martedì 28 febbraio 2017

TAORMINA FILM FESTIVAL.



    LA RIVOLUZIONE DI VIDEOBANK: “TORNEREMO AI FASTI DI UN TEMPO”.


    Di Luciano Mirone    
    martedì, 28 febbraio, 2017
    Pubblicato da www.linformazione.eu

    “Il Festival del cinema di Taormina può tornare agli antichi splendori. Quest’anno si potrebbe aprire una prospettiva”. Lino Chiechio è il general manager di Videobank, una azienda di Belpasso (Catania) operante nel settore della comunicazione internet (come provider) e televisiva, aggiudicatasi da pochi giorni la gara per l’organizzazione di una delle manifestazioni più prestigiose del panorama cinematografico internazionale: il Taormina Film Fest (9-17 giugno). Un fatto rivoluzionario se si pensa che questa società fondata ventidue anni fa dallo stesso Chiechio e dalla moglie Maria Guardia Pappalardo (amministratore delegato e socia al 50 per cento) finora ha coperto televisivamente eventi in tutto il mondo – dalla Champions League alle visite del Papa, fino ai più grossi avvenimenti politici – grazie alle sofisticate apparecchiature tecnologiche di cui dispone e di cui si sono avvalse Sky, Mediaset e Rai, ma non si è mai cimentata nell’organizzazione di avvenimenti culturali. Una grossa scommessa che sta portando Videobank ad investire circa un milione e 400mila Euro nel Taormina Film Fest, con soli novanta giorni di tempo e poche possibilità di programmare il futuro dato che il regolamento prevede un solo anno di gestione.
    Chiechio, l’uomo della strada si chiede: chi ve l’ha fatto fare?
    “Per noi è certamente una grandissima sfida. Per mille motivi. I tempi a disposizione sono strettissimi: in soli tre mesi dobbiamo organizzare la parte logistica, artistica, gli spostamenti, il reperimento dei film in concorso e la gestione delle nove serate”.

    Lino Chiechio e la moglie Maria Guardia Pappalardo, titolari di Videobank. Sopra: un’immagine del Taormina Film Fest

    Come pensate di recuperare i soldi che state investendo?
    “La copertura deve venire da due fonti: il finanziamento pubblico (200mila Euro fra ministero dei Beni culturali e Regione siciliana) e le sponsorizzazioni private. Siamo in contatto con gli sponsor, ma chiaramente non siamo ancora arrivati alla copertura dell’intera cifra. Contiamo almeno di portare tutto a pareggio”.
    La vostra esperienza col Taormina Film Fest si esaurirà quest’anno o pensate di gettare le basi per il futuro?
    “Non condividiamo la scelta di questo bando, tra l’altro modificato in corsa: prima si parlava di tre anni di gestione, poi ridotto a uno”.
    Negli altri anni come si è proceduto?
    “Con un affidamento diretto”.
    Con quali basi tecniche state operando?
    “Abbiamo formato un comitato di direzione artistica di prestigio (almeno secondo noi). Tutto è capitanato da Felice Laudadio, grande esperto di cinema ed ex direttore artistico del Festival di Venezia e della stessa Taormina. Poi ci sono Silvia Bizio, giornalista di Repubblica; Enrico Magrelli, critico di Rai Uno; Gianvito Casadonte, conduttore cinematografico di Rai1 nonché organizzatore e direttore artistico del Festival del cinema della Magna Grecia (è stato produttore dell’ultimo documentario di Mario Monicelli); e Marco Spagnoli, documentarista, regista, critico e giornalista cinematografico”.

    Felice Laudadio

    Una sfida non semplice.
    “Certamente. Ma devo dire che in questi ventidue anni, di difficoltà ne abbiamo affrontate. Col lavoro e coi sacrifici siamo riusciti ad ottenere risultati importanti. Questa è una sfida grande”.
    Entriamo nel merito del progetto.
    “Vogliamo apportare alcune modifiche alla manifestazione”.
    Come?
    “Vogliamo far vivere il Festival alla città che lo ospita: Taormina. Finora la manifestazione è stata riservata a poche persone: tante cene per Vip, per giunta a inviti, pochi giornalisti selezionati.  A noi non piace fare delle classificazioni, i muri non servono, bisogna mettere le persone comuni allo stesso livello del Vip. Ecco perché abbiamo pensato di aprire alla città”.
    In che modo?
    “Realizzeremo il red carpet (il tappeto rosso dove sfilano le celebrità, ndr) al centro di Taormina, in piazza IX Aprile. Negli ultimi anni gli attori sono stati blindati all’Hotel Timeo, dove non tutti avevano la possibilità di entrare, e poi al teatro antico dove venivano premiati. Spostando il red carpet al centro città pensiamo di farli partecipare in mezzo al pubblico. Aggiungeremo due led wall (maxischermi) rispetto a quelli attuali. Vogliamo far vivere in diretta le premiazioni anche ai turisti che si trovano sul corso. Vestiremo a festa la città per coinvolgere anche i negozianti” .
    Chi saranno gli ospiti italiani e stranieri?
    “Abbiamo avviato dei contatti con diversi nomi, non vorrei anticipare niente. Dico solo che si saranno degli ospiti importanti”.
    Pensa che il Festival del cinema di Taormina possa tornare agli antichi fasti?
    “Penso proprio di sì. Quest’anno si potrebbe aprire una prospettiva”.
    Un incarico annuale vi dà la possibilità di programmare adeguatamente?
    “Se entro il 18 giugno non avremo fatto una adeguata raccolta di sponsor e di finanziamenti, l’azienda andrà incontro a una perdita netta. Non avremo la possibilità di investire sugli anni successivi. Questo è un grande limite, ma le regole del gioco erano queste, e noi siamo abituati ad affrontare le emergenze”.
    Perché avete accettato una scommessa così rischiosa?
    “Perché crediamo in questa Terra. Abbiamo voluto mettere un po’ di cuore, altrimenti non sarebbe stato giustificabile un investimento del genere”.
    Quale sarà il rapporto fra il Taormina Film Fest e la comunicazione?
    “Ogni sera realizzeremo dei collegamenti bidirezionali da otto città della Sicilia”.
    Cioè?
    “Porteremo il teatro antico in queste otto città (una per sera) e viceversa”.

    Taormina. Piazza IX Aprile

    Quali città?
    “Messina, con un ponte immaginario di cultura soprattutto cinematografica. Quindi Palermo e i suoi meravigliosi luoghi del cinema. Poi Erice, un’altra perla della Sicilia; la Valle dei Templi di Agrigento; l’isola di Ortigia a Siracusa; e Lampedusa con un tributo al film di Rosi, “Fuocoammare”. Ogni località avrà come comune denominatore il cinema. Durante queste dirette sarà trasmessa una cartolina di dieci minuti sulle bellezze di queste città”.
    Una promozione turistica a tutti gli effetti. Ci sarà il coinvolgimento della gente del posto?
    “Gli ospiti saranno gli attori locali. Per Palermo sono previsti Ficarra e Picone, per Messina Nino Frassica, e molti altri. Ognuno racconterà le proprie esperienze interagendo col teatro antico”.
    Ci sarà una diretta televisiva come si faceva un tempo?
    “Ci sono degli accordi quasi conclusi con un canale nazionale”.
    Quale?
    “Né Rai1, né Rai2, né Rai3, ma un canale tematico. Di più non posso aggiungere”.
    Da ventidue anni Videobank porta avanti efficacemente in tutto il mondo la sua attività nel settore della comunicazione. Perché ha ritenuto di aggiungere il settore culturale?
    “Il nostro slogan è ‘la felicità è vera solo se è condivisa’. Io sono uno che viene dalla terra. I miei nonni lavoravano la terra e io sono un appassionato della terra, della nostra Terra, dei nostri luoghi. Dopo aver raggiunto dei successi importanti vogliamo allargare gli orizzonti. Questa azienda è nata dal nulla da un’idea mia e di mia moglie, con la quale ho condiviso e portato avanti questo progetto fatto di sacrifici e di mille difficoltà. Non era scritto da nessuna parte che avremmo intrapreso questa attività. Siamo stati i fornitori ufficiali della televisione portoghese per gli ultimi europei di calcio, siamo stati chiamati per la Champions League da almeno cinque televisioni europee. La cultura serve ad accarezzarci il cuore, a farci avvicinare a delle tematiche per dare qualcosa alla Sicilia”.
    Videobank recentemente si è aggiudicata il bando per la gestione del Teatro comunale “Nino Martoglio” di Belpasso.
    “Vogliamo mettere a disposizione le nostre conoscenze e i nostri contatti per cercare di promuovere anche il nostro paese nel migliore dei modi”.
    Qualche anno fa le ho chiesto informalmente quali fossero i rapporti fra Videobank e la politica. Lei ha risposto: “Cordiali ed equidistanti”. Allora vi occupavate solo di comunicazione. Adesso che organizzate anche eventi culturali, con la politica ci dovete discutere, quindi rifaccio la domanda.
    “Cercheremo di dialogare con la politica, sperando di avere delle sorprese positive”.
    Avete avuto delle difficoltà per aggiudicarvi il bando del Taormina Film Fest?
    “C’è la domanda di riserva?”. -
    Luciano Mirone

    ARS


    Sanità, stop al risiko delle

    nomine. Anticipato il

    "semestre bianco".


    di Accursio Sabella
    28 Febbraio 2017
    Pubblicato da www.livesicilia.it                                                                



    ars, nomina, regione, sanità, valzer, Politica

    Un emendamento all'esercizio provvisorio blocca il valzer degli incarichi.

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    PALERMO - Si ferma in commissione bilancio, la corsa per le nuove nomine nella Sanità del governo di Rosario Crocetta. Un emendamento firmato da Santi Formica, capogruppo della Lista Musumeci, infatti, è stato approvato con un’ampia maggioranza e adesso fa parte del testo dell’esercizio provvisorio in discussione proprio in queste ore a Sala d’Ercole.

    La vicenda prende spunto da un articolo pubblicato pochi giorni fa da Livesicilia. Il giornale aveva infatti descritto le grandi manovre per accelerare la nomina dei direttori generali. In particolare, avevamo raccontato di una delibera di giunta con la quale il governo regionale ha deciso di utilizzare, per la nomina dei nuovi manager, l’elenco regionale degli idonei, già scaduto, in attesa che la Corte costituzionale si esprimesse sull’elenco nazionale dei manager, creato da un decreto legislativo che – dopo il vaglio della Consulta – dovrà essere vigente anche in Sicilia.

    Ma come detto, il governo regionale ha bruciato le tappe. Prendendo spunto dall’assenza del direttore generale al Policlinico di Messina, dopo le dimissioni di Marco Restuccia. A quella circostanza, però, si sono aggiunte nel frattempo le dimissioni del manager del Policlinico di Palermo Renato Li Donni e, pochi giorni dopo, la nomina del commissario Fabrizio De Nicola.

    Che dovrebbe insediarsi proprio domani. Lasciando, così, l’Asp di Trapani e dando vita al “risiko” degli incarichi che Livesicilia da giorni ha anticipato. E che assume una importanza cruciale, come abbiamo descritto altrove: da aprile scatta infatti il cosiddetto “semestre bianco”, l’ultimo della legislatura, in occasione del quale non sarà possibile nominare nuovi manager, ma si potrà, al massimo, incaricare dei commissari. Con una differenza sostanziale: il nuovo incarico di direttore generale consentirebbe al manager di assicurarsi un contratto triennale e blindato, mentre il commissario potrà essere sostituito con l’arrivo del nuovo governo. Sono undici i contratti in scadenza a giugno, gli altri scadranno dopo. Ma come detto, il governo Regionale ha sorprendentemente accelerato anche le valutazioni dei manager.

    E non è un caso, quindi, che lo “stop” sia arrivato proprio in queste ore di incontri febbrili e di scelte delicate. Uno stop, come detto, calato sul testo dell’esercizio provvisorio: “Nelle more della modifica legislativa discendente dalla sentenza della Corte costituzionale e considerato il mancato aggiornamento dell’elenco regionale,- si legge nell’emendamento - al fine di evitare liti e contenziosi, gli incarichi di direttore generale delle Aziende sanitarie provinciali, delle Aziende ospedaliere e delle Aziende ospedaliere universitarie della Regione attualmente vigenti sono confermati sino alla naturale scadenza ed è fatto divieto procedere a nuove nomine, ove non ricorra l’incarico ordinario si procede alla nomina di commissario”.

    Un freno alle grandi manovre nella Sanità che adesso dovrà però passare il vaglio dell’Ars in occasione del voto finale all’esercizio  provvisorio. E le ore sono davvero calde. “Sarebbe decisamente singolare, per non dire sospetto, - dichiarano Enzo Tango e Fortunato Parisi, segretari generali di Uil Fpl Sicilia e Uil Fpl Medici Sicilia - che il Governo regionale procedesse ora nelle nomine dei manager nelle Aziende sanitarie siciliane. Una puntata ‘al buio’, considerato che almeno alle organizzazioni sindacali risultano del tutto ignoti i criteri di selezione. Diffidiamo – aggiungono - da fughe in avanti. Ancor peggio, poi, se i fatti dimostreranno che il presidente Rosario Crocetta e dell’assessore alla Salute, Baldo Gucciardi, intendono confermare in blocco tutti i direttori uscenti, bravi e meno bravi, prolungando di fatto le scadenze di mandato. Una soluzione del genere somiglierebbe molto a una “blindatura” in vista della competizione elettorale. Ci auguriamo – proseguono i sindacalisti - che venga presto smentita, perché ci opporremmo con ogni mezzo anche in considerazione dei giudizi pendenti sulla legittimità di alcune nomine. Crocetta, almeno in questo, dia prova della sua voglia di rivoluzione – concludono Tango e Parisi – non firmando atti che sin d’ora appaiono fortemente discutibili, innanzitutto sotto il profilo del buon governo. Il presidente non faccia oggi quello che in passato ha contestato ai suoi predecessori Assicuri la gestione delle Aziende sanitarie sino al termine di legislatura, affidandole se necessario a commissari, ma lasci al futuro Governo le scelte sui direttori generali”. -


    Suicidio collettivo.


    L'eutanasia diventa una bagarre tra i politici ma nessuno fa nulla. Così perdiamo tutti.


    Dj Fabo è morto ieri alle 11.40 in una clinica svizzera dove praticano l'eutanasia. Aveva 39 anni, e da tre era cieco e completamente paralizzato in seguito a un incidente stradale.




    Voleva morire, uscire dalla «gabbia di dolore» e l'aveva chiesto di recente anche al presidente Mattarella. L'ha ascoltato solo Marco Cappato, esponente radicale dell'associazione Luca Coscioni che si batte per il diritto alla morte dei malati terminali. Il viaggio in Svizzera, le visite, diecimila euro e ieri la fialetta letale, azionata con la bocca. In Italia il suicidio assistito è vietato, e il solo agevolarlo è reato grave (si rischiano fino a dodici anni di carcere).

    Questi i fatti, che scuotono le coscienze e il mondo politico incapace di affrontare la questione (da anni giacciono progetti di legge contro l'accanimento terapeutico e sui trattamenti di «fine vita»). Possiamo giudicare Dj Fabo per quello che ha fatto su se stesso? Ognuno è ovviamente libero di farlo, io non lo faccio perché - come sosteneva anche Montanelli - rivendico il diritto di scegliere come e quando morire. Ma vorrei che accadesse in silenzio, senza disturbare lo Stato, psicologi, media e tribunali. Non vorrei la compassione, a volte gli insulti, dei cattolici integralisti né l'applauso fuori luogo dei laici incalliti. Vorrei che accadesse nel mio letto e che qualcuno che mi ha voluto bene mi tenesse la mano mentre scelgo di accelerare il corso della vita che se è stata vissuta è comunque sufficiente.

    Oggi questo diritto non l'abbiamo. In alcuni casi possiamo prendercelo clandestinamente, senza carte bollate e senza inguaiare nessuno. Ma non sempre è così. E allora? Non credo nell'etica collettiva, tanto meno in quella universale. Dalla procreazione all'amore fino alla morte, ogni Stato si comporta come crede. Ciò che è illegale in Italia è permesso altrove e viceversa: nell'era della globalizzazione i reati assoluti restano davvero pochi. Il resto è opinabile e aggirabile. Capisco i rischi e gli abusi che una legge sul «fine vita» potrebbe comportare, vista la quantità di parenti serpenti e di depressi in circolazione. Ma autorizzare senza tante istruttorie il «fine vita» in grembo (legge sull'aborto) e negarlo in malattia terminale è da ipocriti. Se manteniamo l'accanimento terapeutico, almeno togliamo quello giudiziario per chi, per se stesso o per i suoi cari, decide diversamente. Sia in vita sia in morte mi sento più sicuro nelle mani dei miei che in quelle dello Stato. -


    "Questa Europa è inutile":

    italiani disillusi dall'Ue.


    Il 77% dei cittadini non vede utile l'appartenenza all'Ue. Convinti sia utile rimanere solo il 57%. E l'85% vuole cambio di strategia.


    L'Unione Europea è stata, ed è, inutile.



    Lo dicono gli italiani, anzi: la maggioranza degli italiani. Forse non serviva una indagine statistica per appurarlo, ma ora ci sono i numeri a confermare le cattive acque in cui naviga la Ue.
    I cittadini europei, e in particolare gli italiani, sono infatti largamente insoddisfatti dell'Unione europea e chiedono che Bruxelles cambi passo su temi chiave come la gestione dell'immigrazione, lo sviluppo dell'occupazione e la lotta al terrorismo. Lo rileva l'indagine demoscopica illustrata alla Camera in occasione del quarto "Strategy council Deloitte", dedicato al tema "Unione europea oggi: ancora un'opportunità?".
    Secondo quanto emerge dalla ricerca condotta in collaborazione con Swg rileva, il 77% degli italiani (il 64% degli europei) ritiene che l'appartenenza all'Ue non abbia portato alcun vantaggio particolare. Una bocciatura su tutta la linea. Certo, nel rapporto si legge anche che per il 57% degli italiani e per il 53% degli europei fuori dall'Ue si starebbe peggio, ma non sono certo percentuali di cui andare fieri. Il 57% è la maggioranza, certo. Ma non è sinonimo di amore tra cittadini e istituzioni Ue. Anzi.
    Infatti, il 79% degli europei e dall'85% degli italiani chiede un cambio di strategia all'Europa. Arriverà? Chissà. -

    Giornata malattie rare,

    Mattarella: "Nessun malato

    si senta invisibile o

    dimenticato".

    "La civiltà della società si misura da come tratta i più fragili".




    Redazione ANSA
    News


    "La nostra Costituzione tutela la salute come fondamentale diritto di ogni persona e come interesse dell'intera collettività. Si tratta di un diritto pieno, non comprimibile, che attiene alla dignità e alla libertà di ciascuno", afferma Mattarella. "La sfida delle patologie meno conosciute e delle risorse pubbliche limitate - aggiunge - non può esimerci dal ricercare sempre il pieno adempimento della Carta.
    Il Capo dello Stato ha sottolineato la necessità di "uno sforzo corale contro le patologie rare. "Tenendo sempre aperto il dialogo tra i grandi istituti di ricerca e i centri indipendenti, sollecitando le case farmaceutiche ad affrontare le patologie rare". Per Mattarella, quello delle malattie rare "non è un capitolo separato dalla salute", ma un tema "che ci interpella tutti, e ci impegna come società democratica che vuole assicurare dignità e diritti di libertà ad ogni persona. Insieme possiamo progredire ancora".
    Il premier, Paolo Gentiloni da Milano ha commentato la vicenda del dj Fabo: 'Il Governo guarda con rispetto al confronto parlamentare che c'è e credo sia doveroso e interpella le coscienze dei singoli parlamentari. Certo - ha precisato - la legge allo studio riguarda "il testamento biologico, non l'eutanasia". (ANSA)

    BARCELLONA: IN AULA NASCE UN NUOVO GRUPPO FONDATO DAI CONSIGLIERI NANIA, MIRABILE E SCOLARO VICINI ALL'ASSESSORE GIANLUCA SIDOTI.


    SI  RICONOSCE  NEL  "MOVIMENTO  NAZIONALE  PER  LA  SOVRANITA' ".


    La notizia viene diffusa dal quotidiano "GAZZETTA DEL SUD".

    I tre Consiglieri comunali, rappresentati nella Giunta dall'Assessore alle politiche giovanili Gianluca Sidoti, si sono costituiti in Gruppo consiliare che fa capo al neo  MOVIMENTO  NAZIONALE  PER  LA  SOVRANITA'.

    Nel documento diffuso dal Gruppo si legge: "L'obbiettivo è quello di rimettere, anche a Barcellona, la destra in movimento, collaborando  con tutte le forze di centro-destra, per costruire insieme un progetto credibile in grado di fermare la demagogia e il qualunquismo politico".

    I componenti del nuovo raggruppamento politico, capeggiati da Alessandro Nania, si dichiarano convinti che il Movimento  Nazionale per la Sovranità rappresenti quella destra unita e grande, quella "casa comune" per rilanciare "qualcosa", e dove ognuno si possa sentire "costruttore di futuro".

    I numerosi estimatori locali di Gianluca Sidoti augurano al neo gruppo ogni possibile successo ed auspicano che anche in Oliveri possa essere costruita una "casa comune" per rilanciare il futuro dei tanti giovani volenterosi e desiderosi di lavorare nel proprio paese.-

    Antonio Amodeo

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    Segue fotocopia dell'articolo pubblicato sulla Gazzetta del Sud. -



    Renzi sotto assedio fa un

    giorno da rifugiato nel

    bunker di Milano.


    L'ex premier riparte dalla "sua California" fra vip e un Pd locale in mano ai fedelissimi.



    Ma quale California. Per Matteo Renzi l'America è, e sarà sempre Milano. Per questo nel 2016 c'è venuto 22 volte e per il 2017 promette già bene.



    E non solo perché Milano è cool, alla moda e fa tendenza, ma perché è uno dei pochi casi nei quali un sindaco targato Pd ancora non gli volta le spalle. Quando viene in città è sicuro di non trovare contestazioni ad attenderlo (come succede con sempre più frequenza) e, anzi, è da qui che sta architettando il suo ritorno, citando Milano come modello da seguire confermandosi città vicina al centrosinistra a trazione renziana.
    Non è un caso che nel capoluogo lombardo il 4 dicembre scorso abbia vinto il «Sì» alla riforma, seppur di poco (51,13%). Non è un caso che Renzi possa contare su quasi tutta la Milano che conta, quella dei salotti, della moda, della tecnologia, la Milano che va alle sue cene di autofinanziamento, che sovvenziona le Leopolde e che stacca assegni per la sua Fondazione Open.
    E non è un caso che Renzi ci abbia fatto una capatina anche ieri, per partecipare alla Santa Messa in Duomo in suffragio di Franca Sozzani (ultimo giorno della Fashion Week milanese) dove c'erano tutti i suoi amici ricchi: era seduto in prima fila di fianco al sindaco Giuseppe Sala. Accanto a lui tutto il gotha della moda milanese che non ha mancato di fargli la riverenza. Tra gli altri Giorgio Armani, Valentino, Miuccia Prada, Patrizio Bertelli, Donatella e Santo Versace, Marco Tronchetti Provera con la moglie Afef, Diego e Andrea Della Valle, Ermanno Scervino, Francois Henri Pinault (proprietario del colosso del lusso francese Kering), Raffaello Napoleone (ad Pitti Immagine), Gaetano Marzotto (presidente di Pitti Immagine), Claudio Marenzi, (presidente di Sistema Moda Italia) tanto per nominare i più vicini.
    Ma prima di baciare la stilista ed ex cantante Victoria Beckam, Lapo Elkann, la direttrice di Vogue Usa Anna Wintour, le top model Naomi Campbell e Eva Herzigova, in mattinata il Renzi «libero da ogni incarico, libero da ogni responsabilità», come lui stesso si definisce, era andato a Cernusco sul Naviglio, per visitare il cantiere del nuovo polo scolastico insieme al sindaco Eugenio Comincini, al segretario metropolitano del Pd Pietro Bussolati e al segretario del Pd Lombardia Alessandro Alfieri.
    Una full immersion milanese che era iniziata già domenica dal salotto del suo intervistatore personale Fabio Fazio a Che tempo che fa. Dagli studi Rai di corso Sempione ha poi raggiunto i militanti e volontari dei circoli Pd ed è poi andato a cena sul tardi in un luogo segreto con alcuni personaggi della Milano vip, tra i quali probabilmente anche il sindaco Sala, con cui i rapporti si sono leggermente raffreddati. A capodanno consigliò a Renzi di «saltare un giro e non ricandidarsi alle Politiche». A chi gli ha chiesto se ha parlato con l'ex premier del Pd, Sala ha risposto: «Milano non è avulsa da quello che succede nel centrosinistra anzi può essere un esempio visto che è riuscita a tenere insieme tutte le realtà». L'assessore Pd Pierfrancesco Majorino ci ha messo il carico da undici: «Fa bene Renzi a citare il modello Milano, ma qui ha voluto dire rispettarsi, nel centrosinistra e tra posizioni diverse. Alle primarie io sosterrò Andrea Orlando, mi piace l'idea di battere Renzi». Proprio quell'Orlando che ieri ha lanciato la sfida a «Matteino» nella sua Firenze.
    Nei pensierini della sera Renzi scrive con il filino di retorica, di essersi rimesso in viaggio e «continuerò a girare, con l'allegra curiosità di chi è innamorato della vita e del futuro, scrivendo i miei appunti su un taccuino che diventerà libro molto presto. E incontrando storie, persone, volti». Soprattutto nell'amato bunker di Milano dove almeno qualcuno gli ricambia ancora i saluti. -

    Milano riporta alla luce un

    rifugio anti-aereo che salvò

    migliaia di vite.

    Recuperato il tunnel usato durante la guerra. Sala: "Una città che non smette di stupire".

    Pubblicato da www.ilgiornale.it

    Un restauro è una vita che ricomincia, un nuovo inizio, una speranza e, nel nostro caso, anche un segno di una pace tanto agognata.



    Per questo è così importante che siano stati realizzati e ora terminati i lavori di restauro in piazza Grandi. Da una parte con il ripristino della rete idrica della fontana (che ora ha ripreso a zampillare) e la riqualificazione della struttura in bronzo, dall'altro con il recupero del rifugio antiaereo, simbolo della sofferenza ma anche della tenacia dei milanesi perché fu realizzato dal Comune nel 1936 per difendere la gente dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. In questo tunnel di 25 camere, che durante il conflitto arrivarono a ospitare anche 400 persone, grazie ai lavori di restauro sono stati inseriti gli impianti di alimentazione elettrica per l'illuminazione e per i rilevatori di presenza, in modo da garantire l'accesso in sicurezza in tutte le stanze. Quindi sono stati ripuliti da fanghi e acqua, disinfestate e pulite tutte le superfici, per installare una pavimentazione galleggiante.
    Beppe Sala non poteva che esprimere orgoglio e ammirazione per quanto è tornato finalmente a nuova vita. «Milano in ogni suo angolo sa sorprendere cittadini e turisti - ha dichiarato il sindaco in una nota - perché è una città che non si smette mai di scoprire. Trovo straordinario il risultato di questo restauro che ha riportato alla luce una meraviglia storica fino a oggi nascosta e che ci aiuterà a mantenere viva la memoria della nostra città anche con i più giovani».
    L'assessore all'Urbanistica Pierfrancesco Maran si è spinto oltre, con una promessa che dovrà mantenere a ogni costo: «Stiamo verificando la disponibilità di qualche associazione per rendere questo luogo periodicamente visitabile dai cittadini e dagli studenti, come accade per i Bagni Diurni di piazza Oberdan, vogliamo che resti viva la memoria storica di un periodo estremamente doloroso e significativo per il nostro paese e la nostra città».
    Perché la storia - ci permettiamo di aggiungere - ci ha permesso di essere quelli che siamo. Soprattutto attraverso il dolore e la forza di chi ci ha preceduto. -

    La strage di Berlino? Un

    "incidente stradale". E per

    Fabrizia niente risarcimento


    La denuncia dei genitori della ragazza uccisa da Amri: "Per i tedeschi è stato un incidente stradale e non ci risarciscono".


    La strage di Berlino in cui Anis Amri ha ucciso 12 persone lanciandosi con un camion contro chi passeggiava ai mercatini natalizi, fu solo un "incidente stradale".



    Lo raccontano al Corriere i genitori di Fabrizia Di Lorenzo, la 31enne di Sulmona (Pescara) tra le vittime dell'attentato. "Sono insensibili, assenti, disorganizzati, incapaci", si sfogano, dopo aver saputo che una legge del 1985 esclude risarcimenti per i danni causati alle vittime di crimini violenti commessi "con un veicolo a motore o un rimorchio". Proprio come è accaduto lo scorso 19 dicembre.

    "Era solare, brillante, amante della vita, impegnata. Voleva un mondo migliore", raccontano ora i familiari di Fabrizia, "Era per l’integrazione, è stata ammazzata da chi non si è integrato". Che ringraziano l'Italia e l'ambasciata italiana: "Disponibili per qualunque cosa, con gli amici di Fabrizia ci hanno assistito continuamente, anche perché non parliamo il tedesco. Abbiamo sentito lo Stato con noi". Al contrario del governo tedesco: "Assente, se si esclude la poliziotta che mi ha prelevato il dna senza dire un parola. Non ci hanno mai contattati, non ci hanno dato un interprete, ci hanno lasciati soli. Abbiamo dovuto chiedere sempre, insistere. Hanno fatto lo stesso con le altre famiglie, anche tedesche", racconta la mamma di Fabrizia, ricordando che il primo contatto dopo la strage da parte delle autorità tedesche è stato il 17 febbraio, quando Joachim Gauck li ha ricevuti a Berlino. E il presidente della Repubblica tedesca è stato costretto a scusarsi con i familiari delle vittime che denunciavano una Germania "inefficiente e incapace, a dispetto della sua immagine internazionale".

    Fino allo smacco di oggi: Fabrizia e le altre dieci persone investite da Amri non avranno risarcimento. Per loro ci sarà il fondo tedesco (che conta un totale di 7,5 milioni da dividere con le altre vittime della strada), mentre saranno risarciti i parenti dell'autista polacco ucciso da Amri con una pistola. "Come si può equiparare quello che è accaduto a un normale incidente stradale?", si sfoga la mamma di Fabrizia, "Ci sentiamo presi in giro da chi non vuole riconoscere di aver sbagliato e non vuole evitare che quello che è accaduto si ripeta in futuro". -


    Finanziamento ai partiti,

    la beffa dei decreti attuativi: decade il tetto di 100mila euro per i privati, niente controlli

    di | 28 febbraio 2017
    Finanziamento ai partiti, la beffa dei decreti attuativi: decade il tetto di 100mila euro per i privati, niente controlli

    Palazzi & Potere

    Esattamente tre anni fa il governo approvava la legge che manda in soffitta il finanziamento pubblico ai partiti. Dopo 1157 giorni si scopre che tre decreti attuativi non hanno mai visto la luce e sono scaduti. Così i partiti potranno farsi foraggiare da quelli privati senza limiti e senza controlli. Sono scaduti anche metà dei provvedimenti firmati da Monti e Letta. La spending review in alto mare, Destinazione Italia mai arrivato in porto dopo mille giorni. Ecco i dati, sorprendenti, del dossier Openpolis.
    E’ uno dei dati sorprendenti del nuovo dossier di Openpolis (scarica) sulla legislazione di secondo livello dal 2011 in poi, quando la palla passa dai governi e dai parlamenti agli uffici ministeriali competenti che devono normare gli aspetti pratici, burocratici e tecnici necessari ad applicare le disposizioni di legge. Un’attività che procede con grandissimo ritardo da sempre, non sempre imputabile al ceto politico se non nel disinteresse che manifesta sull’effettiva attuazione dei provvedimenti e sul rischio che decadano per inerzia. E sono tanti: dei 154 provvedimenti ancora in sospeso dei governi Monti e Letta, il 48,05% ha termini scaduti. Spesso si tratta di provvedimenti essenziali per la vita del Paese, per i conti dello Stato, per le tasse dei cittadini. Non di rado sono tra i più strombazzati. Come il Destinazione Italia, approvato a febbraio del 2014, che dopo 1099 giorni non è arrivato a destinazione perché mancano 7 decreti attuativi dei 28 previsti (il 25%).
    E la mitica spending review di Monti? Mentre ci si arrovella su dove andare a pescare le risorse per la manovra correttiva chiesta dalla Ue si scopre che è ancora in alto mare: ad oggi è stata attuata solo per il 42%, e dei sette decreti attuativi che mancano all’appello uno solo è ancora nei termini, tre sono scaduti e tre restano senza termine e quindi potranno trovare attuazione in un domani imprecisato. Tutti fardelli che passano di governo in governo e spesso si perdono andando a scadere e lasciando incomplete le leggi.
    Un po’ di numeri: dei 227 provvedimenti che hanno richiesto decreti attuativi dei governi Monti, Letta e Renzi, 149 sono ancora da completare (il 65,64%). Essendo il più recente, il governo Renzi ha la percentuale più alta di leggi ancora incomplete: l’80%. Il governo Monti è invece quello con la percentuale più alta di leggi implementate, il 58,46%, un risultato raggiunto anche grazie al lavoro di attuazione realizzato dai governi Letta e Renzi. Solo nella corrente legislatura sono 282 le leggi approvate, tra ordinarie e conversioni di decreti legge, e 74 hanno richiesto ulteriore lavoro, per un totale di 1.051 provvedimenti attuativi necessari. A questi numeri bisogna aggiungere i 105 decreti legislativi, che hanno generato 377 decreti attuativi. In totale le leggi prodotte dai governi Letta e Renzi hanno rinviato a 1.428 provvedimenti attuativi. Una mole di atti che una volta fuori dal parlamento è ricaduta sui diversi ministeri competenti.
    Renzi aveva promesso di mettere fine al cronico ritardo con due novità che promettevano davvero una svolta. La prima agiva sulla stessa scrittura delle leggi, puntando maggiormente su quelle autopplicative che non richiedevano ulteriori provvedimenti. E a onor del vero lo sforzo si ritrova nei numeri: se il 34,17% delle leggi firmate da Monti richiedeva ulteriori decreti per essere applicate e con Letta addirittura il 63%, con l’ex premier si è arrivati a un più fisiologico 20,73%. L’altra leva era in sede di Consiglio dei Ministri, con la Boschi che pungolava i colleghi su quanti decreti attuativi erano stati emanati per smaltire una gigantesca montagna di arretrati e scongiurare la decadenza per sopraggiunti termini. Va però detto che se con Monti e Letta circa il 70% dei provvedimenti attuativi nasceva da conversioni di decreti legge e questa percentuale crolla con Renzi (26,52%), è altrettanto vero che Renzi si è rifatto con i decreti legislativi, che dal 14% di Monti e il 6 di Letta schizzano al 33,1% con il governo dell’ex segretario Pd. Insomma, molti numeri. Ma nulla è cambiato.-
    Pubblicato da www.ilfattoquotidiano.it

    L'Etna torna a eruttare.

    Allarme arancione per

    gli aerei in volo.

    Il vulcano torna a lanciare lava e lapilli dopo otto mesi di calma. Le ceneri rischiano di compromettere la visibilità dei piloti. Ma per il momento l'aeroporto di Catania resta aperto.




    Pubblicato da www.repubblica.it
    Fontane di lapilli, esplosioni e una piccola colata. L’Etna torna a eruttare, con i suoi bagliori visibili da Catania e Taormina. Dopo otto mesi di silenzio del vulcano più grande d’Europa (e di uno dei più attivi), l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) ha fatto scattare stasera l’allarme arancione per quanto riguarda la visibilità degli aerei. Si tratta del grado di allerta più alto a eccezione del rosso e nasce dal pericolo di emissioni di ceneri in cielo. L’aeroporto di Catania, comunque, resta per il momento aperto.
     
    L'Etna torna a eruttare. Allarme arancione per gli aerei in volo
    In rosso, la bocca dell'attuale eruzione




    L’Ingv ha attorno all’Etna alcune decine di stazioni video, sismiche, geochimiche e gps. Da alcune settimane l’Istituto aveva notato un aumento del tremore interno ai condotti magmatici. Le prime emissioni di ceneri risalgono allo scorso 15 dicembre. Poi il vulcano era tornato in silenzio, per riprendere a sbuffare il 20 gennaio. Tre giorni più tardi sono iniziati i primi boati e le esplosioni di lava, che hanno raggiunto alcune decine di metri di altezza. La bocca che sta eruttando è relativamente nuova: si trova fra due coni del cratere di sud-est e si è aperta all’inizio del 2015. Attorno a questo cratere sono state osservate anche delle fumarole che raggiungono i 600 gradi di temperatura.
     
    L'Etna torna a eruttare. Allarme arancione per gli aerei in volo
    Un'immagine termica ripresa dall'Ingv
    All’osservazione delle ceneri nel cielo viene dedicata molta attenzione, soprattutto dopo l’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull, che nel 2010 paralizzò il traffico aereo di mezza Europa per una settimana, causando la cancellazione di 5mila voli. Non ci sono invece legami evidenti fra l'attività dell'Etna e la scossa di terremoto di magnitudo 4 che ha colpito sempre oggi le isole Eolie.
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    Non è mai troppo tardi

    Forza Italia,

    ritorno da Silvio Berlusconi:

    chi sono i transfughi pentiti

    pronti a bussare ad Arcore.


    27 Febbraio 2017
    Pubblicato da www,liberoquotidiano.it


    Silvio Berlusconi
                                              
    Tutti pronti a tornare in Forza Italia? Forse tutti no, ma sono parecchi i parlamentari che, considerando gli scenari politici e l'imminenza delle elezioni (dopo l'estate?), prendono in considerazione un ritorno al cospetto di Silvio Berlusconi.
    Proprio come ha fatto Nunzia De Girolamo, anticipando i tempi. Eletti nel 2013 nelle liste del Pdl che poi hanno tentato un'altra avventura e che, ora, tornano a "respirare" azzurro (o a sperare di farlo).
    Il punto è che, oggi come oggi, il progetto del Partito della Nazione è definitivamente naufragato, colato a picco dopo la vittoria del "No" al referendum.
    E così, in Ncd di Angelino Alfano e in Ala di Denis Verdini, c'è chi pensa al futuro. Un futuro in parlamento che, ad oggi, potrebbe essergli garantito soltanto da Forza Italia, oggi quotata nei sondaggi tra l'11 e il 14% e che, soprattutto, potrebbe godere dell'effetto-Cavaliere in campagna elettorale. È cosa nota, il "maestro" nel recuperare consensi nel momento decisivo è sempre lui, Berlusconi.

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    Come sottolinea Il Giornale, con le attuali leggi elettorali e con i numeri di cui è accreditata oggi, Forza Italia potrebbe eleggere 85-90 deputati a fronte dei 40 attuali, cifra esigua frutto di addii, strappi e scissioni. Resterebbero dunque una quarantina di seggi da assegnare. Non tutti per i transfughi pentiti, va da sé, poiché Berlusconi vorrebbe candidare parecchi volti nuovi, freschi, ed esponenti della società civile. Ma per certo degli spazi ci sarebbero.
    E ad ammettere che qualcosa si muove è Paolo Romani, capogruppo azzurro in Senato: "È in corso un rimescolamento delle carte politiche e un riavvicinamento tra tante componenti e questo a fronte della frammentazione del Pd e del centrosinistra. Naturalmente vanno definite le regole, ma non va persa l'occasione per il dialogo", sottolinea Romani. E il Cavaliere, si sussurra, avrebbe già stabilito un criterio in base al quale accettare, o meno, il ritorno degli ex transfughi: chi si è schierato per il "No" al referendum del 4 dicembre e si è preso dei rischi potrebbe ottenere l'ok. Chi invece è rimasto sul carro renziano sarebbe al contrario tagliato fuori. -