martedì 18 aprile 2017

L’appello della famiglia di

Attilio Manca ai magistrati

romani:

“Non archiviate l’inchiesta”.

«Non archiviate l’inchiesta sulla morte di Attilio Manca!». Lo chiede la famiglia dell’urologo di Barcellona, trovato morto a Viterbo il 12 febbraio 2004, che non si è mai arresa. Adesso lancia l’appello al procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, al procuratore aggiunto Michele Prestipino e al sostituto procuratore Maria Cristina Palaia perché l’inchiesta aperta dalla procura di Roma sulla morte di Attilio Manca non venga archiviata. L’urologo è stato ritrovato con due segni di punture nel braccio sinistro, la sua morte è avvenuta per una overdose di eroina, alcool e tranquillanti. Questo è quanto è stato detto. Ma subito la madre di Attilio ha fatto notare che il figlio era un mancino puro, incapace di utilizzare la mano destra e non era un tossicodipendente con istinti suicidi. Come si legge su internet all’indirizzo https://www.change.org/p/antimafiaduemila-non-archiviate-l-inchiesta-sull-omicidio-di-attilio-manca «secondo la tesi dei legali della famiglia Manca, Fabio Repici e Antonio Ingroia, Attilio Manca avrebbe visitato il capo di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano (prima o dopo il suo intervento alla prostata realizzato in Francia nell’autunno del 2003), dopodiché sarebbe stato eliminato in quanto testimone scomodo della rete di protezione extra-mafiosa eretta attorno al boss mafioso». Ma a questa teoria non ha creduto la procura di Viterbo, che invece ha sempre sostenuto che Attilio Manca sarebbe morto per essersi iniettato volontariamente due dosi fatali di eroina nel braccio sbagliato. Una tesi che ha portato lo scorso 29 marzo il Tribunale di Viterbo ad emettere la sentenza di condanna a 5 anni e 4 mesi nei confronti di Monica Mileti accusata di avere ceduto la droga al giovane urologo siciliano. Ma se per gli uffici giudiziari di Viterbo il caso Manca è chiuso, non lo è per la Procura distrettuale antimafia di Roma, dove da più di un anno è aperto un fascicolo contro ignoti sotto la dicitura “omicidio volontario”. «Ed è nei confronti della Procura capitolina che la famiglia Manca si appella per fare in modo che il caso relativo alla morte del proprio congiunto non sia archiviato – si legge ancora su internet – Il fascicolo aperto a Roma racchiude tra l’altro le testimonianze di quattro collaboratori di giustizia che, a vario titolo, circoscrivono la morte di Attilio Manca all’interno di un disegno criminoso dove si muovono: mafia, Servizi segreti “deviati” e massoneria». -

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