C’è una persona a Catania che più di tutte, secondo noi, ha contribuito a vincere la battaglia contro Santapaola, i cavalieri e Mario Ciancio. Si chiama Riccardo Orioles, è stato – assieme a Giuseppe Fava – uno dei fondatori storici de I Siciliani: è un tipo strano, un caratteraccio, ma coerente e cocciuto come pochi, generoso anche. E poi ha un modo originale di insegnare – ovviamente gratis – il mestiere di giornalista, ma anche di disegnatore, di illustratore e di impaginatore a quattro generazioni di ragazzi. Orioles può piacere o no, può risultare simpatico o antipatico, ma se a Catania la lotta di Giuseppe Fava continua ancora oggi il merito è soprattutto suo.

Giuseppe Fava. Sopra: Riccardo Orioles

Per spiegare perché parliamo di lui dobbiamo innanzitutto partire da una certezza: i personaggi combattuti dai Siciliani sono stati ridimensionati o annientati rispetto a trent’anni fa: Santapaola sta marcendo in galera, i cavalieri sono scappati da Catania, Mario Ciancio è sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Dice: ma Santapaola è in carcere per la repressione dello Stato dopo le stragi degli anni Novanta; i cavalieri non sono più a Catania per ragioni economiche; l’editore de “La Sicilia” è sotto processo grazie ai magistrati. Giusto. Ma il punto non è questo. Il punto è capire perché, come e grazie a chi sono state create le condizioni affinché tutto questo avvenisse.
Catania sarebbe stata una città infinitamente più povera dal punto di vista civile, culturale e sociale se non ci fosse stato Giuseppe Fava e se non ci fosse stata l’esperienza de I Siciliani. Che ha fatto scuola, ha aperto il varco anche ad altri giornalisti che, pur non facendo parte dello stesso contesto, si sono distinti per il loro rigore professionale.
E povera sarebbe rimasta se, dopo l’assassinio del direttore (5 gennaio 1984, un anno dopo la fondazione del giornale), la testata  avesse chiuso i battenti, malgrado l’indignazione che portò migliaia di persone in piazza. Un’altra certezza.
Chi ideò il delitto non calcolò l’incredibile forza di reazione della redazione (da Claudio Fava a Miki Gambino da Antonio Roccuzzo a Rosario Lanza, da Elena Brancati a Graziella Proto, da Lillo Venezia a Nello Pappalardo). Ma chi – in quelle ore convulse – diede il colpo di reni fu Riccardo.
La notte in cui morì il direttore, mentre tutti erano tramortiti per il trauma subito, a stabilire di andare avanti fu proprio lui. Non a parole, ma facendo un numero monografico dedicato al direttore e diffuso in tutta Italia. Indimenticabile l’editoriale scritto da lui ma firmato I Siciliani, cosa che la dice lunga su una visione politica applicata al giornalismo. Quel numero gettò un ponte fra il prima e il dopo. E lanciò un messaggio rivoluzionario: noi continuiamo. Con la gente onesta. Non possiamo fermarci con la scusa che hanno ucciso uno di noi. Questo non è soltanto un giornale, ma qualcosa di più.

Mario Ciancio

Il messaggio passò. Da quel momento I Siciliani non fu solo uno strumento culturale, ma un movimento di Società civile seguito e sostenuto dalle categorie più variegate. E si collegò alle personalità più prestigiose e illuminate del panorama catanese e nazionale: Sandro Pertini (allora presidente della Repubblica), Giambattista Scidà, Giuseppe D’Urso, Salvatore Resca, Franco Cazzola, Vincenzo Consolo, Michele Pantaleone, Nando dalla Chiesa, Ennio Pintacuda, Leoluca Orlando, Stefano Rodotà, Vladimiro Zagrebelsky, Alfredo Galasso, Gianfranco Pasquino, Dario Fo, tanto per citarne alcune.
Se dal punto di vista “intellettuale” a prendere le redini della testata furono tutti “i carusi” di Fava – con quelle straordinarie inchieste che hanno segnato la storia del giornalismo italiano – dal punto di vista “politico” fu Riccardo a dare l’impronta. Fu lui a mantenere i contatti con associazioni, movimenti, parrocchie, collettivi studenteschi di tutta Italia, creando all’interno del giornale un gruppo di ragazzini dai sedici ai venticinque che diedero vita a un’altra testata, “Siciliani giovani”.
Furono fermenti che col tempo confluirono in uno degli esperimenti politici più affascinanti del dopoguerra: La Rete, un movimento politico partito “dal basso” che dopo la vittoria dei sindaci del 1993 si apprestava a vincere le nazionali con lo schieramento della sinistra.
A fiutare il “pericolo” furono i “poteri forti”, messi a serio rischio dall’indignazione popolare del dopo stragi e delle inchieste di Mani pulite. La scesa in campo del Cavaliere non fu casuale: contattò chi di dovere e da un giorno all’altro fece un partito, mentre a Catania Santapaola organizzava l’assassinio (poi fallito) di Claudio Fava, diventato uno degli esponenti di punta della Rete. Ma questa è un’altra storia. Che in ogni caso fa capire la cifra politica dei Siciliani.
Il giornale – pur andando a ruba – fu chiuso e riaperto più volte. Si è cercò di rilanciarlo attraverso migliaia di sottoscrizioni, ma alla fine andò come sappiamo.
I componenti del nucleo storico hanno preso le loro strade: Miki al Corriere, Antonio a La7, Rosario alla Gazzetta del Sud, Elena e Nello insegnano, Graziella fa sacrifici immensi col suo giornale.
E poi Claudio. Su di lui va aperta una parentesi delicata. Claudio fra i giornalisti de I Siciliani è stato il più esposto, da cronista e da politico: gli hanno ammazzato il padre e anche lui stava per essere ucciso, con l’aggravante che Ciancio – con i suoi organi di informazione – gli ha organizzato una fatwa micidiale: una censura a trecentosessanta gradi perfino sul necrologio in cui, a proposito della morte del padre, fu cancellata la parola mafia. Non sappiamo se le critiche piovutegli addosso da una parte dell’opinione pubblica catanese “per avere abbandonato la sua città” dopo l’elezione in parlamento gli hanno fatto male. Sappiamo che Claudio a Catania ha combattuto mille battaglie e ha pagato il prezzo più alto. E alla fine ha preferito andarsene, o scappare nauseato, un giorno lo sapremo.

Claudio Fava

E Riccardo? Riccardo, malgrado certi periodi di lontananza, ha mantenuto sempre i contatti con Catania, dividendosi fra il capoluogo etneo, Roma e Milazzo, il suo paese in Sicilia.
Dopo I Siciliani ha fondato a Roma un’altra testata storica, Avvenimenti, con Diego Novelli, Alfredo Galasso e Claudio Fracassi. Ma anche Avvenimenti dopo diversi anni di straordinaria attività è stato costretto a chiudere. La libertà ha un prezzo e il prezzo da pagare, a volte, è questo.
Riccardo si sarebbe potuto sistemare a Repubblica nell’84, e vivere tranquillamente in resto dei suoi anni, dopo l’assassinio del direttore, quando ricevette un’offerta di lavoro. Lui rifiutò: “Grazie, ma a Catania siamo in guerra”.
Poi assieme a Graziella Proto, altra giornalista storica dei Siciliani, fondò Casablanca. Tranne questi tre giornali, non ha voluto legarsi con nessun altro. Nei momenti in cui tutto sembrava perduto, ha mantenuto la posizione tenendo una rubrica settimanale che inviava per mail a migliaia di persone: La catena di San Libero.
E quando ormai l’esperienza de I Siciliani sembrava solo un ricordo, ecco che nel 2011 Orioles pesca dal cilindro una delle sue proverbiali ispirazioni: rifare quel giornale. Come, dove e con chi? Le persone ci sono, sono tante, dice entusiasticamente a tutti, ci sono pure Caselli e dalla Chiesa che firmeranno gli editoriali. Dopo dibattiti e litigi infiniti col nucleo storico si giunge a un compromesso: la vecchia testata non si tocca, si può però utilizzare il logo dei Siciliani giovani. E sia! Riccardo parte lancia in resta e fa il nuovo giornale, che esce il 22 dicembre, lo stesso giorno in cui nell’84 uscì I Siciliani con Giuseppe Fava direttore.
Stavolta si tratta di un giornale “in rete”, fatto con Giovanni Caruso ed altri ottimi volontari, mettendo insieme associazioni e ragazzini da Milano a Marsala che sfornano inchieste a ripetizione: sulle infiltrazioni mafiose al Nord, sui Colletti bianchi, sulla corruzione, sulle guerre, sul Muos, sulla Tav, sui migranti, sul caso Manca, su Mario Ciancio, sulla Trattativa, su Barcellona Pozzo di Gotto, sui beni confiscati alla mafia, eccetera.

Giovanni Caruso e Riccardo Orioles

Nel frattempo uno dei “carusi” di Riccardo, Luca Salici, lancia una petizione affinché il governo applichi la legge Bacchelli proprio a lui: “Una pensione per meriti speciali a Orioles”. È il minimo che l’Italia possa fare.
Nei giorni scorsi l’ultimo episodio che ha fatto discutere tanto: una lettera anonima giunta a Giovanni Caruso, responsabile della redazione di Catania, in occasione del venticinquesimo anniversario della strage di via D’Amelio (19 luglio): “Tagghiala, sannunca ti scippamu ‘a testa”. Una minaccia precisa, stentorea, senza fronzoli, dopo la presentazione del nuovo “cartaceo” dei Siciliani a San Cristoforo, feudo catanese di Nitto Santapaola, che magari non è il potente di un tempo, ma che dal carcere sa come far partire certi ordini. Oggetto del contendere (secondo gli inquirenti): alcuni beni confiscati alle mafie che stanno per finire ai Siciliani. Parte di questi beni sono di Aldo Ercolano, il killer che in quella fredda sera dell’85 uccise Giuseppe Fava. Riccardo si mobilita su internet e scrive: “Minacce a I Siciliani”. Quattro parole pesanti come pietre. Scatta la solidarietà da parte di migliaia di persone. Come nell’84. Oggi la storia è cambiata: Giuseppe Fava è vivo, I Siciliani sono ancora qui, Riccardo Orioles ha vinto.-

Luciano Mirone