Le accuse su Bernardo
che fecero perdere il
self-control a Sergio.
Sergio Mattarella è l’ultimo rampollo di una famiglia che appare come la sintesi della storia di mezzo secolo di vita politica italiana e del partito che ne condizionò il destino: la Dc. La saga siciliana che parte da Castellammare del Golfo, le accuse di Gaspare Pisciotta e poi quelle di Danilo Dolci, e infine le ipotesi di Martelli che fecero infuriare il supercandidato al Quirinale.
Figlio di Bernardo e fratello di Piersanti, Sergio Mattarella è l’ultimo rampollo di una famiglia che appare come la sintesi della storia di mezzo secolo di vita politica italiana e del partito che, nel bene e nel male, ne condizionò il destino: la Dc. La saga dei Mattarella comincia a Castellammare del Golfo, un paesino in provincia di Trapani, dove Bernardo era il primo dei sette figli di Santo e Caterina Di Falco. Il padre, un marinaio, uomo di modestissime condizioni economiche, aveva conquistato la fiducia dei Foderà, famiglia benestante che risiedeva a Palermo, e amministrava per conto di questi una piccola azienda agricola. Sin da giovanissimo, Bernardo manifesta una grande vivacità d’ingegno e una spiccata attitudine allo studio. Figlio di due ferventi cattolici, presto comincia ad interessarsi alle tematiche sollevate dal cattolicesimo organizzato, grazie anche al cugino Nicolò Di Falco, uno degli uomini più attivi del movimento cattolico nel trapanese.
Bernardo si laurea in giurisprudenza a Palermo, con De Gasperi è tra i fondatori della Dc, ed è un fiero avversario del separatismo. “Un movimento che bisogna seguire e vigilare – scrive in una lettera ad Alcide – anche per l’elemento poco buono da cui è circondato, la mafia”. Nel 1958 si dice favorevole all’istituzione di una Commissione parlamentare antimafia. Eppure su di lui, che fu ministro più volte e rivestì ruoli importanti nel suo partito, per anni gravarono le ombre di una vicinanza a Cosa nostra. Al punto che, in un’intervista pubblicata da Repubblica il 10 agosto 1982, persino il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa collegò l’uccisione di Piersanti Mattarella, il presidente della Regione assassinato nell’ 80, alla vicenda paterna: “Come è potuto accadere – chiese Giorgio Bocca al generale Dalla Chiesa– che il figlio di Bernardo Mattarella sia stato ucciso dalla mafia?”. “…E’ accaduto questo – rispose il generale diventato prefetto di Palermo – che il figlio, certamente al corrente di qualche ombra avanzata nei confronti del padre, ha voluto che la sua attività politica come amministratore pubblico fosse esente da qualsiasi riserva. E quando ha dato la chiara dimostrazione di mettere in pratica questo intento, ha trovato il piombo mafioso… il caso Mattarella è ancora oscuro, si procede per ipotesi… anche nella Dc aveva più di un nemico”.
Ipotesi, ombre, forse solo veleni su una saga che ha certamente segnato una certa stagione della Dc nella Prima Repubblica. Nel 1933, Mattarella senior sposa Maria Buccellato, un cognome ‘’pesante’’, che appartiene ad una storica famiglia della mafia di Castellammare. Nella cittadina, il boss locale si chiamava Antonino Buccellato e aveva sposato Antonina Rimi, figlia di Vincenzo e sorella di Filippo, capi mandamento di Alcamo, ritenuti tra i primi ad avere rapporti diretti con la politica che conta. Da quel matrimonio in poi, sulla storia di Bernardo cominciano ad allungarsi le ombre che poi trascineranno il politico italiano, più volte ministro della Repubblica, in un vortice di accuse e sospetti combattuti a colpi di sentenze. Nel volume ‘’Fra diavolo e il governo nero: doppio Stato e stragi nella Sicilia del dopoguerra’’ pubblicato da Franco Angeli nel ’98, lo storico Giuseppe Casarrubea scrive: ‘’Mattarella non nascondeva la sua protezione per Vincenzo Rimi, vissuto da sempre all’ombra della Dc e considerato l’architrave dell’ edificio mafioso nella provincia di Trapani’’.
Le accuse di Gaspare Pisciotta
Al processo per la strage di Portella della Ginestra, Mattarella fu accusato da Gaspare Pisciotta di essere implicato nella strage. Le accuse di Pisciotta furono riportare nella relazione di minoranza della commissione antimafia firmata nei primi anni Settanta dal deputato del Msi Beppe Niccolai, lavoro che Leonardo Sciascia in un’intervista alla tv francese definì ‘’una cosa seria’’. ‘’Gaspare Pisciotta – c’era scritto nella relazione – fu arrestato il 9 dicembre del 1950 e nel processo che si tenne a Viterbo, per la strage di Portella delle Ginestre, ammise di avere ucciso Giuliano nel sonno; dichiarò che l’incarico gli era stato affidato personalmente dal Ministro dell’Interno, il democristiano siciliano Mario Scelba (quello della legge contro la ricostruzione dei partito fascista!), e che la strage di Portella delle Ginestre era stata ordinata dal democristiano Bernardo Mattarella e dai monarchici Alliata di Montereale e Cusumano Geloso’’. La dichiarazione su Mario Scelba fu giudicata estranea al processo. Mattarella, Alliata di Montereale e Cusumano Geloso furono prosciolti in istruttoria. Pisciotta fu condannato per la strage di Portella delle Ginestre, ma il 9 febbraio del 1954 veniva assassinato in carcere con un caffè avvelenato. Anche il pm nella sua requisitoria al processo di Viterbo aveva definito inaffidabile Pisciotta, che aveva fornito nove diverse versioni della strage, bollando come ‘’inattendibili’’ le sue accuse contro Scelba e Mattarella.
Nel ’65 toccò al sociologo Danilo Dolci accusare Bernardo Mattarella di collusioni con la mafia, con un dossier, poi riprodotto nel libro Chi gioca solo del 1966, presentato in una conferenza stampa. Mattarella lo querelò, concedendogli facoltà di prova e, dopo un dibattimento durato circa due anni, Dolci fu condannato per diffamazione a due anni di reclusione, che non scontò per effetto dell’indulto approvato l’anno precedente. La sentenza del Tribunale di Roma del 21 giugno 1967, confermata dalla Corte d’appello e dalla Cassazione, afferma: ‘’Mattarella ha espresso sempre in modo inequivoco la sua condanna del fenomeno mafioso…’’ e ‘’…non è mai entrato in contatto con l’ambiente mafioso da lui invece apertamente e decisamente osteggiato nel corso di tutta la sua carriera politica’’. Le affermazioni di Dolci vennero additate come ‘’frutto di irresponsabili pettegolezzi, di malevoli dicerie se non addirittura di autentiche falsità’’. Ma il querelante, scrive lo storico Casarrubea ‘’non aveva avuto ugualmente partita vinta, se è vero che non era entrato più a far parte del terzo governo Moro, nonostante fosse stato in precedenza ministro dell’Agricoltura e per il Commercio, nel primo governo Leone e nel secondo governo Moro (1963-1966)’’.
Le accuse di Joe Bananas
Poi fu la volta delle accuse di Joe Bonanno, detto Joe Bananas, boss di Castellammare che raccontò in un suo romanzo come Mattarella si trovasse tra coloro che lo accolsero quando arrivò all’aeroporto di Fiumicino per partecipare alla storica riunione di capimafia italo-americani e siciliani che si tenne all’Hotel delle Palme di Palermo. Nel romanzo, si narra del viaggio che il Bonanno fece in Italia, nel settembre 1957, al seguito del direttore del giornale Il progresso italo americano, F. Pope. Ma come risulta da quel giornale essi arrivarono a Roma il 13 settembre di quell’anno e Mattarella non era presente: è facile verificarlo sia sul giornale di Pope, che su giornali italiani. La versione di Bonanno però per molti anni fu riportata dai giornali e creò non pochi problemi di immagine al vecchio Bernardo che nel frattempo scalava la carriera istituzionale a passi veloci ed era costretto ad inseguire le smentite.
In anni più recenti, e precisamente nel ’92 fu l’allora Guardasigilli Claudio Martelli a scagliarsi contro il vecchio Bernardo, già all’epoca defunto, provocando la reazione di Sergio Mattarella, tanto indignato da abbandonare il suo abituale self-control. “Bernardo Mattarella – disse l’allora ministro – secondo gli atti della Commissione antimafia e secondo Pio La Torre, fu il leader politico che traghettò la mafia siciliana dal fascismo, dalla monarchia e dal separatismo, verso la Dc’’. E addirittura ipotizzò: ‘’Può darsi, come molti affermano, che il figlio Piersanti si sia riscattato da quella storia familiare e che per questo sia caduto”. A quel punto, Sergio Mattarella ruppe il tradizionale riserbo e sbottò: ‘’Martelli la deve smettere con questa incivile abitudine di insultare le persone morte da tempo; questo attiene non alla politica ma soltanto alla educazione e alle basi elementari della convivenza civile ed umana. E poi, le sue, sono tutte menzogne. Mio padre fu notoriamente antifascista, contro la mafia che era monarchica e separatista. Fu repubblicano e fu il principale avversario del separatismo in Sicilia’’. -
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