sabato 30 aprile 2016

Torna la politica,

tornano le toghe.

Pur di non dare ragione al Cavaliere, i giudici milanesi si infilano in un percorso tortuoso e ridicolo. Soprattutto oneroso, moltiplicando per sette i costi per le già vuote casse della giustizia.

Non so se sia il primo caso, certo a memoria non ricordo un processo che sia stato spacchettato in sette e distribuito in altrettanti tribunali sparsi per l'Italia.


A chi poteva succedere una simile disgrazia? Ovviamente a Silvio Berlusconi, cui la magistratura, e non solo, aveva già riservato alcune primizie, tipo condanne retroattive, risarcimenti record e repentini cambi di collegi giudicanti. L'ultima novità riguarda il processo Ruby ter, l'inchiesta per corruzione di testimoni su fatti - il cosiddetto bunga bunga - che la sentenza definitiva del Ruby bis ha già dichiarato peraltro inesistenti. Per il Gup di Milano, la richiesta della difesa di Berlusconi di spostare il processo a Roma - dove è stato commesso il primo ipotetico reato - è infondata, ma anche la pretesa dei pm di tenerlo a Milano non sta in piedi. Da qui la decisione pilatesca di istruire non uno ma sette processi paralleli in base a complicati cavilli giuridici.
Pur di non dare ragione al Cavaliere, i giudici milanesi si infilano in un percorso tortuoso e ridicolo. Soprattutto oneroso, moltiplicando per sette i costi per le già vuote casse della giustizia.
Ci aspettano quindi sette processi, sette campagne mediatiche, sette gogne che anche se finiranno nel nulla, come spesso è accaduto, serviranno a inquinare ancora una volta la vita politica. Proprio mentre, guarda caso, Berlusconi ai appresta, all'alba degli ottant'anni, a riformare in modo radicale il centrodestra come dimostrano a Roma la scelta di Marchini candidato sindaco e la conseguente rottura con Lega e Fratelli d'Italia.
Ogni volta che Berlusconi alza la testa, puntuale arriva la mazzata. Se invece di occuparsi di riformare la prescrizione, cioè di allungare i tempi dei processi che già oggi sfiorano qualsiasi parametro europeo, il parlamento si occupasse una volta per tutte di riformare il sistema giudiziario, meglio sarebbe per tutti. Separazione delle carriere tra pm e giudici, responsabilità civile vera (chi sbaglia paga di suo), impossibilità dell'accusa di fare appello, scioglimento delle correnti, tempi certi: questo serve per portare l'Italia ad avvicinarsi a essere un paese normale. Pure Renzi dovrebbe capirlo, prima che anche per lui sia troppo tardi. -


L'esercito di jihadisti

nostrani che vive in

Italia col sussidio.

Sono almeno sette tra combattenti e reclutatori ad avere usufruito di un assegno dallo Stato con la scusa dell'indigenza o della famiglia numerosa.

Jihadisti sì, ma con il sussidio del Belpaese dove reclutano per la guerra santa o incitano a farsi saltare in aria. Nel manipolo di arrestati o ricercati dell'operazione antiterrorismo di giovedì, la coppia Mohamed Koraichi e Alice Brignoli viveva con gli aiuti di stato prima di partire per la Siria.



Nelle grosse inchieste dell'ultimo anno sono almeno sette i radicali islamici accusati di terrorismo, che da una parte complottano contro di noi e dall'altra incassavano sussidi vari.
Mohammed e Alice, senza lavoro e con tre figli minori a carico portati nel Califfato, ottenevano assistenza a Bulciaghetto, in provincia di Lecco. Un sussidio che sfiorava i 1.000 euro al mese, la casa popolare concessa dal Comune ed un aiuto sulle bollette. Grazie agli aiuti pianificavano la partenza verso la Siria. Tutto assolutamente previsto dalle leggi vigenti.
Stesso discorso per Ajman Veapi, il 37 enne macedone arrestato a Mestre lo scorso marzo, ma residente ad Azzano Decimo. Il suo vero impiego, secondo le indagini condotte dai carabinieri del Ros di Padova, consisteva nel reclutare jihadisti da mandare al fronte. Veapi risultava disoccupato e seguito dai servizi sociali. Da due anni percepiva 500 euro al mese dal fondo regionale di solidarietà del Friuli-venezia Giulia. Debora Serracchiani, governatore regionale e stellina del Pd si è complimentata con gli investigatori per aver scoperto il reclutatore jihadista, ma per i servizi sociali era tutto a posto.
Lo scorso novembre l'operazione antiterrorismo nella provincia di Bolzano ha portato alla luce una vera e propria beffa. Abdul Rahman Nauroz «particolarmente attivo nell'attività di reclutamento» viveva a Merano in un appartamento «pagato totalmente dai servizi sociali di quella città» si legge negli atti. Un alloggio gratuito dove avrebbe più volte cercato di convincere i suoi allievi «a partecipare ad azioni armate di guerra o terroristiche pianificate come suicide». L'integralista islamico aveva ottenuto la «protezione sussidiaria» dallo Stato raccontando di minacce di morte in Iraq da parte di Ansar al Islam, la stessa organizzazione del terrore di cui faceva parte.
Hassan Saman, un altro arrestato nell'operazione riceveva 2.000 euro al mese dalle nostre casse essendo padre di cinque figli, che sognava di arruolare nelle fila delle bandiere nere.
Nell'aprile 2015 è stata sgominata una rete di jihadisti, che aveva collegamenti con il Pakistan. A Foggia venne arrestato l'afghano Yahya Khan Ridi. Secondo gli investigatori era «il principale responsabile del trasferimento di denaro da e per il Pakistan». Nell'ordinanza il giudice per le indagini preliminari annota che «era arrivato illegalmente in Italia ottenendo indebitamente lo stato di rifugiato, in quanto si era accreditato falsamente come vittima di persecuzioni da parte dei talebani (ai quali invece era contiguo)». I rifugiati politici vengono equiparati ai cittadini italiani in materia di assistenza pubblica e assicurazione sociale. L'Inps certifica, che «viene riconosciuto il diritto all'assegno per la famiglia per se stessi e per il proprio nucleo familiare, compresi i familiari residenti all'estero». Il minimo è di 485 euro al mese, ma può arrivare a 23.300 euro all'anno con i ricongiungimenti.
Un altro jihadista, si legge nell'ordinanza, si era presentato nel 2011 «alla Questura di Foggia dichiarando di essere perseguitato per motivi religiosi». Il suo referente nella rete lo aveva consigliato di spacciarsi per cristiano. Il 7 marzo 2012 la Commissione territoriale di Bari gli ha garantito la protezione internazionale rilasciandogli un permesso di soggiorno per cinque anni. Ed automaticamente sono scattati i benefici dell'assistenza economica.
Nel gruppo dei pachistani spicca Hafiz Muhammad Zulkifal con 8 figli. L'imam della guerra santa abitava in una casetta di Verdellino nel bergamasco. Al fisco risultava nullatenente.
Così riusciva ad incassare i sussidi per l'affitto (2500 euro in due anni) e per la scuola della prole (fino a 400 euro) oltre all'assegno familiare per i nuclei numerosi.
Alla beffa si è aggiunto più volte il danno per l'erario delle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo per aver rimandato terroristi condannati in Italia a casa loro, dove vige la pena di morte. Uno dei casi più eclatanti riguarda il tunisino Sami Ben Khemais Essid della cellula jihadista di Milano scoperta nel 2001.
Otto anni dopo la Corte europea ha condannato l'Italia imponendo pure una penale di 15mila euro più interessi legali. Soldi dei contribuenti per un terrorista, che con la primavera araba è uscito dal carcere aderendo ad Ansar al Sharia, la costola tunisina dello Stato islamico. -


LE CONSUETE PROMESSE ELETTORALI MAI MANTENUTE.

Renzi in Calabria e Sicilia:

"Sud ripartirà".

E ricorda Pio La Torre.

"Basta a chi racconta il Sud come un luogo dove tutto va male, polemiche lasciamole ai professionisti del no".



 "Domani 1 maggio - ha ribadito il premier - ci riuniremo a Palazzo Chigi e il Cipe assegnerà 3,5 miliardi di fondi: 2,5 alla ricerca e un miliardo alla cultura". Lo ha annunciato il premier Matteo Renzi a Catania per firmare il Patto per il Sud con il sindaco Enzo Bianco. "Negli ultimi 10 anni l'Italia non è cresciuta anche perché non ha spesa i fondi Ue, ed è uno scandalo vergognoso avere buttato soldi nostri, avere sprecato nostre risorse", ha detto il premier.



Circa duecento persone hanno contestato per la presenza del presidente del consiglio Matteo Renzi a Catania. La protesta, scandita da slogan contro il governo e il premier, è stata tenuta a distanza dal servizio di sicurezza disposto attorno al Teatro massimo 'Vincenzo Bellini'. Non ci sono stati incidenti. Lo stesso premier Renzi, prima di ripartire, ha incontrato il questore Marcello Cardona per congratularsi con lui. Singolare protesta di un abitante della zona che ha appeso un cartello ironico sulla situazione del quartiere di Catania: "Ciaone centro storico".
Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, è stato in mattinata a Reggio Calabria, e ha sottoscritto il "Patto per la Calabria" ed il "Patto per la Città metropolitana di Reggio Calabria", insieme al presidente della Regione, Mario Oliverio, ed al sindaco di Reggio, Giuseppe Falcomatà. La firma è avvenuta nel Museo archeologico nazionale, di cui stamattina viene inaugurato il nuovo allestimento, proprio nella sala in cui sono esposti i Bronzi di Riace.


"Oggi, proprio dal Museo di Reggio Calabria, dobbiamo dare spazio all'Italia che vuole dire sì e vuole guardare al futuro", ha detto il premier nel corso del suo discorso nel Museo nazionale di Reggio Calabria.

"Tutti insieme per i prossimi due anni mettiamo da parte le polemiche e lasciamole ai professionisti del no. Dico solo basta a chi racconta il Sud come un luogo dove va tutto male. A questi io dico di provare a dire per una volta sì".

"Dobbiamo riuscire a continuare la battaglia contro la criminalità perché questa non è ancora vinta. Ecco perché noi siamo in prima fila con i giudici e con le forze dell'ordine per sconfiggere ogni forma di criminalità".

Sa-Rc: Renzi, a luglio sopralluogo e il 22/12 inaugurazione - "A fine luglio faremo un sopralluogo sulla Salerno-Reggio Calabria e il 22 dicembre ci sarà l'inaugurazione, così come avevamo annunciato". Lo ha detto Matteo Renzi a Reggio Calabria. "In occasione del sopralluogo - ha aggiunto - affronteremo anche la questione dei lavori della statale 106". (ANSA)

Migranti, diktat di Berlino:

"Controlli per altri 6 mesi"

Sei Paesi capeggiati dalla Germania vogliono prorogare il meccanismo di crisi che chiude le frontiere in tutte Europa.

"Frontiere ancora chiuse per altri 6 meisi". È il diktat che la Germania - appoggiata da Francia, Austria, Belgio, Danimarca e Svezia - vuole imporre all'Unione Europea, chiedendo di prorograre a a partire dal 13 maggio i controlli di frontiera reintrodotti nello spazio Schengen.


A riferirlo è il quotidiano tedesco Die Welt, che cita una lettera inviata da questi Paesi al vice presidente della Commissione Ue Frans Timmermans e in cui si chiede a Bruxelles di attivare il meccanismo di crisi previsto dal Codice frontiere di Schengen. "Chiediamo di presentare al Consiglio europeo una proposta che permetta agli Stati membri che lo ritengono necessario di mantenere o di introdurre a partire dal 13 maggio controlli di frontiera provvisori alle frontiere interne di Schengen conformemente all'articolo 26", si legge nella lettera indirizzata alla Commissione Ue. Die Welt, citando fonti Ue, afferma che l'esecutivo comunitario ha in programma di dare il via libera a metà della prossima settimana a un prolungamento del meccanismo, perché la protezione delle frontiere esterne dell'Ue non è ancora sufficientemente garantita.
Un primo via libera ai controlli alla frontiera è stato dato a metà settembre in conseguenza dell'arrivo massiccio di richiedenti asilo ma, dopo la chiusura della cosiddetta rotta balcanica, Germania e Austria hanno registrato un calo drastico degli arrivi. A marzo la Germania ha ricevuto 20mila richiedenti asilo, contro i 60mila di febbraio, i 90mila di gennaio e le diverse migliaia del 2015. Il timore espresso in questi giorni, tuttavia, è che molti migranti provino a trovare rotte alternative che passino per l'Italia, ragion per cui l'Austria ha preparato delle misure da adottare al Brennero, il principale varco di frontiera tra i due Paesi. -


casa-museo

Crepe, marciume e zecche

nella casa museo di

Pirandello.

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casa natale pirandello

Contrada Kaos, tra Agrigento e Porto Empedocle, ha dato i natali allo scrittore premio Nobel, Luigi Pirandello. Ogni critico letterario non ha potuto fare a meno di sottolineare il curioso legame tra il significato originario di Kaos con la contorta psicologia dei personaggi pirandelliani, ma oggi, “Kaos” torna al suo significato più banale, di disordine, e in questo caso specifico, anche di degrado.
La casa museo di Luigi Pirandello, proprio in quella contrada Kaos, cade a pezzi. La dirigente e critico d’arte, Gabriella Costantino, si dice amareggiata per l’indolenza della Regione siciliana, che dovrebbe garantire la manutenzione della struttura. Invece, l’ultimo restauro risale a 15 anni fa e da allora i calcinacci cadono sulla testa dei visitatori. Vistose crepe nel soffitto lasciano filtrare l’acqua piovana all’interno, gli infissi in legno sono ormai totalmente marciti e il parco nel quale la casa natale di Pirandello è inserita, non viene ripulito dalla sterpaglia che si addossa sull’ingresso, insieme a pulci e zecche.
Una situazione vergognosa che da una una pessima immagine della Sicilia. Sono tanti i visitatori che entrano ogni anno nella casa-museo del celebre scrittore, pagando il biglietto di ingresso, ma di questi introiti poco o nulla rimane a disposizione della direzione museale. Infatti, le entrate vengono divise quasi integralmente tra la Regione ed il Comune, che come contropartita, lasciano lo stabile a marcire senza alcun rispetto.
Eppure di sollecitazioni il Governo regionale ne ha ricevute tante. “Ho inviato al dipartimento Beni Culturali della Regione tre programmi di manutenzione ordinaria, più un piano per il restauro del fondo antico – chiarisce Gabriella Costantino – ma nessuna risposta è mai arrivata”.
La Regione potrebbe usare i fondi provenienti da finanziamenti europei, ed anche in tal senso è stata più volte sollecitata, ma senza successo. Non va meglio per l’incentivazione delle attività culturali, che la casa-museo sta gestendo autonomamente senza alcun sussidio, eppure il rilancio culturale dell’istituto insieme ad un abbattimento della burocrazia sulla divisione delle entrate provenienti dalla vendita dei biglietti, potrebbe risollevare le sorti del plesso, risolvendo, almeno in parte, i gravi problemi igienici e strutturali.
Insomma, davvero una brutta storia che non fa che confermare i più negativi stereotipi siciliani. Non ci si può vantare della propria storia millenaria e delle proprie eccellenze culturali quando si lascia cadere a pezzi il ricordo di un genio come Pirandello. -

Palermo, l’omaggio a Pio La

Torre. Renzi depone un fiore:

“Lotta alla mafia unisca

gli italiani”.

di | 30 aprile 2016 
Pubblicato da www.ilfattoquotidiano.it

      
Palermo, l’omaggio a Pio La Torre. Renzi depone un fiore: “Lotta alla mafia unisca gli italiani”

Cronaca


Omaggio al politico del Pci nel trentaquattresimo anniversario dell'assassinio da parte dei clan. Gli studenti del capoluogo depositano 34 fiori rossi sulla sua lapide. Nel pomeriggio la visita del premier. Grasso: “Il Parlamento lo onori con una legge su beni confiscati alla criminalità”.

Alla commemorazione hanno preso parte la presidente della commissione Antimafia Rosi Bindi insieme alle autorità cittadine e siciliane, mentre nel pomeriggio in via Li Muni, il luogo dell’assassinio, è arrivato anche il presidente del Consiglio Matteo Renzi che ha deposto un fiore sulla sua lapide. “Un modo per dire a nome di tutti che la lotta contro criminalità, mafia e tutte le forme di illegalità è una priorità che deve unire tutti gli italiani. Nel ricordo dei martiri c’è un seme, i loro sogni camminano sulle nostre gambe”, ha dichiarato il premier.

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Assente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che però ha inviato un messaggio agli organizzatori della manifestazione. “Pio La Torre ha testimoniato che le mafie possono essere duramente colpite ogni volta che si realizza una convergenza tra le forze positive della società”, ha scritto il capo dello Stato.
La battaglia contro la criminalità organizzata è sempre stata una priorità del politico comunista fino a pagare a Cosa nostra il prezzo più alto. Sue sono le leggi, approvate solo dopo la sua morte, che riconoscono e puniscono l’associazione mafiosa e la confisca dei beni sequestrati ai clan. “Dalla morte di Pio La Torre è nata la legislazione più efficace al mondo per combattere la mafia. Stava lavorando a questo, è stato ammazzato perché la mafia lo aveva capito”, ha ricordato la Bindi.
Il presidente dell’Assemblea regionale della Sicilia Giovanni Ardizzone, intervenendo alle commemorazioni, ha annunciato di voler dedicare la sala rossa del parlamentino siciliano a Pio La Torre e la sala gialli a Piersanti Mattarella, fratello dell’inquinino del Quirinale e anche lui vittima della mafia: “Due grandi uomini che sono stati rappresentanti del Parlamento regionale”.

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Piero Grasso invece ha affidato il suo ricordo a una nota pubblicata su Facebook nella quale il presidente del Senato indica la strada migliore per onorare l’ex politico e sindacalista: “Il Parlamento porti rapidamente a termine l’iter del disegno di legge che potenzierà la disciplina dei beni confiscati”.
Celebre anche la relazione di minoranza che La Torre scrisse nel 1976 al termine dei lavori della commissione parlamentare Antimafia che puntava il dito contro politici come Vito Ciancimino e Salvo Lima accusati di essere in rapporti con la mafia. Lo sa bene Giuseppe Lumia che oggi siede nella sua stessa commissione e chiede di ripubblicare quella relazione perché “aiuta tutti a comprendere come portare avanti la lotta alle mafie oggi”.
Il modello di La Torre è ancora attuale e il suo ricordo deve obbligare la politica a tenere alta la guardia contro le infiltrazioni dei clan nella politica e nell’economia. “Ogni giorno è il 30 aprile”, ha ricordato il figlio del parlamentare Franco. -