Antonio Mazzeo, due giorni fa questo giornale ha scritto un articolo prendendo spunto dalle parole del responsabile dell’Agenzia nazionale anticorruzione Raffaele Cantone, il quale parlava in negativo di certa “antimafia”. Su quelle parole abbiamo costruito un’analisi sui valori ai quali – secondo noi – la “vera” antimafia dovrebbe attenersi. Abbiamo parlato di errori di ogni tipo, che chi fa attività in nome di chi è morto per certi valori, non può commettere. In un commento all’articolo hai scritto: “La mafia è una montagna di merda. Certa ‘antimafia’ è una collima di cacca”.
“Ovviamente si tratta di una frase provocatoria”, dice Mazzeo. “A venticinque anni dalla stagione delle stragi è arrivato il momento di riflettere sui limiti e sulle responsabilità del movimento antimafia. Penso a quanti hanno fatto soldi e carriera, a chi ha ricevuto finanziamenti a pioggia. Certe attività antimafia sono diventate una professione che alimenta situazioni insostenibili, anche di persone che hanno rappresentato per la nostra generazione un modello politico e culturale. Al di là di queste vicende tristissime dal punto di vista umano, penso che sia arrivato il momento di fare una riflessione politica di quanto un modello di fare antimafia sia stato funzionale a chi ha ideato le stragi e la trattativa, cioè quello di smantellare principi sociali, costituzionali, aprendo il Paese al libero mercato, al liberismo selvaggio e allo smantellamento dello stato sociale. Questo fenomeno non ha visto assolutamente la mafia sconfitta, ma solo un’ala militare in carcere”.
Parli di carriere politiche e di soldi. Puoi fare qualche nome?
“Gli eroi di carta di questi venticinque anni sono innumerevoli, per cui mi sia consentito di non fare nomi: non vorrei dare l’impressione di accanirmi contro qualcuno. Ma sono tanti: scrittori, giornalisti, familiari di vittime di mafia, magistrati o ex magistrati finiti in politica. Il culto del super uomo, dell’eroe, della persona che da sola diventa il paladino dell’antimafia, spesso non supportato da capacità di analisi, di studio, di approfondimento dal punto di vista sociologico, economico, ecc., è stato un problema molto serio che la Società civile non ha saputo affrontare. La responsabilità è stata collettiva, di tutti noi, che anche in buona fede (senza fare carriere politiche, né soldi), abbiamo legittimato questa situazione. Troppi condottieri, troppi super eroi, troppi unti dal Signore, quando sarebbero stati necessari più dibattiti e confronti”.
Il fatto che ci siano stati simboli dell’antimafia o familiari di vittime di mafia che hanno fatto carriera politica, non vuol dire che abbiano strumentalizzato il movimento antimafia. O no?
“La partecipazione politica è un diritto-dovere di ogni cittadino. Però soprattutto nell’antimafia abbiamo visto personaggi che senza costruire un percorso politico in modo collettivo, di fatto si sono trovati proiettati in determinati contesti istituzionali”.
Non pensi che il problema sia anche (e forse soprattutto) umano? Non pensi che una parte del movimento non abbia assolutamente compreso che certi valori come l’intransigenza, la coerenza, la lealtà, la capacità di ascolto, la solidarietà siano indispensabili? In alcuni soggetti non si vede, ad esempio, quella cultura della solidarietà che è stata fondamentale nel movimento partigiano per cacciare il fascismo e il nazismo.
“E’ un problema da imputare a un modello con il quale è stata interpretata l’antimafia. La Società civile ha delegato tutto a delle figure prestigiose che però, ripeto, non avevano segnato dei percorsi politici. Un tempo venivano candidati quelli che avevano fatto la resistenza, quelli che lottavano per i diritti dei lavoratori, quelli che sul campo avevano fatto antimafia. L’antimafia è stato uno dei movimenti più straordinari nati in Sicilia. Un movimento che si costruisce nell’Ottocento con le Leghe contadine nella battaglie sul latifondo. Si rafforza dopo la Prima guerra mondiale, viene bloccato dal fascismo, ma dal ’43 in poi si espande straordinariamente, ma viene fermato di nuovo nel ’47 con la strage di Portella della ginestra, che cambia il corso del processo democratico nel nostro Paese. Dopo le stragi del ’92 si sarebbe dovuto definire meglio il ruolo del movimento. Avremmo dovuto essere più attenti all’antimafia sociale, al processo di trasformazione democratica ‘dal basso’, alla distribuzione delle risorse e all’eguaglianza sociale, un principio che trova rispondenza nell’articolo 3 della Costituzione. Un’antimafia che non ha questi obiettivi nasce monca”.



Non hai voluto fare i nomi dei modelli negativi. Ti chiediamo tre nomi di modelli positivi.
“Vorrei parlare del modello de I Siciliani, che non è soltanto un modo di fare giornalismo o di dare forza, attraverso il giornalismo, alle passioni di tanta gente, ma di dar voce a forme di lotta civile importanti nel nostro Paese. Penso al movimento che si è sviluppato attorno al Muos di Niscemi, contro il processo di militarizzazione, contro il sistema devastante delle guerre. Il movimento No Muos è stato ed è un movimento antimafia in quanto ha messo il dito in una piaga purulenta: quanti processi di militarizzazione in Sicilia e nel Sud Italia sono stati funzionali al rafforzamento delle cosche criminali e della borghesia mafiosa… Non c’è stato un solo progetto militare nell’Isola che non abbia visto pezzi di Cosa nostra impegnati a vario titolo per realizzarlo. Penso ad alcune società interessate ai progetti di complessi urbanistici per il rafforzamento della Base Nato di Sigonella. Credo che più che cercare il singolo, dovremmo valorizzare le esperienze collettive. Penso al giornale ‘Il clandestino’ in provincia di Ragusa, un altro processo collettivo partito dal basso. Oggi alcuni di quei ragazzi sono giornalisti anche in testate nazionali. Se vogliamo costruire una vera antimafia sociale, dobbiamo rifarci a processi collettivi come questi, sia quando si fa denuncia, sia quando si fanno battaglie politiche. Va anche ricordata l’esperienza straordinaria del Centro Peppino Impastato di Palermo, quella dell’associazione antimafia Rita Atria; dei circoli e delle associazioni che fanno battaglie antimafia sul territorio: degli insegnanti di frontiera che continuano a fare antimafia nelle proprie scuole; di alcuni giornalisti che in Campania, Calabria e Sicilia fanno delle battaglie straordinarie. Non bisogna dimenticare il ruolo fondamentale svolto da ‘Ossigeno per l’informazione’, che dà una copertura politica e giuridica a tantissimi ragazzi che fanno giornalismo di frontiera. Questa secondo me è l’antimafia che va citata e sostenuta”.-
Luciano Mirone