“Il Salento è diventato l’epicentro di interessi economici fortissimi. C’è un progetto di svendere queste Terre alle multinazionali per fare di tutto. Noi non possiamo permetterlo”. Quando parla della Xylella, Ivano Gioffreda diventa un inarrestabile fiume in piena. In questa propaggine di Puglia che è il Salento fa l’agricoltore da quando era bambino. I metodi di coltivazione li ha ereditati dal nonno e dal padre, e li ha applicati ai suoi ulivi e agli ulivi di tanta gente preoccupata dal “batterio killer”. “Io non curo la Xylella – dice – ma la pianta, le do la forza giusta in modo che possa reagire agli eventi negativi della natura”.
Parla dei suoi ulivi come se parlasse di fratelli di cinquecento o di mille anni più grandi, fratelli che hanno visto passare uomini, storie e civiltà e che da sempre danno sostentamento a queste genti attraverso le olive, l’olio, ma anche la bellezza di un paesaggio unico al mondo che ogni anno attira milioni di turisti.
Molte di queste piante monumentali che il pianeta ci invidia rischiano di essere abbattute a causa della Xylella che, secondo un team di scienziati concentrati soprattutto a Bari, fra l’Università e il Cnr, potrebbe contagiare gli uliveti di altre regioni e di altre Nazioni per evitare una catastrofe mondiale. La cosa non convince la Procura della Repubblica di Lecce, che ha aperto un’inchiesta, e una parte della Società civile pugliese – docenti universitari, agricoltori, intellettuali, operai, militanti del movimento No Tap, e tanto altro – che chiede a gran voce di allargare la ricerca alle Università italiane e straniere, senza limitarla alla sola Bari.
“Su questo – dice Ivano – l’ex governo Renzi ha messo un ‘tappo’ varando due decreti del 2015, che vietano la movimentazione del materiale infetto”. In poche parole, prosegue Gioffreda, è impossibile prelevare dei campioni di rami o di legnetti degli ulivi e portarli nelle varie Università per farli analizzare. Le uniche istituzioni preposte a questo compito – seguita l’intervistato – “devono” essere del capoluogo pugliese.
Questo ha causato la protesta di molta gente, i cortei, i sit in, le occupazioni delle terre, i convegni, con la parola “resistenza” pronunciata all’unisono. Una protesta che si incrocia con quella che contemporaneamente viene portata avanti contro il gasdotto della Tap, il cui passaggio è previsto nelle zone degli ulivi monumentali.



Quello che sta succedendo in quelle Terre è incredibile. Quando ce lo hanno raccontato per la prima volta, onestamente, abbiamo stentato a crederci. Poi abbiamo approfondito parlando con gente esperta, leggendo le carte giudiziarie (di cui pubblicheremo un ampio e dettagliato articolo nei prossimi giorni) e abbiamo cominciato a farci un’idea, restando disponibili ovviamente ad ospitare le altre campane.
A proposito: quando nei mesi scorsi abbiamo avviato questa inchiesta (intervistando il professore di diritto costituzionale dell’Università del Salento, Nicola Grasso) siamo stati coperti dagli strali di qualche esponente dell’altra corrente di pensiero (quella che sostiene l’estirpazione degli ulivi del Salento a causa della Xylella), che ci ha accusati di incompetenza. Verissimo. Noi non siamo scienziati, siamo solo dei giornalisti che cercano la verità ospitando democraticamente tutti. Abbiamo contrattato chi ci ha attaccati per una intervista, ma non abbiamo ricevuto risposta. In ogni caso, sempre a disposizione.
Difficile credere che questo ambaradan che si sta verificando nel Salento sia stato messo in piedi per “svendere” di questo splendido pezzo di Puglia: intanto la magistratura, magari con altre parole, di questo parla. A sentire i componenti del Movimento le finalità di questa operazioni sono due: 1) la creazione di un’agricoltura intensiva mediante la coltivazione di altre specie di ulivo che dovrebbero prendere il posto di quelli monumentali; 2) la realizzazioni di colate di cemento che poco avrebbero a che fare con l’armonia e la bellezza del paesaggio.
Ecco perché Ivano Gioffreda è un fiume in piena e – con i suoi metodi antichi – si ribella ai luminari del mondo accademico, beccandosi la definizione di “Santone”. Questa chiacchierata è la seconda parte di quella pubblicata lo scorso 10 giugno.
Ivano, tu dici che i tuoi ulivi godono di ottima salute e che anche quest’anno il raccolto è stato buono. Come li hai curati?
“Né più e né meno di come li curavano i nostri avi che dopo migliaia di anni li hanno consegnati a noi. Dobbiamo andare indietro e scoprire quei saperi che non sono più stati tramandati. L’uomo moderno ha abbracciato un’agricoltura chimica trascurando l’agricoltura dei nostri Padri, per i quali questi alberi e questa terra erano sacri”.
Che rapporto hai con gli ulivi?
“I miei alberi sono come le pecore per un pastore: li conosco uno ad uno, ogni albero ha un nome e una storia, perché ti racconta qualcosa. Ecco perché sono un valore aggiunto. Non posso immaginare un Salento senza ulivi, è come parlare di un Salento senza mare”.
Nella prima parte di questa intervista hai detto che i tuoi esperimenti sono riusciti solo a metà.
“Uno dei primi esperimenti era partito bene, ma dovette interrompersi quando arrivò il ‘Piano Silletti’ (contenuto nel decreto del ministro Maurizio Martina del 2015) che prevedeva le arature. Avevo cercato un terreno da curare proprio nel cuore del ‘focolaio’. Il proprietario, spaventato dal Piano, prese il trattore e fece un’aratura profonda trenta centimetri, ferì le radici e fece seccare la pianta. Così accadde ad altri uliveti che seguirono la stessa pratica. Da lì abbiano cominciato a capire che il problema erano i funghi, non la Xylella, che pure è presente, ma non è quel ‘male assoluto’ che vogliono far credere”.
Da quando c’è il fenomeno della Xylella come va l’economia?
“E’ stata bloccata. Con la scusa della Xilella hanno individuato oltre duecento varietà di piante autoctone che possono essere possibili portatrici del batterio”.
In che senso?
“Hanno bloccato la commercializzazione di oltre duecentocinquanta varietà di piante come il mirto, il rosmarino, il timo, il pero, l’albicocca, il mandorlo, il pesco, il ciliegio, praticamente tutto. I vivai sono al collasso, alcuni vivaisti famosi per la produzione di Barbatelle hanno chiuso e altri hanno delocalizzato. Il Piano di sviluppo rurale è bloccato”.



Ci sono degli interessi dietro tutto questo?
“Ci sono degli interessi molto forti. Dobbiamo stare molto attenti, perché questo può ripetersi in altre regioni italiane. Il Salento fa gola alle multinazionali, alle grandi speculazioni, anche a certi Stati. Non dimentichiamo che le risorse alle quali stanno puntando i grandi del pianeta sono l’acqua, i semi e la terra. Non dimentichiamo che in America latina, in India, in Bangladesh stanno cacciando i contadini per appropriarsi delle terre più fertili, e questo sta avvenendo pian piano anche in Europa. I terreni che nella provincia di Lecce un tempo avevano un valore superiore a quello catastale, oggi presentano il cartello ‘Vendesi’. Questi terreni sono completamente deprezzati. Oggi chiunque può acquistarli a quattro soldi”.
Ti senti solo in questa battaglia?
“Fortunatamente no, ma sono una persona scomoda, una persona che è stata molto attaccata dai quotidiani locali. Per delegittimarmi mi hanno definito ‘Santone’ perché mi sono permesso di contestare le teorie scientifiche dell’Università di Bari. Io non ce l’ho con nessuno, curo gli ulivi e ho con loro un rapporto affettivo molto profondo. Per questo subisco attacchi anche dalla politica. Onestamente anch’io ho fatto i miei attacchi con i nomi e i cognomi dei responsabili. Le responsabilità politiche sono molto pesanti. Il Salento è stato aperto a ogni tipo di speculazione. Questo è un territorio sotto attacco”.
Ha mai pensato di gettare la spugna?
“C’è stato un momento in cui mia moglie mi ha detto: ‘Stai attento, non mettere a rischio la famiglia, stai toccando poteri molto forti’. Quella volta mi sono sentito solo, in quel periodo arrivavano strane telefonate. In piazza mi dicevano: ‘Ivano fatti i fatti toi’. Poi grazie al cielo il movimento si è allargato e siamo andati avanti. La battaglia continua. Gli ulivi sono sacri”. -
Luciano Mirone