Questo “l’appello urgente” che Angelo Niceta ha lanciato due giorni fa al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e per conoscenza Al Presidente del Senato Pietro Grasso.
“Ill.mo Signor Presidente, mi rivolgo a Lei come cittadino che crede fermamente nei principi di Legalità e Giustizia sanciti dalla Costituzione Repubblicana e ne chiede l’attuazione. Considero mio il Suo giusto ammonimento, ribadito anche recentemente: “Non bisogna fermarsi. La mafia è ancora forte, presente, tenta di dominare pezzi di territorio e cerca di arruolare in ogni ambiente. Bisogna azzerare la zona grigia. Bisogna prosciugare le paludi dell’arbitrio della corruzione, che sono quelle dove prospera”.
“Le scrivo nella mia qualità di cittadino palermitano, incensurato e senza alcun procedimento pendente per fatti di mafia, che di sua iniziativa e senza alcun secondo fine ha contattato la magistratura per metterla al corrente di quanto era a sua conoscenza in merito a fatti di rilievo penale inerenti l’organizzazione mafiosa e i rapporti collusivi che la stessa intrattiene con pezzi rilevanti della società, dell’economia e delle istituzioni”.
“Le mie dichiarazioni, puntualmente vagliate e verificate come attendibili dai magistrati, chiamano in causa un ramo della mia stessa famiglia di sangue ed il mondo colluso della borghesia mafiosa palermitana; inoltre ho riferito ai magistrati particolari importantissimi e circostanziati sui mandamenti mafiosi palermitani di Brancaccio e di Bagheria, sul gruppo Guttadauro e i rapporti da questo intrattenuti con l’attuale “uomo forte” di Cosa nostra, il latitante Matteo Messina Denaro, nonché su importanti complicità economiche ed istituzionali di cui gode ancora oggi l’organizzazione mafiosa”.

Il super latitante Matteo Messina Denaro. Sopra: il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

“Proprio a causa dell’importanza e della gravità delle mie dichiarazioni, e degli interessi criminali che andavano a svelare, la Procura di Palermo ha chiesto per me e la mia famiglia l’accesso al programma “speciali misure di protezione” del Ministero dell’Interno in qualità di Testimone di Giustizia. Quando già ero stato trasferito insieme con la mia famiglia nella località protetta mi è stato comunicato, senza fornire alcuna spiegazione o motivazione, il cambiamento del mio “status” da “Testimone di Giustizia” in “Collaboratore di Giustizia”. Per un fatto di Dignità e di Verità non potevo assolutamente accettare il ruolo di Collaboratore, essendo completamente estraneo all’associazione mafiosa, anzi vittima della stessa, ed essendo le mie dichiarazioni motivate esclusivamente da una scelta di Giustizia”.
“La Legge n. 45 del 13 febbraio 2001, del resto, è chiara al riguardo, distinguendo nettamente la figura dei Testimoni di Giustizia, ossia “coloro che assumono rispetto al fatto o ai fatti delittuosi in ordine ai quali rendono le dichiarazioni esclusivamente la qualità di persona offesa dal reato, ovvero di persona informata sui fatti o di testimone”, da quella dei Collaboratori di Giustizia, soggetti “interni” all’organizzazione criminale che forniscono il loro apporto dichiarativo in cambio di benefici processuali, penali e penitenziari. In seguito alla modifica immotivata del mio “status” in Collaboratore, figura che non mi definisce e in cui non mi riconosco, ed alla mancata comunicazione dei motivi alla base di tale decisione, ho deciso di non proseguire il programma in tale veste di Collaboratore, pur continuando a testimoniare come mio dovere di fronte ai magistrati, e di ritornare a Palermo, dove risiedo dal marzo del 2016”.
“Da quando ho fatto ritorno a Palermo con la mia famiglia sono stato completamente abbandonato da parte delle Istituzioni: da allora, infatti, mi trovo completamente senza scorta né alcuna misura di protezione a tutela dell’incolumità mia e dei miei familiari, in una situazione di totale isolamento sociale e di indigenza economica, aggravata dall’impossibilità effettiva di trovare lavoro, legata alla scelta di giustizia e Verità da me compiuta. Proprio per CHIEDERE CHE SIANO RISPETTATE LE REGOLE e denunciare l’insostenibilità della sua situazione dal 2 giugno scorso ho intrapreso uno sciopero della fame che proseguirà ad oltranza finché non avrò risposte credibili”.
“Mi appello alla Sua sensibilità nel farle presente che eventuali aspetti meramente formali o burocratici, ove anche esistessero, non possono costituire un valido impedimento a riconoscere la sostanza del mio ruolo e ad omettere di dare a me e alla mia famiglia il sostegno concreto che è previsto per tutti i Testimoni di Giustizia che svelano meritoriamente gravi fatti di mafia. Ho necessità urgente, di risposte immediate e concrete per fare fronte alla grave situazione in cui mi trovo insieme alla famiglia, derivata unicamente dall’aver ottemperato senza alcun secondo fine al mio dovere di cittadino. Credo che Ella converrà con me che l’effettiva volontà dello Stato di combattere in modo chiaro e senza ambiguità di alcun tipo le mafie si misura anzitutto nel saper dare segnali inequivocabili e risposte precise in situazioni come quella che mi riguarda”.
Mi appello, quindi, al Suo ruolo e alla Sua sensibilità verso le profonde ragioni di giustizia formale e sostanziale precedentemente esposte perché intervenga nei modi che riterrà più opportuni, perché siano attivate tutte le misure di protezione idonee alla tutela mia e dei miei familiari e per il riconoscimento definitivo del mio ruolo di Testimone di Giustizia, prima che sia troppo tardi e che possano verificarsi fatti irreparabili”.
RingraziandoLa per l’attenzione e per quanto vorrà fare, Le porgo Distinti saluti”. -

Angelo Niceta