo l’esito del referendum del 1993, introducevano una preponderante componente maggioritaria: la legge Mattarella, alla quale il politologo Giovanni Sartori diede l’appellativo di Mattarellum, fu impiegata per le elezioni politiche del 1994, del 1996 e del 2001.
Tangentopoli siciliana
Coinvolto, alla vigilia delle elezioni del ’92, nell’inchiesta sulla Tangentopoli siciliana, con l’accusa di aver incassato sotto forma di buoni-benzina un contributo elettorale dall’imprenditore Filippo Salamone, e infine assolto ”per non aver commesso il fatto”, Mattarella è uno dei protagonisti dell’evoluzione della Dc che avrebbe condotto nel gennaio 1994 alla fondazione del Ppi, nelle cui liste il più giovane dei Kennedy di Sicilia sarebbe stato eletto alla Camera nel 1994 e nel 1996. Al congresso di luglio 1994, insieme alla componente più di sinistra dei popolari, si oppose alla candidatura di Rocco Buttiglione alla segreteria del partito, in sostituzione del segretario dimissionario Mino Martinazzoli. Nel 1995, al culmine dello scontro interno al Ppi apostrofò il segretario, che cercava l’alleanza con la destra, ”el general golpista Roquito Butillone…” e definì ”un incubo irrazionale” l’ipotesi che Forza Italia potesse essere accolta nel Partito Popolare Europeo. Da ministro della Difesa, nel marzo del 2000, Mattarella passa in rassegna il picchetto d’onore al Pentagono con il segretario della difesa degli Stati Uniti d’America William Cohen, nel marzo 2000. Sostenitore, sin dal 1995, della candidatura di Romano Prodi alla guida di una coalizione di centrosinistra (L’Ulivo), comprendente tra gli altri il Ppi e il Pds, fu confermato alla Camera alle elezioni del 1996 e eletto capogruppo dei deputati popolari. Caduto il primo governo Prodi, assume la carica di vicepresidente del Consiglio durante il governo D’Alema.
Lo scandalo delle false tessere
Nel 2001 Mattarella viene rieletto alla Camera dei deputati nelle liste de La Margherita, che comprende l’intera componente dei Popolari e nella quale pochi mesi dopo il Ppi si sarebbe fuso. A differenza delle elezioni precedenti, non viene candidato in Sicilia ma in Trentino-Alto Adige, dove esplode le indagine sulle false firme raccolte per presentare la lista: il gip altoatesino rinvia a giudizio 17 esponenti locali della Margherita con l’accusa di aver falsificato alcune firme necessarie per la presentazione della candidatura di Mattarella (che non è stato indagato). Il processo dura più di un anno, ma nel frattempo ci pensa la maggioranza di Berlusconi: nel 2004 entra in vigore una legge che depenalizza il reato trasformandolo da delitto punibile con pene che vanno da uno a sei anni a una contravvenzione per cui è previsto il pagamento di una semplice ammenda.
Nel 2007 il palermitano al Quirinale è tra gli estensori del manifesto fondativo dei valori del Pd ma con lo scioglimento anticipato della XV legislatura il 28 aprile 2008, non si ricandida. Il 5 ottobre 2011 il Parlamento in seduta comune lo elegge giudice della Corte costituzionale alla quarta votazione con 572 voti, uno più del quorum richiesto. Oggi ”l’uomo grigio”, il burosauro della Prima Repubblica è il nuovo capo dello Stato. Con lui al Quirinale e Renzi a Palazzo Chigi, il Paese si riscopre più democristiano che mai. -
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