sabato 31 ottobre 2015

Aereo russo precipita sul Sinai, a bordo 224 persone

Partito da Sharm el Sheik era diretto a San Pietroburgo. Almeno 27 i bambini




Le autorità egiziane non hanno ricevuto alcuna richiesta di soccorso dall'aereo russo precipitato oggi nel Sinai. Lo ha reso noto il ministero dell'aviazione civile.
Non ci sono sopravvissuti nel disastro dell'aereo russo precipitato nel Sinai centrale, in Egitto: lo affermano funzionari egiziani.
Erano almeno 27, e non 17, i bambini e i ragazzini sull'aereo russo precipitato nel Sinai. Lo ha detto ai giornalisti Aleksandr Pzhanenkov, capo del comitato per le politiche sociali del Comune di San Pietroburgo. Lo riferisce l'agenzia Tass. Il ministro degli Esteri di Kiev, Pavlo Klimkin, sostiene che sull'aereo c'erano quattro ucraini.
L'Isis ha rivendicato con un comunicato e un video il presunto abbattimento dell'aereo russo in Sinai centrale. Ma fonti della sicurezza egiziana smentiscono con forza l'autenticità della rivendicazione e affermano che il velivolo volava a un'altitudine tale da non poter essere abbattuto dai jihadisti.
Il ministro dei Trasporti russo Maksim Sokolov smentisce categoricamente e bolla come "non attendibile" l'ipotesi che l'aereo russo schiantatosi oggi sia stato abbattuto "da terroristi", riportano le agenzie russe. "Ora - ha detto Sokolov - diversi mass media pubblicano informazioni variegate secondo cui l'aereo sarebbe stato abbattuto da un missile antiaereo lanciato dai terroristi. Questa informazione - ha dichiarato il ministro - non puo' essere considerata attendibile".

IL FATTO - Un aereo civile russo con a bordo 224 persone, tra cui 17 bambini, si è schiantato nel centro della penisola egiziana del Sinai. Secondo alcuni media il velivolo sarebbe completamente distrutto.
L'aereo, un Airbus A-321 della piccola compagnia siberiana Kogalymavia, era decollato in mattinata da Sharm el-Sheikh per San Pietroburgo. Stando al Telegraph, e' precipitato in una zona in cui l'esercito egiziano sta combattendo i jihadisti dell'Isis, ma comunque, secondo fonti della sicurezza egiziana sentite dall'ANSA, all'origine del disastro c'è "un guasto tecnico" ed è quindi da escludere "un atto terroristico". Poco dopo le prime notizie sullo schianto, alcuni media avevano annunciato che l'aereo aveva "contattato i controllori del traffico aereo turco".
Ma la tragedia e' stata confermata dal premier egiziano Sherif Ismail proprio mentre l'ente aeronautico russo Rosaviatsia ammetteva che si erano perse le tracce dell'aereo sulla penisola del Sinai e che 23 minuti dopo il decollo, avvenuto "alle 6.51 ora di Mosca" da Sharm el-Sheikh, meta turistica molto in voga tra i russi, l'Airbus non aveva "contattato Larnaca (Cipro)" come previsto ed era "scomparso dai radar". Poco prima, sostiene una fonte dell'aeroporto internazionale del Cairo sentita dalla Tass, il comandante aveva chiesto un atterraggio di emergenza. Secondo l'ambasciata russa in Egitto, tutti i 217 passeggeri e i 7 membri dell'equipaggio sono russi. Putin ha ordinato di indagare sulla tragedia, mentre il Comitato investigativo russo ha aperto un'inchiesta per "violazione delle norme di sicurezza dei voli".(ANSA)

Capo d’Orlando, 90 ditte interessate alla riqualificazione dello scalo merci

Pubblicato da www.amnotizie.it

                                        

Si aprono concrete prospettive per la realizzazione del “Palazzo del Turismo” a Capo d’Orlando e, di conseguenza, per la riqualificazione del vecchio fabbricato di 205 metri quadrati che occupa la zona centrale del parcheggio della stazione ferroviaria. Sono infatti ben 90 le manifestazioni di interesse giunte all’ufficio tecnico comunale per il “project financing” bandito lo scorso settembre e dopo due tentativi di vendita dell’immobile andati a vuoto.
Ad aprire nuove prospettive per la realizzazione di un fabbricato che possa ospitare ufficio turistico comunale e regionale ma anche la Polizia Municipale, è stata certamente la rimodulazione del bando di gara che adesso prevede un compenso di centomila euro per l’impresa che si aggiudicherà l’appalto in aggiunta ad un terreno.
Il progetto dei lavori, redatto dall’ufficio tecnico a lugio e relativo alla demolizione dell’attuale magazzino merci e la sua ricostruzione, ammonta complessivamente a 404.861 euro di cui 314.145 per lavori ed 90.715 per somme a disposizione dell’Amministrazione. Inoltre  è prevista la costruzione, su un lotto di circa 90 metri quadrati , di un corpo di fabbrica di 280 metri cubi, quale ricostruzione dei fabbricati commerciali demoliti precedentemente. Quest’ultimo sarebbe lasciato all’impresa che si aggiudicherà il project.-

L'AVVIO DEL CROCETTA QUATER RITARDATO DAI CALCOLI (POLITICI ?) DEI PARTITI CHE DOVREBBERO SOSTENERLO.

il rimpasto

Il no di Lupo frena la nascita della giunta
Raciti incontra Crocetta: serve ancora tempo


Sabato 31 Ottobre 2015 - 19:17        
Pubblicato da www.livesicilia.it      


Il vicepresidente dell'Ars non vuole far parte del nuovo esecutivo. Una decisione che complica la partita tra i democratici. Il segretario regionale sta aggiornando il governatore. Mentre anche i socialisti "avvisano": "Un assessore o siamo fuori dalla maggioranza".



ADVERTISEMENT
, Politica


























PALERMO - La variabile Lupo sta rallentando la nascita del Crocetta quater. Oggi, stando all'ultimo di una lunga serie di annunci simili del governatore, doveva essere il giorno della nascita della nuova giunta, quella che avrebbe permesso di sfondare il tetto di quaranta assessori in meno di tre anni. Ma fino a questo momento la notizia del nuovo esecutivo non pare imminente. Anche se non si escludono sorprese.

Il segretario regionale del Pd Fausto Raciti nel pomeriggio ha incontrato il governatore Crocetta rientrato dalla Tunisia per aggiornarlo sull'esito degli incontri portati avanti durante il soggiorno del presidente all'estero. E a differenza di quanto si pensasse, Raciti non ha potuto portare a Crocetta un esito confortante, definitivo. C'è ancora qualche nodo da sciogliere. E il governo potrebbe tardare ancora un po'.

Perché a complicare le cose si è messo anche Giuseppe Lupo. Il vicepresidente dell'Ars infatti, stando ai desideri del partito, sia a livello regionale che nazionale, avrebbe dovuto fa parte del "terzetto" di assessori "di prima fascia", insieme ad Antonello Cracolici e Baldo Gucciardi, che avrebbe consentito al governo Crocetta di assumere quella connotazione fortemente politica richiesta sia dal governatore sia dallo stesso Pd. Ma Lupo prima si è mostrato non entusiasta di fronte a questa ipotesi. Poi fortemente contrario. Un "no" che sarebbe stato ribadito fino a ieri nella tarda serata.

Lupo ha precisato ovviamente che la sua decisione non mette in discussione il sostegno della sua area al governo Crocetta, ma che si fonda su considerazioni di carattere politico non chiarite del tutto. Al di là della politica, infatti, non si può escludere che le motivazioni al "no" di Lupo siano anche di natura pratica e tattica. L'ingresso in giunta si sarebbe tradotto con l'abbandono dello scranno di vicepresidente dell'Ars innanzitutto. Una ipotesi che non appare conveniente nemmeno sul piano strettamente economico. La indennità complessiva di un deputato che ricopre il ruolo di seconda carica di Sala d'Ercole è infatti molto vicina a quella di un assessore "politico". Incarico, quest'ultimo, che prevede però responsabilità assai più gravose.

Ma c'è probabilmente anche di più. Il "no" all'impegno in prima persona di Lupo si sarebbe tradotto, ovviamente, con l'indicazione in giunta di un assessore molto vicino al politico. I nomi in corsa sono quelli di Anthony Barbagallo e Marika Cirone. Insomma, Lupo terrebbe per sè la carica prestigiosa a Palazzo d'Orleans e potrebbe contare comunque su una persona di fiducia al vertice dell'assessorato. Come già accaduto nell'ultimo anno con la presenza di Antonino Purpura ai Beni culturali. Così, si è fermato tutto. Visto che il dribbling di Lupo rischia di mettere in bilico l'impegno di altri politici indicati come "i più rappresentativi" nel Pd. Tutto si complica insomma nel partito democratico. Dove va sciolto anche il nodo relativo si tre "renziani": Gucciardi appunto, insieme a Contrafatto e Baccei. Davide Faraone punta a confermare tutti. Ma non sarà facile.

Intanto sembrano abbastanza calme le acque tra i centristi. I nomi ci sono già e sono quelli di Giovanni Pistorio, Gianluca Micciché e Franco Vermiglio. Quest'ultimo è un tecnico gradito a Ncd, sponsorizzato in particolare dal messinese Nino Germanà. Se, come pare, Crocetta confermerà Mariella Lo Bello, resterà a quel punto solo una poltrona libera nella quarta giunta del governatore. Sicilia democratica ha già indicato al governo Luisa Lantieri. Una scelta che escluderebbe il Psi-Megafono. I deputati regionali insieme ai leader nazionali del partito (tra cui Nencini) si sono riuniti oggi a Roma. E dalla capitale hanno lanciato una sorta di ultimatum: o abbiamo un assessore in giunta o mettiamo in discussione la nostra presenza nella maggioranza, questo il senso della nota diffusa al termine dell'incontro. Bisognerà risolvere anche questo rebus, prima di poter varare il nuovo governo. Il quarto in tre anni.

Aereo russo precipita sul Sinai. L'Isis: "Lo abbiamo colpito noi"

Partito da Sharm el Sheikh, un Airbus A-321 della compagnia russa Kogalymavia si è schiantato in un’area centrale della penisola del Sinai. Nello schianto sono morte 224 persone: nessuno è sopravvissuto

Tragedia in Egitto. Un aereo di linea della compagnia russa Kogalymavia si è schiantato in un’area centrale della penisola del Sinai, proprio dove l’esercito egiziano sta combattendo i militanti dell’Isis.

A confermare lo schianto, avvenuto dopo solo 23 minuti di volo, è stato lo stesso premier egiziano Sherif Ismail dopo che si erano accavallate notizie contrastanti sulla sorte del velivolo. L'Airbus A-321 con 224 persone a bordo (212 passeggeri e dodici membri dell’equipaggio) era decollato da Sharm el Sheikh ed era diretto a San Pietroburgo.

L’aereo si trovava a una quota di 9.000 metri, quando il capitano ha contattato i controllori di voli e ha chiesto l'atterraggio d'emergenza. Dopo questa comunicazione si sarebbero persi i contatti. Inizialmente i controllori di volo della Turchia avevano, infatti, smentito l'allarme lanciato dalle autorità dell'aviazione egiziana, riferendo di essere entrati in contatto con l’Airbus. Poco dopo, però, anche le autorità russe hanno confermato l’aereo era scomparso dai radar. Le persone a bordo sono per lo più turisti russi di ritorno da una vacanza nella località balneare egiziana. Tra questi ci sono anche diciassette bambini. "Sfortunatamente - scrive l’ambasciata in un post su internet citato da Interfax - tutti i passeggeri del volo 9268 Sharm el Sheikh-San Pietroburgo sono morti".

Il governo egiziano ha subito istituito un gabinetto d’emergenza per gestire la crisi e indagare sulle cause delle disastro. Fonti dell'esercito egiziano hanno spiegato che l'aereo è caduto "a causa di un guasto tecnico". "Nell’ultima settimana l’aereo aveva richiesto più volte assistenza perché il motore non si avviava", hanno riferito fonti della sicurezza dell’aeroporto di Sharm el Sheikh. Il problema al motore potrebbe essere alla base della decisione del Comitato investigativo federale russo di aprire un'inchiesta sulla Kogalymavia Airlines per "violazioni delle normative sui voli e sui loro preparativi". Un’indicazione che i magistrati sospettano negligenze sul piano della sicurezza. Ma, poche ore dopo la tragedia, i tagliagole dello Stato islamico ha rivendicato l'attentato. "Come voi ci uccidete - si legge nella rivendicazione - noi vi uccidiamo". Non è, quindi, possibile escludere la pista del terrorismo islamico. Nella penisola del Sinai sono attivi gruppi jihadisti e questo potrebbe far temere che l’aereo sia stato colpito da un missile, come avvenne nei cieli dell’Ucraina nel luglio 2014 quando fu abbattuto un Boeing della Malaysia Airlines decollato da Amsterdam.-




I pentiti della pagnotta


Sabato 31 Ottobre 2015 - 16:26      
Pubblicato da www.livesicilia.it      


I collaboratori vengono citati uno dopo l'altro. La loro memoria si riaccende e i processi si popolano di fantasmi. Come quello sulla trattativa Stato-mafia che si sta celebrando in Corte d'assise a Palermo. Da Il Foglio oggi in edicola.



ADVERTISEMENT





pentiti, processo, stato-mafia, trattativa
















PALERMO - Bisogna solo portare pazienza. La risposta del pentito di turno arriverà e sarà confortante. Calda come un abbraccio. Sarà sufficiente una mezza parola. Basterà intravedere una sola ombra per alimentare il sospetto. Sono i collaboratori di giustizia a guidare la danza di tanti processi.

Una danza che si popola di morti, personaggi senza volto e canaglie dei servizi segreti. Più fantasmi ci sono e meglio è. Di tanto in tanto ci si deve affacciare al balcone del corso principale per ricordare a tutti che un pentito è per sempre. Bisogna guadagnarsela la pagnotta. Altro che 180 giorni, tanti quanti sono quelli previsti per raccontare tutto ciò che si conosce sulla Cosa nostra che si ripudia. Quale migliore occasione per rispondere “presente” del processo sulla trattativa Stato-mafia che si sta celebrando in Corte d'assise a Palermo. I collaboratori vengono citati, uno dopo l'altro, collegati da località segrete, con i volti camuffati o infrattati dietro un paravento dal grande effetto scenico. Tirano in ballo i politici, quelli cattivi, quelli che reggevano i fili e trattavano con i boss sanguinari. Loro lo sanno, e come se lo sanno, che trattavano. Peccato, però, che nonostante siano collaboratori da un pezzo, degli “indicibili accordi” nulla avevano riferito fino al giorno della convocazione. Perché? Per paura o per la visita degli uomini neri dei servizi inviati nelle carceri per zittirli.

La buonanima di Salvatore Cancemi, il primo componente della Commissione di Cosa nostra a pentirsi, la lezione l'aveva impartita un decennio e mezzo fa. “La mia mente è come una vite arrugginita che si svita lentamente”, diceva. Sì, ma quanto lentamente. A volte serve una vita intera. Prendete Francesco Di Carlo, ex boss di Altofonte. Si è pentito nel '96, ma continua ad affacciarsi al balcone. L'ultima boccata di aria fresca l'ha respirata una manciata di giorni fa. Di Carlo vive da uomo libero, dopo avere pagato il conto con la giustizia, tra Londra e il Nord Italia. Ci racconta pure della sua casa vista mare. Non se la passa malaccio, ma vuoi mettere la vertigine del balcone. Il punto è che se ogni tanto non t'affacci, non sei nessuno. Sei fuori dai giochi delle comparsate televisive, dei dibattiti e dei libri su ciò che si è stato e che non ora si è più, perché è sempre meglio riservarsi qualcosa di inedito piuttosto che mettere tutto a verbale. Insomma, non si può mica rischiare di essere semplicemente un ex boss che si è pentito, uno a cui lo Stato ha riconosciuto i benefici che spettano ai collaboratori di giustizia, uno a cui è stata concessa una seconda possibilità con una nuova identità e in una località segreta. In pratica, un signor nessuno.

E così, ogni tanto, bisogna battere un colpo. In una recentissima intervista al Fatto Quotidiano, sollecitato dal cronista, Di Carlo lo ammette pure: “Non ho detto ancora tutto? In ballo ci sono trent'anni di storia di mafia, se poi uno dice quello che ho detto io bisogna procedere per gradi. La verità non tutti vogliono conoscerla. A domanda rispondo, ma so anche che il sacco vuoto non si regge in piedi”. Procedere per gradi: Cancemi ha fatto scuola. Parentesi: a domanda risponde, quella del pentito Di Carlo ricorda da vicino un'espressione utilizzata dal testimone (non gradisce la parola dichiarante) Massimo Ciancimino: "Io non ho mai collaborato con i magistrati, ho solo risposto alle domande. Purtroppo viviamo in una cultura omertosa dove rispondere alle domande equivale a collaborare". Così disse il figlio di don Vito e così ha ripetuto le volte in cui gli veniva contestata la rateizzazione dei suoi ricordi. Chiusa la parentesi.

Fra le cose che sovvengono oggi alla memoria di Di Carlo c'è la storia di un misterioso incontro in una villa del Circeo dove, secondo il suo collega - nel senso che si è pentito pure lui - Gioacchino La Barbera si sarebbero decise le stragi di Capaci e via D' Amelio un decennio prima che il tritolo dilaniasse giudici e agenti di scorta. Non è andata proprio così, rimprovera Di Carlo. La Barbera non può essere preciso. Lui sì, Di Carlo sì, perché lui c'era: “Ricordo che accompagnai da Roma un paio di persone, salimmo lungo un sentiero di montagna, ma dal promontorio si vedeva il mare”. In quel luogo misterioso e bucolico non si parlò di stragi, ma di “un golpe”. Ed eccoli i fantasmi. Di Carlo precisa che non c'era Giulio Andreotti (morto), “però c'erano Nino Salvo (morto) e l'avvocato Vito Guarrasi (morto), il capo del Sismi Giuseppe Santovito (morto) e un politico, forse un ministro, di cui non ricordo il nome”. Peccato, senza identità non possiamo soddisfare la nostra curiosità, non sapremo mai se il “forse ministro” sia passato, pure lui, a migliore o peggiore vita (dipende dai punti di vista). Nel frattempo Di Carlo pianta la sua bandierina smentendo La Barbera, il killer di Giovanni Falcone capace di dire tutto e il contrario di tutto. È riuscito nella fantozziana missione di smentire se stesso. Rispondendo alle domande di una giornalista de La Repubblica, La Barbera disse lo scorso settembre che dietro l'uccisione di Giovanni Falcone “non c'è solo la mafia”, ma probabilmente anche “un uomo dei servizi segreti”. Ma come, proprio lui che, testimoniando al processo sulla strage del Rapido 904, mise a verbale che “ogni strage e ogni delitto eccellente, nell'ambiente di Cosa nostra si diceva sempre che erano stati i servizi segreti per deviare, ma sono solo dicerie. Anche per Capaci all'interno di Cosa nostra, fra chi non aveva partecipato alla strage, si disse che erano stati i servizi segreti. E invece eravamo stati noi”. Non contento La Barbera ha fatto la smentita della smentita, rimangiandosi davanti ai magistrati di Caltanissetta quanto dichiarato nell'intervista. E così i pm nisseni hanno ritenuto inutile convocarlo come testimone al nuovo processo sulla strage di Capaci.

Di La Barbera in La Barbera. Il racconto di Di Carlo, per la verità non è il solo a farlo, annovera nell'elenco dei fantasmi un altro morto. Anzi 'il morto', quell'Arnaldo La Barbera che guidava il pool “Falcone e Borsellino” che indagò sulle stragi di Capaci e via D'Amelio. Con lui Di Carlo non è stato tenero. Se La Barbera non fosse stato stroncato da un tumore nel 2002, probabilmente le parole del pentito di Altofonte gli sarebbero scivolate addosso, impegnato come sarebbe stato in faccende più delicate. Dal 2010 su di lui, post mortem, pesa il sospetto della colpa delle colpe, e cioè di avere orchestrato il depistaggio delle indagini sugli eccidi di mafia. A cominciare dalle dichiarazioni del pataccaro dei pataccari, quel Vincenzo Scarantino, il picciottello della Guadagna che era parso ai più l'uomo della Provvidenza tanto che le sue dichiarazioni servirono per condannare all'ergastolo una serie di innocenti a cui, solo nel 2011, lo Stato ha dovuto chiedere scusa. Non è stato La Barbera a chiederne la condanna e neppure ad emettere le sentenze ma pubblici ministeri, procuratori generali e giudici di tre gradi di giudizio. E dire che il procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini, applicata a Caltanissetta fra il '92 e il '94 per indagare sulle stragi, avvisò che “si stava imboccando una pista pericolosa, lo dicemmo al procuratore Tinebra (oggi in pensione), ai colleghi Anna Palma (tornata pochi giorni fa a Palermo come sostituto procuratore generale) e Nino Di Matteo (pm del processo sulla presunta trattativa Stato-mafia), lo segnalammo in una nota inviata anche alla Procura di Palermo". Bisogna ammettere che anche lo Stato avrebbe meritato di essere processato per gli errori commessi. Errori evidenti, anche ammettendo che siano stati commessi per la sola fretta di consegnare un colpevole all'opinione pubblica, oppure che i depistatori siano stati bravi a fare il lavoro sporco. Questa, però, è un'altra storia che la Procura di Caltanissetta sta cercando di riscrivere. Innanzitutto, ha tirato fuori dal carcere sei innocenti condannati all'ergastolo per l'eccidio di via D'Amelio. Siamo giunti al processo quater che potrebbe essere seguito dal quinques. Nelle scorse settimane la Procura nissena aveva chiesto l'archiviazione per Mario Bo, Vincenzo Ricciardi e Salvatore La Barbera, poliziotti del pool di La Barbera, sotto inchiesta per i depistaggi. Il gip, però, ha respinto la richiesta. Un atto dovuto dal momento che una delle persone offese, Natale Gambino, tra gli innocenti condannati al fine pena mai, ha fatto opposizione all'istanza dei pm.

Ai pentiti, siano essi colpevoli o innocenti, i morti piacciono. E sul conto di La Barbera hanno detto le peggiori nefandezze. Compreso Vito Galatolo, rampollo dello storico clan dell'Acquasanta tra gli ultimi a saltare il fosso. Le sue dichiarazioni sono confluite nel “Borsellino quater” nella parte in cui parla del boss Filippo Graviano e della frase - “siamo coperti” - che il capomafia di Brancaccio avrebbe pronunciato dopo la strage di Capaci e poco prima che scoppiasse l'infermo in via D'Amelio. Dipinge La Barbera, come uno sbirro in combutta con i mafiosi. Peggio, “nel libro paga” dei potenti Madonia. Galatolo ha dalla sua la forza dell'attualità del suo pentimento, visto che è appena trascorso il limite dei 180 giorni e i pm di Palermo stanno scrivendo il verbale che raccoglie tutte le sue dichiarazioni. Altri, come Di Carlo, invece, hanno bisogno di affacciarsi al balcone di cui sopra. Altri ancora hanno rischiato di cadere giù. Come Giovanni Brusca che ha tentato di “salvare” il suo tesoretto segreto, sfuggito per decenni alla mannaia della confisca. Ad agosto gli hanno tolto alcuni immobili a Palermo che valgono un milione di euro. Perché il boia di San Giuseppe Jato, collaboratore di giustizia dal 1996 con tanto di permessi premio per uscire dal carcere, ha sempre tenuto dei contatti con il mondo esterno. In cella gli trovarono pure una pendrive con le indicazioni per le ristrutturazioni di una casa in paese. Il suo programma di protezione traballò, ma alla fine fu perdonato.

Il punto è che i pentiti passano per mestiere dal balcone al bancone dei testimoni dei processi su stragi, annessi e connessi aperti in giro per l'Italia. Processi che diventano il luogo ideale per la loro danza dei fantasmi. Quello sulla Trattativa fra boss e pezzi dello Stato, in corso a Palermo, obbliga i pubblici ministeri e tutte le parti processuali a misurarsi con avvenimenti misteriosi, intricati e risalenti nel tempo. A ricordacelo interviene il fattore morte. Ad inizio estate, ad esempio, è venuto a mancare Giovanni Conso, presidente emerito della Corte costituzionale. Aveva 93 anni. Nel 1993, quando era ministro della Giustizia, decise di non rinnovare il 41 bis (il regime di carcere duro) a 300 boss mafiosi. “Non ci fu alcun retroscena in quella scelta, decisi io, in solitudine”, ha sempre sostenuto Conso. Secondo i pm di Palermo, invece, sarebbe la prova che lo Stato trattò con la mafia. Processo difficile quello sulla Trattativa che tanti dibattiti ha suscitato in punta di diritto. Langue da un po', soprattutto dal punto di vista mediatico. Era partito con la corsa ai posti a sedere dei cronisti di mezzo mondo, ora i riflettori si sono spenti. È un dibattimento in cui di pentiti ne sono passati parecchi. Compreso Di Carlo che raccontò in udienza, manco a dirlo, della misteriosa visita di tre uomini dei servizi segreti. La Barbera, “un certo Giovanni, forse dell'esercito, e una persona inglese” lo andarono a trovare in carcere, alla fine degli anni Ottanta, a Londra, dove era detenuto per droga. Volevano un contatto con i boss palermitani. E Di Carlo non lo ha raccontato solo a Palermo. Il suo tour della pagnotta ha fatto tappa anche a Milano, al processo sulla strage di via Palestro dove nel 1993 un'autobomba uccise cinque persone davanti al Padiglione d’arte contemporanea.

Al processo di Palermo si è fatto vivo di recente anche un pentito messinese, Carmelo D'Amico. Lui le cose le conosce (“Andreotti, con altri politici, e i servizi segreti sono i mandanti delle stragi del ‘92, di Capaci e di via D’Amelio”) perché gliele avrebbe raccontate in carcere il potente capomafia Nino Rotolo. Si confidò con lui tra il 2012 e il 2014. Non ne ha parlato prima per paura di essere ammazzato dai servizi in carcere proprio come come sarebbe già avvenuto per altri. Inutile chiedergli “chi, dove e quando” perché il collaboratore tace. E che dire di un altro pentito storico, Gaetano Grado, che per mestiere ammazzava la gente. Non morivano solo i nemici. Una volta ordinò il delitto di tre ragazzi colpevoli di avere risposto in malo modo a un boss infastidito dal chiasso che facevano al ristorante. Grado è stato ancora più esplicito: “Non parlo di politica. Non è ancora il momento. Ci tengo a campare ancora qualche annetto. Non è riuscito ad ammazzarmi Totò Riina, figuriamoci se voglio farmi ammazzare dallo Stato”.

A questo punto la domanda sorge spontanea: forse è anche per la danza dei fantasmi che i processi durano una vita. A conti fatti, a ventitré anni dalle bombe e dopo avere celebrato una dozzina di dibattimenti, siamo di fronte ad una verità giudiziaria parziale, nel caso di Capaci, e ad una che, per via D'Amelio, vale quanto la carta straccia. Non servono neppure le marche da bollo. Visto che ai pentiti dobbiamo garantire la pagnotta, che almeno se la guadagnino fino in fondo. Ci raccontino tutto e soprattutto subito.