mercoledì 5 luglio 2017

ERDOGAN ALLA CONQUISTA DEL MARE.



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L’annuncio della costruzione di una portaerei turca non è una questione di secondaria importanza, considerando le logiche di potenza che intercorrono nel Mediterraneo orientale e nei mari del Medio Oriente. Dare il via al progetto di una propria portaerei, significa innanzitutto dare un segnale d’investimento nel settore militare, ma, soprattutto, significa affermare una volontà di proiezione della nazione che la costruisce, svincolandosi dal legame delle basi aeree su terraferma. Una volontà di espandere la propria capacità operativa in altri contesti, anche lontani dal proprio nucleo operativo, che significa, in sostanza, decidere di voler estendere la propria influenza anche in altre aree del mondo: che per la Turchia, sicuramente includono il Golfo Persico e il Golfo di Aden. In questa volontà di espansione e di consolidamento del controllo strategico di alcune aree geografiche lontane dal suolo nazionale ma fondamentali per la politica turca, si aggiunge poi sicuramente la volontà di aumentare la spesa militare che, per un Paese come la Turchia, significa in particolare attrarre l’import straniero. Secondo quanto riferito da fonti governative, l’industria bellica turca ha assistito a investimenti pari a cinque miliardi di dollari, e soltanto con le esportazioni il guadagno è stato di circa un miliardo e mezzo. Soltanto le esportazioni di armi verso Unione Europea e Stati Uniti, hanno fruttato alla Turchia circa un miliardo di euro. Cifre importanti, soprattutto per un’economia in crescita, ma altalenante, come quella di Ankara.
A questa volontà di espansione e d’investimenti, si aggiunge una strategia turca di voler ottenere il pieno controllo dei propri mari. E non a caso, a parte la futura portaerei, la marina turca ha già dato via a più di dieci progetti di costruzione di nuovi mezzi, dai sottomarini alle navi. La Turchia, pur essendo stata sempre una nazione legata alle forze terrestri, non può fare a meno di competere per il controllo dei mari che la circondano. Tre mari di fondamentali importanza per la sua strategia di lungo termine: Mediterraneo Orientale, Egeo e Mar Nero. E se Mediterraneo Orientale e Mar Nero sono superfici in cui il confronto con le superpotenze è ancora impari, per quanto riguarda l’Egeo, il confronto con la Grecia è sempre latente e non ha mai cessato di essere un punto centrale della politica turca.
 Negli ultimi mesi, lo scontro diplomatico fra Atene e Ankara per l’Egeo e alcune delle sue isole ha raggiunto livelli di guardia molto elevati, e proprio in questi ultimi giorni lo scontro ha rischiato di causare un incidente molto grave. Nella giornata di lunedì, a poche miglia dalla costa di Rodi, la Guardia Costiera greca ha sparato sedici colpi contro una nave turca, che si riteneva essere entrata in acque territoriali greche senza essersi fermata in porto come voluto dalle autorità elleniche. L’incidente ha immediatamente scatenato le proteste del governo di Ankara, che ha condannato l’azione della marina greca chiedendo che non succeda più qualcosa di simile. Da parte greca non ci sono state scuse, con il ministro dei trasporti di Atene che ha anzi sostenuto l’operato della Guardia Costiera. Per fortuna non ci sono state conseguenze in termini di vite umane né di escalation di tensione fra i due Stati, ma è evidente che il Mar Egeo sia ancora un terreno di scontro fortissimo fra Turchia e Grecia. Due Stati che fanno della spesa militare il punto centrale degli investimenti pubblici, proprio per tutelarsi l’uno contro l’altro.-

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