martedì 31 gennaio 2017

Il governo stanga i consumi

Iva anticipata ai supermarket

L'idea è un ritorno alla "reverse charge" che uccide i grandi centri commerciali senza colpire l'evasione.


Dalle parti del governo il problema si pone in questi termini: come spremere l'Iva senza che nessuno se ne accorga e trovare una parte dei soldi necessari per la manovra da 3,4 miliardi che ci chiede l'Europa? Anche ieri l'aumento dell'imposta indiretta che si paga su beni e servizi ha tenuto banco, con l'ex premier Matteo Renzi impegnato ad assicurare che non ci sarà aumento.



Ma nelle stanze dei tecnici dell'esecutivo continuano le simulazioni della manovra che, come tradizione dei governi di transizione, si concentra sulle tasse. L'idea forte emersa è un ritorno allargato della reverse charge. Cioè il pagamento anticipato dell'imposta quando la transazione è tra due partite Iva (non vale per il consumatore).
Meccanismo già adottato a settori ad alto sospetto di evasione Iva: compravendita auto, elettronica, oro e persino ai videogiochi. Il governo nel 2015 provò ad allargare alla Grande distribuzione organizzata. Un piatto ricchissimo che vale 728 milioni di euro.
Peccato che adottare il pagamento anticipato dell'Iva a carico del compratore significa sottrarre la stessa cifra alla liquidità dei supermercati e altri grandi esercizi commerciali. Peccato anche che il reverse charge sia una misura tesa al recupero dell'evasione in un settore, dove è praticamente assente. Per questo motivo la Commissione bocciò la sua applicazione alla Gdo. Ma ora la ricetta torna di attualità, nella speranza che l'Ue la faccia passare.
Dalle parti del ministero dell'Economia si prendono in considerazioni misure che non facciano rumore. Ieri Pier Carlo Padoan ha incontrato il premier Gentiloni e hanno deciso di non fare nessuna «manovra estemporanea», ma scelte coerenti con la politica economica di Renzi e «strategie di lungo periodo».
La lotta all'evasione resta la risposta giusta. Peccato, spiega il responsabile politiche fiscali di Confcommercio Vincenzo De Luca, che l'allargamento della reverse charge rientri in questa categoria e «significhi aumentare ancora una volta gli adempimenti fiscali a carico dei contribuenti». Un po' come è già successo con la comunicazione trimestrale delle fatture che ha fatto infuriare i commercialisti e i contribuenti. «Altri otto adempimenti non servono per rilanciare l'economia. Bisogna semmai pensare a sterilizzare definitivamente le clausole di salvaguardi», aggiunge De Luca.
Perché l'idea di un aumento fino a ieri non aveva ancora abbandonato il governo, perlomeno nella componente tecnica. A regime, è previsto un aumento dal 22 al 25% dell'aliquota ordinaria nel 2018 e un ulteriore 0,9 nel 2019. Ma basterebbe un punto di Iva ordinaria da subito per correggere il deficit dello 0,2%. Si sta affacciando anche un'altra ipotesi, quello di aumentare solo le aliquote agevolate, quella al 4% e quella intermedia del 10%. Per fare la manovra basterebbe aumentare quest'ultima di due punti.
Materia delicatissima. L'incontro di ieri sembra escludere scelte di questo tenore.
La scadenza per la risposta italiana è domani, ma non è detto che l'esecutivo ce la faccia. Ieri alla Commissione non era arrivata nessuna richiesta di rinvio, ma il governo vorrebbe continuare a oltranza la trattativa anche oggi. Sul lato politico, ieri c'è stata anche la replica di Pierre Moscovici a Renzi, che aveva parlato di «letterine ridicole» dall'Ue. Sono lettere previste dalle «regole comuni». E poi: «Abbiamo con l'Italia un dialogo estremamente positivo». Come dire, meglio questo governo del precedente. -

Pd, dopo D’Alema anche

Bersani evoca la scissione:

“Parlerò con Renzi ma

non minaccio e non

garantisco nulla”.


di | 31 gennaio 2017
Pubblicato da www.ilfattoquotidiano.it

          
Pd, dopo D’Alema anche Bersani evoca la scissione: “Parlerò con Renzi ma non minaccio e non garantisco nulla”

Politica

"A Matteo Renzi, porrò delle questioni politiche e sentirò la risposta perché a questo punto, nulla è più scontato", dice l'ex segretario che per la prima volta vuole mantenersi aperte tutte le strade. Ieri era stato D'Alema a minacciare la creazione di una sua lista alle prossime politiche, che secondo i sondaggi sfonderebbe il muro del 10%. I leader della sinistra Pd però non vogliono la frattura. Cuperlo: "Sarebbe un iflesso fuori tempo di un errore antico" ma il partito "per molti versi è già esploso". Fassino: "Farebbe vincere i 5 Stelle". Emiliano e Rossi chiedono congresso.

Bersani evoca scissione: “Nulla è scontato” –

Le acque insomma non accennano a calmarsi dalle parti del Nazareno, dove la novità sostanziale è appunto rappresentata dall’enigmatica risposta con tanto di doppia negazione dell’ex segretario sull’ipotesi scissione.  “A Matteo Renzi, – spiega Bersani  – porrò delle questioni politiche e sentirò la risposta”. Che tipo di questioni? “Sul nodo della legge elettorale e sul futuro del Pd, perché, a questo punto, nulla è più scontato. Scissione o battaglia all’interno del partito? Non prometto e non garantisco nulla”, dice l’ex segretario, che poi puntualizza: “C’è un piccolo oggetto che si chiama Italia e io solleverò delle questioni su questo oggetto qui. Poi ascolterò la risposta e mi regolerò”. Insomma il leader della minoranza interna conferma tutte le sue perplessità verso la linea renziana improntata chiaramente sulla corsa al voto, sottolinea l’esigenza di fare prima una buona legge elettorale, ma stavolta non esclude nulla, neanche una possibile rottura. In questo senso continua a insistere sulla necessità di avviare il percorso congressuale. Un passaggio a suo modo storico visto che l’ex segretario sembra per la prima volta volersi tenere aperte tutte le strade. Fino ad ora, invece, i bersaniani avevano sempre garantito di voler fare una battaglia interna al partito, escludendo sempre a priori l’ipotesi di una possibile scissione.

D’Alema: “Scissione? Senza congresso la farebbe Renzi” –

D’altra parte aveva parlato di rottura appena 24 ore fa lo stesso D’Alema, mettendo nel mirino la medesima voglia di urne di Renzi, che non piace neanche a Bersani. “Se si va alle elezioni, si va con la proporzionale semplice. Lo ritengo irresponsabile e ho fatto delle proposte che non sono la scissione. Ho proposto che si discuta seriamente una nuova legge elettorale, che non sia la proporzionale semplice ma aiuti la governabilità. Una legge elettorale che favorisca la governabilità senza gli eccessi dell’Italicum: andrebbe negoziata e questo richiederebbe tempo. A nessuna di queste proposte si è risposto: solo insulti e dichiarazioni demonizzatrici. Che razza di partito è questo?”, si è sfogato l’ex premier a Carta Bianca su Rai3, citando poi gli altri due leader che si sembrano condividere le sue stesse posizioni: “Ha detto bene Emiliano sul congresso. Quando segretario era Bersani, Renzi volle le primarie che non erano neanche previste dallo statuto e si fecero. Ora chiediamo un congresso: è normale”. E proprio replicando al governatore pugliese i leader della maggioranza renziana –  il vicesegretario Lorenzo Guerini su tutti – avevano ricordato che “il congresso viene convocato dall’assemblea nazionale, non dal segretario, e va fatto, secondo l’art. 5 dello statuto del nostro partito, nel dicembre 2017″.
Ipotesi che per D’Alema è impraticabile e porterebbe alla rottura. “Senza un congresso sarà Renzi che farà la scissione, che imporrà una frattura: è normale. Penso che una parte uscirebbe, forse non una maggioranza”, ha spiegato l’ex presidente del Consiglio sottolineando che “ci sono per esempio tra i tre e i cinque milioni di elettori della sinistra che non votano più per il Pd, quelli si sono già scissi. Già l’obiettivo di recuperarli avrebbe un non irrilevante valore”.  Per D’Alema, tra l’altro,  “se nella sinistra si formerà un nuovo partito sicuramente supererà il 10 % dei voti. Lo dico perché ho fatto fare delle ricerche“. E infatti poche ore dopo ecco che i sondaggi confermano la previsione dell’ex leader dei Ds: per Ipr un partito nato dalla scissione di D’Alema prenderebbe l’11%,  per Tecné. arriverebbe addirittura al 14%.

Sinistra dem: “Scissione? Porterebbe a successo M5s” –

L’ipotesi scissione, però, viene bocciata dagli esponenti della sinistra Pd: non solo dagli alleati della corrente renziana, ma anche da quelli più laici. “Chi conosce minimamente la storia della sinistra sa che le scissioni non hanno mai portato lontano. Ce n’è stata solo una che ha funzionato ma che portava a una grande Rivoluzione internazionale. Ma non mi pare che in questo momento ci siano prese del palazzo d’Inverno”, ha detto il guardasigilli Andrea Orlando. Simile il commento di Orfini, secondo il quale “la storia della sinistra è piena di scissioni che non hanno portato quasi mai bene agli scissionisti”. Contro una divisione anche Piero Fassino, che sottolinea come “qualsiasi scissione del Pd” voglia dire “consegnare il Paese ad altri ed aprire un’autostrada ad un eventuale successo del M5S“. Più neutro il commento di Gianni Cuperlo che bolla come “riflesso fuori tempo di un errore antico” la proposta di spaccatura, ma sottolinea che il Pd “per molti versi è già esploso” perché “è pazzesca la scelta di chi avendo tutto il potere nelle mani non ha fatto quasi nulla per provare a unire il suo campo e il suo partito”.
Intanto al Nazareno cominciano ad arrivare istanze da parte del territori per varare un percorso congressuale prima della naturale scadenza del mandato del segretario, come chiesto da D’Alema e Bersani.  “Una petizione per chiedere il Congresso straordinario. Non si può andare alle elezioni senza averlo fatto”, ha scritto ieri su facebook Enrico Rossi, presidente della regione Toscana. Ventiquattro ore dopo è stato il turno di Emiliano, che sempre dai social network ha lanciato il suo portale per raccogliere le firme e chiedere a Renzi di varare il congresso. In attesa di capire quando e con che legge il Paese sarà nuovamente chiamato alle urne, la campagna interna ai dem è già cominciata. -

PALERMO


"Picciotti drogati

e inaffidabili". E il capo

mafia li mise alla porta.


di Riccardo Lo Verso
31 gennaio 2017
pubblicato da www.livesicilia.it                                                                



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Il collaboratore di giustizia Giuseppe Tantillo

Il pentito Tantillo racconta di un summit fra i boss palermitani di Resuttana e Porta Nuova. Ecco chi fu allontanato.

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PALERMO - Bisognava correre ai ripari. Richiamare all'ordine il reggente del mandamento di Resuttana e allontanare i picciotti della squadra del racket. Erano “drogati” e “facevano troppo rumore”.

Il pentito del Borgo Vecchio, Giuseppe Tantillo, racconta che toccò ad Alessandro D'Ambrogio, uomo forte della Cosa nostra palermitana tra il 2012 e il 2013, richiamare tutti all'ordine. Lo fece convocando il boss Giuseppe Fricano in un autolavaggio di via Gaetano Daita, nel centro di Palermo.

A sollevare la questione fu Gioacchino Intravaia, che a Fricano aveva conteso invano il potere: “Gioacchino Intravaia gli contestava il discorso che questo Fricano si teneva tutte queste persone che erano dei drogati, che andavano a chiedere il pizzo a chiunque e facevano troppo rumore. Tante persone si erano rivolte a Intravaia nel mandamento che faceva competenza Resuttana”.

Tantillo aggiunge i nomi di chi non era gradito: “Tonino Siragusa, Luigi Siragusa, Antonio Tarallo erano sotto le direttive di Giuseppe Fricano, insieme a Vincenzo Lucà”. I Siragusa e Lucà, lo scorso aprile, sono stati condannati nel blitz nato dall'operazione Apocalisse del giugno 2014. Tarallo, invece, è stato assolto e ora le dichiarazioni di Tantillo potrebbero complicare la sua posizione nel processo d'appello.

Fricano fu richiamato e l'incarico del pizzo momentaneamente affidato a Gregorio Palazzotto, anche lui finito in cella con l'accusa di avere retto le sorti del clan dell'Arenella assieme al cugino Domenico. Potevano contare su una parentela eccellente: “Gregorio Palazzotto si vantava, quando lui fu messo all'Arenella come responsabile, fu messo per conto del suocero, l'ex suocero Gaetano Fidanzati, in quanto lui non lo poteva toccare nessuno e che lui avrebbe gestito sempre la famiglia dell'Arenella”.

Gregorio Palazzotto avrebbe deciso di puntare su altri uomini del racket: “Per un periodo si è interessato Gregorio Palazzotto insieme Nicolò Di Maio, Giovanni il panda, Calogero Ventimiglia e Domenico”. Tantillo li definisce “elementi più idonei” a fare il lavoro sporco. Giovanni Vitale, soprannominato il panda, è stato arrestato la settimana scorsa dopo un breve periodo di latitanza.

Dopo l'incontro nell'autolavaggio “D'Ambrogio ha chiarito la posizione di Fricano - racconta Tantillo - confermando che tutti dovevano portargli rispetto quale reggente del mandamento di Resuttana. In seguito Fricano cambiò squadra con ragazzi ritenuti migliori”. Quella di Fricano sarebbe stata, però, una fiducia a termine. D'altra parte in tanti avevano storto il naso che per comandare a Resuttana fosse stato scelto uno come lui senza radici nel quartiere. Non erano stati i Madonia a sceglierlo come da tradizione. Fricano era stato voluto da D'Ambrogio anche per via della sua parentela con il capomafia di Porta Nuova, Pippo Calò, a cui aveva il compito di fare mancare il denaro che serviva per i familiari del boss ergastolano. Alla fine Fricano, insospettabile meccanico di via Libertà, dovette farsi da parte. Troppe lamentele sul suo conto e una macchia: nella sua autofficina transitavano per le riparazioni anche le macchine degli “sbirri”.-

Pascoli abusivi, tre

denunciati (tra cui un

pregiudicato) a Torrenova.

Pubblicato da www.amnotizie.it


E’ di tre denunciati ed una trentina di capi di bestiame sequestrati, il bilancio di un’attività di controllo del territorio condotta dai Carabinieri della compagnia di Sant’Agata Militello. Nel primo intervento, a seguito di numerose segnalazioni di avvistamenti di animali incustoditi, i militari dell’Arma hanno sequestrato 14 bovini nei pressi del lago Zito, denunciando un 45enne allevatore di Tortorici, già noto alle forze dell’ordine. Il secondo intervento, in località Rosmarino, ha invece permesso di recuperare 15 capi di bestiame, di cui 5 sono risultati senza i prescritti marchi auricolari. In questo caso la denuncia per invasione di terreno demaniale, pascolo abusivo e transumanza non autorizzata da Militello Rosmarino a Torrenova, ha riguardato una coppia di coniugi. -

Immigrazione – Scilipoti:

«Decisione di Trump

estrema ma necessaria».


da www.canalesicilia.it
  

Scilipoti Trump

Immigrazione «Anche in Sicilia si sta subordinando la sicurezza all’accoglienza senza criterio».

“A fronte dei numerosi arrivi del 2016 e in previsione di quelli in aumento sulle nostre coste, dobbiamo ammettere il fallimento delle politiche del governo sul tema migranti. Trump fa bene a chiudere le frontiere ai cosiddetti ‘paesi caldi’. La sicurezza nazionale non può passare in secondo piano: anche per l’accoglienza servono criteri a priori e certi.”

Questo il commento del Senatore Domenico Scilipoti Isgrò (FI) alla decisione del Presidente Donald Trump di bloccare gli arrivi negli Stati Uniti da 7 Paesi musulmani. Nel frattempo altri 700 migranti sono sbarcati in questi giorni a Catania.

“Il 3 febbraio verrà presentato un nuovo piano di intervento a Malta promosso dalla Commissione Europea, tuttavia il blocco navale deciso tra governo italiano e libico è un cerotto sulla ferita. Il governo libico di Serraj è troppo debole e non rappresenta l’intero Paese. Continueranno ad arrivare altri sbarchi che alimenteranno, come è già accaduto, la tratta del terrorismo fino al cuore dell’Europa.”

“La proposta di Trump può sembrare estrema ma non è poi così diversa dal progetto europeo di voler attuare il blocco navale con la Libia. Il mio dubbio è che né l’una né l’altra soluzione saranno sufficienti a contrastare il terrorismo. Il dialogo interreligioso, l’unione dei popoli e la centralità degli organismi sovranazionali come la Nato, sono gli unici antidoti a questa piaga”-

Lavori di manutenzione sulla

Messina-Palermo.

                 

Sono in corso di esecuzione i lavori per la eliminazione dei punti ammalorati della pavimentazione autostradale,  in entrambe le direzioni di marcia, della Messina-Catania e quelli da Messina (Tremestiri) a Barcellona (A20).
Si tratta di interventi finalizzati ad un primo ripristino delle condizioni di viabilità cui ne seguiranno altri, anche di maggiore rilevanza, volti a rimettere in sesto la pavimentazione. La conclusione è programmata entro il prossimo 25 febbraio 2017.
La manutenzione sarà eseguita in presenza di traffico chiudendo alternativamente le corsie di emergenza, marcia o sorpasso.
In prossimità dei cantieri, che opereranno in contemporanea sulle due autostrade per accelerare gli interventi, il limite di velocità non potrà superare i 60 km/h. Posto pure il divieto di sorpasso.
Lavori e deviazioni saranno segnalati da apposita cartellonistica.
Costi a carico del bilancio CAS.
Ditte incaricate a seguito selezione S.I.CO.BIT srl di Savoca; Costruzioni Generali Infrastrutture srl di Catania; Costruzioni Bruno Teodoro spa di S.Agata Militello. -

OLIVERI: SE UN SOLO CONSIGLIERE AVESSE SEGNALATO ALLA CORTE DEI CONTI LE PRESUNTE IRREGOLARITA' DEGLI ATTUALI AMMINISTRATORI AVREBBE RIDOTTO IL DISASTRO ECONOMICO DEL NOSTRO COMUNE.


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Danno erariale a Pace del

Mela, due condanne

disposte dalla corte dei conti.


Pubblicato da www.amnotizie.it
                 

La sezione giurisdizionale della Sicilia della corte dei conti ha condannato, per danno erariale, il sindaco di Pace del Mela, Giuseppe Sciotto e Carlo Lamberti, già presidente dell’unione dei comuni “Trinacria del Tirreno”.

L’azione della procura contabile si avviò nel 2011, quando un consigliere comunale di Pace del Mela segnalò l’ipotesi di danno erariale per Sciotto, perché, nella sua qualità di sindaco e presidente dell’Unione, avrebbe illegittimamente conferito e prorogato l’incarico di esperto in materia giuridico-amministrativa.

Lo stesso fece Lamberti, nel ruolo di presidente dell’Unione. Sciotto dovrà pagare 33.263,00 euro a favore del comune di Pace del Mela e 16.615,00 euro a favore dell’unione dei comuni “Trinacria del Tirreno” e Lamberti, già presidente dell’unione dei comuni “Trinacria del Tirreno”, 3.323,00 euro a favore dello stesso ente. -

Il paradosso americano:

solo i miliardari

vogliono i rifugiati.

Il pugno duro di Trump e il paradosso degli Stati Uniti: solo i colossi come Google, Starbucks e Facebook vogliono apre le porte agli immigrati.


New York - La Silicon Valley e la Corporate America lanciano una controffensiva assicurando fondi, case e lavoro ai rifugiati e ai cittadini provenienti dai sette Paesi a maggioranza islamica colpiti dall'ordine esecutivo del presidente Usa Donald Trump.



A guidare la cordata è Starbucks, la catena del caffè di Seattle, che nei prossimi cinque anni ha promesso di assumere 10mila rifugiati. In una lettera ai dipendenti l'amministratore delegato Howard Schultz ha affermato che le assunzioni riguarderanno i punti vendita in tutto il mondo, ma inizieranno proprio dagli Stati Uniti, dove verrà data priorità agli immigrati che hanno prestato servizio con le forze armate statunitensi all'estero come interpreti o personale di supporto. Un contributo che è stato utilizzato in maniera massiccia dalle truppe a stelle e strisce durante le guerre in Irak e Afghanistan.

«Viviamo in un momento senza precedenti, dove la coscienza del nostro Paese e la promessa del sogno americano sono chiamati in causa», ha scritto Schultz riferendosi al decreto siglato venerdì dal Commander in Chief che congela l'ammissione dei rifugiati e dei cittadini provenienti da Irak, Siria, Iran, Sudan, Libia, Somalia e Yemen. «Questi tempi incerti richiedono misure e strumenti di comunicazione diversi da quelli usati in passato», ha aggiunto il ceo di Starbucks. «Non rimarremo in silenzio mentre cresce ogni giorno l'incertezza per le azioni della nuova amministrazione», ha scritto ancora Schultz, precisando che la mossa di Trump sta creando «profonda preoccupazione». Anche Google è scesa in campo contro il giro di vite di The Donald, creando un fondo da 4 milioni di dollari da destinare a quattro organizzazioni che si occupano di migranti e rifugiati, l'American Civil Liberties Union (Aclu), l'Immigrant Legal Resource Center, l'International Rescue Committee e l'Unhcr (l'agenzia Onu per i profughi). Due milioni verranno stanziati dalla società e altrettanti saranno donati dai dipendenti, inoltre i top manager di Big G stanno effettuando separatamente donazioni individuali per la causa. La campagna, contenuta in una nota dell'ad Sundar Pichai e confermata da un portavoce, è la più grande di sempre dell'azienda legata a una crisi.

Anche altre società della Silicon Valley hanno adottato iniziative a favore dei profughi: Uber, per esempio, sta creando un fondo di difesa legale da 3 milioni di dollari per aiutare i suoi autisti con le questioni legate all'immigrazione. E il Ceo dell'app di car sharing, Travis Kalanick, ha definito «sbagliato e ingiusto» il decreto del tycoon. La critica di Kalanick è però arrivata dopo che una valanga di clienti inferociti hanno cancellato l'app dai loro smartphone perché Uber ha continuato a trasportare i passeggeri dall'aeroporto Jfk mentre i tassisti avevano indetto uno sciopero contro il re del mattone. Il sito di condivisione di case Airbnb, poi, ha detto che darà alloggio gratuito ai rifugiati e alle altre persone non ammesse negli Usa.

Il primo ad attaccare Trump per il giro di vita sull'immigrazione, pero', e' stato il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg, che ha esortato il Commander in Chief a «tenere aperti i confini ai profughi. Dobbiamo mantenere questo paese sicuro - ha scritto in un lungo post su Facebook - ma dovremmo farlo concentrandoci sulle persone che effettivamente rappresentano una minaccia». Quindi, ha ricordato che «siamo una nazione di immigrati, e noi tutti abbiamo benefici se i soggetti più brillanti di tutto il mondo possono vivere e lavorare in America». E il Ceo di Apple, Tim Cook, ha avvertito che Cupertino «non esisterebbe senza immigrazione»', ricordando che il genio della Mela Steve Jobs, era figlio di un immigrato siriano. -


Ma i veri dittatori sono

gli Zuckerberg.


La verità è che più il mondo reale è debole, più quello virtuale si rafforza e scorrazza senza regole per rastrellare profitti.



In prima fila a guidare, e finanziare, la protesta contro «Trump dittatore» ci sono alcuni dei miliardari padroni del nuovo mondo, che non è più l'America ma è quello virtuale di Facebook, Twitter, Google e compagnia.



Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, non è soltanto uno dei primi uomini più ricchi al mondo, è anche il presidente del più grande Stato del mondo, se per Stato intendiamo una comunità che condivide le stesse regole. Facebook infatti ha un miliardo e seicento milioni di iscritti, più degli abitanti della Cina. Bene, lo Stato Facebook - come quelli di Google, Twitter e cose simili - non è una democrazia ma una dittatura. Tutto il potere è in mano al padrone che detta a suo piacimento regole e condizioni, decide senza possibilità di appello che cosa i suoi «cittadini» possono dire (postare) e cosa invece provoca la loro immediata sospensione o espulsione, entra nelle loro vite con metodi subdoli senza alcuna garanzia di riservatezza come fanno gli spioni. La Costituzione di questi Stati è composta di soli due articoli: il primo è fare più soldi possibile per il capo, il secondo è pagare meno tasse possibile usando tutti i trucchi già noti ai furbetti e al malaffare, tipo le sedi legali in paradisi fiscali.

Di fatto, questi capi di Stato controllano anche l'informazione primaria generata in tutto il mondo dai loro social senza peraltro prendersi alcuna responsabilità morale e giuridica rispetto alle conseguenze. Per intenderci: se oggi qualcuno in malafede accuserà Trump di aver indirettamente armato la mano del pazzo criminale che ha fatto strage in una moschea canadese, nessuno ha mai messo sul conto di Zuckerberg i danni e le tragedie che ogni giorno provoca nel mondo l'uso distorto di Facebook.

La verità è che più il mondo reale è debole, più quello virtuale si rafforza e scorrazza senza regole per rastrellare profitti. Una politica più protezionista, e quindi più rigorosa in tutti i campi, non va a discapito dei cittadini ma dei miliardari. Soprattutto di quelli senza fabbrica, capi di Stato che a differenza di Trump nessuno ha eletto e nessuno può sfiduciare, proprio come i dittatori. -



Strage Viareggio:

Elia e Moretti condannati a

7 anni - LE FOTO

In aula i familiari delle vittime,

momenti pesanti dopo tanto tempo.




Redazione ANSA VIAREGGIO (LUCCA)
News


Nella strage ferroviaria di Viareggio del 29 giugno 2009, sette anni fa, morirono 32 persone, tra cui bambini. Sono 33 le persone imputate a vario titolo. I familiari delle vittime sono arrivati in corteo al Polo fieristico, dove si svolge il processo. 'Viareggio 29-6-2009 niente sarà più come prima' è lo striscione con le foto di tutte le vittime che ha aperto il corteo silenzioso. Con loro anche una rappresentanza dei macchinisti delle Ferrovie, una bandiera del gruppo delle 'Tartarughe lente', alcuni rappresentanti dei No Tav. Chiudevano il corteo alcuni gonfaloni tra cui quello della Regione Toscana.
"Non potevamo non essere qui, del resto Regione Toscana e Provincia di Lucca sono gli unici enti che si sono costituiti parte civile, senza accettare i risarcimenti proposti, come fece all'epoca anche il governo nazionale". Lo ha detto il consigliere regionale toscano del Pd Stefano Baccelli che ha accompagnato il Gonfalone della Regione al processo per la strage di Viareggio dove oggi è attesa la sentenza, "e ringrazio" il governatore toscano Enrico Rossi e il presidente del Consiglio regionale Eugenio Giani "che hanno condiviso questa scelta".
Baccelli, che il 29 giugno 2009 era presidente della Provincia di Lucca, ha voluto ricordare un episodio del processo che lo riguarda direttamente: "Quando venni sentito dai giudici, uno degli avvocati di Mauro Moretti, l'ex ad di Ferrovie, mi contestò in malo modo l'utilizzo della parola strage. Mi riprese ma credo non si possa certo parlare di un insieme di morti, anche se è chiaro che non fu un attentato e infatti per gli imputati l'accusa è omicidio colposo". In aula anche il presidente della Provincia di Lucca, Luca Menesini e i sindaci di Lucca e Viareggio, Alessandro Tambellini e Giorgio Del Ghingaro, con i Gonfaloni. (ANSA)

"AMERICA DEMOCRAZIA IMPERFETTA"




obama occhi

“America democrazia imperfetta”


L’Economist, testata dell’establishment europeo, ha pubblicato il Democracy Index 2016, il report annuale sullo stato della Democrazia nel mondo elaborato dalla Intelligence Unit del gruppo editoriale.
Lo studio riguarda 165 nazioni che coprono quasi l’intera popolazione mondiale. Il punteggio finale viene ricavato elaborando i valori di cinque criteri base: sistema elettorale e pluralismo, libertà civili, funzionamento del governo, livello di partecipazione politica, diversificazione delle culture politiche.
Ogni nazione viene classificata secondo quattro categorie definite:
A) Democrazia piena
B) Democrazia imperfetta
C) Regime ibrido
D) Regime autoritario
Il report si accompagna ad una analisi dell’evoluzione della Democrazia e delle trasformazioni sociali in atto.
Il titolo scelto dall’Economist quest’anno per il suo Report è: “Revenge of deplorables”, ovvero la Vendetta dei Miserabili, il termine che utilizzò Hillary Clinton per definire gli elettori di Trump in campagna elettorale. Il riferimento è, come spiegano, “alla rivolta popolare” in atto contro le élite percepite come “fuori dal mondo” e incapaci di “rappresentare” gli interessi della gente comune.

Uno sguardo d’insieme

Secondo i risultati della ricerca, solo 19 nazioni sono “Democrazie Piene” e coprono appena il 4% della popolazione mondiale: guidano la classifica Norvegia, Islanda e Svezia; oltre a Nuova Zelanda (quarto posto) e Australia (decimo) gli unici paesi non europei sono le Mauritius (da sempre oasi di libertà in Africa) e l’Uruguay.
Il 45% della popolazione mondiale vive invece in una “Democrazia imperfetta”; 57 nazioni in tutto, tra cui Italia e Francia. Quaranta nazioni sono invece “Regimi ibridi” (18% della popolazione mondiale) e 51 paesi sono considerati “Regimi autoritari” (33% della popolazione mondiale).

Usa: un risultato clamoroso

Nell’analisi globale ci sono sicuramente aspetti, per così dire, inverosimili: per esempio la Russia, che è una Repubblica Presidenziale con un Parlamento funzionante e con partiti di opposizione, viene inserita nella categoria dei Regimi Autoritari; scelta forse motivata dall’ostilità ideologica che da sempre l’Economist nutre per Putin.

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Ma c’è un risultato clamoroso che colpisce gli stessi analisti: per la prima volta l’America non è più una “Democrazia piena” ma viene declassata a “Democrazia imperfetta”; e sopratutto, per semplificare, il declassamento non è colpa di Trump ma di Obama.
Anzi, come ammettono gli analisti dell’Economist, la vittoria di Trump è proprio una difesa dei cittadini alla diminuzione di democrazia avvenuta durante gli anni di governo liberal: la “reazione popolare” espressa dall’elezione di Trump – scrivono – “può essere vista come una risposta, non una causa, alla carenza di democrazia contemporanea”.
Tra il 2006 e il 2016 il livello di democrazia è regredito globalmente con cali particolarmente accentuati in Europa e appunto negli Stati Uniti.
Diversi fattori spiegano la diminuzione di status democratico in Occidente: sfiducia nelle istituzioni politiche; incapacità dei governi di dare risposte ai cittadini; crescente ruolo svolto da tecnocrazie non elette (caso tipico italiano); declino della partecipazione politica; vincoli alle libertà civili.

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La risposta a questo collasso della democrazia sono stati la Brexit, Trump e l’emergere dei movimenti populisti (o meglio sovranisti) in tutta Europa, contro le élite.
Eppure secondo gli analisti dell’Economist, anziché di cercare di capire le cause di questa “reazione popolare contro l’establishment politico” in molti “hanno cercato di delegittimare i risultati elettorali, denigrando valori di coloro che li hanno sostenuti”. E così Brexit e Trump sono diventati “scoppi di emozioni primordiali, espressioni viscerali di un nazionalismo gretto” e coloro che li hanno votati “analfabeti politici” o peggio ancora “bigotti e xenofobi in balia di demagoghi”; insomma i “miserabili” con cui la Clinton ha dato straordinaria prova del suo disprezzo antropologico.
Trump non rappresenta la crisi della democrazia, ma al contrario una risposta contro le élite che hanno diminuito gli spazi di democrazia in Occidente. Gli analisti dell’Economist sono chiari: “il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non è da biasimare per questo calo di fiducia democratica che ha preceduto la sua elezione; tutt’al più è stato il beneficiario”.
L’Economist non è un gruppo imputabile di simpatie di destra o populiste; al contrario rappresenta da sempre gli interessi dell’élite economica e finanziaria occidentale. Per questo le sue conclusioni sono ancora più sconvolgenti e segnano un’ammissione di fallimento per un’intera classe dirigente non solo in America ma anche in Europa.
E allora viene naturale domandarsi: perché  quelli che oggi scendono in piazza contro Trump e i nuovi populismi (magari con la “benedizione” di George Soros), coloro che si ergono comicamente a sentinelle democratiche nel giornalismo radical-chic, gli indignati miliardari di Hollywood, i difensori ad oltranza di un’Europa che nega le sovranità popolari, sono stati stranamente silenziosi mentre, in questi anni, l’erosione della democrazia reale avveniva sotto il democratico Obama o nell’Europa delle élite tecnocratiche. Strano no? -

@GiampaoloRossi puoi seguirlo anche su Il Blog dell’Anarca

Napoli, “vendevano armi a

Libia e Iran”:fermate 4

persone. Anche l’ad di

Società Italiana Elicotteri.

di | 31 gennaio 2017 
pubblicato da www.ilfattoquotidiano.it

         
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Cronaca

Operazione del nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Venezia, su ordine della Dda partenopea. Agli atti dell’inchiesta vi sarebbe anche una foto in cui i coniugi italiani convertiti all'Islam - tra i fermati - sono in compagnia dell’ex premier iraniano Ahmadinejad. Coinvolto anche Andrea Pardi.

Sono i personaggi, i protagonisti e gli interpreti dell’ultima inchiesta della procura distrettuale antimafia di Napoli. Un’indagine delicata e non solo perché coinvolge Paesi come l’Iran e la Libia, ma soprattutto perché porta allo scoperto i rapporti tra i casalesi e la mala del Brenta, i soldati del Califfato e i mercenari che muovono armi e denari in mezzo Mondo. Al centro c’è un manager abbastanza noto nel nostro Paese: si chiama Andrea Pardi, è l’amministratore delegato della Società Italiana Elicotteri e fino a poco tempo fa era noto soprattutto perché nell’ottobre del 2015 aveva aggredito il giornalista di Report Giorgio Mottola, reo di avergli posto alcune domande a proposito di un’altra indagine. Pardi infatti era coinvolto in un’altra inchiesta sul traffico di armi e reclutamento di mercenari tra Italia e Somalia.
È da lì che prende spunto l’indagine dei pm partenopei Catello MarescaLuigi Giordano e Cesare Sirignano che oggi ha portato al fermo di quattro persone: sono accusate di traffico internazionale di armi e di materiale “dual use“, di produzione straniera. Un’operazione delicata quella in corso  nelle province di Roma, Napoli, Salerno e L’Aquila che ha portato anche alla perquisizione di dieci persone da parte del nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Venezia.
In manette sono dunque finite Pardi, ma anche altri due cittadini italiani: una coppia di coniugi di San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli, convertiti all’Islam e “radicalizzati”. Si chiamano Mario Di Leva, convertito all’Islam con il nome di Jaafar, e Annamaria Fontana: anche un loro figlio risulta indagato. L’ultima misura cautelare, invece, riguarda un libico, attualmente irreperibile. Sono i coniugi Di Leva che in salotto avevano le foto con l’ex premier iraniano Ahmadinejad. E sono sempre loro che – stando alle intercettazioni agli atti dell’inchiesta- sarebbero stati in contatto con i rapitori dei quattro italiani sequestrati in Libia nel 2015. Il sequestro si concluse, a marzo del 2016 con la morte di due italiani, Fausto Piano e Salvatore Failla mentre gli altri due rapiti, Gino Pollicandro e Filippo Calcagno, riuscirono a fuggire: a leggere alcuni sms di poco successivi al rapimento in cui la coppia faceva  riferimento alle persone già incontrate qualche tempo prima, alludendo a loro come autori del sequestro.
Le quattro persone fermate, infatti, sono accusate di aver introdotto elicotteri, fucili di assalto e missili terra aria in paesi soggetti ad embargo, e cioè l’Iran e la Libia, in mancanza delle necessarie autorizzazioni ministeriali. Reati che sarebbero stati commessi tra il 2011 e il 2015. Ma non solo. Perché l’indagine riguarda infatti anche un traffico di armi destinate sia ad un gruppo dell’Isis attivo in Libia sia all’Iran.
L’inchiesta nasce nel 2011 quando il Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata decide di approfondire un’indagine parallela della procura di Napoli. Gli investigatori avevano scoperto che una persona organica ad un clan camorristico dell’area casalese era stata contattata da un appartenente alla cosiddetta “mala del Brenta” con precedenti specifici per traffico di armi. Quest’ultimo cercava, infatti, persone esperte di armi ed armamenti da inviare alle Seychelles per l’addestramento di un battaglione di somali, che avrebbero dovuto svolgere attività espressamente qualificate come “mercenariato“. L’inchiesta, poi sfociata in diversi procedimenti penali, aveva documentato che la richiesta di addestramento arrivava da una persona di nazionalità somala, con cittadinanza italiana, parente del deposto dittatore del Puntland.
Gli approfondimenti investigativi riescono poi a ricostruire una mappa del commercio internazionale di armamenti di produzione estera. Tutti i coinvolti svolgono, formalmente, secondo l’ipotesi formulata, attività connesse con il commercio internazionale, avvalendosi anche di società con sede in Paesi esteri, principalmente in Ucraina ed in Tunisia, nonché mantenendo consolidati rapporti con personalità del mondo politico, militare e religioso in Stati dell’area asiatica e mediorientale quali Iran e Libia.
In gergo la chiamano “triangolazione”: vengono ceduti elicotteri senza farle passare dal suolo nazionale: un affare milionario, ricostruito dalla procura di Napoli grazie a rogatorie internazionali e alla collaborazione delle Agenzie di Informazione e Sicurezza. L’impressione, però, è che l’indagine sia ancora all’inizio. -