sabato 24 giugno 2017

Complotto rosso anti Renzi:

non può più fare il premier.

Pisapia, Bersani e Orlando tentano di sbarrargli la strada di palazzo Chigi. D'Alema ghigna, lui li snobba.

Pubblicato da www.ilgiornale.it

Alla fine è il vecchio lupo di mare Massimo D'Alema l'unico in grado di dettare la linea alla confusa nebulosa di personaggi in cerca d'autore della sinistra radical.



«Morte a Renzi» è stato il suo progetto politico fin dall'inizio, quando l'allora premier gli fece lo scherzetto di non candidarlo commissario in Unione europea al posto della Mogherini, e lui ci restò malissimo e giurò vendetta. E su quella parola d'ordine è riuscito a trascinare non solo Speranza, Bersani, Gotor e gli altri ex che ha spinto a fare la scissione dal Pd, ma alla fine anche il mite Giuliano Pisapia, fin qui incerto se dar retta a D'Alema o a Prodi. Ieri l'ex sindaco di Milano ha rotto gli indugi e ha aderito alla linea dura dalemiana: «Il nostro progetto è autonomo dal Pd e in netta discontinuità con gli anomali accordi e alleanze con destra e centrodestra che il Pd ha portato avanti», ha tuonato via intervista al Quotidiano Nazionale. E se non bastasse «autonomo», il progetto suo e di D'Alema è anche «alternativo» a quello del Pd, tanto da mettere in discussione ogni velleità di premiership di Matteo Renzi: «Il Pd di Renzi ha l'idea della sua autosufficienza e ha ribadito più volte che il segretario eletto è il candidato premier. Non condivido la scelta né si costruisce una coalizione con tali presupposti». Niente da fare, Pisapia non ci sta e subito parte la claque diretta da D'Alema: «Bravo Pisapia, noi siamo alternativi al Pd e al renzismo», plaudono in coro Gotor e Civati, Rossi e D'Attorre per una volta tutti d'accordo. «Del resto, sono divisi su tutto e si uniscono solo contro di me», rileva Renzi. Cui non è sfuggito che anche Andrea Orlando, ancora nel Pd, chiede nuove primarie per la futura premiership del centrosinistra. «Hanno perso il congresso, ma non ci stanno: ogni occasione è buona per riaprirlo».
In verità, l'unico che reagisce con sobrietà all'impennata di Pisapia è lo stesso D'Alema: in un'intervista esclusiva concessa al blog L'Antonio spiega che finalmente Mdp (il partitino degli scissionisti ex Pd) «si sta muovendo nella giusta direzione», ossia quella da lui dettata, e che la sua crescita «è fondamentale, perché noi siamo l'unica forza che può garantire un rassemblement a sinistra in tutto il Paese». Dopodiché, concede magnanimo, «è giusto aver avviato una collaborazione con Pisapia», a patto che l'ex sindaco gli dia retta.
Il risultato dei ballottaggi di domenica sarà una nuova tappa della campagna dalemiana. «Sapete come andrà, vero? Se perdiamo Genova o Parma sarà colpa di Renzi, se invece vinciamo sarà merito della sinistra-sinistra», dice rassegnato un esponente renziano. Il segretario del Pd, anche per questo, dai ballottaggi si tiene ben lontano: è in vacanza per qualche giorno, accompagna i figli in piscina, e guarda da lontano cosa succede: «È un voto locale, non politico», ripete. Su Facebook, rispondendo ad un lettore, a proposito delle future elezioni politiche spiega che «dobbiamo fare una campagna pacata e civile, tutta sui contenuti. Sarà il modo giusto per vincere e per continuare a cambiare il Paese». Renzi non ha partecipato direttamente alla campagna elettorale di nessun candidato sindaco: del resto, quelli direttamente riconducibili al suo Pd non sono molti: l'aspirante sindaco di Genova, Gianni Crivello, è della sinistra non renziana, come il candidato di La Spezia Paolo Manfredini. Solo a L'Aquila al ballottaggio c'è un renziano doc, Americo Di Benedetto, 47,7 per cento al primo turno e buone speranze di vittoria. -

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