Sarà l’aria di Messina o di Palermo, divise dall’antica rivalità. Di fatto Delrio, in visita nel capoluogo di provincia, aveva confermato lo stop a ogni velleità pontiera perché “la priorità del Sud è l’alta velocità”. Zittiti così LupiAlfano (Ap) e i loro out out sul tema, archiviata la solenne promessa di Matteo Renzi, a maggio e ancora nello scorso autunno, con  allegati 100mila posti di lavoro. “La concessione del Ponte è stata caducata“. Ca-du-ca-ta: cioè interrotta, fatta cadere. Quattro sillabe, quelle pronunciate dal ministro delle Infrastrutture, che chiudono ufficialmente il capitolo. Forse. Perché ecco che da Palermo, stavolta, il progetto “caducato” torna miracolosamente in piedi, con la promessa di trovare ancora le gambe per camminare e unire così la Sicilia all’Italia.
L’annuncio, stavolta, è per bocca di un altro ministro del governo Gentiloni che evidentemente non ha parlato né col premier né con quello delle Infrastrutture. De Vincenti è reduce da una giornata palermitana dove ha incontrato Rosario Crocetta e il sindaco metropolitano Leoluca Orlando. A metà pomeriggio di un giorno non caldissimo ma assolato (17 gradi) se ne esce così: “Il Ponte è un’ipotesi reale. Bisogna velocizzare il passaggio infrastrutturale tra Calabria e Sicilia e l’ipotesi fin qui più sviluppata, anche progettualmente, è quella del Ponte di Messina”. Difficile conciliare questa visione con quella del collega. “Il problema – aveva appena detto Delrio – non è il ponte ma avere un collegamento ferroviario adeguato tra la Sicilia e il resto d’Italia, ci siamo soffermati sul Ponte ma ci siamo dimenticati di considerare che bisogna prima programmare l’alta velocità tra Roma e Reggio Calabria”.
Dunque il ministro delle Infrastrutture pensa ai binari, quello della coesione al cemento. A dire il vero lo stesso Delrio ha cambiato diametralmente idea rispetto a se stesso. Lo scorso ottobre aveva stragiurato che il Ponte si faceva. C’erano perfino i soldi. “Il Ponte non è una cattedrale nel deserto ma è parte essenziale del corridoio Napoli-Palermo. Oggi per andare in treno da Roma a Palermo ci vogliono dieci ore e mezza. Con il Ponte e tutto il corridoio scenderemo a sei ore. Naturalmente si tratta di coinvolgere i territori con il dibattito pubblico, di limitare l’impatto ambientale e anche i costi”. Nella stessa intervista il cronista fa notare che un anno prima Delrio la pensava diversamente, quando del Ponte diceva “Ho sempre sostenuto che abbiamo altre priorità”. Ennesima inversione a U sul ponte che non c’è.
Va detto che le giravolte intorno al ponte fanno parte di una telenovela che impegna la politica da 150 anni perché dell’opera si è iniziato a parlare fin dal 1866, durante il governo Ricasoli. Lo Stato inizia a spenderci i soldi nel 1981, con Forlani e Spadolini e la costituzione della società Stretto di Messina Spa. Fu cavallo di battaglia per Berlusconi, che a Porta a Porta lo magnificava ancora nel 2004 e con tanto di plastico. Poi motivo di scorno per Mario Monti, che nel 2012 lo bloccò ma solo in parte, tenendo in piedi il baraccone societario per evitare costose penali per il disimpegno dal progetto.
Intanto solo in consulenze e studi il fantasma del Ponte riusciva a costare agli italiani reali 600 milioni di euro, buona fetta di quegli 6-8,5 miliardi – una manovra finanziaria di tutto rispetto – che servirebbero per realizzarlo (forse). Ma che nessuno trova. Così il Ponte resta diletto e dannazione di chi governa. Lo fu per i romani, che immaginavano un collegamento stabile tra Calabria e Sicilia, ma con un ponte su barche. Ne parla Plinio il Vecchio agli inizi del primo secolo d.C. Duemila e 17 anni dopo ancora ne parlano, spinti dal sonno della ragion politica che si trastulla nell’allucinazione eterna del Ponte dei Ponti. Mentre quelli veri che già ci sono, dal Cuneese alla Brianza, si sgretolano e crollano miseramente. -