domenica 31 luglio 2016

L'ultima follia dei grillini:

espropriate le case sfitte.

A Livorno passa la mozione della maggioranza: abitazioni private agli sfrattati. Le opposizioni: «Una misura sovietica».

Via all'esproprio proletario. L'ex roccaforte rossa di Livorno, amministrata per 60 anni dalla sinistra, si ritrova oggi a fare i conti con un sindaco grillino che ha deciso di adottare misure degne di un regime comunista.



Non è uno scherzo. Nel ventunesimo si parla ancora di requisire le proprietà private e Filippo Nogarin, fedelissimo di Grillo, è uscito allo scoperto mostrando il vero volto dei Cinque Stelle.
Due anni dopo l'elezione, infatti, il discusso sindaco si è trovato ad affrontare l'emergenza dei senza casa in una città messa in ginocchio dalla crisi economica e dove gli sfratti esecutivi per morosità sono centinaia. La lunga lista di famiglie in attesa di una casa popolare ha così spinto il sindaco e la giunta pentastellata a trovare una soluzione. Qual è stata l'idea geniale? La requisizione temporanea degli immobili privati inutilizzati. E così il consiglio comunale ha approvato una mozione, con il voto contrario di Forza Italia e Pd, con cui dà mandato al sindaco in caso di necessità di espropriare edifici e singole abitazioni vuote anche privati.
«Il consiglio comunale impegna il sindaco alla requisizione temporanea degli immobili vuoti e inutilizzati per le emergenze abitative con motivazione di urgenza umanitaria. Laddove possibile con una eventuale indennità di occupazione da parte degli ospitati», recita il testo della mozione, che tra le pieghe nasconde un'altra soluzione, tanta cara ai paladini dell'accoglienza: l'urgenza umanitaria, infatti, riguarda sì gli sfrattati ma anche gli immigrati. «Rientra nelle prerogative del sindaco, che può agire anche in questo modo in caso di emergenza - replica Nogarin alla montagna di critiche Questa mozione approvata rafforza tale capacità operativa del sindaco di intervenire con mezzi eccezionali per governare l'emergenza abitativa». Insomma, per il primo cittadino grillino tutto è legittimo e un provvedimento in stile rivoluzione d'ottobre non deve meravigliare nessuno.
Le opposizioni insorgono. Il Pd e Forza Italia sottolineano che questa misura scatenerà un conflitto con i privati e una sequela di ricorsi. Ma sindaco e giunta difendono con forza la decisione illuminata e, con animo generoso, cercano di blandire le proteste con un «non è escluso un indennizzo da occupazione». Quindi, nessuna garanzia, a prescindere dalla volontà del proprietario. D'altronde, se un sindaco si permette di mettere mano senza scrupoli sulle proprietà private, questo lo dobbiamo anche al fatto che in Italia non vi siano tutele codificate per impedirlo.
Ma il sindaco può davvero procedere con gli espropri? Le associazioni dei proprietari immobiliari hanno seri dubbi e affermano che una misura del genere potrebbe essere facilmente impugnata di fronte al Tar. «Un provvedimento inaccettabile e illegittimo dice il presidente di Confedilizia Giorgio Spaziani Testa - Vediamo come sarà scritto, ma messo così richiama il concetto di esproprio popolare». Concetto che anche la giunta milanese di Pisapia aveva adottato due anni fa nel regolamento edilizio, arrogandosi il diritto di requisire gli immobili privati in degrado, con la scusa del decoro urbano, e utilizzarli per scopi sociali. La situazione livornese è dettata da motivazioni diverse ma, come sottolinea Spaziani Testa, per affrontare l'emergenza abitativa il Comune deve prima occuparsi degli immobili pubblici. Insomma, non solo Confedilizia ma tutte le associazioni sono sul piede di guerra, pronte a far svanire in un'aula di giustizia il sogno sovietico del sindaco grillino.-


L'unica strategia del governo

Svendere l'Italia

agli stranieri.

Solo mani estere possono salvare Mps: il premier lo sa ma tace. E in arrivo c'è una manovra da 40 miliardi.

Si mette male per Matteo Renzi, che sembra vivere nel paese dei balocchi. La distanza tra il presidente del Consiglio e la realtà sta diventando incolmabile. Gliel'ha detto venerdì a Taranto senza troppi giri di parole il governatore della Puglia, Michele Emiliano, lo aveva già espresso con altrettanta chiarezza una settimana prima il presidente della Commissione Bilancio della Camera dei deputati, il piddino Francesco Boccia.



Il primo ha smascherato Renzi, denunciandone le solite false promesse, quando il premier ha annunciato un nuovo finanziamento di 850 milioni per Taranto, mentre si tratta, come ha notato appunto Emiliano, di risorse già stanziate. Niente di nuovo sotto il sole. Significativa l'immagine di Renzi che taglia nastri, fa propaganda e parla all'establishment mentre fuori monta la protesta e ci sono le cariche della polizia.
Allo stesso modo, il presidente Boccia ha espresso le sue perplessità nel rapporto tra il ministero dell'Economia e delle finanze e la banca d'affari Jp Morgan, che tante consulenze ha con il Tesoro, per cifre che superano i cento milioni di euro, e ha definito «non all'altezza» del suo ruolo il ministro Padoan, che in settimane di tempeste finanziarie ha continuato irresponsabilmente a ripetere il mantra, evidentemente infondato, della solidità del sistema bancario italiano.
E mentre gli ignavi Renzi e Padoan suonano la lira, i predatori dalla tripla A, più francesi e americani, si mangiano il nostro Paese. Lo hanno fatto negli anni della crisi con le migliori nostre imprese, lo stanno facendo ora con Telecom e Generali, lo faranno con le nostre banche. Per questo abbiamo chiesto l'istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta.
Un'altra immagine: il nuovo grande fallimento dell'ex ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, che si era presentato in extremis come salvatore della Patria con un piano per Monte dei Paschi di Siena che non è stato neanche esaminato dal Consiglio di amministrazione della banca.
Quanto a Mps, secondo i risultati degli stress test compiuti dall'Eba, la banca senese risulta essere la più fragile d'Europa. Male anche Unicredit, il cui coefficiente è risultato inferiore al 7,5%. Ottiene invece un ottimo risultato Banca Intesa, forte della sua vocazione di banca tipicamente commerciale. Brutti i risultati anche per le banche tedesche, con Deutsche Bank (considerata dal Fmi la «banca più rischiosa del mondo») e Commerzbank tra le peggiori 10 banche d'Europa.
A differenza degli stress test precedenti, questa volta l'Eba ha prudentemente ritenuto opportuno non dare indicazioni sulla necessità di ricapitalizzazione degli istituti di credito. Ma per Mps occorrono 5 miliardi di euro di capitali freschi per salvare l'istituto dal fallimento, oltre alla necessità di smaltire 10 miliardi di Npl entro il prossimo anno, come richiesto dalla BCe.
I soldi necessari per effettuare l'aumento di capitale sono tanti e nessuna banca italiana in questo momento ne dispone. Anche perché se Mps piange, il sistema bancario italiano nel suo complesso non ride. Se salvataggio privato deve essere, questo dovrà essere fatto da istituti stranieri. Rimane poi da risolvere in tempi strettissimi il problema di togliere dall'attivo di Mps quei 10 miliardi di Npl.
Su questo il governo ha avviato nei giorni scorsi una serie di contatti per sondare la disponibilità di banche, assicurazioni e istituti di previdenza ad acquistare i crediti deteriorati. Il problema è che questi crediti sono stati iscritti a bilancio da Mps al 40% del loro valore, mentre il mercato li valuta al massimo il 17%.
Il governo ha proposto la cessione al 32%. Se questo fosse il prezzo di vendita finale, i partecipanti al salvataggio andrebbero sicuramente incontro a perdite miliardarie. Perché mai dovrebbero fare una operazione perdente in partenza? Se Mps è davvero la banca peggiore d'Europa non c'è un vero motivo di mercato per cui qualcuno la dovrebbe comprare.
C'è un ovvio interesse politico da parte del governo a sovrastimare il valore reale della banca ma questo atteggiamento irresponsabile rischia di trasferire i crediti spazzature nei portafogli di banche sane, generando un forte rischio contagio.
Vengano signori, vengano: è il mondo della finanza piddina, la giostra infernale che ha girato per anni indisturbata elargendo soldi agli amici, strapagando banche, armeggiando con derivati sempre più complessi di cui gli unici beneficiari sono i soliti noti, cioè le grandi griffe della finanza globale. Il risultato: gonfiare all'inverosimile di rischio il proprio bilancio, aspettando che a pagare sia sempre qualcun altro. Pantalone, come vuole il detto popolare. Cioè il contribuente, tramite le garanzie di Stato sui crediti marci. O le partite Iva, le cui pensioni sono forzosamente convogliate nel fondo salva-banche Atlante. O i sottoscrittori di debito subordinato, non di rado ignari correntisti indotti a sottoscrivere prodotti al di là dell'umana comprensione.
E così, in un climax di paura, l'altra data che Renzi deve annotare sul proprio calendario è il 12 agosto. Quando si diffonderanno i nuovi dati Istat. E si ufficializzerà che non stiamo più facendo esercitazioni antincendio, perché la foresta è veramente in fiamme. Il Pil cresce meno delle previsioni del governo e il paese è in deflazione.
La pessima impostazione della politica economica del governo Renzi si mostrerà in tutta la sua evidenza attraverso la lettura dei numeri, che certificheranno gli errori di quanto previsto nel Documento di economia e finanza (Def) presentato lo scorso aprile. Nel Def, infatti, la crescita reale del Pil nel 2016 è stata stimata dall'esecutivo all'1,2% quando tutti gli outlook sul nostro paese dicevano che sarebbe arrivata a stento all'1%.
Servirà quindi una manovra correttiva da 30-40 miliardi per coprire il buco della minor crescita (16 miliardi, senza considerare l'effetto Brexit), sterilizzare le clausole di salvaguardia (15 miliardi, per evitare l'aumento dell'Iva) e finanziare le cosiddette «spese indifferibili» come le missioni internazionali e le risorse per gli ammortizzatori sociali (altri 10 miliardi circa).
Il guardia boschi Renzi sorride, con un pacchetto di fiammiferi in bella vista. Sorride e tace. Non dice nulla. Né della situazione reale delle banche, né di come sta il Paese, né di cosa intenda fare. Magari cantando e suonando la lira.-


L'Isis arma i lupi solitari

contro i cristiani:

"Distruggiamo la croce".

Mentre cattolici e musulmani pregano insieme, il Califfato arma i lupi solitari: "Presto un altro massacro". L'Europa trema.

Musulmani e cristiani nello stesso tempio, in un atto simbolico per esorcizzare la guerra di religione che è stata paventata dopo la brutale uccisione di padre Jacques Hamel per mano di un commando jihadista.


La copertina di Dabiq, la rivista dello Stato islamico

L'immagine ecumenica arriva da diverse chiese, in Italia e nella stessa Francia, durante l'ultima domenica di luglio. Ma, a meno di una settimana dalla saguinaria esecuzione nella chiesa di Saint-Etienne-du Rouvray, in Normandia, le minacce dei tagliagole dell'Isis ripiombano, violentissime, su tutta l'Eurropa.
I tagliagole del Califfato nero hanno pubblicato oggi il 15° numero di Dabiq, la rivista in inglese che parla ai musulmani sparsi in tutto il mondo. Per la copertina di questo mese è stata scelta un'immagine che non lascia ombra di dubbio sulla missione invocata per i fedeli di Allah. C'è, infatti, un militante con la bandiera dello Stato islamico che abbatte una croce dal tetto di una chiesa. "Break the cross" è il titolo in basso, cioè "Distruggere la croce". Nella rivista vengono raccontate le storie di combattenti originari di America, Canada, Finlandia e Trinidad che si sono convertiti e viene lanciato un appello ad attaccare i cristiani. "Tra questa pubblicazione di Dabiq e il prossimo massacro che verrà eseguito contro di loro dai soldati nascosti del Califfato, ai quali viene ordinato di attaccare senza ritardi - si legge su Dabiq - i crociati possono leggere perché i musulmani li odiano e li combattono".
La chiamata alle armi di Dabiq è rivolta ai lupi solitari, come Adel Kermiche e Abdel-Malik Nabil Petitjean che hanno sgozzato padre Jacques a Saint-Etienne. Nell'ultimo mese se ne sono attivati diversi e hanno messo in ginocchio l'intera Europa. Dalla strage di Nizza ai molteplici attacchi terroristici in Germania, il Vecchio Continente sta scoprendo l'arma più forte dello Stato islamico: musulmani radicalizzati che, senza alcuna preparazione e senza alcun accordo logistico con Raqqa, colpiscono ovunque ed in qualsiasi momento e ammazzano senza alcuna pietà per portare il caos e spingere l'Occidente alla guerra civile.-


Contratto nullo 32 anni dopo

"La Regione

mi deve risarcire".

di Accursio Sabella
Domenica, 31 luglio 2016
pubblicato da www.livesicilia.it













Gaetano Zangara passò alla “Duca di Salaparuta” per volere dell'Espi. Adesso è condannato a restituire 200 mila euro. Ma lui contrattacca.





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PALERMO - La Regione lo assume. Afferma di avere bisogno di lui, delle sue qualità. Dopo quindici anni, però, qualcuno si accorge che le modalità utilizzate per quell'assunzione non erano conformi alla legge. E così, il dirigente è condannato a restituire oltre 200 mila euro. E rischia il pignoramento della casa. La storia affonda nel passato, ma gli effetti sono presenti, eccome. E sono stati anche raccontati da una interrogazione all'Ars dal Movimento cinque stelle, che ha puntato il dito contro Rosalba Alessi, liquidatore della società Espi. Contro l'azienda in eterna liquidazione, infatti, il dirigente ha avanzato una richiesta di risarcimento da mezzo milione di euro.

La storia di Gaetano Zangara, infatti, è anche la storia di uno dei rari successi della “Regione imprenditrice”. Dal 1984 al 1998 è lui infatti l'amministratore delegato della Casa Vinicola Duca di Salaparuta. Quella, per intenderci, che inizierà a produrre il vino Corvo. Successi, quelli, raccolti nelle cronache dei giornali, nelle lettere di gratitudine inviate a Zangara dalle più alte cariche istituzionali nazionali e regionali. Lettere che il dirigente conserva gelosamente e mostra con un po' di imbarazzo. In quegli anni la casa vinicola è quasi interamente controllata dall'Espi, la società regionale che avrebbe dovuto tradurre in realtà – insieme ad altre – il sogno di una Sicilia che “produce” da sé. E che quasi sempre si tradurrà in un fallimento. Non è così per la Duca di Salaparuta, dove Zangara approda giungendo dalla Resais nel 1984 proprio in seguito alla decisione di Espi che controllava entrambe le società. Una sorta di “mobilità” tra le aziende della stessa “holding” pubblica. E che si sarebbe ripetuta in diversi casi, passati però sotto silenzio. Una richiesta, quella del trasferimento di Zangara, alla quale – stando all'atto di citazione preparato dal legale del dirigente, Gaetano Armao - la “Duca di Salaparuta” non poteva che “obbedire”, visto che, appunto, l'Espi era proprietaria della quasi totalità delle quote societarie.

Insomma, Zangara viene trasferito. Inizia a lavorare. Lo farà per oltre 14 anni, fino all'arrivo alla guida della casa vinicola di Roberto Merra, suocero di Gianfranco Micciché, già allora leader di Forza Italia e vice ministro. Zangara entra in “rotta” col nuovo amministratore unico e si dimette per giusta causa. L'inizio della fine.

Dopo una prima causa che riconoscerà a Zangara il diritto alla “indennità sostitutiva del preavviso”, in appello e in Cassazione il dirigente viene condannato a restituire quella cifra nel frattempo più che raddoppiata a causa degli interessi. A Zangara, che era stato assunto alla casa vinicola per volere della Regione, vengono chiesti indietro oltre duecentomila euro, senza contare le spese legali che nel frattempo erano salite a oltre 50 mila euro. Una “stangata” che rischia di avere effetti durissimi sul dirigente. Che si sfoga: “Qual è la mia colpa? Io lavoravo già nelle società regionali dal 1965. Mi hanno chiesto di andare altrove, mi hanno spiegato che volevano me, per le mie qualità. E adesso, dopo aver lavorato, e bene, per quasi quindici anni nella Duca di Salaparuta, devo restituire una somma del genere? Perché?”.

Il perché, in realtà, è dovuto a una legge del 1976 che riguarda le società partecipate dal pubblico, per le quali i trasferimenti dei dirigenti – il discorso non vale per i dipendenti 'semplici' – deve avvenire in seguito a una procedura di selezione. Un passaggio ignorato in quegli anni dall'azienda. E messo in luce dal liquidatore Rosalba Alessi, che decide, quindici anni dopo quell'assunzione, di andare al “muro contro muro” nei confronti di Zangara. Al punto da opporsi a una proposta dell'allora presidente della commissione Attività produttive Salvino Caputo che proponeva una interpretazione autentica della legge del 1976, “salvando” i casi come quelli di Zangara. La Alessi, impegnata in una delle più lunghe e redditizie liquidazioni di un ente regionale, dice no persino alle richieste di conciliazione avanzate dal dirigente. La causa così è andata avanti per 17 anni. E si è conclusa pochi mesi fa. A 32 anni dall'assunzione “incriminata”.

Ma la storia non si è chiusa. Perché Zangara, dopo lo sconforto iniziale, ha deciso di dare battaglia. “Lo faccio per i miei figli”, spiega. E, assistito dall'avvocato Armao, ha deciso di chiedere un mega-risarcimento all'Espi: 500 mila euro per i danni subiti in seguito agli errori commessi da quell'azienda regionale. “L'intera carriera di Zangara – si legge nell'atto di citazione – è stata condizionata dalle istruzioni che l'Espi ha impartito alle società controllate”. E l'atto ripercorre la storia del dirigente, che ha seguito le indicazioni impartite fin dal 1965 dall'Espi. Fino a quell'assunzione alla “Duca di Salaparuta”. “L'ente – sottolineano gli avvocati di Zangara – nel momento in cui ha impartito la direttiva relativa all'assunzione, non poteva non sapere che tale condotta fosse posta in essere in patente violazione della normativa citata”. Assunzione voluta con una direttiva della società alla quale i dirigenti della “Duca di Salaparuta” non potevano opporsi se non volevano rischiare conseguenze, tra cui la revoca dell'incarico dell'amministratore. Insomma, è stata l'Espi, secondo Zangara, a creare un danno al dirigente, costretto oggi a restituire una cifra elevatissima a causa di quella assunzione “non perfetta”. E così, ecco la richiesta del risarcimento richiesta all'Espi guidata da Rosalba Alessi. Un caso finito anche in un'interrogazione parlamentare del Movimento cinque stelle: “Il governo che intende fare – chiedono i deputati grillini – di fronte a questa richiesta di risarcimento? Ed è al corrente dell'esistenza di tanti casi simili a quello di Zangara?”. La storia è lunga, insomma, ma non è ancora finita.-