Sembra uscito dai primordi di una terra antica di cui porta gli umori, i profumi, i suoni e le storie. La Terra è la Sicilia, lui è Nino Pracanica, uno di quei personaggi che si incontrano una sola volta nella vita e ti restano dentro come un intaglio scolpito nella roccia, un personaggio plasmato dagli dei che aleggiano su quest’Isola attraverso i suoi immaginifici racconti.

Nino Pracanica al castello di Milazzo.
Sullo sfondo si intravedono le Isole Eolie.

Dovreste conoscerlo. Un articolo di giornale, forse, non dà il senso del personaggio di cui vi stiamo parlando. Dovreste recarvi a fargli visita al castello di Milazzo, dove alcuni anni fa l’amministrazione comunale concesse a lui e alla moglie Gina Previtera (anch’essa artista-artigiana di valore, con la quale Nino vive da oltre quarant’anni) dei locali per la loro bottega d’arte. Un laboratorio, scrive Rita Maria Stanca di corriere.it, “entrato a far parte delle migliori cento botteghe italiane selezionate dalla Fondazione Cologni Mestieri D’Arte, nata con lo scopo di salvaguardare e promuovere il prezioso patrimonio culturale, sociale ed economico del Made in Italy”.
Dunque dovreste immaginare questo castello ubicato a Capo Milazzo che domina la città e il borgo antico, il mare e le Isole Eolie, e da cui, in certe giornate particolari, si intravede l’Etna, questo castello che racchiude tutte le dominazioni che nei millenni si sono susseguite: da quattromila anni prima della venuta di Cristo ai giorni nostri, passando da greci, romani, bizantini, arabi, normanni, svevi, angioini, aragonesi, spagnoli, austriaci, piemontesi, inglesi e borbonici.
Lui racconta questi popoli, ma si spinge oltre il tempo e la storia, quando ancora questa Terra era sommersa dal mare e, come un bambino che si trova nel grembo materno, vive placidamente l’esistenza meravigliosa di stare nell’acqua. Quando lo abbiamo sentito, abbiamo avuto la sensazione che lui stesso si identificasse con quel bambino che ha conosciuto il mistero ancestrale dell’Isola.

Nino con la moglie Gina Previtera

E poi si rifà alle leggende di Eolo e di Vulcano, di Poseidone e di Apollo, di Afrodite e di Atena, di Ulisse e di Enea, ai racconti dei marinai, alle poesie dei padri dei padri.
Dovreste vedere gli oggetti artistici (alcuni hanno fatto il giro del mondo): le cornici ispirate al mondo arabo e le statue ispirate all’arte greco-bizantina, e le tavole di pittura coi diversi strati di colori e “il gesso messo a bagnomaria come faceva Giotto”, e le maschere mitologiche, dette imago, perché “vivono e palpitano come esseri umani”, che realizza anche con del materiale riciclato, ora una spugna marina, ora un legno trovato in spiaggia, ora un pezzo di sughero rinvenuto chissà dove.
E dovreste vedere i suoi travestimenti ispirati a Omero e a Virgilio, a Plauto e a Terenzio, alla commedia dell’Arte e ai vecchi cantastorie siciliani. E dovreste ammirare come – da “cuntastorie” consumato – recita e declama i suoi versi appresi dagli aedo della Magna Grecia attraverso i pescatori e i contadini dei nostri tempi, o i libri di storia, ma rielaborati in forma originale e fantastica, al punto da lasciare a occhi aperti grandi e bambini, che dalle parti più disparate del mondo si recano a fargli visita.

Pracanica mentre suona il marranzano.

Ma dovreste vederlo e sentirlo quando prende il marranzano e lo poggia alla bocca. È come se con quei suoni raccontasse delle storie che le parole non possono mai raccontare. Suoni che sembrano sprigionarsi da un luogo misterioso e magico che forse non è un luogo ma una forma primitiva di vita che nasce dal mare e dalla terra ed è l’origine di tutto. Un suono di pancia, di petto, di bocca, ritmato dai piedi che battono sul legno e trasmettono il travaglio di quella nascita che sa di verità. E poi un suono nuovo che improvvisamente non si sprigiona né dalla pancia, né dal petto, né dalla bocca, perché si trova in un punto imprecisato dell’aria e lui lo acchiappa con un gesto soave delle dita e lo porta a sé, lo incamera nell’anima e improvvisamente lo fa uscire con la grazia di una nota musicale che regala generosamente all’eternità.-
Luciano Mirone