martedì 9 maggio 2017

L'altolà del Colle all'attivismo

di Renzi.

Dopo il discorso all'assemblea Pd, telefonata tra il Colle e l'ex premier: in caso di crisi toccherà a Franceschini.

Pensare che proprio domenica mattina, poco prima di salire sul palco dell'assemblea nazionale del Pd, Matteo Renzi aveva chiamato Sergio Mattarella per rassicurarlo.



Nessuna accelerazione sulle elezioni anticipate, pieno sostegno al governo e, soprattutto, un approccio responsabile e propositivo per risolvere lo stallo sulla legge elettorale: questi, aveva anticipato l'ex premier al capo dello Stato, sarebbero stati i cardini del suo intervento d'investitura per il bis alla segreteria del Pd. Passata a malapena un'ora, le cose sono andate esattamente nella direzione opposta, con Renzi che ha rimandato la questione legge elettorale sulle opposizioni («la riforma dipende dagli altri») e ha di fatto commissariato Paolo Gentiloni (annunciando una cabina di regia sul governo).

Due sortite che al Quirinale hanno interpretato quasi come un'imboscata nei confronti di Mattarella. Non è un caso che anche la telefonata che ci sarebbe stata ieri tra il capo dello Stato e l'ex premier pare sia stata piuttosto freddina.

D'altra parte, la lettura del Colle è legittima anche e soprattutto per i modi nei quali Renzi ha deciso di affondare il colpo.

Non tanto la chiamata mattutina poi smentita dai fatti, quanto i toni così ossequiosi dal risultare sarcastici al limite dello scherno. Quel rivolgersi dal palco dell'assemblea del Pd al «signor presidente della Repubblica» con «deferenza», «stima», «riconoscenza» e persino «filiale amicizia» e «devozione», non è infatti passato inosservato. Che poi è, con ogni probabilità, quello che il segretario dem voleva. È evidente, infatti, che le parole dell'ex premier segnano un cambio di marcia nei rapporti con il Quirinale che non ha alcuna intenzione di farsi coinvolgere nel gioco del cerino inaugurato da Renzi. All'invito di Mattarella affinché il principale partito di maggioranza si facesse carico di armonizzare le leggi elettorali di Camera e Senato, il leader del Pd ha infatti risposto prima veicolando l'improbabile soluzione di un decreto del governo e poi facendogli sapere che la riforma «dipende dagli altri». Insomma, ha tirato dritto per la sua strada che punta alle elezioni anticipate a cavallo tra settembre e ottobre.

Per quanto riguarda l'ipotesi decreto, al Colle non viene neanche presa in considerazione. Perché, hanno mandato a dire Renzi, «l'Italia è ancora una democrazia» nonostante sull'Italicum nel 2015 si sia proceduto a colpi di fiducie. Insomma, un provvedimento d'urgenza è considerato l'ultima ratio, una strada da intraprendere solo dopo avere provato tutte le altre e dunque alla scadenza naturale della legislatura nel 2018. Per quanto riguarda il rimandare su Cinque stelle e Forza Italia l'onere di fare una proposta di riforma elettorale, invece, il Quirinale non può che prenderne atto, ricordando però, a quei big del Pd con cui i rapporti sono ancora «costruttivi», che la forzatura referendaria che ci ha portato dove siamo oggi fu voluta proprio da Renzi. Un messaggio che alla fine è arrivato a destinazione, tanto che ieri si è avviato un primo dialogo sulla legge elettorale con l'apertura dei Cinque stelle per bocca di Luigi Di Maio, la disponibilità del Pd affidata al renzianissimo Matteo Richetti e la mano tesa pure di Silvio Berlusconi. Un confronto che con ogni probabilità è frutto proprio della moral suasion del Quirinale e che difficilmente porterà davvero da qualche parte. Ma che comunque permette a Renzi di ributtare la palla nella metà campo avversaria.

Insomma, nonostante Mattarella e il leader del Pd ieri si siano sentiti per cercare di appianare le divergenze, dire che sul Colle l'abbiano presa bene sarebbe un grossolano eufemismo. Tanto che dal Quirinale è stato recapitato a Renzi un messaggio inequivocabile: se cade Gentiloni ci sarà comunque un altro governo.

E - dicono i ben informati - nel caso si arrivasse a questo punto, sarebbe un esecutivo guidato da Dario Franceschini. L'obiettivo del Colle, d'altra parte, è quello di provare a placare la smania del segretario del Pd che, rilanciato dal successo delle primarie, pare tornato a essere il leader spregiudicato che a forza di forzature finì rovinosamente a sbattere contro il referendum del 4 dicembre.

Il voto a settembre, infatti, è considerato una strada impraticabile visto che tra il primo e il 15 ottobre va presentata in Parlamento la legge di bilancio e «solo un irresponsabile» può pensare di rischiare che in quelle settimane le istituzioni siano nel guado di un risultato elettorale dal quale potrebbe non uscire un vincitore e quindi un governo (ipotesi questa per nulla di scuola).

Uno scenario, peraltro, che si porta dietro l'incognita dell'esercizio provvisorio qualora la situazione si incartasse al punto che le Camere non siano in grado di approvare la legge di bilancio entro il 31 dicembre. -


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