lunedì 24 luglio 2017



    INCENDIO ALLO “ZINGARO”, IERI SERA HO VISTO L’INFERNO…

    Di Redazione    
    domenica, 23 luglio, 2017
    Pubblicato da www.linformazione.eu

    Ieri sera ho visto l’inferno. Ci sono passato vicino. Ho respirato il suo puzzo immondo. Tornavo da San Vito, potevano essere le 23,15. Le creste dei monti che orlano Castelluzzo erano ferite dalle fiamme, che oltraggiavano il cielo. Poi sempre più basse, fino a sfiorare la strada. Il fumo denso.
    Mi viene incontro. Avvolge la macchina. Un tunnel di fumo. Il crepitio del fuoco. Il tonfo di un ulivo incandescente sulla strada. Il fumo. Ora dal cielo piove cenere. Ora lacrime di fuoco. Non so se posso tornare indietro. Vedo fiamme dietro di me. La nebbia fitta. Provo a chiamare i vigili, la polizia. Le linee assenti. Faccio inversione. Dribblo un tizzone acceso sull’asfalto. Trattengo il respiro, il fumo entra nell’auto. Sento che si surriscalda. Ce la posso fare. Le lingue di fuoco. Sono li accanto a me. Devono finire il loro lavoro. Non deve restare più nulla. Torno a San Vito. Chiamo il 113. Le fiamme illuminano l’orizzonte. È una tragedia. E ha dei colpevoli. Ora so cos’è l’Inferno.-

    Nella foto: la riserva dello Zingaro in fiamme.

    Giacomo Pilati


      BRUCIA LA RISERVA DELLO ZINGARO


      Di Redazione    
      domenica, 23 luglio, 2017
      Pubblicato da www.linformazione.eu

      Nel trapanese un incendio, partito dalle frazioni di Biro e Castelluzzo, nel comune di San Vito Lo Capo, ha raggiunto una parte della riserva naturale dello Zingaro, già devastata dalle fiamme nell’estate del 2012. Il rogo, alimentato dal vento di scirocco, ha provocato ustioni a un uomo della forestale, che è stato trasportato in ospedale. Le fiamme hanno anche lambito alcune abitazioni a Castelluzzo. Sul posto stanno operando 4 squadre dei vigili del fuoco di Trapani, personale della forestale e un Canadair. Sono in corso operazioni di evacuazione delle villette della zona interessata alle fiamme.
      Oltre a forestale e vigili del fuoco, due Canadair sono impegnati a spegnere il rogo nella parte sud della riserva dello Zingaro per scongiurare che il vento di scirocco porti le fiamme nel resto dell’area naturalistica. “Era stato chiesto l’intervento di un terzo mezzo aereo – ha detto il sindaco di Castellammare del Golfo Nicolò Coppola – ma non è stato possibile perché in Sicilia in questo momento ci sono almeno trenta incendi”. Sono sotto controllo, ma ancora non domati, gli altri incendi nelle frazioni di Castelluzzo e Biro, mentre alcune villette tra San Vito Lo Capo e Castellammare del Golfo sono state fatte evacuare per precauzione.-

      Nella foto: un’immagine del vasto incendio che ha colpito la riserva dello Zingaro.

      Ansa


        PASOLINI,  LA VERITA’ CHE PELOSI SI

        PORTA NELLA TOMBA.


        Di Luciano Mirone    
        domenica, 23 luglio, 2017
        Pubblicato da www.linformazione.eu

        Valter Rizzo, giornalista Rai e scrittore. In questi giorni, all’età di 59 anni, è morto Pino Pelosi detto “la Rana”, colui che ufficialmente, nella notte fra l’1 e il 2 novembre 1975, assassinò  Pier Paolo Pasolini. Dalle carte processuali emerge fra l’altro che Pelosi – all’epoca diciassettenne – fu utilizzato da entità che avevano interesse a fare scomparire un intellettuale scomodo come Pasolini. Nel 2011 hai scritto un libro su questa vicenda (“Nessuna pietà per Pasolini”) assieme all’avvocato Stefano Maccioni e alla criminologa Simona Ruffini. Che idea ti sei fatto di questa storia?
        “Pelosi è una persona che si è rivelata un complice formidabile degli assassini (quelli veri) di Pier Paolo Pasolini. Si è portato nella tomba una verità che conosceva: neppure in punto di morte ha sentito il bisogno di fare un atto di liberazione, di verità, di giustizia o di pietà per Pasolini, continuando a proteggere i suoi assassini, che lui conosceva benissimo e soprattutto i mandanti. Chi lo ha gestito per anni, chi lo ha minacciato, chi lo ha pagato e chi gli ha imposto il ruolo dell’utile capro espiatorio? Credo che Pelosi abbia fatto anche di più, perché per anni ha mischiato verità e menzogna rendendosi poco credibile, e questa probabilmente è stata per lui un’assicurazione sulla vita”.

        Pino Pelosi. Sopra: Pier Paolo Pasolini

        Nel libro parli anche di una “pista catanese”.
        “Sì, una ipotesi che potrebbe riguardare gli esecutori materiali del delitto: la strategia che ha portato alla morte di Pasolini è stata decisa da menti raffinatissime che sicuramente non sono catanesi. L’ipotesi di Catania nasce dalla frequentazione di Pasolini con questa città e con personaggi dell’estrema destra, documentata da testimonianze molto autorevoli che parlano di questi soggetti del sottoproletariato che facevano la spola fra Roma e Catania non certamente per fare shopping. Probabilmente andavano nella Capitale per compiere delle azioni per le quali servivano delle facce poco conosciute. Parliamo di picchiatori professionisti dell’estrema destra catanese. Questo comunque è un dettaglio”.
        Perché viene ucciso Pasolini?
        “Per una convergenza di interessi. Per capire chi lo ha ammazzato, bisogna sapere quello che è successo prima, ma soprattutto quello che è successo dopo. In questo ‘dopo’ è molto importante la gestione di Pelosi”.
        Eppure in Italia sono ancora in tanti a pensare che Pelosi sia stato l’unico assassino di Pasolini.
        “Questo è stato sancito da una sentenza passata in giudicato. Tale sentenza ha stabilito che Pelosi è stato l’unico autore (e sottolineo ‘l’unico’) del delitto. Però la dinamica processuale bisogna raccontarla tutta e presenta aspetti abbastanza singolari. Il Tribunale dei minori di Roma, coordinato dal giudice Moro (fratello di Aldo Moro), emette la sentenza che condanna Pelosi con ignoti. Dunque ci sono magistrati che accertano un concorso di più persone nell’omicidio Pasolini. Sarà la Procura presso il Tribunale dei minori a presentare appello, non per inasprire la pena, ma per far cassare il ‘concorso con ignoti’. Da quel momento viene sancita ‘solo’ questa verità processuale”.

        Eugenio Cefis

        Qual è allora la verità?
        “È chiaro che la verità è un’altra. La ricostruzione della dinamica del delitto ci dice che Pelosi non può essere l’autore (o l’unico autore) dell’omicidio. Lui probabilmente è arrivato a cose fatte o magari assieme agli assassini. È servito come capro espiatorio affinché Pasolini venisse ucciso due volte: la prima volta fisicamente, la seconda moralmente. L’omicidio compiuto da un ragazzo di borgata che si difende dalla violenza del ‘frocio’ o del ‘debosciato’ Pasolini, è la pietra tombale sull’autorevolezza dello scrittore, su tutto quello che aveva scritto e che avrebbe potuto scrivere”.
        Quali sono gli scritti che avrebbero potuto portarlo alla morte?
        “Un anno prima aveva destato scandalo con l’articolo ‘Il romanzo delle stragi’, in cui il poeta accusa il potere politico ed economico di essere la causa principale della strategia della tensione che allora attraversa l’intero Paese. Pasolini era un uomo armato di aggettivi e di penna, non era armato di altro, e poteva essere ucciso in mille modi: sotto casa con un colpo di pistola, come era successo a Pecorelli e ad altre personalità uccise dal terrorismo. Perché ucciderlo in quel modo? Perché costruire una sceneggiatura che sembrava tirata fuori da uno dei suoi film?”
        Perché?
        “Perché doveva essere delegittimata la sua figura. Doveva diventare un personaggio a cui non bisognava dare alcuna credibilità per quello che aveva scritto. Dovevano distruggere l’intellettuale. Una strategia costruita a tavolino dalle menti raffinatissime cui alludevo in precedenza”.
        Quali entità ci sono dietro?
        “Pasolini in quei mesi stava lavorando al romanzo ‘Petrolio’, rimasto incompleto ed uscito molti anni dopo. ‘Petrolio’ si occupa in maniera specifica della vicenda dell’Eni, di un personaggio come Eugenio Cefis e della morte di Enrico Mattei. Se sommiamo questo col fatto che le relazioni dei servizi segreti italiani dicono che a fondare la loggia massonica P2 non è stato Licio Gelli, ma Eugenio Cefis, forse cominciamo a inquadrare l’ambiente che ha voluto il delitto Pasolini”.

        Enrico Mattei

        Perché dici che per capire questo assassinio, bisogna riportarsi al ‘dopo’?
        “In una intervista che riuscii a ‘rubare’ a Pino Pelosi per il programma ‘Chi l’ha visto’ (una delle pochissime non pagate, ‘la Rana’ si faceva pagare per rilasciare dichiarazioni), lui stesso ammette per la prima volta che l’avvocato Rocco Mangia (il suo legale di fiducia) non lo scelse lui, ma gli fu consigliato dal giornalista Salomone del quotidiano ‘Il Tempo’ di Roma, iscritto alla loggia P2. Rocco Mangia, quando assume la difesa di Pelosi, cambia radicalmente linea rispetto agli altri avvocati che mirano a dimostrare l’innocenza della ‘Rana’: gli fa ammettere il delitto e crea una condizione per la quale a controllare Pasolini c’è un collegio di difesa dove troviamo Aldo Semerari, famigerato criminologo collegato agli ambienti della camorra, della massoneria, dei servizi deviati e del neo fascismo; la compagna di quest’ultimo; e il professor Franco Ferracuti, altro iscritto alla P2 e componente del super comitato istituito dal ministro Cossiga nei giorni del sequestro Moro”.
        Perché si muovono tutti questi personaggi attorno a Pelosi?
        “Attenzione: non si muovono per difenderlo, ma per farlo condannare e per gestirlo, certi che Pelosi non smentirà ma la tesi costruita in quel processo. Quarant’anni dopo, ‘la Repubblica’ fa un’intervista a Graziella Chiercossi, cugina di Pasolini che all’epoca dell’omicidio viveva assieme al poeta e alla madre di questo. La Chiercossi, dopo anni, ammette una vicenda che alcune persone vicine all’ambiente di Pasolini conoscevano, ma che lei aveva sempre negato. La donna dice che la notte dell’omicidio, intorno alle due del mattino, dei poliziotti si presentano a casa Pasolini cercando il poeta e dicendo che era stata trovata la sua vettura nella zona del Tiburtino, quartiere molto lontano da Ostia (dove fu ritrovato il cadavere)”.
        Quindi?
        “All’una di notte, secondo il rapporto dei carabinieri, Pelosi sarebbe stato fermato casualmente per un controllo stradale (andava fuori mano) sul lungomare di Ostia sulla vettura di Pasolini. Ora, o la vettura di Pasolini era a Ostia oppure al Tiburtino: però tutte le fonti ufficiali dicono che la macchina dello scrittore viene sequestrata dai carabinieri che arrestano Pelosi. Questo fa pensare ancor di più che dietro l’omicidio ci sia una regia ben congegnata, nella quale potrebbero avere un ruolo anche certi ambienti delle Forze dell’ordine”.
        In che senso?
        “L’interrogatorio che Pelosi rilascia il giorno del delitto a Ferdinando Masone (poi promosso a capo della  Polizia) è interessantissimo: si tratta di un elenco di accadimenti indicati da Masone ai quali Pelosi si limita a ripetere, ‘sì, è andata così’, secondo un copione prestabilito. E poi c’è l’altro giallo del giovane che quella sera, poco prima del delitto, era con Pasolini alla trattoria ‘Biondo Tevere’ a Roma. Secondo la descrizione del gestore era un tizio biondo e coi capelli lunghi, l’opposto di Pelosi, che era scuro e riccio. Quindi quella sera ad accompagnare Pasolini all’idroscalo di Ostia (dove fu ucciso) non c’era Pelosi, ma qualcun altro”.-
        Luciano Mirone

        domenica 23 luglio 2017

        A MONFORTE SAN GIORGIO.


        Sorpreso dai carabinieri mentre appiccava il fuoco, arrestato piromane.


        I Carabinieri della Compagnia di Milazzo assicurano che anche nei prossimi giorni proseguirà il pattugliamento notturno delle aree periferiche del territorio, anche montane, nell’ottica di prevenire ulteriori incendi e assicurare alla giustizia i colpevoli.


        Domenica, 23. Luglio 2017 - 17:11
        Pubblicato da www.tempostretto.it

        Un uomo di 28 anni è stato arrestato mentre tentava di appiccare il fuoco.
        I  militari della Stazione Carabinieri di Monforte San Giorgio, in servizio perlustrativo , stavano percorrendo la  strada ASI, nel tratto corrispondente alla frazione Marina, quando  la loro attenzione è stata richiamata da un forte bagliore a poca distanza dal luogo in cui si trovavano.
         Dopo aver allertato i vigili del Fuoco, i carabinieri si sono recati  sul posto,  appostandosi dietro un cespuglio, e da lì  hanno notato una persona allontanarsi a passo spedito. Hanno quindi bloccato l’uomo,  che si trovava in  possesso di due accendini, subito sequestrati.
        L’incendio , che inizialmente stava interessando una piccola area boschiva, in assenza di un tempestivo intervento – spiegano i militari  -avrebbe potuto creare danni ingenti attesa la vicinanza alla linea ferroviaria.
        Il 28enne arrestato si trova adesso presso le camere di sicurezza del Comando Compagnia di Milazzo in attesa dell’udienza di convalida fissata per la giornata di domani.
        I Carabinieri della Compagnia di Milazzo assicurano che anche nei prossimi giorni  proseguirà il pattugliamento notturno delle aree periferiche del territorio, anche montane, nell’ottica di prevenire ulteriori incendi e assicurare alla giustizia i colpevoli. -

        LA FRANCIA DI MACRON, IL NUOVO RIVALE DELL'ITALIA.



        Macron

        Lug 23, 2017
        Pubblicato da www.ilgiornale.it

        di ANDREA  MURATORE

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        Emmanuel Macron ha completato la sua fulminea scalata al potere favorito dalla convergenza sulla sua persona dei favori di buona parte del sistema economico francese e del mondo mediatico occidentale: la presentazione di un figlio dell’establishment come homo novus è stata accompagnata da una tronfia retorica che in Macron indicava il paladino dell’Europa assediata dalla presunta “minaccia populista”. A questa retorica, numerosi commentatori italiani di chiara fama hanno voluto apportare il loro contributo, dimenticando palesemente come la traiettoria geopolitica della Francia e le inclinazioni personali di Macron convergevano nella direzione dello scontro frontale tra Parigi e Roma. Macron ha ben chiaro, rispetto al suo predecessore Sarkozy e Hollande, di dover sviluppare una politica estera attiva e assertiva: egli non dimentica la proiezione mediterranea della Francia, che immagina protagonista nella regione, ma agogna a garantire a Parigi un livello di influenza simile a quello irradiato dalla Germania.

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        Per fare ciò, Parigi risulta spinta ad erodere i limitati spazi d’azione in campo geopolitico del nostro Paese: non a caso, a inizio giugno, Macron ha assestato il simbolico “schiaffo di Saint-Nazaire”, bloccando l’acquisizione dei cantieri di STX France da parte dell’italiana Fincantieri, ma si è sempre ben guardato dal disincentivare la contemporanea penetrazione dei capitali d’Oltralpe nel nostro Paese. La notoria vicinanza tra Macron e la famiglia Bolloré, segnalata nel mese di maggio da Ugo Bertone su Liberopotrebbe trasformarsi in maniera celere in un attivo appoggio alle manovre di Vivendi in terra italiana: la società di Vincent Bolloré, infatti, dopo aver acquisito importanti partecipazioni in Mediobanca e in Assicurazioni Generali punta da tempo, come noto, a completare la scalata a Mediaset, completando un processo di acquisizione francese di marchi storici nazionali che procede da circa quindici anni e ha già interessato società come Parmalat, Bulgari, Galbani, Pomellato e Passoni & Villa.
        Dall’economia alla geopolitica il passo è breve e, anzi, nell’intreccio di interessi che anima lo scenario mediterraneo, l’ostilità macroniana nei confronti dell’Italia si manifesta in entrambi i campi se si prendono in considerazione le più recenti mosse francesi in Libia. Organizzando per il 25 luglio un vertice a Parigi alla presenza dei due leader libici Al Sarraj e Haftar Macron ha scoperto le sue carte: inserendosi a passo di carica nel teatro libico, Parigi punta a erodere l’influenza dell’Italia nel Paese e a completare il lavoro iniziato sei anni fa, con la fallimentare guerra al regime di Gheddafi che segnò l’inizio dell’interminabile crisi libica. Come scritto da Francesco Semprini su La StampaMacron vuole rilanciare l’attivismo francese nel Paese maghrebinoi per assicurarsi, in futuro una “golden share nella Libia del futuro, nei suoi asset sotto embargo e soprattutto nel suo petrolio. Forte anche del ruolo dicotomico, o meglio ambiguo, svolto dalla Francia. Nella doppia veste di membro dell’Unione Europea e quindi sostenitore del Consiglio presidenziale guidato da Sarraj e al contempo di interlocutore privilegiato in Occidente di Haftar”. Scalzando l’Italia e i suoi attori economici impiegati in Libia, prima fra tutti l’ENI, la Francia potrebbe accaparrarsi, indirettamente, il controllo sulle importantissime esportazioni di gas e petrolio provenienti dalla Libia: in particolare, la riconquista, da parte delle forze di Haftar, dell’importantissimo terminal di Ras Lanuf nello scorso mese di marzo rischia di pregiudicare l’interesse italiano e le mosse dell’ENI nell’area della Sirte qualora il leader di Bengasi decidesse, in futuro, di privilegiare gli stretti interlocutori francesi.
        Per finire, la netta chiusura di Macron alla solidarietà nei confronti dell’Italia per l’arginamento dell’emergenza migratoria ha testimoniato come la ripercussione del disegno mediterraneo della Francia sia destinata a riproporsi in ambito europeo: contribuendo a isolare, di fatto, l’Italia dall’Area Schenghen, Parigi ha al tempo stesso scaricato su Roma l’onere di fungere da frangiflutti per gli sbarchi nei mesi a venire, rifiutandosi decisamente di assumere qualsivoglia responsabilità per le sue azioni passate in Africa Centrale e Libia, che hanno contribuito a una destabilizzazione politica e sociale tale da rendere una astrusa sottigliezza giuridica la distinzione, evocata da Macron, tra “profughi” e “migranti economici”. Macron e la sua Francia puntano a spiazzare l’Italia e a farle pagare, in seguito, il conto: mai come ora, il rivale strategico numero uno del nostro Paese è individuabile in maniera tanto chiara e netta. Ora più che mai, mentre l’Europa si dimostra una mera espressione geografica, sarebbe necessario per l’Italia chiarificare le linee guida dell’interesse nazionale in campo economico e geopolitico: l’ingerenza francese negli affari italiani, infatti, rischia di assestare un colpo decisivo alle prospettive del nostro Paese nei prossimi anni. -

        Siccità: a secco due terzi

        dell'Italia, 10 Regioni

        verso lo stato di calamità.

        La misura prevede, per le aziende, sospensione delle rate dei mutui, blocco dei pagamenti dei contributi e accesso al Fondo per il ristoro danni.

        Redazione ANSA

        I 2/3 dell'Italia e dei campi coltivati lungo la Penisola sono a secco a causa della siccità delle ultime settimane ed ammontano ad oltre 2 miliardi, secondo un'analisi Coldiretti, i danni provocati a coltivazioni e allevamenti. Almeno 10 Regioni, secondo quanto apprende l'Ansa, stanno per presentare la richiesta di stato di calamità naturale al ministero delle Politiche agricole. La misura prevede, per le aziende, sospensione delle rate dei mutui, blocco dei pagamenti dei contributi e accesso al Fondo per il ristoro danni.

        Dal Nord al Sud darebbero almeno 10 le Regioni che hanno già avviato le verifiche e stanno per chiedere, dunque, la dichiarazione di stato di calamità naturale al ministero delle Politiche agricole per attivare il Fondo di solidarietà nazionale. In particolare, con la dichiarazione scattano la sospensione delle rate dei mutui bancari delle imprese agricole e il blocco del versamento dei contributi assistenziali e previdenziali. Tenuto conto dell'eccezionale siccità, vengono estesi i benefici del fondo anche alle aziende agricole che potevano sottoscrivere assicurazioni, grazie ad un emendamento al decreto Mezzogiorno ora in Senato. Allarmanti i dati Coldiretti: il Lago di Garda e appena al 34,4% di riempimento del volume mentre il fiume Po al Ponte della Becca a Pavia a circa 3,5 metri sotto lo zero idrometrico. Per gli agricoltori è sempre più difficile ricorrere all'irrigazione di soccorso per salvare le produzioni. In Lombardia sui pascoli di montagna si registra un calo del 20% di erba a disposizione del bestiame. Le perdite provocate dalla siccità nella sola Lombardia ammontano a circa 90 milioni di euro. (ANSA)

        Alfano:

        "Dobbiamo diventare

        indispensabili per chi

        vuole governare".

        Il leader di Ap fa finta di non vedere la crisi del suo partito: "Non inseguiamo le coalizioni. Da settembre la squadra titolare".

        "Non mi occupo di chi ci ha lasciati ma di chi ci ha sostenuto, non di chi è andato via ma di chi è rimasto e di chi potrebbe venire".




        Alla "Summer school" di Giardini Naxos (Taormina), Angelino Alfano tira dritto e ignora le defezioni del partito - e del governo -. Anzi, come per seguire il motto "la miglior difesa, è l'attacco", ne anticipa altre: "I prossimi mesi per noi saranno faticosi perché, dopo tutte tutte le aggressioni, siamo arrivati a quella finale", ha detto il leader di Alternativa Popolare, "Nei prossimi giorni ci sarà ancora più violenza nei nostri confronti. Potremmo avere qualche altra defezione che riesco a immaginare, ma a me questo interessa poco perché da settembre sarà in campo la squadra titolare".
        "Non abbiamo mai cambiato partito, nè ideali. Quando hanno chiuso il nostro partito, il Popolo della libertà, ne abbiamo fondato un altro correndo dei rischi", aggiunge Alfano, "Siamo autonomi. A chi dice mai con Ap rispondiamo chiaro che sono arrivati in ritardo, perchè se noi volevamo stare con loro avremmo fatte altre scelte".
        E poi, dopo aver attaccato sia Matteo Renzi che Silvio Berlusconi - che "vogliono i nostri voti" -, spiega la sua strategia: restare nella maggioranza, qualunque essa sia: "Dobbiamo costruire un centro politico che non insegue coalizioni ma indispensabile per chi vuole governare. E noi abbiamo un programma di buonsenso che è inevitabile incrociare". -

        Siccità: a secco due terzi

        dell'Italia, 10 Regioni

        verso lo stato di calamità.

        La misura prevede, per le aziende, sospensione delle rate dei mutui, blocco dei pagamenti dei contributi e accesso al Fondo per il ristoro danni.

        Redazione ANSA


        I 2/3 dell'Italia e dei campi coltivati lungo la Penisola sono a secco a causa della siccità delle ultime settimane ed ammontano ad oltre 2 miliardi, secondo un'analisi Coldiretti, i danni provocati a coltivazioni e allevamenti. Almeno 10 Regioni, secondo quanto apprende l'Ansa, stanno per presentare la richiesta di stato di calamità naturale al ministero delle Politiche agricole. La misura prevede, per le aziende, sospensione delle rate dei mutui, blocco dei pagamenti dei contributi e accesso al Fondo per il ristoro danni.

        Dal Nord al Sud darebbero almeno 10 le Regioni che hanno già avviato le verifiche e stanno per chiedere, dunque, la dichiarazione di stato di calamità naturale al ministero delle Politiche agricole per attivare il Fondo di solidarietà nazionale. In particolare, con la dichiarazione scattano la sospensione delle rate dei mutui bancari delle imprese agricole e il blocco del versamento dei contributi assistenziali e previdenziali. Tenuto conto dell'eccezionale siccità, vengono estesi i benefici del fondo anche alle aziende agricole che potevano sottoscrivere assicurazioni, grazie ad un emendamento al decreto Mezzogiorno ora in Senato. Allarmanti i dati Coldiretti: il Lago di Garda e appena al 34,4% di riempimento del volume mentre il fiume Po al Ponte della Becca a Pavia a circa 3,5 metri sotto lo zero idrometrico. Per gli agricoltori è sempre più difficile ricorrere all'irrigazione di soccorso per salvare le produzioni. In Lombardia sui pascoli di montagna si registra un calo del 20% di erba a disposizione del bestiame. Le perdite provocate dalla siccità nella sola Lombardia ammontano a circa 90 milioni di euro. (ANSA)

        IL SINDACO CACCIA A MEZZO STAMPA L'ASSESSORE ALLA LEGALITA' DI REGGIO CALABRIA.


        Accade in Calabria - La Marcianò stava per

        esaminare il piano opere pubbliche.

                   

        Il sindaco caccia a mezzo stampa l’assessore alla legalità di Reggio Calabria


        di | 23 luglio 2017

        Pubblicato da www.ilfattoquotidiano.it

        "Migranti da bloccare e

        non da accogliere.

        Oppure l'Italia muore".

        Il generale Marco Bertolini denuncia l'attività delle Ong: «Smettano di portare gli immigrati da noi».


        Roma Per risolvere il problema migratorio serve essere più incisivi. Il generale Marco Bertolini, ex comandante del Coi (comando operativo di vertice interforze), ora in pensione, non ha alcun dubbio.




        Ne ha parlato anche ieri sera nel corso dell'incontro «Italia mediterranea e Italia europea», a Procchio, Isola d'Elba.
        Generale, in che situazione versa il nostro Paese?
        «L'Italia si trova al centro del Mediterraneo e nel Mediterraneo bisogna essere forti, politicamente, economicamente, culturalmente e, perché no, anche militarmente. Il nostro Paese, invece, non vuole esercitare la forza. In quest'area si scontrano gli interessi di altri Paesi fortissimi, che sono i classici vasi di ferro e se noi ci proponiamo come vaso di coccio, perché abbiamo dei confini porosi, perché accettiamo chiunque arrivi, perché siamo passivi nei confronti delle iniziative politiche e militari degli altri, siamo destinati a pagarla molto cara».
        Dove pensa arriveremo se dovessimo proseguire su questa strada?
        «Se dovessimo andare avanti in questa maniera scompariremo. Si usa il termine sovranità come se fosse una bestemmia dimenticando che, invece, è il valore per cui hanno giurato i militari, ma anche i ministri».
        Con la linea suggerita dall'est Europa pensa cambierebbe qualcosa?
        «Sicuramente potremmo essere meno passivi nei confronti dell'immigrazione. Il problema va risolto in Africa, ma non possiamo aspettare anni. Come facciamo a ridurre il flusso? Non possiamo costruire un muro in mezzo al Mediterraneo, ma possiamo fermare, ad esempio, le Ong».
        A proposito di Ong, che pensa del loro operato?
        «Che la devono smettere di prendere i migranti e di portarli da noi, che passivamente li dobbiamo subire, visto che rimarranno qua. Adesso, di fatto, c'è quasi un servizio di traghettamento che non fa sicuramente i nostri interessi».
        Che pensa del codice di comportamento per le Ong voluto dal ministro Minniti?
        «Il ministro Minniti sta dimostrando di avere a cuore la situazione. Non so se sarà sufficiente, ma il fatto di imbrigliare il comportamento delle Ong che si sentono libere di fare quello che vogliono e andare dove vogliono è positivo. Cominciamo, però, a controllare il loro operato e, magari, interrompiamolo».
        E il ruolo della Marina militare? È corretto ciò che stanno facendo?
        «La Marina sta partecipando a operazioni importanti come EunavforMed, poi depotenziata, che era finalizzata a interrompere il flusso migratorio. Catturando scafisti e distruggendo le barche. Sicuramente la presenza della Marina può servire come deterrente».
        Cosa si potrebbe fare di più?
        «Il dibattito in Italia su cosa fare nei confronti di questo fenomeno è incentrato su come accoglierli e distribuirli, invece dovrebbe essere incentrato su come fermarli».

        Pensa ci sia un disegno dietro a questa invasione?

        «Non ho elementi, ma ci sono politici che dicono che noi dei migranti abbiamo bisogno perché non facciamo più figli. Dimenticano di dire, però, che i motivi per cui non facciamo più figli sono dovuti alle scelte fatte da loro perché è stata distrutta la famiglia, ci sono state politiche contro la natalità, provvedimenti umilianti per la famiglia naturale a favore di una famiglia sterile che non fanno bene. Abbiamo bisogno di giovani, ma non possiamo importarli e non possiamo sostituire gli italiani con i cittadini acquisiti ai quali si dà un passaporto».


        Come valuta la risposta del governo ad Austria e Ungheria?

        «Gentiloni ha risposto in maniera piccata nei confronti dell'Ungheria e mi è piaciuto, perché non dobbiamo prendere lezioni da nessuno, ma avrei gradito che gli stessi toni li avessimo utilizzati quando ci hanno imposto delle sanzioni alla Russia che vanno solo contro i nostri interessi».-


        La strampalata ricetta M5s

        per regolare l'immigrazione

        Dalla fila ai consolati ai benefattori: ecco le soluzioni improbabili. Con la regia della Comunità di Sant'Egidio.


        Tra un'uscita sulle Ong, un'altra sulla chiusura dei porti e qualche proclama sparso sulla stabilizzazione della Libia, il M5s prova ad accaparrarsi la propria fetta di campagna elettorale sull'emergenza immigrazione.



        Mentre il candidato premier in pectore Luigi Di Maio non perde occasione, nemmeno ieri da Giffoni, per rilanciare che «come movimento abbiamo chiesto sempre e solo una cosa: chiudiamo i porti alle Ong che non seguono le regole della nostra Marina», dal blog delle stelle piovono pillole sul prossimo programma Immigrazione che il Movimento sottoporrà su Rousseau ai suoi iscritti. Dopo quelli su Giustizia e Salute, ecco il manifesto delle soluzioni di un ipotetico governo grillino di fronte all'esodo dall'Africa: «Obiettivo sbarchi zero». Come? Con i migranti in fila ai consolati, con sponsor che paghino le spese di accoglienza e migliaia di assunzioni al Viminale per gestire le richieste di asilo.
        Sul blog si alternano i pareri di esperti che dettano l'indirizzo politico del futuro esecutivo. Ecco che il docente Paolo Morozzo della Rocca, guru di Sant'Egidio, offre la soluzione per fermare i barconi: esaminare i visti a casa loro. Le centinaia di migliaia di richiedenti asilo che si spostano dall'Africa dovrebbero mettersi in coda ai consolati dei Paesi d'origine e lì «fare domanda di visto ai Paesi dove vorrebbero andare». Ma a quanti di loro concedere i permessi? Servirebbe «una quota annuale sufficientemente consistente» e dei «criteri di priorità». Come, nel caso dell'Italia, potrebbe essere «l'avere già un parente a Milano».
        Ai migranti economici e per chi non è in fuga dalla guerra e da persecuzioni, ovvero il 90% di chi arriva oggi sulle nostre coste, dovrebbero pensarci degli improbabili sponsor, con «una quota di ingressi autorizzabili in presenza di un privato: qualcuno che invita e sostiene, accoglie, paga delle spese». Consolati e benefattori, dunque. Ma spunta anche un piano per velocizzare le richieste di asilo che intasano le commissioni e per ridurre i tempi di permanenza abbattendo così il «business delle cooperative». Prevede l'assunzione di «15mila giovani laureati in materie sociali e formati gratuitamente». Costo? «540 milioni di euro annui» ma è «l'equivalente di circa tre mesi di accoglienza per 150mila richiedenti asilo». Fondamentale poi che le audizioni dei migranti vengano registrate in videoconferenza e non trascritte, perché «le Commissioni sono solo parzialmente indipendenti, avendo uno stretto legame con il ministero». Come se il Viminale non fosse una garanzia sufficiente di imparzialità: «Nessun verbale o trascrizione potrà essere più veritiero delle parole stesse della persona».
        Ci sono anche i proclami sul regolamento di Dublino, da cambiare, perché condanna l'Italia a farsi carico di tutti i migranti che vi sbarcano in quanto Paese di primo approdo. Come se il punto non fosse già in cima dell'agenda italiana in Europa ma tutt'ora sia congelato per i veti dei Paesi membri. Nell'incubatore del programma grillino anche critiche al meccanismo della relocation, l'accordo Ue di redistribuzione dei migranti da Italia e Grecia negli altri Stati europei, siglato nel 2015 ma miseramente fallito: a fronte di 40mila migranti da trasferire dal nostro territorio, l'Europa si è fatta carico di appena 7mila stranieri. Pugni sul tavolo, dunque, promette il M5s. L'impegno deve divenire «un obbligo», non una facoltà, che è «uno dei motivi per il quale questo sistema non ha funzionato». Come se la battaglia non fosse già in corso col governo che invoca il rispetto dei patti di fronte ai mulini a vento di Bruxelles. -