Quest’isola siciliana sperduta nel Mediterraneo, denominata anticamente Cossyra e oggi Pantelleria, è la metafora del paradiso che nessun inferno potrà mai espugnare. E nessun inferno l’ha mai espugnata, neanche quello che nel ‘43 si manifestò sotto forma di otto tonnellate di bombe sganciate dagli anglo-americani per distruggere un punto nevralgico che le forze dell’Asse avevano istituito proprio qui, fra la Sicilia e l’Africa. Bisognava scacciare Hitler e Mussolini dall’Europa e facilitare la recente occupazione della Sicilia, e quindi bisognava radere al suolo Pantelleria, dove il Duce aveva fatto costruire un gigantesco hangar affidandone la progettazione al più grande ingegnere del Ventennio, Pierluigi Nervi.
Il bombardamento arrivò dal cielo e dal mare e distrusse buona parte dell’antico paese, le case basse, nere e bianche, costruite con la pietra lavica del vulcano e rifinite con la calce, la malta e il coccio pesto, attorniate dalle palme e dal gelsomino, abbellite dalle decorazioni arabe.

Pantelleria, terrazzamenti. Sopra: l’Arco dell’Elefante

Ma il paradiso rimase intatto, come sempre, con quegli immensi terrazzamenti ricavati dall’immane lavoro dell’uomo che nel corso dei secoli ha sottratto immense masse laviche alla natura e – in un’isola vocata non alla pesca ma all’agricoltura, donde le vie Del Passito, Dello Zibibbo, dell’Ovile – ha realizzato di tutto: la coltivazione  “rasoterra” (con una potatura particolare) degli ulivi per ripararli dal vento impetuoso che spira per gran parte dell’anno, e delle viti da cui si ricava il dolcissimo passito esportato in tutto il mondo, e dei capperi; i muretti a secco che delimitano le proprietà private, l’impianto idraulico delle case, capace di canalizzare l’acqua piovana nelle cisterne e garantire l’approvvigionamento idrico per i mesi estivi; i giardini panteschi (o giardini arabi, pieni di essenze mediterranee come l’arancio, l’ulivo, l’agave, la mimosa, il gelsomino) ricavati all’interno di uno spazio perimetrato dai muretti a secco per essere riparati – anche in questo caso – dal vento. Perché qui, il vento, è l’elemento primordiale con il quale l’uomo convive per gran parte dell’anno, dal quale si difende e per il quale ha sempre adattato il suo modo di vivere.
Un paradiso dove trovi distese di papaveri, gigantesche piante grasse che in primavera “esplodono” con infiorescenze di ogni tipo, sbuffi di vapore caldissimo sprigionati in certe spelonche dell’isola, l’acqua bollente che, dopo essersi ingrottata, si incanala verso il mare dove si perde mescolandosi con l’acqua fredda. E poi il mare… di tante gradazioni, dal verde al viola al blu cobalto, che si infrange sugli scogli neri, un tempo lava incandescente fuoriuscita dal vulcano e arrivata fin qui. E i laghi… quello di Venere e quello delle Ondine, con l’acqua cristallina, dove il colore preponderante è il celeste. E la montagna… piena di querce e di pini (parte dei quali recentemente distrutti da un incendio, ma con piccoli arbusti che spuntano dalla terra pronti a riprodurre la vita), da cui si osserva l’intera isola e l’Africa.

Una “piscina” naturale fra gli scogli di Pantelleria

Un bombardamento o una guerra possono distruggere tutto questo? Magari possono modificare qualcosa, ma non distruggerlo. Ecco perché Pantelleria è la metafora del paradiso che nessun inferno potrà mai espugnare.
Il paese fu ricostruito secondo quel malinteso senso di modernità che dal dopoguerra ai giorni nostri ha preso il sopravvento: il cemento rubò un’identità che questo centro (oggi di settemila abitanti) non ha più ritrovato, somigliando sempre più a un comune anonimo dell’entroterra siciliano. Ma questo è solo un piccolo dettaglio, fortunatamente il resto dell’isola è rimasto intatto – compresi i dammusi sparsi qua e là, ovvero le case della gente del posto e dei turisti – e conserva la magia un po’ africana un po’ siciliana che la caratterizza. Pantelleria è più vicina alla Tunisia (settanta chilometri) che al suo capoluogo, Trapani, da cui la distanziano centodieci chilometri.
È questa magia senza tempo ad attrarre migliaia di turisti di tutto il mondo, decine di vip come Giorgio Armani (un benemerito per gli aiuti elargiti in quest’isola, fra cui, ti spiegano, l’acquisto del proiettore digitale per il cinema San Gaetano, l’unico di Pantelleria, che rischiava la chiusura), e poi Gerard Depardieu, Luca Zingaretti, Amedeo d’Aosta che qui hanno trovato il loro buen retiro per una parte dell’anno, dato che hanno comprato casa, ma anche persone che a un certo punto della loro esistenza hanno deciso di troncare con il mondo moderno e di immergersi in questo clima fatto di cose semplici e eterne, decidendo di venirci a vivere.
Uno di questi è Salvatore “Totò” Marino, una storia di isole alle spalle, tanto mare, una grande amicizia risalente ai tempi del liceo classico “Ximenes” di Trapani: allora si parlava di fimmini e di calcio, mentre tutto, attorno a noi, cominciava a degenerare e le nostre coscienze venivano scosse dai delitti eccellenti e dalle stragi, e fra il Corriere dello sport e il Giornale di Sicilia, si insinuava prepotentemente la lettura di Fava (appena assassinato), di Sciascia e di Pasolini, che non ci avrebbe più lasciati.
Dopo la maturità, Totò avrebbe potuto trovarsi una buona raccomandazione, sistemarsi in una delle tante banche trapanesi (luogo che per numero di sportelli bancari superava addirittura Zurigo), farsi una vita e vivere tranquillo fino alla pensione. Ha preferito un’altra strada, quella più lunga e più irta di ostacoli che gli ha insegnato suo padre, militare della Guardia di finanza e figlio di contadini: il merito e il sacrificio come scelta di vita, e non il privilegio.
Totò si iscrive in Scienze bancarie a Siena, si laurea col massimo dei voti e torna a Trapani, certo che un posto in banca – con un titolo del genere – l’avrebbe trovato. Si fa il giro delle sette chiese, niente da fare. Le banche trapanesi assumono gente diplomata o al limite laureata in farmacia o in veterinaria, non quelli con titolo accademico appropriato. La laurea di Totò è solo un pezzo di carta che a Trapani non conta nulla. Qui ci vuole la pedata, o magari una bella iscrizione alla massoneria, entità che da queste parti conta un numero altissimo di “fratelli”.
Risultato: gran parte delle numerose banche trapanesi non esistono più, sono state accorpate in pochi anni ai grandi istituti del Nord: mica perché non hanno assunto Totò, nooo, semmai perché la cultura della raccomandazione ha sempre avuto la precedenza sulla cultura della meritocrazia. In fondo l’esclusione di Totò – e dei tanti Totò che nella loro patria meritavano certamente di più – ha rappresentato il segnale evidente del fallimento. Anche questa – in fondo – è una metafora: quella dell’Italia di oggi, dove i migliori scappano e i mediocri restano.
Comunque… Totò non si perde d’animo, fa domanda d’insegnamento, e decide di sfidare il mare aperto: Sassari. Prende armi e bagagli e si butta: professore di matematica alle superiori. In Sardegna trova un sacco di bella gente, si ambienta subito; nella mia Terra non tornerò mai più, diceva agli amici più stretti. Era il periodo del berlusconismo, del sessantuno a zero, di Totò Cuffaro governatore della Sicilia. Mi vergogno della mia Terra, continuava. E non aveva torto.
E però gli anni trascorsi in Sicilia gli avevano insegnato una cosa che in altre parti d’Italia – fino a quel momento – pochi avevano capito: il nesso fortissimo fra mafia e potere. Quando esplode la macchina del giudice Falcone, l’Italia comprende finalmente ciò che Totò aveva compreso anni prima. Quando due mesi dopo fanno l’attentato a Borsellino, arriva la triste conferma.
È il momento in cui Salvatore Marino detto Totò – come molti ragazzi della nostra generazione – capisce che non si può continuare così e si butta nella mischia: un impegno politico instancabile con i partiti della sinistra: Rifondazione comunista e Sel. Fa comizi, organizza convegni, diventa assessore provinciale. Sia ad Alghero (dove vive) che a Sassari (dove opera) è stimato per la sua onestà intellettuale che lo porta a dire pane al pane e vino al vino. Dura così per una ventina d’anni. Poi qualcosa si rompe e forse è inevitabile. Quando si è intransigenti capita, anche all’interno di una sinistra che nel frattempo stenta a ritrovare la sua identità.
Poco a poco anche il mar di Sardegna – al quale era stato legatissimo per tanto tempo – si agita, sbatte sugli scogli, diventa cupo. Lui che pensava di avere trovato la sua isola felice, si volta indietro e rivede la Sicilia, ma con un’ottica diversa. Capisce che non tutto fa schifo, che c’è un’anima nobile che quando ci sei dentro, specie quando sei deluso e incazzato, non vedi: l’umanità, la cultura, la bellezza, i ricordi, il cibo, gli affetti più cari.

Un “dammuso” di Pantelleria

Fa di nuovo i bagagli e torna in Sicilia, non nell’Isola che conosce, ma in quest’isola infinitamente più piccola e più africana, Pantelleria. Non va a vivere in paese, ma in un antico dammuso solitario e accessibile solo attraverso una strada a fondo naturale, sotto una montagna che domina la vallata di Scauri, che dalla notte dei tempi è il regno dei cardellini. Una miriade di cardellini deliziosi che la mattina ti svegliano col loro canto e durante il giorno si rincorrono e volteggiano nell’aria. Se non è il canto dei cardellini a svegliarti, arriva quello del gallo, più possente ed energico (malgrado la lontananza), che echeggia nella montagna e si espande lungo i vigneti, fino al mare, seguito dal canto del gallo concorrente, il quale, per non fare un torto alle galline non vuole restare indietro.
Un’isola nell’isola all’interno dell’Isola più grande, con le sue armonie, i suoi suoni, i suoi silenzi.
Vado a trovarlo per alcuni giorni con Graziella e Rosalinda. E’ una casa immersa nell’anima di questo luogo. Chi sceglie di andarci a vivere non ci va per caso: o è spinto da motivazioni interiori molto forti, oppure scappa dopo un paio di giorni. È questo isolamento voluto a dare il senso della vita che Totò si è lasciato alle spalle e della voglia di aprirne un’altra. È questa voglia di contemplazione, di bellezza e di lentezza a far comprendere che tutto ricomincia da qui, come è successo a tanti altri prima di lui.
Una settimana di mangiate e di risate, di discorsi seri anche. Lo osservo da lontano mentre parla indistintamente col contadino e col vip, magari con un calice di passito in mano.
Qui durante l’inverno, quando l’acqua e il vento sbattono impetuosi sui vetri, Totò passa ore a leggere un’infinità di libri e a osservare il mare in tempesta. Nelle belle giornate si siede sulla sdraio e continua a leggere, ogni tanto si ferma perché viene attratto dal fruscio delle ali di uno stormo di uccelli migratori, o dal sole che cala dietro quella palma altissima e va a morire nella costa africana.-
Luciano Mirone