sabato 15 aprile 2017

Per gli Usa un'unica opzione:

radere al suolo ogni base.

Il blitz non può essere dimostrativo. Va distrutto tutto l'arsenale nord coreano per evitare ritorsioni su Seul.


L' incubo è iniziato. Oggi Kim Jong-un potrebbe celebrare il 105mo genetliaco di nonno Kim Il-sung, fondatore della dinastia rossa, mettendo a segno il sesto test nucleare della Corea del Nord.



E allora il mondo farà bene a tremare. La rappresaglia promessa da Donald Trump e dal Segretario di Stato Rex Tillerson minaccia d'innescare un conflitto senza precedenti trascinando la penisola coreana nel gorgo d'una guerra senza limiti. Una guerra in cui l'utilizzo di armi convenzionali, chimiche e nucleari rischia di provocare centinaia di migliaia di morti. Una guerra che tutti i presidenti ritrovatisi a fare i conti con la minaccia nucleare nord coreana, da Bill Clinton a George W. Bush fino a Barack Obama, hanno sempre dribblato. Le minacce pronunciate da Tillerson e l'invio della squadra navale guidata dalla portaerei Carl Vinson rendono però complesso un dietrofront che comprometterebbe da subito la credibilità di Trump privandolo del suo potere di deterrenza.
Sullo scenario nord coreano non bastano però azioni dimostrative simili al lancio di missili Tomahawk sulla Siria o della superbomba Moab in Afghanistan. Qui il primo intervento deve essere determinante e definitivo. In caso contrario i dieci milioni di abitanti di Seul, la capitale sud coreana distante 56 chilometri dalla zona demilitarizzata, rischiano una pioggia di missili e colpi d'artiglieria nord coreani. Per non parlare della minaccia d'una rappresaglia nucleare o chimica. Ma molti esperti si chiedono se i quaranta F/A 18 Hornets della Vinson, i Tomahawk dell'incrociatore Uss Lake Champlain e i sistemi antimissile Aegis in dotazione ai cacciatorpedinieri Wayne E. Meyer e Michael Murphy bastino non solo ad annientare siti nucleari e basi missilistiche, ma anche a contenere la risposta di un esercito da un milione di soldati.
Per annullare il rischio di una rappresaglia su Seul, sul Giappone e sulle basi Usa circostanti, il primissimo colpo deve cancellare anche le basi missilistiche di Tonghae nel Nord Est e quella di Sohae sulla costa Nord Occidentale nord coreana dove vengono testati i missili balistici intercontinentali in grado di raggiungere, potenzialmente, il territorio statunitense. E obbiettivi altrettanto obbligati sono le basi aeree delle province di Hwangju, Kusong e Wonsan da dove operano i missili a medio raggio Kn-11ed, i nuovi missili Musudan con un raggio fino a 4mila chilometri. Ma questo non metterebbe al sicuro Seul. Centinaia di missili a medio raggio su rampe mobili, spostati lungo una fitta rete di tunnel sotterranei, possono rapidamente venir portati in superficie per colpire i territori del Sud.
Un altro obiettivo prioritario è la distruzione della dozzina di testate nucleare in possesso di Pyongyang. Il problema è dove siano nascoste. Il sito di Yongbyon, conosciuto come il principale centro di ricerca nucleare, è ormai solo un obbiettivo civetta. Distruggerlo non fermerebbe i programmi di ricerca decentrati in una moltitudine di laboratori sotterranei che per venir neutralizzati richiedono l'intervento dei bombardieri B1 e B2 fatti decollare dalle basi di Andersen e Guam. Spazzati via missili e siti nucleari resterebbero da eliminare le batterie di artiglieria mobile, occultate anch'esse nel sottosuolo, che possono venire usate per mettere a segno attacchi chimici e batteriologici.
Dopo aver annientato tutte queste minacce le truppe americane e sud coreane dispiegate lungo la zona demilitarizzata dovrebbero comunque fare i conti con i circa 120mila effettivi delle forze speciali nord coreane addestrati a muoversi nelle gallerie scavate sotto il confine e a colpire dietro le linee nemiche.
Prima di punire Kim Jong-un Trump dovrà, insomma, chiedersi se per impartire una lezione a Pyongyang valga la pena mettere a rischio centinaia di migliaia di vite sudcoreane. -

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