lunedì 8 maggio 2017

"80% DELLE ONG LUCRA SULL'IMMIGRAZIONE".


Lunedì  08 maggio 2017
Pubblicato da www.ilgiornale.it   



Tutte le mattine aprono le persiane per far entrare la luce in camera da letto e destarsi dal sonno. Ma non sorridono al nuovo giorno: dicono “kaliméra” al vigilantes del campo profughi “Souda” installato sotto casa, nel cuore dell’area archeologica e monumentale della città, dove vivono circa 1200 rifugiati. Shelter e lunghissime file di container dell’Unhcr si stendono all’interno un’area di circa 6 chilometri quadrati per poi sfociare sul porto retrostante, dove altre tende e accampamenti di fortuna incontrano i ciottoli e l’acqua dell’Egeo.
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Campo profughi “Souda”, Chios, Isola di Chios. Il campo
profughi è stato installato all’interno dell’area archeologica del
Castello dei Giustiniani, costruito in età bizantina nel IX secolo
d.C. L’installazione del campo ha contribuito in maniera
determinante al crash del turismo sull’isola.

Per i cittadini di Chios la misura è colma: sono stanchi delle istituzioni locali che non riescono – o non sono in grado – a risolvere il problema e sono stanchi degli stessi rifugiati che continuano a generare problemi e disordini che danneggiano la microeconomia sociale dell’isola. Souda e Vial, infatti, sono stati teatri di diverse situazioni di tensione (incendi, risse e accoltellamenti) esplose a causa dei contrasti tra le diverse – forse troppo – etnie e comunità religiose che vi risiedono. La più recente è accaduta il 5 maggio 2007, quando a Vial due clan rivali si sono scontrati con lanci di pietre sollevando il malcontento e la protesta dell’intera isola.

Chios, casa della famiglia Agios. Nanà segue il figlio durante i compiti a casa: « Questo gioco sinistro fra la Turchia e l’Europa ha trasformato le nostre isole in un sistema di filtraggio per migranti e rifugiati».
Chios, casa della famiglia Agios. Nanà segue il figlio durante
i compiti a casa: « Questo gioco sinistro fra la Turchia e
l’Europa ha trasformato le nostre isole in un sistema di
filtraggio per migranti e rifugiati».

Sino a pochi mesi fa era difficile scorgere del malcontento nelle parole dei greci. La massiccia e arretrante crisi dei rifugiati del 2015 aveva spiazzato l’intera comunità ellenica, ma i sentimenti di aiuto e di sostegno verso il prossimo avevano prevalso sul resto. Oggi invece la situazione è nettamente diversa: in Grecia e nelle isole dell’Egeo nordorientale sembra delinearsi una narrazione confusa e schizofrenica, fatta di stimoli incoerenti, un racconto scandito dall’insofferenza, dall’isolamento culturale e dalla xenofobia, e dall’altro da comunità locali e singoli individui che si fanno carico di aiutare e sostenere i rifugiati alla stregua delle Ong.
«Non ho mai avuto problemi nel riempire il mio locale. Siamo una conduzione familiare, ci bastava poco. Oggi invece accendo il camino per preparare la brace con cui cucino il pesce solo quando vedo entrare i clienti nel ristorante». Dall’isola di Lesbo Eirene Filautis racconta di quando il marito soccorreva «con le proprie mani» i rifugiati sbarcati lungo le battigie di Agrilia Kratigou, pochi kilometri a sud di Mitilene. Mentre si lamenta della sua situazione fa vedere sullo smartphone le immagini di palazzi occupati da rifugiati e di qualche cassonetto incendiato nel parco pubblico della città.

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Mitilene, Lesbo. Eirene Filautis nel suo ristorante.
«Oggi invece accendo il camino per preparare la brace con cui
cucino il pesce solo quando vedo entrare i clienti nel ristorante».

È molto cortese e ospitale, come tutti i greci d’altronde. Ed è avvilente constatare che i sentimenti che aleggiano nell’aria siano molti vicini allo sconforto, alla rassegnazione e alla perdita del senso dell’altro, proprio qui dove sono nati i valori più importanti della cultura e della politica occidentale. La luce rossa che abbraccia la costa di Molivos illumina le pile, o meglio, le montagne di centinaia di migliaia di salvagenti e giubbetti di salvataggio usati dai migranti per le traversate dalla Turchia sembra avvalere questa constatazione, e purtroppo racconta anche che il problema della migrazione in Grecia è così radicato che fa parte del paesaggio.

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Eftalou, Molyvos, Lesbo. Una discarica sorta al di fuori dello
spazio urbano raccoglie le migliaia di salvagenti e i relitti delle
barche usate dai migranti per le traversate.

Il flusso migratorio e l’installazione dei relativi campi hanno contribuito in maniera decisiva al crash del turismo. Nello studio del gennaio 2017 pubblicato dal Laboratory for Tourism Research and Studies dell’Università dell’Egeo curato dai professori Theodore Stavrinoudis della medesima università e da Stanislav Ivanof dell’Università di Varna in Bulgaria sugli effetti della migrazione a danno dell’economia turistica, le percentuali raccontano di un calo del 43% sull’incoming, del 36% sui ricavi e del 24% sui prezzi di mercato. Ora le battigie delle spiaggie dell’Egeo non accolgono più ombrelloni e lettini per i turisti e lasciano spazio a carcasse di animali morti.

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Spiaggia di Eftalou, Molyvos, Lesbo. Nel 2016 lungo questa
spiaggia sono stati trovati alcuni cadaveri di profughi morti
durante il viaggio in mare. Adesso è una spiaggia deserta.
Durante una passeggiata alla ricerca dei segni della migrazione
lasciati sul paesaggio costiero, mi sono imbattuto in questa
carcassa di un cane, morto diversi mesi prima e lasciato marcire.

«Tutte le mattine mi affaccio dalla finestra e spero di non vedere migranti sulla spiaggia davanti al mio locale. Siamo qui da trent’anni e abbiamo solo la stagione per lavorare, nient’alto. Per noi è difficile andare avanti perché ai turisti non interessa questa situazione. Vogliono sedersi qui fuori, rilassarsi e bere un drink. Non possono vedere certe immagini».
La Taverna Eftalou è deserta quando Manuel, il proprietario, spiega come sia difficile continuare a vivere di turismo in una località «invasa dai migranti. Siamo aperti solo perché qui a Eftalou ci conoscono tutti e qualcuno ci viene a trovare».

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Eftalou, Molyvos, Lesbo. Manuel è il proprietario della Eftalou
Tavern: «Tutte le mattine mi affaccio dalla finestra e spero di
non vedere migranti sulla spiaggia davanti al mio locale».

Questi fugaci ritratti del popolo greco raccontano una situazione di stallo che minaccia la sopravvivenza economica e sociale della comunità ellenica ma sono in contrasto con altre realtà presenti sulle isole dell’Egeo e che lavorano in favore delle migliaia di rifugiati presenti sulle isole.
La parola spetta a Eric Kempson, scultore di origine inglese ma trasferitosi a Lesbo, che da anni offre il proprio aiuto e quello della moglie Philippa in favore dei migranti in fuga dalla Turchia. «A febbraio del 2015 abbiamo iniziato ad aiutare queste persone perché arrivavano in uno stato disastroso, da zone di guerra e con ferite di arma da fuoco. Approdavano proprio sulla spiaggia di fronte a noi. Quindi abbiamo deciso come famiglia che avremmo prestato il nostro aiuto».
La famiglia di Eric e Philippa risponde al nome di Ellenis Workshop, un laboratorio artigianale che produce manufatti artistici destinati alla vendita, il cui ricavato viene devoluto per l’aiuto ai migranti.
Ogni giorno Eric, Philippa e i volontari in visita al workshop ricevono donazioni di ogni tipo e da diversi continenti (vestiti, medicine, kit di primo soccorso, equipaggiamento termico, ecc) che vengono catalogate e distribuite alle popolazioni in difficoltà.
L’impegno e le voci di questo vivace gruppo che utilizza l’arte e l’artigianato come veicoli di scambio in favore della dignità umana fanno breccia in quello che è l’attuale e instabile scenario delle Ong impegnate in Grecia e nel Mediterraneo. «Io dico sempre che c’è bisogno di un organo internazionale per governare le agenzie umanitarie e le Ong, perché molte di queste fanno solo affari».
Le accuse di Erik sono taglienti, ma l’enunciazione di queste tesi deriva da anni di lavoro sul territorio di Lesbo e dalla profonda conoscenza di come si sono attuate le logiche del salvataggio organizzate dalle Ong: «Nell’ottobre del 2015 hanno detto che sull’isola erano presenti circa 120 organizzazioni non governative. Io sostengo che l’80% di queste Ong erano corrotte, unicamente impegnate nel fare soldi da questa catastrofe». -

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