venerdì 26 maggio 2017

Telefonata Berlusconi-Renzi

Legge elettorale più vicina.

Primo contatto diretto fra i due leader. Il segretario del Pd chiede garanzie sull'ok di Fi al voto in settembre.

La cornice del patto c'è, ma sui dettagli si naviga ancora a vista. E, come si suol dire, il diavolo si annida nei dettagli.



Nessuno quindi è in grado di garantire che la prossima settimana sia quella decisiva per l'accordo sulla legge elettorale, nonostante tra Pd e Forza Italia (con la benedizione della Lega e anche la non ostilità dei grillini) gli sherpa del «tedeschellum» si parlino incessantemente. E - ben al riparo dai riflettori - si parlino anche i big, tanto che ieri ci sarebbe stata una telefonata tra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi.
Che le incertezze e le difficoltà sulla strada del «patto» siano ancora molte lo dimostra lo slittamento dei tempi, chiesto proprio dal Pd: la commissione Affari costituzionali della Camera non inizierà ad esaminare gli emendamenti prima di mercoledì, mentre lunedì Renzi e i suoi incontreranno tutte le forze politiche. Il che vuol dire che Renzi si riserva tempo fino alla Direzione del partito, convocata martedì, per decidere se sciogliere le riserve ed annunciare pubblicamente che il Pd è disposto ad accantonare il famoso Rosatellum (semi-maggioritario) e aprire al proporzionale tedesco. «Non possiamo mollare il Rosatellum finché non abbiamo da Berlusconi la garanzia che è in grado di tenere i suoi gruppi, soprattutto al Senato, sia sul testo della legge elettorale da chiudere entro luglio, che sulla data delle elezioni», spiega un dirigente renziano. E questa garanzia, al momento, il leader del Pd non la ha ancora avuta. Dunque, cautela e diffidenza per ora prevalgono.
Ma che il cerchio si stia stringendo - o che almeno in molti abbiano questo fondato timore - lo si capisce anche dalla grande agitazione delle forze minori: il micro-partito degli scissionisti dalemiani, Mdp, minaccia addirittura la crisi di governo se il Parlamento voterà la reintroduzione parziale dei voucher. E i maligni interpretano l'improvviso priapismo di Bersani e compagni proprio con i loro timori sulla legge elettorale: «Sanno benissimo che non supererebbero mai lo sbarramento del 5% previsto dal modello tedesco, e quindi dal loro punto di vista è meglio far saltare tutto e andare al voto col Consultellum, nella speranza di riportare qualche eletto almeno alla Camera, con la soglia del 3%». Ma anche la accelerazione impressa dal Pd al taglio dei vitalizi è benzina sul fuoco del voto in autunno: uno scioglimento anticipato garantirebbe ai parlamentari di mantenere lo status quo.
Insomma, che Renzi spinga per le elezioni è reso palese da molteplici segnali. Ieri, rispondendo su Facebook ad un sostenitore che gli rimproverava di aver lasciato Palazzo Chigi, ha risposto: «Ho fatto bene a dimettermi. Era giusto così dopo il referendum. Se torno, torno con i voti degli italiani». Certo, in un sistema proporzionale la designazione del premier non è automatica come nel maggioritario. Ma da leader del partito più votato (se la scommessa riuscisse) Renzi potrebbe giocare le sue carte. Ma il tempo è una variabile fondamentale: più ne passa, più si può allargare il fronte, interno anche al Pd, che punta sul premier Paolo Gentiloni. O possono prendere corpo manovre come quella che ieri si è un po' goffamente appalesata attorno al ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda che - applauditissimo dalla platea di Confindustria - si è scagliato contro elezioni anticipate e proporzionale (dunque, indirettamente, contro Renzi). Ed è stato prontamente esaltato come il possibile «Macron italiano» dal Corriere della Sera, evidentemente anch'esso in cerca di leader alternativi al neo-riconfermato segretario del Pd. -

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