sabato 31 dicembre 2016

PAPA: "IN DEBITO COI GIOVANI, LI OBBLIGHIAMO A EMIGRARE".






I giovani e il lavoro al centro dell'omelia del Te Deum pronunciata da Papa Francesco. «Abbiamo condannato i nostri giovani a non avere uno spazio di reale inserimento - ha detto - perché lentamente li abbiamo emarginati dalla vita pubblica obbligandoli a emigrare o a mendicare occupazioni che non esistono o che non permettono loro di proiettarsi in un domani» ha detto il Pontefice.


Il debito con i giovani


© Fornito da Corriere della Sera

Le nuove generazioni, secondo il Papa, sono state private di molto. «Abbiamo privilegiato la speculazione invece di lavori dignitosi e genuini che permettano» ai giovani «di essere protagonisti attivi nella vita della nostra società» ha detto.

«Più che responsabilità, la parola giusta - ha osservato Francesco - è debito: sì, il debito che abbiamo con loro. Parlare di un anno che finisce è sentirci invitati a pensare a come ci stiamo interessando al posto che i giovani hanno nella nostra società».

«Non priviamoci - ha invocato Bergoglio - della forza delle loro mani, delle loro menti, delle loro capacità di profetizzare i sogni dei loro anziani. Se vogliamo puntare a un futuro che sia degno di loro, potremo raggiungerlo solo scommettendo su una vera inclusione: quella che dà il lavoro dignitoso, libero, creativo, partecipativo e solidale».

Basta a privilegi e favoritismi.
Poi l'auspicio a «superare le logiche dei privilegi e dei favoritismi».

«Il presepe ci invita a fare nostra» una «logica non centrata sul privilegio, sulle concessioni, sui favoritismi; si tratta della logica dell'incontro, della vicinanza e della prossimità».

Nella Basilica Vaticana, ad ascoltare la tradizionale preghiera di ringraziamento per l'anno che sta terminando, anche il sindaco di Roma Virgiania Raggi. -

                 

Arriva la quattordicesima per

pensioni sotto i 1.000€.


da www.canalesicilia.it 
  

Euro - Pensionati

14^ mensilità per gli emulamenti inferiori a mille euro, un piccolo risultato ottenuto nella legge di Stabilità, grazie alle 100 mila firme presentate in Parlamento dall’ANP-CIA

La conquista della14^ mensilità per i pensionati sotto i 1.000 euro mensili, inserita nella legge di stabilità 2017, è un primo parziale risultato positivo grazie alla iniziativa dell’ANP-CIA con la raccolta di 100 mila firme presentate in Parlamento”. Lo dichiara il presidente provinciale della CIA Catania, Giuseppe Di Silvestro che ringrazia l’associazione dei pensionati della CIA, la Confederazione Italiana agricoltori, per essere riuscita a portate avanti con una petizione una richiesta dall’esito non affatto scontato.

“Dopo 9 anni di impoverimento delle pensioni – aggiunge Di Silvestro – questa norma, assieme all’aumento seppur minimo per i pensionati che già percepiscono i mille euro al mese, l’innalzamento della no-tax area a 8.125 euro l’anno e l’aumento della dotazione finanziaria per i servizi sociali e sanitari, segna una prima timida inversione di tendenza rispetto al passato in cui l’obiettivo dei Governi è stato di mettere le mani nelle tasche dei pensionati”.

“L’azione politica della Associazione dei Pensionati va rafforzata per raggiungere nuovi risultati positivi – prosegue – quali l’importo delle pensioni minime pari agli standard europei, l’armonizzazione del carico fiscale sulle pensioni con quello di lavoro dipendente e la loro indicizzazione con parametri più aderenti ai consumi degli anziani. “Ora serve informare i pensionati dei risultati ottenuti – conclude Di Silvestro – per questo per il nuovo anno programmeremo una serie di assemblee in tutta la provincia di Catania”.

Sono 5 le questioni ancora aperte sul piatto della contrattazione con il Governo nazionale: 1)L’aumento degli importi minimi di pensione a 650 Euro mensili (pari al 40% del reddito medio nazionale, nel rispetto degli standard europei; 2) L’armonizzazione del carico scale sui pensionati con quello sul lavoro dipendente; 3) L’indicizzazione delle pensioni basse con parametri aderenti ai veri consumi degli anziani, sistema IPCA anziché il FOI; 4) La garanzia di una pensione integrata al minimo ai Coltivatori diretti e IAP in attività dal 1996; 5) Un invecchiamento attivo e sano anche attraverso livelli adeguati di sanità, servizi sociali, e di lotta alla povertà. -

PALERMO


Di Matteo

è il siciliano dell'anno.

Vince il popolo dell'antimafia


di Riccardo Lo Verso
31 Dicembre 2016
Pubblicato da www.livesicilia.it                                                                



I Love Sicilia, livesicilia, mafia, palermo, sondaggio
Antonio Di Matteo

Il pubblico ministero di Palermo stravince il sondaggio di Livesicilia.

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PALERMO -

Antonino Di Matteo stravince il sondaggio di Livesicilia (più in là i numeri). È lui il siciliano dell'anno per i nostri lettori. La sfida è durata giusto il tempo di una manciata di commenti. Poi, il pubblico ministero è andato in fuga, trascinato anche dal passaparola mediatico al grido “forza popolo dell'antimafia, siamo tutti Nino DI Matteo”.

È lo stesso slogan urlato nelle manifestazioni di solidarietà nei confronti del pm del processo sulla Trattativa Stato-mafia. Il segno distintivo dei movimenti che vedono nel magistrato palermitano colui che sfida mafiosi, massoni, servizi segreti e politici traditori.

Le “sconfitte” processuali - le assoluzioni di Calogero Mannino e Mario Mori - non ne offuscano il prestigio e la credibilità che una parte dell'opinione pubblica gli riconosce. Anzi, le picconate alla ricostruzione che il sostituto procuratore porta avanti finiscono per rafforzare, piuttosto che indebolirla, la tesi che in Italia da decenni i poteri forti lavorino per nascondere la vergogna della Trattativa.

“Chi ha il coraggio di sacrificare la propria vita per amore del prossimo, del vero e del giusto, è sempre meritevole di stare sul piedistallo dell'intera comunità”, scrive di lui un commentatore. Il riferimento è all'allarme attentato lanciato da un collaboratore di giustizia. Da anni Di Matteo è l'uomo più protetto del Paese. Con la vita non si scherza. Per mesi i suoi sostenitori hanno invocato il massimo della protezione. E quando sono state prese le necessarie misure di sicurezza il tema del dibattito è cambiato. Il bersaglio è divenuto il “silenzio istituzionale”. Avrebbero voluto che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e l'ex premier Matteo Renzi gli manifestassero pubblica solidarietà, mostrassero cioè quell'atto di fede che distingue il bene dal male. Perché per molti dei suoi sostenitori non è più soltanto un processo, ma è la demarcazione fra i buoni e i cattivi.

Di Matteo non arretra di un passo. La sua stanza in Procura è diventato il suo fortino, dove trascorre lunghe giornate di lavoro a leggere e rileggere faldoni assorbito quasi del tutto dal processo in corso in Corte d'assise. Ogni tanto “si concede” qualche pausa. Come quella per dire “no” alla riforma costituzionale del governo Renzi nel corso di un convegno o per rilasciare interviste televisive. Se c'è qualcosa di cui non difetta, di sicuro sono coerenza e ostinazione.

Ha mantenuto, sempre e comunque, la barra dritta, portando avanti inchieste e processi su cui si sono abbattute non solo le assoluzioni, ma pure le critiche di autorevoli giuristi. Adesso Di Matteo attende la nomina come sostituto alla Procura nazionale antimafia. Ci ha già provato in passato, senza successo e con molte polemiche. Gli hanno preferito altri magistrati. E così quando il Csm gli ha offerto un posto perché è più opportuno, per ragioni di sicurezza, lasciare Palermo, Di Natteo ha riposto "no grazie". Alla Dna vuole entrarci dalla porta principale. E quando sarà a Roma, c'è da giurarci, chiederà l'applicazione a Palermo per seguire il processo sulla Trattativa.

I RISULTATI

Nino Di Matteo 226 voti

Antonio Candela 41 voti

Luca Scatà 20 voti

Fiorello 11 voti

Giusy Nicolini 11 voti

Sergio Mattarella 10 voti

Giuseppe Antoci 8 voti

Pif 6 voti

Angelino Alfano 3 voti.  -


"L'unità dei moderati sarà

la nostra forza.

Ripartiamo dalla Sicilia".


Il senatore azzurro rivendica la centralità di Forza Italia. «Ma prima la legge elettorale».


Roma Senatore Renato Schifani, quale discontinuità rileva nel passaggio da Renzi a Gentiloni?

«Una discontinuità comunicativa, giudicheremo poi sui fatti.



Mi fa piacere che Gentiloni abbia un approccio non interventista sulle regole, dopo la stagione delle questioni di fiducia poste persino sulla legge elettorale. Inoltre è importante l'attenzione all'italianità delle nostre aziende sotto attacco, come nel caso Mediaset, un segnale di difesa dei nostri valori che non registriamo nel Movimento 5 Stelle, forza antisistema priva di classe dirigente».

Quale prospettiva temporale dovrebbe avere il governo?

«Il presidente della Repubblica è stato chiarissimo: bisogna dare al Paese attraverso il Parlamento un sistema di regole omogeneo tra Camera e Senato frutto di un ampio dibattito che vada possibilmente oltre la maggioranza. Bisogna partire dall'orientamento della Corte Costituzionale che verrà reso noto a fine gennaio, in particolare sui capilista e su un premio di maggioranza abnorme che rischia di assegnare a una lista con il 30% il 54% dei seggi».

Da dove dovrebbe partire il dibattito parlamentare?

«Dal Senato dove sono rappresentate tutte le forze politiche in maniera più articolata. Questa proposta è la dimostrazione che Forza Italia non intende fare melina. Serve naturalmente una intesa tra i presidenti delle Camere».

Il Pd è in pressing per il ritorno al Mattarellum.

«Oggi anche osservatori neutrali certificano che non dà governabilità. Dice bene Berlusconi quando sostiene che in un sistema con tre blocchi omogenei è difficile individuare un sistema elettorale in grado di garantire con un premio di maggioranza non incostituzionale la stabilità del Paese. Per non dire che anche in un sistema bipolare sia nel '94 che nel 2006 il Mattarellum non era riuscito a garantire piena governabilità».

Quale premio di maggioranza e quale soglia per i partiti più piccoli?

«Non più di un eventuale premio di incoraggiamento per la coalizione vincente. La soglia dovrebbe essere almeno del 4 o del 5%».

Per il Pd il proporzionale significa Prima Repubblica ed esplosione del debito pubblico.

«È un falso allarme del tutto strumentale. A quei tempi non c'era Maastricht e i vincoli di bilancio stringenti di oggi».

Lei ritiene possibile votare a giugno?

«Significherebbe tenere il G7 di fine maggio in Italia con un Gentiloni dimissionario chiamato a confrontarsi con Trump, Theresa May e il neo-eletto presidente francese su temi importantissimi come il credito politico che l'Italia può vantare sull'immigrazione e la ricomposizione dei rapporti Usa-Russia di cui Berlusconi fu protagonista a Pratica di Mare. Un appuntamento in cui l'Italia può giocare grandi carte se nel pieno della sua autorevolezza e non certo in campagna elettorale. Sarebbe una grande sconfitta per il nostro Paese e tutto per assecondare la volontà di un singolo soggetto, ovvero Renzi».

Quali le condizioni per ritrovare l'unità del centrodestra?

«Io più che sui partiti mi concentrerei sulla base elettorale. In Sicilia - teoricamente il granaio di voti di Alfano - il No ha preso il 70% contro il 60% su base nazionale. Ciò significa che l'operazione di Alfano è di palazzo, Ncd ha mutato oggetto sociale e assunto una collocazione distorsiva che pagherà quando si confronterà con gli elettori».

Le regionali siciliane possono rappresentare una tappa importante?

«I sondaggi danno M5S come primo partito, ma anche un centrodestra in crescita e una Forza Italia che con Miccichè sta guadagnando consensi. Cresce anche Fdi e c'è una presenza della Lega non in chiave estremista. Insomma si può competere con i grillini, mentre il Pd paga lo scotto del referendum e dell'appoggio a Crocetta».

Lei crede in un'alleanza con la Lega?

«L'unità del centrodestra è stata sempre la nostra forza vincente. Occorrerà lavorare per trovare una sintesi su un programma al quale Berlusconi sta lavorando che parta dal tetto massimo alla pressione fiscale in Costituzione, dalla sicurezza e dal vincolo di mandato per gli eletti. A me sta a cuore che Fi rivendichi la centralità del proprio ruolo di forza moderata e responsabile». -


Corano, jihad e altri "fratelli"

Così Amri tramava in cella.


Il killer del tir è passato da un carcere siciliano all'altro: "Voleva farsi trasferire". Le indagini sui compagni.


«Il mio tappetino e il mio Corano». Li richiede Anis Amri, l'attentatore dei mercatini di Natale a Berlino, ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia a Milano, non appena mette piede nel carcere Pagliarelli di Palermo, dove sosterà per circa 5 mesi.



Non è una richiesta comune di tutti i detenuti di fede islamica, per cui per gli investigatori che stanno ricostruendo il suo percorso di radicalizzazione avvenuto in Italia, come sostengono i suoi familiari, rappresenta un elemento di non poco conto.

«Era schivo, solitario e preoccupato per la sua incolumità». Lo ricordano così dal carcere di Enna, dove era stato rinchiuso per avere picchiato il custode della struttura di accoglienza in cui era ospite a Belpasso (Catania) e avere dato fuoco al centro protestando per le lungaggini delle pratiche di riconoscimento dello status di rifugiato e per la «scarsa» qualità di vitto e alloggio. A Enna Anis ha mantenuto un profilo basso. Col senno di poi, il non avere mai dato segni di violenza, in discrasia con l'indole mostrata fuori dalla casa circondariale con l'aggressione al custode, potrebbe essere parte di un piano. Alcune fonti investigative ne sono convinte.

L'atteggiamento dimesso di Anis potrebbe essere stato finalizzato al conseguimento di un trasferimento dall'entroterra siciliano, dove pochi sono i contatti con i «fratelli» islamici, a carceri più grandi. E Anis ci riesce. Da Enna, infatti, per la sua incolumità, viene trasferito al carcere di Sciacca, ma è ad Agrigento, dove entra nel gennaio 2014 per restarvi 9 mesi, che affiora la sua vera personalità. Anis non si nasconde più e arriva a minacciare di morte un detenuto straniero di fede cristiana perché si converta all'islam. Eccolo, quindi, approdare al Pagliarelli, dopo gli ennesimi episodi di sopraffazione di alcuni detenuti. E qui, al suo curriculum di aggressività di tutto rispetto si aggiungono rapporti disciplinari per i comportamenti violenti e per essere in possesso di un taglierino ricavato artigianalmente con la lama del rasoio.

Il suo atteggiamento non fa presagire nulla di buono. Si accompagnava solo a detenuti stranieri di fede islamica, segnale che ha fatto scattare l'attenzione della polizia penitenziaria già avvertita da quella di contrada Petrusa. E viene segnalato al Nucleo investigativo centrale per essere monitorato costantemente. Cosa che al Pagliarelli avviene.

Qui ha a che fare con al massimo una decina di detenuti tra tunisini, marocchini, croati e slavi per lo più condannati per spaccio di droga e reati connessi all'immigrazione clandestina. Su di loro e i loro contatti si sono concentrati i controlli degli investigatori. L'ultima tappa in carcere è all'Ucciardone, a Palermo. Anche qui «frequentava solo islamici». Lo dicono fonti investigative che non escludono un indottrinamento prima dell'arrivo a Lampedusa nella primavera del 2011, anche se, dai dati emersi, apparirebbe più verosimile un accostamento all'Islam radicale tra Lampedusa e Belpasso. Non è la prima volta che immigrati salvati in mare dal dispositivo dei soccorsi siano indagati perché in possesso di foto in mimetica e kalashnikov. Sono diverse le inchieste aperte dalle procure di Catania e Palermo.

Oltre ad Agrigento e a Palermo, tappe fondamentali nella vita di Anis, altro tassello importante di un'inchiesta su cui vige il massimo riserbo potrebbe essere Lampedusa. Qui Anis non sarebbe arrivato solo, ma con altri «fratelli» su cui si concentrano gli sforzi degli investigatori.-


Falliti gli ultimi colpi d'ala

dell'anatra zoppa.


Il presidente Nobel per la pace umiliato dall'esclusione sulle trattative in Siria.


Nella recente storia americana, nessun presidente uscente aveva mai tentato, nelle sue ultime settimane alla Casa Bianca da «anitra zoppa», di sabotare apertamente il programma del suo successore.



A conclusione di otto anni di una politica estera giudicata dai più fallimentare, Obama ci ha provato: prima ha diretto i suoi strali contro Israele, con cui Trump vuole ripristinare i vecchi, strettissimi legami, ordinando di non opporre, come era consuetudine da decenni, il veto americano a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che condanna lo Stato ebraico per la politica di insediamenti in Cisgiordania e mette perfino in dubbio la legittimità della sua presenza a Gerusalemme Est. Sei giorni dopo, ha cercato di avvelenare ulteriormente i rapporti con la Russia, con cui Trump punta a una grande riconciliazione in funzione anti Isis, imponendo sanzioni severissime per il presunto hackeraggio del comitato centrale del Partito democratico da parte di agenti del Cremlino, che avevano l'obbiettivo di danneggiare la Clinton.

Con questi colpi di coda, Obama contava presumibilmente di conseguire due obiettivi: da una parte, legare le mani al presidente-eletto mettendo i bastoni tra le ruote a due delle sue iniziative più innovative (e insinuando addirittura che abbia conquistato la Casa Bianca con l'aiuto dei russi); dall'altra, prendersi una specie di rivincita sui due leader internazionali, Netanyahu e Putin, che negli otto anni della sua presidenza, gli hanno creato i maggiori problemi e con cui ha avuto il peggiore rapporto personale. Salvo sorprese, sembra tuttavia aver fallito su entrambi i fronti.

Nonostante il tentativo di giustificare la rinuncia al veto con la necessità di tenere vivo il concetto dei «due Stati», perseguito senza successo da decenni soprattutto a causa del rifiuto palestinese di riconoscere Israele come «Stato ebraico», la mossa ha finito con il ritorcersi contro Obama: è stata accolta malissimo dal Congresso (compresi molti esponenti democratici), ha spinto Trump a esortare gli israeliani a tenere duro «perché il 20 gennaio è ormai vicino» e non ha influito minimamente sulla politica di Netanyahu, che sa di potere contare sulla «protezione» del nuovo presidente. Anzi, è probabile che proprio per rispondere a Obama, Trump sposti davvero come ha promesso l'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendola finalmente come capitale.

Nella partita con i russi Obama aveva almeno una valida giustificazione: Cia e Fbi hanno raccolto solide prove che il Cremlino ha cercato di interferire con una sofisticata offensiva cibernetica nelle elezioni americane. Ma la rappresaglia adottata, con in testa la espulsione di ben 35 diplomatici, è sembrata fatta apposta per spingere il Cremlino come è d'uso a una ritorsione equivalente, alimentando ulteriormente la già esistente guerra fredda e rendendo difficilissima a Trump qualsiasi apertura. Per diverse ore, ieri, è parso che le cose andassero proprio così. Il ministro degli Esteri russo Lavrov aveva già perfino annunciato le contromisure in tv. Ma all'ultimo momento Putin con una mossa che ha spiazzato tutti ha detto che non intendeva reagire a questa «diplomazia di basso livello», ha invitato i bambini dei diplomatici americani al Cremlino e fatto a Obama gli auguri di buon anno. Trump potrà così rimuovere, entro un ragionevole periodo di tempo e senza eccessivo imbarazzo, sanzioni di per sé non del tutto ingiustificate (e approvate anche dai repubblicani) e proseguire nel suo piano; e il presidente Nobel per la pace, appena umiliato dall'esclusione dell'America per le trattative di pace in Siria, se ne andrà a casa con un altro insuccesso. -


DON DI NOTO: "SCOPERTI VIDEO PEDOPORNOGRAFICI CHOC".




Di      
sabato, 31 dicembre, 2016
Pubblicato da www.linformazione.eu

Quasi ottomila foto e video “di una violenza inaudita” registrati in sole nove ore, con migliaia di bambine e bambini, addirittura neonati,  coinvolti in uno squallido traffico a sfruttamento sessuale diffuso in tutto il mondo.

È quanto denuncia don Fortunato Di Noto, il sacerdote impegnato da venticinque anni a fronteggiare questo fenomeno assieme all’associazione “Meter”, distintasi nell’ultimo quarto di secolo per un’azione contro la pedopornografia, fenomeno  che, soprattutto negli ultimi tempi, parallelamente alla scoperta di nuove forme di comunicazione, si è allargata a macchia d’olio in tutto il pianeta.

Per questa ragione don Di Noto ha presentato un esposto alla Polizia postale di Catania, puntando il dito contro gli organizzatori e i consumatori di questo turpe commercio. Immagini da fare accapponare la pelle circolano sulle chat, specie in questi giorni di festa. Il traffico si intensifica nelle ore notturne , quando tutti dormono, quando perfino il pedofilo della “porta accanto” (spesso distinti signori al di sopra di ogni sospetto) può sgattaiolare dal letto mettendosi davanti al Pc per “godersi lo spettacolo”.


Una pubblicità francese contro la pedofilia. Sopra: don Fortunato di Noto

“C’è una scarsa percezione di una tragedia del genere”, dice don Di Noto. “La pedopornografia e la pedofilia sono un crimine efferato con ricadute sociali enormi. La diffusione del materiale e la sistematica raccolta su siti dedicati, sia nel deep web che nella rete online ordinaria, dimostrano e rappresentano la crescente richiesta di soggetti che ripresentano la violenza sessuale già subita dai bambini, per non parlare di quelli che la compiono e la ostentano”.

Il monitoraggio dell’associazione “Meter” è stato eseguito all’una di notte e fino alle nove e mezza del mattino, con risultati incredibili. Di siti del genere – dice don Di Noto – “se ne contano diverse decine. Ce n’è uno in particolare, che con una sequenza di 13 foto, rappresenta una violenza inaudita perpetrata nei confronti di questi minori indifesi”.

Parole da lasciare sgomenti. “I pedopornografi – seguita don Di Noto – in queste ore trafficano molto attraverso le chat dedicate. In sole nove ore, negli archivi cloud e dropbox, sono stati scoperti e denunciati 7.562 tra video e foto con migliaia di bambini e bambine coinvolte in uno dei più grandi traffici e sfruttamento sessuale. Come rimanere in silenzio di fronte a questo scempio sui neonati? Un fenomeno criminale globale si combatte globalmente con la collaborazione di tutti”. -

Angelo Conti

5 STELLE: "CATANIA - MELILLI CROCEVIA DEI RIFIUTI DELL'ILVA DI TARANTO".






    Di     
    sabato, 31 dicembre, 2016
    Pubblicato da www.linformazione.eu

    Partono di notte dal porto di Catania, percorrono diversi chilometri coperti da improbabili teloni di plastica, si fermano a Melilli (in provincia di Siracusa), scaricano i rifiuti speciali e se ne vanno.

    Qualche notte dopo si ripete la stessa scena: da Taranto arriva l’eurocargo della Grimaldi Lines, “vomita” dal suo ventre di ferro altri camion, i quali percorrono l’itinerario fino a Melilli in contrada Bagali, sversando nella discarica lo stesso materiale.

    Da diverse settimane succede che l’asse marittimo Taranto-Catania e l’asse stradale Catania-Melilli sia attraversato da navi e camion che trasportano il “polverino” proveniente dagli stabilimenti dell’Ilva di Taranto, una sostanza che “si presume sia tutt’altro che benefica”, stando almeno a quanto denunciato tramite una interrogazione presentata ai ministri dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del mare, della Salute, delle Infrastrutture e dei trasporti, i parlamentari del Movimento 5 Stelle Giarrusso, Catalfo, Paglini, Serra, Cappelletti,  Puglia, Santangelo , Donno  e Moronese.

    Il porto di Catania. Sopra: uno scorcio del petrolchimilco di Melilli

    “Risulta agli interroganti – si legge nel documento – che diversi cittadini ed attivisti del territorio siracusano hanno documentato, tramite video, nella notte tra il 14 e 15 dicembre 2016, il passaggio di camion provenienti dal porto di Catania con carichi di materiale polveroso e coperti soltanto con teloni, modalità del tutto inadeguata a non far disperdere nell’ambiente la sostanza durante le operazioni di trasporto”.

    Secondo i parlamentari, la polvere che si trova nei convogli può disperdersi nell’ambiente durante il tragitto. “La modalità di carico e di trasporto di tale rifiuto polveroso  risulta non rispecchiare le regole poste a tutela della salute pubblica” , anche perché, insistono gli interroganti, la Cisma Ambiente SpA di Melilli (Siracusa), la società che gestisce la discarica con regolare autorizzazione della Regione Sicilia, “già alcuni anni fa sarebbe balzata agli onori della cronaca per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi dell’Ilva nella discarica di Melilli, considerata dalla Regione in un primo momento area ad elevato rischio ambientale”.

    A parere di Legambiente il trasferimento del “polverino” da Taranto a Melilli, da un lato ridurrebbe gli impatti sulla Puglia, ma irragionevolmente li caricherebbe su una zona della Sicilia altrettanto inquinata e sofferente.

    Con questa interrogazione i parlamentari pentastellati ribadiscono la richiesta – avanzata oltre un anno fa, “ma rimasta inevasa” – di chiarimento in merito all’effettiva pericolosità dei rifiuti condotti in Sicilia provenienti dall’Ilva, nonché i presupposti di liceità dell’intera operazione. Così come chiedono nuovamente di “monitorare la situazione epidemiologica e ambientale dell’area circostante alla discarica di contrada Bagali, nonché delle aree ad elevato rischio ambientale” del Polo petrolchimico di Augusta, Priolo e Melilli.  Il M5S, in poche parole, chiede al governo quali provvedimenti urgenti intende adottare per risolvere questa situazione giudicata insostenibile. -

    Barbara Contrafatto

    I casi


    Sanità, Formazione, Muos e

    Ztl. Il governo propone,

    il Tar dispone.                                                                 

    di Accursio Sabella
    31 Dicembre 2016
    Pubblicato da www.livesicilia.it



    Dai manager ai laboratori, passando per i corsi e persino per le elezioni, l'intervento dei giudici amministrativi è spesso stato decisivo.

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    PALERMO - Il vero governatore della Sicilia ha un acronimo per nome. Si chiama “Tar” e sta per “Tribunale amministrativo regionale”. È della stessa “specie”, per intenderci, di quello che a Roma, ad esempio, ha bocciato l'ordinanza della sindaca Raggi sui “botti”, o quello che ha annullato la multa dell'Anac a Mediaset e Sky sul presunto “cartello” dei diritti tv del calcio.

    Tutto il mondo è paese, del resto. Specie se parliamo di sentenze, ordinanze, decreti. Atti che spesso e volentieri hanno finito per sostituire la stessa attività politica, lo stesso governo, indirizzando da un lato o dall'altro le scelte. E nell'Isola, solo per restare agli ultimi anni, è tutta una rassegna di vicende risolte di fronte a un tribunale amministrativo di primo o di secondo grado. E in quest'ultimo caso la Sicilia è davvero “speciale” visto che gode su un “proprio” organo: il Cga, a differenze del resto d'Italia dove “l'appello” è rappresentato dal Consiglio di Stato.

    Una vera e propria camera, il Tar. E vai a capire quanto quei giudici siano contenti di esercitare quel ruolo di “supplenza” nei confronti di una politica che spesso sbaglia, o che spesso rimanda al giudice la decisione. Prendi l'ultimo caso. A Scillato, Comune ultimamente noto perché lì vicino è ceduto un ponte dell'A-19, il sindaco è in bilico. Il Cga, infatti, ha accolto la richiesta di Giuliano Cortina, difeso dall'avvocato Gaetano Armao, nei confronti di Giuseppe Frisa, attuale primo cittadino: ha chiesto e ottenuto il riconteggio dei voti. E non è l'unico caso in cui il tribunale amministrativo sia stato chiamato in questi anni a confermare o sovvertire l'esito fino ad allora ufficiale delle elezioni. È successo a Raffadali dove Silvio Cuffaro al momento è rimasto al suo posto, ed è successo in alcuni comuni dei Siracusano. Lì è esploso un vero e proprio “caso” sul destino di alcune schede misteriosamente sparite. E dopo le pronunce del Tar si è assistito a un fatto unico e paradossale: la ripetizione delle elezioni solo per alcune sezioni. A oltre due anni dalla campagna elettorale originaria, con un elettorato che nel frattempo era mutato così come erano mutati i partiti di chi si era candidato la prima volta. Alla fine, le elezioni-bis cacciarono fuori dall'Ars Pippo Gianni riaprendo le porte di Sala d'Ercole a Pippo Gennuso. Insomma, il voto popolare e lo spoglio, a volte, non basta più. Serve il Tar.

    Tribunali che sembrano aver guidato, molto più degli assessori, il destino della Sanità siciliana. Fin dall'esperienza di Massimo Russo, quando i due tribunali di Palermo e Catania giudicavano in maniera diversa analoghi concorsi per i due bacini della Sicilia occidentale e orientale. Ma non è finita lì. Al Tar, ad esempio, è finita la surreale vicenda di due manager catanesi della Sanità come Paolo Cantaro e Angelo Pellicanò: Crocetta li ha sospesi temendo che la loro nomina fosse illegittima in seguito all'entrata in vigore di una norma nazionale sugli incarichi ai pensionati. Ma il Tar ha detto che potevano essere nominati. E così è stato. E lo stesso Tar ha “bocciato” la revoca del governo Crocetta al progetto di ampliamento della clinica Humanitas a Misterbianco. Il governo regionale aveva commesso degli errori “formali” che qualcuno in quei giorni considerò persino sospetti. E la vicenda dal Tar finì persino in Procura.

    E che dire della kafkiana vicenda dei laboratori di analisi? In quel caso tra ricorsi, ordinanze di sospensione, sentenze nel merito, nuovi ricorsi e nuove sospensive, potrebbe venire fuori una trama al limite del grottesco. Dall'entrata in vigore del nuovo tariffario, passando per l'obbligo dei piccoli centri di consorziarsi, è tutto un viavai di carte dal tribunale. Le ultime, quelle che hanno stoppato il decreto di Gucciardi per la “fusione” dei laboratori. Altro giro, altra corsa.

    Il Tar, poi, negli ultimi anni si è visto “costretto” praticamente a gestire il settore della Formazione professionale. Che è rimasto immobile, e per lungo tempo, in due occasioni. Una nella prima e una nella seconda parte della legislatura. In principio fu il regolamento per le nuove norme sull'accreditamento: lì un problema formale arrestò corsi e finanziamenti. L'atto era stato firmato dall'allora assessore Scilabra, mentre – trattandosi di regolamento, appunto – avrebbe dovuto portare la firma del presidente della Regione. Oggi i corsi non sono ancora partiti. Anche perché un ricorso al Tar presentato da un ente di formazione, ha convinto l'assessorato a ritirare il nuovo Avviso sui corsi, già nella prima parte dell'anno. Da allora, i corsi come detto non sono ancora ripresi. E nuovi ricorsi rischiano di piovere anche sull'ultimo bando, l'Avviso 8, che ancora non è approdato alla graduatoria definitiva.

    E del resto, non c'è stato un atto importante del governo che non sia passato da quei tribunali. La presunta “revoca” del Muos, è ormai un caso “di scuola”, col governo che riesce a fermare, ma solo per sbaglio, l'iter autorizzativo (che sarebbe ripartito comunque dopo) proprio a causa di un errore formale sottolineato persino beffardamente dai magistrati amministrativi (non si trattava di revoca, ma di annullamento). Ma anche il tanto strombazzato “stop all'Eolico” è finito sulle scrivanie di qui giudici, che hanno dovuto “riaprire” ai progetti proprio perché la Regione aveva ritardato a predisporre una mappatura dei siti in cui si poteva far sorgere le pale. Decide il Tar, insomma, che ferma e sblocca, che arresta e libera. Non solo sulle strade delle politica regionale, ma anche su quelle meno metaforiche del cento di Palermo. È stato il Tar, infatti, tra ricorsi e controricorsi, a dettare il ritmo del balletto della Ztl palermitana. E sempre il Tar, del resto, aveva condotto le danze della movida di Palermo. Come fosse il vero governatore, come fosse il vero sindaco. -

    Berlusconi: "Con Lega e Fdi

    c'è un programma condiviso"


    Il Cavaliere serra i ranghi, "ma è prematuro parlare del candidato premier". "Uscire dall'eurozona? Troppi rischi".


    "Con i nostri alleati c'è un programma comune sul quale concordiamo al 95%, anche per quanto riguarda il nostro rapporto con l'Europa e sui temi dell'immigrazione".



    Lo ha detto Silvio Berlusconi a Libero, spiegando di non essere "preoccupato della tenuta della nostra coalizione".

    Il Cavaliere serra quindi le fila con Lega Nord e Fratelli d'Italia, fa un bilancio del 2016 e anticipa i temi del 2017, almeno per quanto riguarda il campo del centrodestra, non nascondendo di sperare in una riabilitazione piena da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo. "Prematuro", però, parlare del futuro candidato premier: "Sono convinto che ricompattare il centro sia indispensabile, ma questo non può avvenire attraverso accordi di palazzo con membri della nomenclatura politica privi di appoggio popolare", spiega. "Ci rivolgeremo soprattutto a persone credibili, non a mestieranti del palazzo", aggiunge, lanciando una frecciatina a Alfano e Verdini.

    Poi attacca la legge elettorale proposta dal Pd. "Spero che il Partito Democratico abbia acquisito la consapevolezza che le forzature non portano bene, con il Mattarellum, in un sistema tripolare, il vincitore delle elezioni sarebbe quasi casuale; se ci sarà il proporzionale saranno gli italiani a decidere con il voto se vi sarà un unico vincitore, o se si dovrà ricorrere ad una coalizione".

    Berlusconi, infine, confessa di avere "molti dubbi sull'euro" e soprattutto sul suo cambio con la lira. Ma frena sull'ipotesi di uscire dall'eurozona, perché ciò "rischierebbe di esporre il nostro paese ad altri rischi. Una via d'uscita proposta da diversi economisti potrebbe essere quella della doppia circolazione monetaria, cioè una moneta nazionale che affianchi e non sostituisca l'Euro", come le AM-Lire nel dopoguerra. "Quanto al referendum non sono contrario in linea di principio, ma si tratta di una materia tecnicamente molto complessa. Dovrebbe essere il Parlamento ad occuparsene, tenendo conto delle esigenze e degli interessi degli italiani". -


    Terrorismo:

    più controlli ed espulsioni

    per i migranti irregolari.

    Circolare capo Polizia,

    'mantenere territorio sotto controllo'.




    Redazione ANSA
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