venerdì 30 settembre 2016

MAFIA: IL NIPOTE DI RIINA PROSSIMO ALLA

SCARCERAZIONE, NON TORNI A CORLEONE .


Pubblicato  da  NEBRODI  E  DINTORNI























Palermo, 30 settembre 2016 -

“Falliti i tentativi dei Lo Bue di mantenere in piedi i vecchi equilibri, falliti anche i vari tentativi della famiglia mafiosa dei Di Marco di scalare il vertice dell’organizzazione, così anche quello del nipote di Provenzano, Carmelo Gariffo, di costruire una nuova leadership i riflettori si devono accendere su un altro personaggio eccellente. Si tratta Giovanni Grizaffi nipote di Totò Riina, designato nuovo leader del mandamento di Corleone. Il popolo di Cosa nostra attende la sua scarcerazione, come fosse un messia, per superare le difficoltà e riprendere l’antico ruolo che questo mandamento ha avuto negli equilibri regionali di Cosa nostra”. Lo scrive il senatore del Partito democratico Giuseppe Lumia sul suo blog, www.giuseppelumia.it. A tal proposito l’esponente del Pd, componente della Commissione parlamentare antimafia, ha presentato un’interrogazione al ministro dell’Interno Angelino Alfano.

“Abbiamo voluto tratteggiare il percorso di questo mandamento – aggiunge – l’attuale crisi e le possibili evoluzioni per provare a spostare la positiva azione dello Stato dall’”antimafia del giorno dopo” all’”antimafia del giorno prima”, per anticipare le mosse della mafia, colpire per tempo le nuove leadership e provare a costruire un percorso sano di crescita che Corleone ha già conosciuto a partire dal dopo stragi. Un percorso che deve essere ripreso coinvolgendo gli operatori agricoli, gli artigiani, i commercianti imprenditori che per la prima volta hanno avuto il coraggio di denunciare, il mondo dell’associazionismo, del volontariato, della scuola … . Sono loro un patrimonio straordinario capace di promuovere nel territorio quel rapporto tra legalità e sviluppo di cui Corleone ha bisogno”.-

FORZA NUOVA IN PIAZZA:

“MUOIA L'UE, RISORGA L'EUROPA” .


Pubblicato  da  NEBRODI  E  DINTORNI


Roma, 30/09/2016 -

Domani in decine di città d’Italia, in Sicilia a Palermo e Catania, il movimento forzanovista ha organizzato un flash mob (volantinaggio e megafonaggio) per annunciare la nuova campagna militante del movimento: una forte presa di posizione conto l’Europa di Bruxelles fatta di tecnocrati, massoni, alta finanza, turbocapitalismo e per la riappropriazione della sovranità nazionale e continentale. Una campagna che segue lo stile del movimento che unisce alle parole l’azione.
"Mentre in Italia tutto sembra passare sotto silenzio, in Europa si sta alzando un’aria nuova" - dichiara Roberto Fiore, Segretario Nazionale di Forza Nuova - "la BrExit, il voto prossimo in Austria, il referendum contro l'immigrazione in Ungheria, e quello anti NATO-UE in Slovacchia per non parlare della recente ascesa dei movimenti nazional popolari in Germania”.

"In Italia un vero movimento anti UE non esiste - conclude Fiore - esistono singole prese di posizione del M5S o campagne demagogiche della Lega, che non si concretizzano in nulla di effettivo. L'azione coerente e motivata di Forza Nuova assume la forma di una chiamata alle armi per tutte quelle forze culturali e sociali che vogliono veramente prendere parte ad una campagna di liberazione nazionale.-

GIUSTIZIA: LUMIA (PD), ORLANDO RIVEDA SCHEMA PIANTE ORGANICHE IN PROVINCIA DI MESSINA.


Pubblicato  da  NEBRODI  E  DINTORNI


Palermo, 30 settembre 2016 –

“Rivedere lo schema di decreto delle piante organiche alla luce delle criticità sollevate e quindi mantenendo o, ancora meglio, aumentando il numero dei giudici in forza ai tribunali di Messina, Barcellona Pozzo di Gotto e Patti, al fine di garantire un più efficace servizio giustizia e migliorare l’azione repressiva contro le mafie in un territorio impegnato contro la criminalità organizzata e nella tutela dei diritti dei cittadini”. È questa la richiesta avanzata dal senatore del Pd Giuseppe Lumia con un’interrogazione parlamentare rivolta al Ministro della giustizia Andrea Orlando.
“Lo schema di decreto di modifica delle piante organiche – si legge nell’atto di sindacato ispettivo – elaborato dal Ministero della Giustizia prevede una riduzione da 49 a 47 del numero dei giudici del tribunale di Messina, una riduzione da 18 a 17 del numero dei giudici del tribunale di Patti, una riduzione di una unità degli organici di ciascuna delle procure del distretto, vale a dire Messina, Patti e Barcellona Pozzo di Gotto”.

Ho inviato una lettera al Ministro della Giustizia Andrea Orlando e presentato un’interrogazione parlamentare per chiedergli di rivedere lo schema di decreto che riduce le piante organiche dei tribunali di Messina e Patti e delle procure di Messina, Patti e Barcellona Pozzo di Gotto.
L’efficienza della macchina giudiziaria non passa dalla riduzione degli organici, ma dall’adozione di nuovi modelli organizzativi. Ecco perchè ritengo necessario mantenere o semmai potenziare la pianta organica di questi uffici giudiziari al fine di garantire un più efficace servizio giustizia ai cittadini e migliorare l’azione repressiva contro le mafie in un territorio impegnato contro la criminalità organizzata.

Di seguito il testo integrale dell’interrogazione.

Giuseppe Lumia

***

LUMIA – Al Ministro della giustizia. – Premesso che, per quanto risulta all’interrogante:
lo schema di decreto di modifica delle piante organiche elaborato dal Ministero della Giustizia prevede una riduzione da 49 a 47 del numero dei giudici del tribunale di Messina, una riduzione da 18 a 17 del numero dei giudici del tribunale di Patti, una riduzione di una unità degli organici di ciascuna delle procure del distretto, vale a dire Messina, Patti e Barcellona Pozzo di Gotto,

la Corte di Appello di Messina è impegnata da tempo ad offrire un servizio giustizia sempre più di qualità. Negli ultimi anni, nonostante siano stati in carenza di organico, gli uffici giudiziari della provincia di Messina sono riusciti a fare il proprio dovere con efficienza. Rimangono in piedi degli arretrati, che solo con un completamento dell’organico e semmai con suo potenziamento potrebbero essere smaltiti. È questa la soluzione necessaria per affrontare quelle sfide che devono saper mettere insieme la lotta alla criminalità diffusa con quella mafiosa, che in questo distretto ha ottenuto ottimi risultati, come più volte è stato dimostrato dalle inchieste della Commissione parlamentare antimafia e dalla stessa attività giudiziaria svolta nel territorio,

oggi questa sfida si è alzata di livello alla luce di quanto emerso a seguito dell’attentato al Presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci. Viene a galla una realtà in cui affari e collusioni mettono a rischio milioni e milioni di euro di investimenti finanziati con risorse pubbliche e in cui vengono coinvolti non solo pericolosissimi boss mafiosi, ma anche alcuni colletti bianchi abili a truffare e depredare risorse e opportunità di futuro lavorativo per i giovani e per il territorio,

le procure di Barcellona Pozzo di Gotto, Patti e Messina stanno svolgendo un lavoro prezioso e sottoposto a notevoli rischi, anche nella lotta ai reati contro la Pubblica amministrazione. Risulta, peraltro, che i settori della giustizia civile stanno svolgendo un’attività altrettanto preziosa, come è testimoniato da un documento inviato al Ministero e che trova concordi gli operatori della Corte d’appello di Messina,

si chiede di sapere:

se il ministro in indirizzo intenda rivedere lo schema di decreto delle piante organiche alla luce delle criticità sollevate e quindi mantenendo o, ancora meglio, aumentando il numero dei giudici in forza ai tribunali di Messina, Barcellona Pozzo di Gotto e Patti al fine di garantire un più efficace servizio giustizia e migliorare l’azione repressiva contro le mafie in un territorio impegnato contro la criminalità organizzata e nella tutela dei diritti dei cittadini.-

PALERMO: LE DICHIARAZIONI DEL NEO PENTITO PIPITONE.


Dai Maiorana ai soldi di Lo Piccolo.  I segreti del neo pentito Pipitone.

di Riccardo Lo Verso
Venerdì, 30 Settembre 2016
Pubblicato da www.livesicilia.it







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Il neo pentito Nino Pipitone

In tanti tremano per la collaborazione del rampollo della storica famiglia mafiosa palermitana.





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PALERMO - La linea di demarcazione è il 2007. Fino al suo arresto Antonino Pipitone era l'erede di una storica famiglia di boss alleati con i pezzi grossi di Cosa nostra. Da Totò Riina a Bernardo Provenzano, fino a Salvatore Lo Piccolo. Pipitone in cella c'era finito per mafia ed estorsione, dopo gli sarebbe piovuta addosso la condanna all'ergastolo per omicidio.

Oggi, alla soglia dei cinquantanni, Pipitone ha scelto di pentirsi. Il suo nome non va a rinfoltire la schiera dei recenti collaboratori che raccontano la storia di una mafia, quella dei nuovi boss, che arranca. Lui conosce i segreti dell'ultima stagione di potere e ricchezza, chiusa con la cattura di Salvatore Totuccio Lo Piccolo, barone del mandamento di San Lorenzo, i cui confini si estendono fino a Carini.

Lo Piccolo, pure lui in cella dal 2007, se si esclude Matteo Messina Denaro, è stato l'ultimo dei padrini latitanti. Eppure nove anno dopo il blitz dei poliziotti della Catturandi nel covo dei Giardinello dove si nascondeva assieme al figlio Sandro, dopo tonnellate di arresti che hanno spazzato via l'esercito del capomafia, sappiamo pochissimo del tesoro di Lo Piccolo. Sono state scovate le briciole. Pipitone potrebbe dare una svolta alle ricerche, offrendo le coordinate degli investimenti dei vecchi padrini e svelando i rapporti con la mafia americana.

Vecchio e potente è stato il padre di Nino, Angelo Antonino Pipitone, ultrasettantenne e in cella come il figlio, che alle microspie una volta rassegnò uno sfogo. "Pazienza che posso fare, il mio destino è stato questo, che posso fare?”, diceva l'anziano boss. Non aveva né voluto né potuto sottrarsi al suo destino di mafioso. Negli anni '80 si diede pure alla latitanza per sfuggire ai mandati di cattura che condivideva con padrini del calibro di Bernardo Provenzano e don Tano Badalamenti. I Pipitone, subentrati ai Passalacqua al vertice della famiglia di Carini, a partire dal 2000 hanno legato le loro fortune a quelle di Lo Piccolo. I fratelli Angelo Antonino, Giovan Battista e Vincenzo Pipitone bloccati in carcere hanno passato il bastone del comando a Gaspare Pulizzi, Ferdinando Gallina e infine ad Antonino Pipitone.

Quest'ultimo oggi segue l'esempio di Pulizzi che pentito lo è già da anni. Le sue dichiarazioni sono sì servite, assieme a quelle di altri, ad azzerare l'esercito di Lo Piccolo, ma non a scovare il tesoro del capomafia. I pm di Palermo non hanno mai smesso di cercarlo. Ne hanno fiutato le tracce in Svizzera, Gran Bretagna e Lussemburgo. Gli anni del dominio dei Lo Piccolo sono gli ultimi in cui le casse dei clan erano traboccanti del denaro del pizzo. Quando il padrino fu arrestato nella villa di Giardinell i poliziotti della Mobile gli trovarono addosso la contabilità. Per il solo 2007 aveva incassato un milione mezzo di euro dalle estorsioni.

Dove sono finiti tutti quei soldi? Le indagini e i racconti di altri pentiti hanno descritto le figure di direttori di banca conniventi, spalloni che trasportavano denaro in contanti e di professionisti che reclutavano folti schiere di prestanome. Ecco perché la collaborazione di Pipitone può davvero essere importante per superare il limite dove  finora le indagini si sono fermate. Ad esempio per decriptare i segreti della banca dati dell'architetto Giuseppe Liga, che di Salvatore Lo Piccolo è stato il successore. Alcuni anni fa ai Pipitone sono stati sequestrati imprese, società, magazzini e capannoni nella zona industriale di Carini. Un gruzzolo stimato in 8 milioni di euro. Briciole, però, hanno sempre detto gli investigatori che da oggi hanno una carta in più da giocare, una gola profonda all'interno del clan.

Nino Pipitone può aggiungere nuovi particolari sulla stagione di fibrillazione all'interno di Cosa nostra. Salvatore Lo Piccolo e Nino Rotolo, storico boss di Pagliarelli, erano pronti alla guerra. Il primo voleva il rientro degli scappati in America per sfuggire alla mattanza corleonese degli anni Ottanta. Il secondo si opponeva con tutte le proprie forze al progetto. Toccò a Bernardo Provenzano trovare, come sempre, una mediazione per evitare la guerra.

Così come la guerra, stava per scoppiare anche fra le famiglie di Carini per colpa di alcuni furti di bestiame. Lo Piccolo convocò una mega riunione in un ristorante di Torretta. Serviva la pace per gestire al meglio gli affari in una delle zone più ricche della provincia di Palermo, dove negli ultimi anni sono sorti decine di centri commerciali e fioccate le concessioni edilizie per costruire case, ville e residence. Come quello che stavano realizzando Antonio e Stefano Maiorana, i costruttori spariti nel nulla il 3 agosto 2007. Per le mani avevano un grosso affare in un terreno fra Villagrazia di Carini e Carini, nel regno dei Pipitone. Salvatore Lo Piccolo non poteva certo permettere che quattro pecore facessero saltare chissà quali affari.-