E qui arriviamo al dunque: la Polonia ha ancora tanto da guadagnare, a star dentro l’Ue, da cui ha avuto e vuole tutti i vantaggi e gli aiuti strutturali possibili. A tal punto che la scommessa di Bruxelles pareva vinta, perché la Polonia aveva assunto il passo di una “tigre” europea, con tassi di crescita da rendere gelosi tutti, e con pretese politiche – più influenza sui processi direttivi dell’Unione – che l’hanno affiancata sovente alla Francia e alla Germania. Però, in cambio, Varsavia si è fatta arrogante: non è disposta a concedere nulla. Dunque, un’ingrata. Il problema è che non è sola. Come lei, si stanno comportando altri Paesi riemersi dal blocco comunista centrale ed orientale. Un’anomalia tollerata da Bruxelles, giacché il Trattato di Lisbona sancisce – sarebbe più corretto dire: recepisce – il principio internazionalistico della sovranità statale, se ce ne fossero ragioni di sicurezza nazionale e di ordine pubblico interno. Un’anomalia, tuttavia, forzata. Al punto che due anni fa Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia – il nucleo mitteleuropeo del Comecon sovietico – hanno creato il Gruppo dei Quattro di Visegrad. La contro Europa dei populisti e dei regimi autoritari.
I governi di questi quattro Paesi si riuniscono regolarmente per dettare agende di lavoro in comune, per difendere i propri interessi (alla faccia di Bruxelles), ma soprattutto per dare sostanza a progetti sovversivi nei confronti dei valori su cui si basa l’Europa. Mettendo a tacere l’opposizione. Monopolizzando l’informazione. Distruggendo l’indipendenza della magistratura e dello Stato di diritto: insomma, tutto nelle mani del potere politico. Che si garantisce la perpetuità. In barba alla democrazia.
Violazioni inammissibili del Trattato istitutivo dell’Unione. A Bruxelles, per troppo colpevole tempo si è finto di non vedere. Una tolleranza intollerabile: ci si è accontentati di definire i regimi di questi Paesi come “democrazie illiberali”, che è poi l’autodefinizione che ha coniato uno dei leader più sulfurei dell’Est, l’ineffabile premier magiaro Viktor Orban. L’impunità a lui concessa da Bruxelles gli ha gonfiato i muscoli e la lingua. Per lui, e gli altri tre soci di Varsavia, Praga e Bratislava, l’afflusso dei migranti è da respingere con ogni mezzo. Perché scuoterebbe gli equilibri sociali interni. Perché portatore di sconquassi economici. E di terrorismo. Ossia minano gli spazi “comuni” della sicurezza, della giustizia, della libertà, è la loro conclusione. Quindi, i Quattro di Visegrad (con il tacito assenso dell’Austria) non accettano alcun ricollocamento, anche se questa è stata la decisione di Bruxelles.
Come ben sappiamo noialtri. Sabato 22 luglio Orban ha sproloquiato contro l’Italia, saltando sul cavallo di battaglia dei migranti – con il plauso vergognoso ed irresponsabile dei nostri Salvini e Meloni, grandi agit-melmatori – ed accusando Roma di inanità. Come se il flusso dei migranti verso la Penisola fosse una manovra orchestrata dagli italiani per destabilizzare l’Europa: “Una nazione che non è capace di difendere i suoi interessi non è una nazione, nemmeno esiste, e scomparirà”, ha tuonato Orban. Dichiarazione che in altri tempi avrebbe scatenato una guerra. O, perlomeno, avrebbe fatto richiamare gli ambasciatori. Budapest dimentica il suo vergognoso ruolo accanto ai nazisti, dimentica i bagni di sangue per reprimere i democratici, dimentica i governi comunisti fantocci di Mosca, la repressione del 1956 coi carri armati che sparavano contro chi voleva la libertà e uno Stato di diritto.
Ecco, questa Europa che simula un europeismo basato sull’esasperazione del sovranismo e dell’identitarismo è perniciosa. Dicono che lo scopo del polacco Kaczynski – personaggio assai misterioso che comanda a bacchetta governo e Parlamento – sia quello di far uscire la Polonia da “l’occidentalismo decadente” imposto dall’Ue e che vorrebbe ricondurre il suo Paese all’identità cattolica più retriva e fondamentalista. In verità, stanno emergendo due Polonie, ostili l’una all’altra. Quella urbana, aperta, europeista e prospera. E quella rurale, cattolica, conservatrice e emarginata dal boom economico.
Un divario che enfatizza le debolezze della transizione dal comunismo alla democrazia, pilotata da Bruxelles, ed aggravata dalla globalizzazione. Le ineguaglianze hanno favorito il populismo, la rabbia, la frustrazione sociale. Il meccanismo è noto. Trump insegna. L’inganno populista sfrutta tutto ciò, soprattutto l’odio nei confronti di una classe politica incapace di soddisfare le esigenze e le aspettative. La colpa si scarica anche sullo stato di diritto e sulle garanzie costituzionali, incapaci di dare a tutti un po’ di tutto. Liberalismo e socialdemocrazia vengono visti e additati come “nemici” del popolo. A demonizzare la “società civile”.
Un revisionismo politico che ha portato Varsavia ad abbracciare Budapest, in una sorta di “fronte del rifiuto”, come hanno scritto parecchi analisti. In fondo, Orban è stato il primo ad erigere il filo spinato per arginare i migranti, scatenando l’emulazione e contestando così lo spazio Schengen. E’ una battaglia aperta, non occulta, culturale ed ideologica, contro il sistema democratico, così come lo abbiamo concepito in Occidente. Il risultato è che il malessere sociale e la protesta degli “esclusi” è stato abilmente strumentalizzato dai leader populisti che appena insediati si sono subito rivelati autoritari più che autorevoli e si sono guardati bene dal trasferire al popolo il potere. Hanno solo sostituito un’élite con altre élite: bramosa di regime e di privilegi, di soldi e di muri. Ha dunque senso tenere in Europa questa non-Europa? Intanto, chi si strofina le mani per compiacersi della situazione è Putin…