mercoledì 12 aprile 2017

Consip, adesso è caccia al

mandante dei veleni.

Il retroscena: il capitano del Noe Giampaolo Scafarto aveva già indagato su Romeo. Chi lo ha spinto oltre i limiti?


E ora che cosa succede? L'indagine a carico del capitano del Noe Giampaolo Scafarto segna un punto a favore degli indagati - Tiziano Renzi e Alfredo Romeo in particolare - che avevano ribadito, nel corso degli interrogatori delle scorse settimane, di non conoscersi e di non aver avuto contatti.



E accende, soprattutto, un faro sulla decisione della Procura di Roma di estromettere i carabinieri del Nucleo operativo ecologico dal procedimento a favore dei colleghi del nucleo di Via In Selci, nella Capitale. Una scelta - datata 5 marzo scorso - motivata dalle continue fughe di notizie a favore dei soggetti coinvolti nell'inchiesta e dei giornali che, in tempo reale, avevano saccheggiato tutto quel che c'era d'interessante nelle informative trasmesse da Napoli a Roma. È probabile però che già allora il pubblico ministero di Piazzale Clodio nutrisse dubbi sulla condotta dell'ufficiale dell'Arma.
Scafarto, una carriera costruita in provincia di Salerno, prima a Nocera Inferiore e poi a Scafati, è stato il protagonista dell'altra grande indagine coordinata dai pm John Henry Woodcock e Celeste Carrano, titolari anche del fascicolo sull'immobiliarista Romeo: quella sui presunti appalti pilotati per la metanizzazione dell'isola d'Ischia in cui sono stati coinvolti gli ex manager del colosso delle cooperative «Cpl Concordia». Tant'è che una certa pubblicistica agiografica già lo presentava come erede e allievo del «Capitano Ultimo», ex comandante del Noe.
Perché dunque Scafarto ha voluto compromettere la sua carriera manipolando gli indizi? È rimasto vittima della sua ambizione? O non ha retto alle pressioni (mediatiche e non) dell'ambiente? Esiste un suggeritore?
Interrogativi che gettano una luce sinistra sul procedimento insieme alle domande sollevate dal collegio difensivo di Romeo (avvocati Francesco Carotenuto, Alfredo Sorge e Gianni Vignola) su aspetti non ortodossi seguiti, a loro dire, dai magistrati partenopei. A cominciare dalla durata delle indagini che i penalisti indicano in «oltre due anni e mezzo», quindi ben oltre i limiti di legge; passando poi per le modalità di acquisizione dei famosi «pizzini» su babbo Renzi che - affermano i legali - «una consulenza grafologica esclude siano stati scritti da Romeo». Per concludere, infine, sulla contestazione di concorso esterno camorristico a carico di Romeo, «un escamotage per indagare sulla Consip». Appunto. -

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