Se la missione navale entrerà nel vivo quando le autorità di Tripoli chiederanno esplicitamente l’intervento della Marina Militare (la motonave Tremiti è entrata nel porto tripolino, mentre il pattugliatore Comandante Borsini lo ha lasciato il 7 agosto), i frutti dell’accordo firmato il 2 febbraio a Roma da Al Sarraj e Paolo Gentiloni cominciano a vedersi. Il 5 agosto la Guardia costiera libica ha “salvato e arrestato” 826 migranti in due diverse operazioni a nord di Sabrata“, riferiva il portavoce della Marina militare libica, Ayoub Qassem. Tra i fermati, spiegavano le stesse forze libiche, anche bambini di nazionalità libica, marocchina, tunisina, algerina, sudanese, siriana e originari di Paesi subshariani. Tutti consegnati al Directorate for combating illegal migration di Tripoli.
Una notizia riportata da tutti gli organi di informazione italiana senza che dalle istituzioni si levasse una sola voce di protesta. Fino a ora: “Questi respingimenti vanno fermati immediatamente – prosegue Zampa – sui minori l’Italia non deve collaborare con la Guardia costiera libica. Primo perché ha recepito la Convenzione Onu per l’infanzia (approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, ndr), che tutela i minorenni una volta identificati e una volta stabilita la loro età. E poi perché si è dotata di una legge che tutela i minori stranieri non accompagnati, che all’articolo 3 ribadisce il divieto di respingimento”.

Quella dei minori è una parte di un problema più grande: dove vengono ospitate le persone che vengono fermate in mare e riportate sul suolo libico? L’ipocrisia con cui il governo affronta la questione fa sì che dalle istituzioni non contemplino nemmeno il problema. L’importante, è il ragionamento, è raggiungere il risultato: fermare gli sbarchi, gli 826 annunciati dai guardacoste di Tripoli saranno solo i primi. Ma un fronte variegato che va da Mario Giro alle organizzazioni internazionali da Amnesty all’Alto Commisssariato dell’Onu peri i rifugiati ha già lanciato l’allarme: “Riportarli in Libia in questo momento vuol dire riportarli all’inferno – ha spiegato il sottosegretario agli Esteri a La Stampa – – finiscono in centri di detenzione nelle mani delle milizie, che ne approfittano per fare i loro commerci. Per ora non è stato possibile avere dei campi “normali” in Libia, sotto il controllo delle istituzioni internazionali, è un obiettivo da raggiungere, quello reale”.
Dove vengono sistemati, allora? Solo nell’area controllata dal Consiglio presidenziale guidato da Al Sarraj, esistono 34 centri gestiti dall’Autorità per la Lotta all’Immigrazione Clandestina. “Ospitano circa 8mila persone – ha spiegato al Comitato Schengen il direttore dell’Ufficio di coordinamento per il Mediterraneo dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), Federico Soda – noi ne abbiamo potuti visitare solo una ventina, constatando che le condizioni sono pessime, per cui immaginiamo che quelle dei centri che non abbiamo potuto vedere siano ancora peggiori. Stiamo lavorando a migliorarle ma li vorremmo vedere chiusi“. In Libia “non ci sono campi o centri per i migranti ma solo prigioni, alcune controllate dalle autorità, altre da milizie e trafficanti, e vi sussistono condizioni orribili – ha spiegato il 4 agosto Vincent Cochetel, inviato speciale dell’Unhcr – chiunque venga sbarcato sulle coste libiche torna in queste carceri”. Bambini compresi.
Al di qua del Mediterraneo il problema non interessa. Interessa che i flussi calino. E sono già diminuiti: secondo i dati del ministero dell’Interno, dal 1 gennaio al 2 agosto in Italia sono sbarcati 95.215 migranti contro i 97.892 del 2016 (-2,7%). E luglio è stato il mese in cui si registrata la frenata: 11.193 persone sbarcate contro le 23.552 dello stesso mese del 2016. Meno della metà. Risultati salutati con viva e vibrante soddisfazione dal capo del Viminale Marco Minniti – titolare della trattativa con Sarraj – che ha sottolineato “il crescente lavoro della Guardia costiera libica per bloccare gli scafisti respingendoli a terra“. “E’ nostro dovere preciso chiedere garanzie – prosegue Zampa – ovvero che in Libia si presente l’Onu con l’Unhcr o comunque una organizzazione riconosciuta in ambito internazionale che abbia il compito di sorvegliare sul rispetto dei diritti umani”. Chissà se il governo o almeno qualcuno all’interno del Pd raccoglierà l’invito. “Mettiamo però in chiaro una cosa – conclude la deputata prodiana – se non ci fosse stato il Pd in mare sarebbero morte molte migliaia di persone in più”. -