sabato 29 luglio 2017

Libia,

un caos ingovernabile tra

tribù in lotta e odi secolari.

Guerre di potere e divisioni sono radicate, Macron s'illude se pensa di controllare la regione. Solo Gheddafi ci riuscì.

Due governi in guerra, tre regioni - Tripolitania, Cirenaica e Fezzan - da sempre rivali, 30 tribù divise da sgarri e odi secolari, 300 e passa milizie pronte a scannarsi nel nome dell'Islam e del generale Haftar, dei traffici di armi e di carburante, del contrabbando di uomini e droga.



Versate nello shaker, agitate bene e vi ritroverete nel bicchiere quel caos Libia che Emmanuel «Napoleon» Macron s'illude di governare convocando in un castello di Versailles due rivali come il generale Khalifa Haftar e il premier di Tripoli Fayez Al Serraj. Non a caso all'indomani Haftar concede un'intervista alla tv francese liquidando Serraj, a cui ha appena stretto la mano, come un ridicolo fanfarone. «Non ha alcuna autorità su Tripoli tuona il generale - e deve ancora dimostrare di valere qualcosa». Serraj non gli è da meno. Ventiquattro ore dopo aver osannato Macron è già a Roma dove, confermando la richiesta scritta consegnata al governo italiano domenica 23 luglio, propone al premier Paolo Gentiloni di mandare le navi italiane nelle acque libiche. Salvo negare tutto già giovedì sera e, subito dopo, smentire la smentita con un comunicato del ministero degli Esteri in cui si conferma la richiesta.
Ma comprendere il duo Haftar-Serraj è solo la parte più agevole di quel rebus Libia su cui solo un inaffidabile guascone come Muhammar Gheddafi riuscì a regnare per 40 anni mescolando Corano e Amazzoni, odio anticoloniale e affari con l'Italia, interessi petroliferi e sparate anti occidentali. Del resto non è un caso se Londra e Parigi, dopo aver fatto fuori il Colonnello, si dimostrarono così incapaci di gestirne l'eredita da spingere Washington a riconsegnare Tripoli alle competenze di un'Italia maestra dell'arte dell'arrangiarsi. Un'arte fondamentale per sfruttare le difficoltà di un pseudo alleato come Serraj costretto dai manuali Cencelli dell'Onu a guidare un governo in cui siedono tutti i suoi avversari. E così pur controllando a stento la base navale di Tripoli in cui risiede deve rassegnarsi a convivere con uno stuolo di vice che rappresentano le milizie di Misurata, i combattenti della Fratellanza Musulmana e persino quelli Zintan, la Sparta libica schierata con Haftar, ma abbastanza scaltra da non rifiutare un poltrona nel governo di Tripoli. Ma poi ci sono i nemici veri come Khalifa Ghwell e gli ex di Alba Libica, la coalizione di milizie islamiste che nell'agosto del 2014 conquistò la capitale con le armi e ha provato, più volte, a scalzare anche Serraj. Paradossalmente però il miglior alleato del governo insediato con l'appoggio di Onu, Stati Uniti, Italia ed Unione Europea, l'unico in grado di difenderlo sia dai colpi di stato degli ex di Alba Libica sia dagli attentati dell'Isis è Abdel Rauf Kara, un comandante jihadista alla testa di 1500 reduci di quel Gruppo Islamista Combattente conosciuto, ai tempi di Gheddafi, come la costola libica di Al Qaida in Libia. Efficientissimi a contrastare i rivali dell'Isis infiltrati in Tripolitania i miliziani di Kara chiudono volentieri un occhio invece sulle attività dei «colleghi» miliziani che dalla pineta di Qarabuli ad est di Tripoli fino a Zwara, la citta berbera al confine con la Tunisia, si arricchiscono con il contrabbando di uomini armi e carburante.
Ma se Tripoli è un gran bordello a Tobruk non son certo rose e fiori. Khalifa Haftar, nonostante la carica di capo di stato maggiore del governo di Tobruk, non obbedisce ad un solo ordine di quell'esecutivo. In compenso il suo «esercito» è composto in gran parte da senescenti generali ex Gheddafiani decisi a sterminare le milizie islamiste che ancora combattono a Bengasi e dintorni. Il tutto mentre l'Isis sconfitto a Sirte dalle milizie di Misurata dilaga nei deserti della Cirenaica. Ma il caos di Tripoli e Bengasi è nulla rispetto a quel grande Sud dove Tuareg e Tebu, schierati in teoria con Tripoli e con Haftar, si contendono in verità il controllo dei traffici che attraversano i confini con Sudan e Chad. E così mentre Macron ci prova l'Italia ripassa Mao Tse-tung. «Grande è la confusione sotto il cielo e perciò diceva il Timoniere - la situazione è favorevole».-

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