martedì 11 luglio 2017

Il lunedì nero di Renzi Ue

e i ministri lo umiliano.


Da Bruxelles a «Wall Street Journal» e governo, tutti bocciano la sua proposta sul rapporto deficit/Pil al 2,9%.


Per Matteo Renzi è stato un lunedì nero. Una serie impressionante di bocciature ha di fatto stroncato la proposta del segretario Pd, presentata nel suo nuovo libro Avanti, di innalzare il livello deficit/Pil al 2,9% per avere a disposizione 30 miliardi ogni anno per abbassare la pressione fiscale.



Le stroncature sono giunte da Bruxelles, da Roma e anche da New York e sono tali da mettere in discussione la leadership stessa di Renzi in vista delle prossime elezioni.
Si era capito che non sarebbe stata una giornata semplice sin dal mattino. In un'intervista al Corriere il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, ha subordinato la proposta renziana ad alcune condizioni tra le quali «le risorse per abbattere il cuneo fiscale e favorire nuove assunzioni» oltre a «defiscalizzare gli investimenti». Se il maggior deficit servisse per «le mance, meglio tenersi al sicuro nei parametri europei». Uno stop non da poco quello del ministro che ormai molti accreditano come candidato credibile per Palazzo Chigi nel prossimo futuro.
Da Bruxelles ove ieri si è svolta la riunione dell'Eurogruppo è arrivata una gragnuola di colpi per il segretario del Pd la cui autorevolezza internazionale è ormai fortemente delegittimata. «Il presidente Juncker non commenta le parole di esponenti al di fuori della effettiva cerchia di persone con una carica di governo», ha dichiarato il portavoce del presidente della Commissione Ue di fatto riconoscendo nel premier Gentiloni e nel ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, gli unici interlocutori dell'esecutivo comunitario. Lo stesso titolare del Tesoro ha poi precisato che «quelli di Renzi sono temi per la prossima legislatura», derubricando le idee renziane a materiale per la prossima campagna elettorale.
D'altronde, in ambito europeo Padoan è molto più accreditato di quanto non sia Renzi e, non a caso, ieri sera il ministro è stato a cena con i suoi omologhi tedesco e francese, Wolfgang Schäuble e Bruno Le Maire, per discutere del futuro dell'Eurozona. Insomma, Berlino e Parigi, azionisti di peso dell'Ue, hanno più stima di un componente di un governo a scadenza che di un leader politico con pieni poteri.
Finito qui? Neanche per sogno: ieri Renzi è stato lo sparring partner sia dei santoni dell'austerity che dei pasdaran della spesa pubblica. Il presidente dell'Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha frustrato le velleità renziane. Alzare il deficit al 2,9% «non è una decisione che una nazione può prendere da sola», ha dichiarato.
Il segretario del Pd in serata ha replicato di «avere una battaglia in corso con Dijsselbloem che alle sue elezioni ha preso il 5%» e, riprendendo un'infelice uscita dell'olandese («gli italiani spendono la flessibilità in soldi e alcool»), ha sottolineato che «noi le donne non le paghiamo, a differenza di qualcuno in Europa» e che, comunque, la battaglia contro il Fiscal compact «è una proposta di legislatura e non possiamo darla a Paolo (Gentiloni) e Padoan (l'uso del cognome segna la netta distanza tra i due; ndr)».
Ma come può sostenere Renzi questo sforzo se anche il flessibile commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici, ha invitato l'Italia a «tagliare il deficit perché è nel suo interesse ridurre il debito». Una preoccupazione condivisa anche dal Wall Street Journal che ieri ha rimesso in questione «la sostenibilità a lungo termine del debito italiano una volta finito il Quantitative easing della Bce».-

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