E i numeri al Senato sono già risicati. Nelle scorse settimane, sia durante la discussione del ddl penale che sulla manovrina, i fuorisciti dal Pd hanno dato segnali di ‘distacco’ dal loro ex partito. Adesso, per la seconda volta dopo la richiesta di dimissioni di Lotti respinta dall’aula, la centrale acquisti controllata del ministero del Tesoro  al centro di due filoni d’indagine a Napoli e Roma in cui è indagato anche Tiziano Renzi per concorso in traffico di influenze – torna a essere causa di fibrillazioni anche tra le fila di chi sostiene il governo.
Nell’ambito della stessa indagine, Marroni, messo nel mirino da tutte le mozioni, è considerato invece un teste chiave. Ma finora le mosse della maggioranza hanno tutelato l’indagato Lotti e tentato di mettere fuori causa l’amministratore delegato di Consip, ‘colpito’ dalle dimissioni del presidente Luigi Ferrara e della consigliera Marialaura Ferrigno, presentate sabato scorso. Una mossa che ha fatto decadere l’intero board della società controllata dal Mef al centro dell’inchiesta che sta passando al setaccio i 18 lotti della gara d’appalto da 2,7 miliardi, la più grande d’Europa.
Dopo il passo indietro degli altri membri del cda, Marroni resta formalmente in carica con il solo compito di convocare, entro otto giorni, l’assemblea dei soci che dovrà nominare il nuovo cda. E quindi, tecnicamente, martedì il Senato sarà chiamato a discutere le tre mozioni.  Compreso il testo di Mdp, nel quale – a differenza degli altri due – si chiede al governo di “valutare la sospensione delle deleghe al ministro dello Sport Luca Lotti fino al chiarimento della vicenda che lo vede coinvolto perché il governo deve potere operare al riparo da ombre su comportamenti non irreprensibili dei suoi componenti, per potere portare avanti i suoi impegnativi obiettivi”.
E al tempo stesso “di valutare la revoca dell’incarico di amministratore delegato della Consip al dottor Luigi Marroni da parte del ministero dell’Economia al fine di assicurare la tutela degli interessi pubblici e la corretta gestione delle risorse, salvaguardando altresì l’immagine del socio pubblico”. Una strategia diversa, sostengono i senatori di Mdp, sarebbe “un’inaccettabile segnale di arroganza politica che contribuisce ad aumentare il discredito delle istituzioni pubbliche”.
La gestione del potere pubblico, infatti, continuano gli ex parlamentari dem “non può avvenire mediante la nomina di soggetti di provata fedeltà personale o di una determinata provenienza geografica a discapito di una verifica delle loro intrinseche qualità professionali”, perché “tale comportamento rischia di alimentare l’affermazione e di favorire interessi privati e domestici in cui la famiglia, la fazione, la consorteria si sovrappongono allo Stato fino a confondersi con esso a detrimento della necessaria autorevolezza che deve accompagnare l’esercizio della funzione pubblica”.
“Non è necessario attendere che la giustizia faccia il suo corso per rendersi conto di come nella vicenda Consip la commistione tra affari e politica abbia dato luogo a un intreccio dannoso per l’autorevolezza e la rispettabilità delle istituzioni”, accusa Mdp nel testo della mozione. “Sarebbe opportuno che la politica, in piena autonomia, si autoregolamentasse elevando l’asticella del rigore nella gestione della cosa pubblica e si dotasse di standard di condotta omogenei per non ingenerare il sospetto di una doppia morale e di un garantismo a intermittenza, che trasformano quel principio di civiltà in una mera condotta opportunistica, da rivendicarsi soltanto quando sono coinvolti i propri amici o compagni di partito”.