lunedì 26 giugno 2017

OLIVERI: I DIECI COMANDAMENTI AI RAGAZZI.


DECIMO COMANDAMENTO

COSA VUOL DIRE:
“NON DESIDERARE LA ROBA D’ALTRI”?


NON INVIDIARE LE COSE DEGLI ALTRI.

La cosa strana ebbe inizio una mattina di sole. Massimo arrivò sul portone della scuola cinque minuti prima del solito. Voleva evitare l’incontro con Mario e Beppe, che da un po’ di tempo lo perseguitavano con i loro scherzi stupidi. Ma i due erano già là. Massimo vide i «bomber» blu scuro acquattati dietro lo stipite del portone.
Istintivamente si accostò al muro preparandosi al peggio. Così, con enorme stupore, vide che la sua ombra, alta e affilata a quell’ora del mattino, non si rannicchiava affatto come lui. Con una chiara aria di sfida aveva sbottonato la giacca a vento e tendeva i pugni con aria battagliera.
Appena svoltato l’angolo, l’ombra di Massimo sferrò due pugni poderosi sul naso di Mario e su un occhio di Beppe, che presi di sorpresa, reagirono alla loro maniera: mettendo in scena un piagnisteo colossale.
«Aiuto! Ho il naso rotto», strillava Mario, sbandierando un fazzoletto sporco di sangue e residui vari. «Professoressa, Massimo mi ha accecato!», gridava Beppe. «Ci ha presi a tradimento», sbraitavano all’unisono. Si era formato un capannello di ragazzi e professori. Tutti guardavano Massimo sprofondato nel piumino verde.
«Non me lo sarei aspettato da te, Massimo», disse severamente la professoressa Ambrosio, fulminandolo con lo sguardo. «Non sono stato io…», pigolò Massimo, è stata la mia ombra». Tutti scoppiarono a ridere. Massimo, più confuso che mai, intravide che anche la sua ombra, che si delineava appena sul muro, si teneva la pancia con le mani e rideva a crepapelle.
Mezz’ora dopo, Massimo, ancora mortificato, seguiva con sufficiente attenzione la lezione della Professoressa Bianchi. Un raggio di sole proveniente dalla finestra proiettò la sua ombra sul muro e Massimo vide chiaramente che… «Oh no! Fermati!», sospirò rivolto alla sua ombra. Ma quella aveva già innescato un micidiale rotolino di carta sull’elastico che teneva con due dita, come una fionda. Il proiettile partì e colpì il tenero orecchio di Wilma, la secchiona della classe.
L’urlo di Wilma paralizzò la classe per un attimo, poi si scatenò un pandemonio. Invano la professoressa tentava di placare il trambusto: le sue minacce aumentavano la confusione. Ma su tutto, chiarissimo, si udì l’accusa di Enrico, l’amico del cuore di Wilma: «È stato Massimo! L’ho visto io! ». «Non è vero», si difese, «è stata…». Si morse le labbra: anche stavolta non l’avrebbe creduto nessuno.
«Spiegaci perché hai in mano quel grazioso elastico, allora», ironizzò l’antipatica professoressa Bianchi.
Preso di sorpresa, Massimo guardò le sue mani, come fecero tutti. Ben attaccato all’indice e al pollice della mano destra c’era un elastico rosso. «Ma…». Il povero Massimo chinò la testa. «Portami il diario», continuò implacabile la professoressa. «Ti farò passare la voglia di provarci un’altra volta». Quando tornò al suo posto. Massimo vide chiaramente sul muro la sua ombra che gli faceva ampi sberleffi.
Il peggio arrivò alla terza ora. Durante il compito in classe di matematica, l’ombra di Massimo copiò sfacciatamente dal compito di Riccardo, il suo vicino di banco. Alla terza espressione, Riccardo scrisse: «Questa non mi viene». L’ombra di Massimo lo «costrinse» a scrivere: «Neanche a me».
Il professore era più rosso di Massimo, quando partì la sgridata finale che terminò con un sonoro: «Non mi faccio prendere in giro, io! Te la vedrai con il preside».
Il ritorno a casa non fu molto più tranquillo. L’ombra di Massimo gli fece attraversare la strada solo con il semaforo rosso, urtò un’anziana signora e alle sue rimostranze rispose con una parolaccia, che Massimo non credeva di riuscire a pronunciare.
Nel pomeriggio tentò invano di studiare. Ogni volta che apriva un libro di scuola, puntuale arrivava l’incredibile vocina dell’ombra che insinuava: «Ma dai, basta con questa pizza infinita! Perché non ci ascoltiamo quel compact degli 883 che ci piace tanto?».
Poi fu la volta di un film su una televisione privata e un paio di vecchi fumetti. All’ora di cena, in Massimo si mescolavano rabbia e rimorsi vari.
Solo l’ombra ridacchiava soddisfatta. A tavola, per fortuna, Evelina, la sorellina di sei anni, era più ciarliera del solito e saltava da un argomento all’altro con la sua vocina allegra, come una cinciallegra in un cespuglio di more.
«Papà, perché si dice “luna piena”? Piena di cosa?… Mamma, come fanno le api a mettere il miele nei barattoli?… Papà, tu dici che non devo prendere caramelle dagli sconosciuti, ma i gelati, sì, vero?».
Papà teneva d’occhio anche Massimo, stranamente silenzioso. E fatalmente la domanda arrivò: «Allora, com’è andata la scuola, oggi?». Di solito Massimo raccontava un po’ di quello che gli era capitato. Non tutto, ma quanto bastava per tranquillizzare mamma e papà. Quella sera invece, la vocetta dell’ombra, quella vocetta che ormai conosceva bene, gli insinuò beffarda: «Avanti, tocca a te, fai il tuo show, pappagallo ammaestrato!».
Massimo buttò il tovagliolo sul piatto e picchiò il pugno sul tavolo. «Uffa! Ne ho abbastanza di questi interrogatori di terzo grado! Perché non continuate ad ascoltare la scimmietta e mi lasciate in pace?».
«Massimo», disse la mamma sorpresa, con un lampo di tristezza negli occhi, che lo fece arrabbiare ancora di più. Il papà lo fissò con aria corrucciata. Evelina cominciò a singhiozzare nel pure. «Vai in camera tua, Massimo», gli intimò il papà serio serio. «Quando ti sarà passata ne riparleremo».
Massimo si buttò sul letto in camera sua. Si sentiva confuso, ma sul muro, la sua ombra, proiettata dall’abat-jour, saltellava impudente gridando: «Siamo liberi! Nessuno ci mette il piede sul collo! Siamo grandi, ormai!». Il giorno dopo cominciò all’insegna della vergogna. Evelina, più imbronciata che mai, sulla porta del bagno, lo apostrofò con decisione: «Con te, non ci parlo più!». La mamma firmò la nota del diario, senza dire niente. Toccava a lui fare il primo passo, ma non sapeva da che parte incominciare. Quando uscì di casa, la sua ombra, per non smentirsi, sbatté rumorosamente la porta.
«Sei la mia rovina!», brontolò Massimo. L’ombra gli fece «marameo».
Aveva due ore «buche» e decise di fare un giro per il quartiere. Quando passò davanti all’UPIM, Massimo vide che la sua ombra entrava. Preoccupato, la seguì (anche se di solito succede il contrario). L’ombra buttò all’aria due scaffali di calze e biancheria, poi, furtivamente, si impadronì di una fascia fermasudore e si avviò tranquillamente all’uscita. Questa volta, Massimo la fermò. «Posalo! ». «Non fare il bambino! Lo fanno tutti!». «No, non voglio!».
Stava lottando con la sua ombra, quando arrivò una commessa. «Ehi, che cosa fai?». «Niente, lo riporto indietro, perché non mi va bene», rispose Massimo. «Dallo a me», disse sgarbata la commessa. Massimo uscì dal grande magazzino, ancora più mortificato.
Si lasciò andare su una panchina dei giardini. E si prese la testa fra le mani.
«Che devo fare?».
Un vecchietto, seduto sulla panchina accanto a lui, alzò la testa dal giornale che stava leggendo e gli chiese con garbo: «Che cosa ti succede?». Era simpatico, aveva i capelli candidi e gli occhiali cerchiati d’oro. Lo guardava con aria comprensiva. E Massimo, che aveva tanta voglia di sfogarsi con qualcuno, raccontò tutto. «Non c’è niente di strano», disse alla fine il vecchietto. «Tutti abbiamo un’ombra da controllare». «Tutti?». Massimo era sbalordito. «Certo. E molti impiegano tutta la vita per riuscirci». «Lei, come fa?».
«Beh, io faccio così: ogni volta che mi accorgo che la mia ombra sta per combinarne una delle sue, mi fermo e conto mentalmente fino a cinque. Così l’ombra è obbligata a stare attaccata a me». «Voglio provarci anch’io!», decise Massimo e si alzò. «Buona fortuna, figliolo!», disse il vecchietto, e riprese a leggere il giornale.

A) Ti senti più generoso verso gli altri o più invidioso???
      B) Qual è il genere di cose che ti capita più spesso d’invidiare? (vestiti, oggetti tecnologici, attrezzi sportivi, altro)
      C) Hai mai desiderato una maglia, un telefonino, un oggetto di un tuo amico/a e se sì qual è stata la tua prima tentazione??
    D) Se ti si presentasse questo problema: un tuo amico non ama più il suo vestito firmato, alla moda e decide di darlo a te…tu cosa faresti? Lo accetti di sana pianta oppure rifletti e magari pensi di darlo a qualcuno che ne ha veramente bisogno???
PREGHIERA

Sono giorni Signore,che ripeto, come una canzone:

VORREI, VORREI … VORREI le scarpe firmate di Giorgio,
vorrei il telefonino di Elia,
vorrei la piscina di Luca,
vorrei la macchina del papà di Matteo

Questa mattina mi sono vergognato
degli infiniti vorrei che ho in testa quando il mio compagno Giovanni mi ha bloccato dicendo in classe: vorrei la pace per il mio paese..
Ho capito quanto sono piccoli i miei desideri di fronte agli altri
VORREI che farebbero felice non solo me ma anche tanti altri ragazzi.
VORREI allora offrire la mia pace,correi dare il pane che ho in tavola,
VORREI regalare una casa come la mia, vorrei rendere felice
qualcuno come me …
VORREI diventare più generoso non a parole ma con semplici gesti,
VORREI non perdere tempo ad invidiare e impegnarmi un po’ di
più a dare.
Oggi ho capito che se invidio qualcuno, sono tanti quelli che invidiano
me per quello che ho.

Sarei più felice se mi invidiassero per quello che sono!! -

Nessun commento:

Posta un commento