venerdì 26 maggio 2017

La Libia,

il buco nero del terrore.

Gheddafi ci aveva avvisato: "Fate fuori me e farete i conti con migranti e Al Qaida". E i fatti gli danno ragione.

«Fate fuori me e farete i conti con migranti e Al Qaida». La nemesi del Colonnello Gheddafi è ormai realtà quotidiana.



Gli arresti a Manchester e a Tripoli del padre e di due fratelli di Salman Abedi, il kamikaze massacratore di ragazzini dimostrano quanto ci vedesse lungo. Ma se l'Inghilterra comincia ora a capire quale perverso errore si nascondesse dietro la pretesa di considerare dei sinceri rivoluzionari i seguaci libici di Osama Bin Laden, l'Italia non può star tranquilla. Lo sbarco sulle nostre coste di centinaia di migliaia di migranti senza identità rappresenta un rischio che è ormai folle sottovalutare. Assieme ai profughi non è approdato in Italia solo Anis Amri, lo stragista di Berlino freddato mentre rientrava nel nostro Paese. Con lui sono arrivati decine di personaggi espulsi o arrestati per collusione con il terrorismo.
Un rapporto dei nostri servizi segreti pubblicato dal Guardian il 28 aprile, rivela come alcuni esponenti del governo di Fayez Al Serraj, teoricamente alleato dell'Italia, abbiano favorito l'uscita dalla Libia di numerosi terroristi dell'Isis. La fuga all'estero sarebbe stata permessa mescolando i militanti del Califfato tra quei miliziani feriti nella lotta al terrorismo mandati a curarsi negli ospedali europei. Stando al rapporto la gran parte dei sospetti terroristi è approdata in Turchia, ma è chiaro - trattandosi di un documento italiano - che le parti sugli eventuali passaggi di pazienti sospetti all'ospedale del Celio di Roma o in altre strutture del nostro Paese possono essere state omesse o epurate. La notizia non depone certo a favore della sicurezza dell'ospedale da campo aperto dai nostri militari a Misurata.
L'esplicita accusa di connivenza con il terrorismo a un governo Sarraj messo in sella grazie anche all'Italia dimostra come la Libia sia ormai un buco nero fuori controllo. Un buco nero dove - grazie alla cosiddetta rivoluzione - jihadisti e qaidisti si sono ritagliati uno spazio nelle stanze del potere. Un buco nero dove i nostri servizi sanno di non potersi fidare di niente e nessuno. Non a caso qualche giorno fa Mahdi Al Barghati, il ministro della difesa di Sarraj, è stato costretto a dimettersi perché accusato di aver diretto il massacro di oltre un centinaio di soldati del generale Haftar fatti a pezzi e decapitati nella base Brak da una milizia di Misurata composta da combattenti stranieri e da jihadisti fedeli al governo di Tripoli.
E a farci star ancora meno tranquilli s'aggiungono episodi come la presenza tra le fila dell'Isis libico, fino alla scorsa estate, del tunisino Moez Ben Abdeikader Fezzani, veterano di Al Qaida formatosi nei Balcani ricercato dalla nostra polizia perché diventato poi reclutatore di jihadisti. Non a caso il suo arresto in Sudan in novembre ha innescato l'immediata espulsione di Belgacem Belhadj, tunisino 49enne residente a Lurago d'Erba (Como). Formatosi anche lui nei Balcani nel conflitto serbi-musulmani, Belhadj era, stando a fonti de il Giornale, il terminale di un passaggio di jihadisti che si muovevano tra Libia, Italia e Svizzera sotto la regia di Fezzani e del gruppo tunisino dell'Isis.
La Libia insomma è un vulcano pronto esplodere, ma l'Italia balla tra i suoi crateri mentre il nostro governo fa di tutto per non farcelo capire. Disgraziatamente, però, Tripoli è molto più vicina a Roma che a Manchester. -

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