Sonia Alfano (figlia del giornalista di Barcellona Pozzo di Gotto Beppe Alfano, ucciso dalla mafia l’8 gennaio 1994) è stata presidente della Commissione antimafia al parlamento europeo. Nei giorni scorsi il responsabile dell’Agenzia nazionale anti corruzione, Raffaele Cantone, ha fatto delle pesanti dichiarazioni contro una parte del movimento antimafia: “L’antimafia – ha detto –è stata utilizzata come un brand per fini personali. Si è verificato in Sicilia, così come in altre regioni. Bisogna interrogarsi. Tutto questo finisce per creare disdoro all’antimafia vera”.

“Penso che Cantone abbia ragione – dice l’ex euro parlamentare – . L’ho dichiarato circa tredici anni fa e sono stata isolata, contestata, attaccata. Su tante cose la cosiddetta ‘antimafia’ dovrebbe rimproverarsi, fare sana autocritica, smetterla con queste assurde spaccature, finirla con queste kermesse che si riducono a una specie di gara a chi è più bravo, a chi mette insieme più gente, a chi ha più copertine. Ci sono persone che sull’antimafia hanno costruito carriere, non solo politiche”.

Da qualche tempo ti notiamo un po’ ritirata. È una nostra impressione?

“Mi sto dedicando molto alle mie figlie. In merito all’antimafia riscontro sempre più una sorta di scalata a chi riesce ad avere più visibilità, e questo riguarda sia qualche familiare delle vittime, sia il mondo dell’associazionismo. Avremmo dovuto riunirci, mettere da parte certi individualismi . Anch’io sono una familiare di una vittima di mafia, ma mi sono sempre spesa per tante persone nella mia condizione: nel momento in cui ho fatto qualche passo indietro (perché magari in certi momenti sono stata stravolta dalla stanchezza) sono stata attaccata. Questo atteggiamento ha devastato il mondo dell’antimafia, creando correnti assurde, senza essere stati in grado di metterci tutti dalla stessa parte”.

La mafia invece marcia sempre unita.

“In determinati momenti al loro interno si scannano, ma quando c’è da spartirsi la torta sono tutti dalla stessa parte: non esiste differenza fra ‘ndrangheta, camorra e Cosa nostra. Noi invece non sappiamo essere solidali fra noi. Rimproveriamo agli altri certe manchevolezze, ma non riusciamo a mettere da parte i nostri egoismi, i nostri individualismi per costruire qualcosa di serio contro la mafia, la corruzione, l’illegalità diffusa e la cattiva politica”.

E’ un atto di accusa?

“E’ un appello all’unità, altrimenti ognuno continuerà a camminare per la propria strada senza concludere nulla. Nessuno forse sa che dal 2003 presso la Procura di Messina ci sono delle indagini aperte sull’omicidio di mio padre. Noi a distanza di quattordici anni non sappiamo nulla: le volte in cui ho chiesto qualcosa ai magistrati, mi è sembrato quasi di dare fastidio, eppure non ho mai accusato nessuno che non si è fatto in quattro per me”.

Il giornalista Beppe Alfano. Sopra: Sonia Alfano

Una grande amarezza.

“Sì, una grande amarezza. Non dimenticherò la fiction che la Rai non fece su mio padre”.

Come andò?

“Fui contattata dal direttore di Rai fiction, mi fu chiesto di sovrintendere alla sceneggiatura. Si dovevano fare solo i provini. All’improvviso la fiction si sciolse, così, nel nulla, non si fece più. Qualcuno ci disse che qualche politico si era messo di traverso. Beppe Fiorello era dispiaciutissimo: lui era stato il promotore, assieme al regista Beppe Diana. Oggi si fanno fiction su qualsiasi cosa, ma su Beppe Alfano meglio di no, non è prudente”.

Cosa rispondi a chi dice che sulla morte di tuo padre ti sei costruita una carriera?

“Che devo rispondere… Da un lato provo una profonda amarezza, dall’altro ho la consapevolezza che al Parlamento europeo ho fatto delle cose che nessun altro parlamentare aveva mai fatto: una su tutte, l’istituzione della Commissione antimafia europea”.

Perché pensi di essere stata isolata?

“Non lo penso, è così. Faccio un esempio: una volta ho detto che determinate associazioni avevano più a cuore la chiusura del bilancio annuale che non quello che accadeva realmente. C’è stato un putiferio. I fatti mi hanno dato ragione. Altro esempio: le Agende rosse, che ho fondato assieme a Salvatore Borsellino: a quel movimento si è avvicinata tanta gente (fatto assolutamente positivo), ma bisogna distinguere; c’è gente in cerca di visibilità e gente che tende a mettere guerra, perché deve accaparrarsi la simpatia dell’uno piuttosto che dell’altro esponente. Quel movimento è stato preso di mira da gente che nulla aveva a che fare con i nostri propositi. Ricordo quando fui eletta al Parlamento europeo e mi fu detto, da queste  stesse persone, che in via D’Amelio i politici non erano graditi. Non solo non è stata fatta una distinzione fra politici, ma da alcuni anni noto che salgono sul palco soprattutto esponenti del Movimento 5 Stelle”.

Da un lato parli di isolamento, dall’altro ti è stata rafforzata la scorta, giusto?

“Beh, se un parlamentare si reca nelle carceri di massima sicurezza per chiedere ai grandi boss di collaborare con la magistratura per far luce su ‘tutte’ le stragi e su ‘tutti’ i delitti eccellenti, penso che il rischio aumenti. Parliamoci chiaramente: quando per la prima volta parlai da Santoro del ‘Protocollo Farfalla’ fui attaccata dal Dap, che negò l’esistenza del Protocollo, e da determinati sindacati della polizia penitenziaria. Successivamente tutti divennero grandissimi esperti del Protocollo Farfalla. Nel frattempo la Dia di Palermo aveva posto sotto intercettazione Totò Riina, il quale lanciato la sua condanna a morte nei confronti di Di Matteo di don Ciotti e di Sonia Alfano. Avevo parlato troppo soprattutto dei rapporti fra mafia e servizi segreti deviati. In verità, lo scorso anno ho chiesto alle autorità preposte la revoca del mio dispositivo di protezione, perché una vita vera non ce l’ho. Uscire con quattro uomini armati e due auto blindate, programmando i miei spostamenti con largo anticipo ed essere priva di andare a prendere un gelato coi tuoi figli, non è vita”.

Bernardo Provenzano

Quali boss hai incontrato in carcere?

“Riina, Provenzano, Lo Piccolo, Santapaola, Piromalli, Morabito e tanti altri”.

Chi ha mostrato propensione a collaborare o quanto meno a dire delle cose interessanti?

“Provenzano e Graviano, con gravi conseguenze che ne sono derivate. Il primo sulla morte di Attilio Manca (e non solo), il secondo sui mandanti esterni alle stragi”.

E il boss di Barcellona Pozzo di Gotto, Giuseppe Gullotti, condannato in Cassazione con l’accusa di essere stato il mandante dell’omicidio di tuo padre?

“Ha detto che mio padre era un galantuomo e che lui non avrebbe avuto motivo di farlo uccidere”.

Ci sono degli errori che riconosci di aver commesso?

“Di errori se ne fanno tanti”

Quali?

“A volte la stanchezza ti porta a non essere presente come vorresti. Tutto questo, in certe occasioni, viene scambiato per superbia. Non è così. Per tanti anni ho condotto una vita terribile, fidandomi di tanta, forse di troppa gente. Però ho sempre agito col massimo rispetto, senza prendere in giro nessuno”. -

Luciano Mirone