Desidera “ascoltare il suono del silenzio”, Giovanni Paparcuri, l’unico sopravvissuto alla strage di via Pipitone Federico, a Palermo, che il 29 luglio 1983 fece a pezzi il giudice Rocco Chinnici, il maresciallo Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi. Da allora Giovanni non desidera altro, perché lui, da quella mattina di trentaquattro anni fa, sente rumori strani, sinistri, ossessivi, un incubo che si materializza soprattutto nelle ore notturne, quando “il silenzio” c’è veramente e lui quei “suoni di dentro” sente sovrapporli. Dentro la testa.

Giovanni Paparcuri.
Sopra: la strage di via Pipitone Federico a Palermo.

Era l’autista di Chinnici, Giovanni Paparcuri. Assieme ai colleghi della scorta doveva proteggerlo dall’assalto di Cosa nostra che aveva capito fin troppo bene dove il magistrato voleva andare a parare col pool antimafia, di cui fu straordinario fondatore, coinvolgendo magistrati del calibro di Falcone, Borsellino, Di Dello, Guarnotta e Natoli. Dopo la morte, Chinnici avrebbe lasciato quell’eredità ad un altro grande magistrato, Antonino Caponnetto, che proseguì il suo lavoro.
Oggi Paparcuri esprime – attraverso facebook – questo desiderio: ascoltare il silenzio. E magari aver cura della bici, ma per esaudire il sogno che si porta dentro da trentaquattro anni, la bicicletta è strategica, e adesso vedremo perché.
Una testimonianza toccante la sua perché ci spiega – meglio di cento libri sulla mafia – cos’è la crudeltà di Cosa nostra e quali conseguenze provoca. Lo fa con la delicatezza della persona sensibile che rifugge dalla retorica e dal piagnisteo. Lo fa partendo da un episodio accaduto di recente: “L’altro giorno – scrive Giovanni – un ragazzo mi ha chiesto cosa desidero più di tutto. A quanti di voi è capitato che dopo uno scoppio di un petardo o di qualcosa di simile, in testa cominciate a percepire fischi, ronzii, fruscii, sibili e altri innumerevoli suoni. Credo che qualcuno l’ha provato. Questi suoni si chiamano acufeni. Bene! Provate ad immaginare per un po’ cosa significa l’esplosione di 75 kg. di tritolo a pochi passi di distanza. No, non lo potete capire cosa significa non sentire più bene e avere in testa questi maledetti rumori. Purtroppo non esiste nessuna cura, l’unica cura è quella di un altro rumore che copra i ‘rumori fantasma’. Il problema maggiore è la notte, perché nel silenzio della notte il disturbo aumenta di intensità e non riesci a dormire”.
“Ecco – incalza Paparcuri –  questo è il mio più grande desiderio dopo 34 anni, non sentire più nessun rumore, ma un po’ di silenzio”.

Giovanni Paparcuri con i bambini durante una manifestazione
sulla legalità.

Dopodiché con lieve ironia spiega: “Adesso vi chiederete che c’entra la bici. La bici è una cura. Tanti anni fa un medico mi consigliò, per attenuare gli acufeni, di andare dove c’era del vento, e io andavo sempre a Isola delle Femmine, proprio di fronte l’isolotto, perché proprio lì soffiano due correnti d’aria, e devo dire che in effetti il rumore del vento mi portava sollievo, però quella zona è frequentata anche da coppiette, per cui per evitare che qualcuno si facesse qualche sega mentale, non ci sono più andato”.
Poi la bellissima scoperta: “Però per fortuna mi venne l’idea di provare con la bici, cioè ho scoperto che pedalando il vento alle orecchie mi copriva quegli odiosi rumori, e pedala oggi, pedala domani ho anche sperimentato che il cuore allenato mi portava tanto sollievo. Non sono guarito, ma mi aiuta tantissimo. Però in certi giorni quando non si ha proprio la pazienza di ascoltare i ronzii non c’è nulla da fare.
Purtroppo ho saputo che c’è gente che non ce la fa più e mette in atto il ‘gesto estremo’. Intendiamoci, non è il mio caso, ho altro a cui pensare, rumori insopportabili o meno, la vita va comunque vissuta fino all’ultimo. Adesso sapete anche questo”.
Grazie Giovanni. -
Luciano Mirone