mercoledì 26 novembre 2014

All'Ars mozione anti-

Monterosso e caso trivelle.

Crocetta non va, 

test per la maggioranza.

Mercoledì 26 Novembre 2014 - 13:31
Pubblicato da www.livesicilia.it


A Sala d'Ercole era atteso il governatore per discutere dell'accordo con Eni. Verrà sostituito da Mariella Lo Bello. Forza Italia attacca: "Uno sfregio al parlamento". E sul tema il Pd non è unito. Poi, si passerà all'atto d'accusa contro il Segretario generale che i deputati potrebbero stoppare, come auspicato dal presidente della Regione.


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PALERMO - La mozione anti-Monterosso e l'accordo sulle trivelle. Il piatto dell'Ars oggi è ricco, e promette polemiche. Anzi, ne ha già offerta una, prima ancora che la seduta abbia inizio. Il presidente della Regione Crocetta non ci sarà. Sarà quindi il vice presidente della Regione, Mariella Lo Bello, a riferire nel pomeriggio all'Ars sulla vicenda delle trivellazioni. Il governatore è impegnato in incontri istituzionali a Roma e rientrerà a Palermo probabilmente domani.

Eppure, la presenza del governatore era molto attesa. Il tema dell'accordo con l'Eni aveva infatti fatto alzare un polverone. Anche all'interno della maggioranza non sono mancati i dubbi, che hano trovato una loro rappresentazione concreta nel voto favorevole di diversi parlamentari del Pd alla mozione per stoppare ogni attività di trivellazione, avanzata dal Movimento cinque stelle e sostenuta anche dal centrodestra. “Una mozione non può fermare una legge”, aveva in quelle ore replicato secco Crocetta, facendo riferimento in particolare all'articolo 38 dello “Sblocca-Italia”. Che dava il via, appunto, anche agli interventi nel territorio siciliano.

Tra i parlamentari che avevano richiesto al presidente della Regione la presenza in Aula, anche il presidente dell'Ars Giovanni Ardizzone, che oggi però dribbla le polemiche: “La seduta – dice – si svolgerà regolarmente e sarà pienamente legittimata dalla presenza del vicepresidente Mariella Lo Bello. Insomma, il governo ci sarà e questo basta, il presidente era impegnato per motivi istituzionali e me l'ha comunicato ufficialmente”.

Ma l'annunciata assenza di Crocetta non è stata affatto digerita dall'opposizione. Molto duro il capogruppo di Forza Italia Marco Falcone: “Questo è l'ennesimo gesto di sufficienza e sfregio nei confronti dell'Assemblea e dei cittadini su un tema tanto importante, sentito e dibattuto dalla popolazione siciliana. Dal Bis al Ter - aggiunge Falcone - poco sembra dunque essere cambiato. La maggioranza non è stata affatto ricompattata e Crocetta continua a non ricordare che un presidente ha il dovere di presentarsi di fronte al Parlamento per spiegare le proprie scelte ed assumersi le proprie responsabilità".

E in effetti, sull'argomento la maggioranza non è che sia così “monolitica”. Esattamente due settimane fa, infatti, la mozione dei cinquestelle che puntava a bloccare le trivellazioni, è stata votata favorevolmente anche dai parlamentari Pd Mariella Maggio, Giovanni Panepinto, Fabrizio Ferrandelli, Marika Cirone, Antonella Milazzo e Giuseppe Arancio. Una posizione presa nonostante il governo, rappresentato in quella seduta dall'assessore al Territorio Maurizio Croce, si fosse espresso in maniera esattamente opposta. E il “no” all trivelle è stato ribadito in maniera molto forte dallo stesso Fabrizio Ferrandelli, che si è detto pronto anche a presentare un ordine del giorno per l'abolizione dell'articolo 38 dello “Sblocca Italia”. Un atto, a dire il vero, che nella sostanza ricalca quanto già approvato appunto due settimane fa. Ma che assume comunque una valenza politica. La maggioranza, sulla questione trivelle, non è unita.

Ma potrebbe ritrovare l'unità sul secondo “tema forte” di giornata: la mozione con la quale il Movimento cinque stelle chiede la rimozione del Segretario generale Patrizia Monterosso. I motivi della “censura” sono legati essenzialmente alla condanna della Corte dei conti per gli extrabudget oltre che per il ricorso a dirigenti generali esterni. In questo caso, l'assenza del presidente della Regione assume un altro valore. Crocetta, infatti, ha snobbato fin da subito la discussione di questa mozione: “Trovo assurdo – ha detto il governatore - che da mesi il Parlamento venga continuamente sollecitato a discutere, non di leggi e riforme in grado di dare slancio alla Sicilia e risolvere i drammatici problemi occupazionali e di sviluppo che interessano l'Isola, ma piuttosto di una serie continua di mozioni, che assumono soltanto il ruolo fuorviante di dibattere su cose che non servono alla Sicilia. La scelta dei collaboratori così come accade all'Ars, - ha aggiunto il governatore - dove è fatta unilateralmente dai deputati, è per sua natura effettuata intuitu personae dai rappresentanti del governo. Trovo singolare poi che tale mozione venga incardinata senza la decisione della conferenza dei capigruppo e spero che tale organo si pronunci per evitare un inutile dibattito”.

Su questo punto, il presidente dell'Ars Ardizzone nei giorni scorsi ha replicato un po' piccato, sottolineando che quella mozione è “ricevibile”, ma ricordando anche che il regolamento dell'Ars consente ai parlamentari di giudicarla, in Aula, inammissibile. All'articolo 160, per la precisione: "Nel caso di materia ritenuta estranea alla competenza dell'assemblea, l'assemblea medesima decide, per alzata e seduta". In quel caso, la maggioranza ha un'occasione d'oro per dimostrare la fedeltà politica a quel governatore che ha definito, in Aula, Patrizia Monterosso un esempio di legalità e coraggio. -

Gli appunti dello 007 

Maletti: ecco chi c’era 

nel Sid parallelo.

L’ex capo del controspionaggio ha ammesso ai pm della Trattativa, andati ad interrogarlo in Sudafrica, di essere l’autore di un manoscritto sequestrato a casa sua negli anni ’80: una ventina di pagine in cui si racconta l’esistenza di un servizio segreto occulto che interveniva per depistare le indagini sui tentativi golpisti.

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Pubblicato da www.loraquotidiano.it






Un manoscritto in cui si racconta l’esistenza di un servizio segreto parallelo attivo negli anni ’70 dentro al Sid, il servizio informazioni della difesa, l’antenato del Sismi. Un appunto di una ventina di pagine, risalente agli anni di piombo, in cui si rivela l’attività di un Sid parallelo che interveniva per depistare le indagini sui vari tentativi golpisti messi in atto in Italia tra il 1970 e il 1974: primo tra tutti il golpe del principe Junio Valerio Borghese. Quelle pagine scritte a penna furono sequestrate negli anni ’80 dall’allora pm di Roma Domenico Sica in casa di Gianadelio Maletti, il generale che guidò l’ufficio D del Sid fino al 1976, interrogato la settimana scorsa in Sudafrica dai pm Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene, che indagano sulla Trattativa Stato-mafia. L’appunto, già contenuto in copia nella rogatoria inviata a Johannesburg dal ministero degli Esteri italiano, è stato per la prima volta riconosciuto da Maletti, che ai pm ha ammesso di essere lui stesso l’autore di quell’approfondita analisi sulla situazione interna ai servizi negli anni ’70.
Il manoscritto top secret, non ancora depositato agli atti dell’inchiesta sulla Trattativa e di cui non si conosce ancora l’esatto contenuto, è una specie di promemoria su un’indagine svolta all’interno del Sid, che aveva individuato gli 007 appartenenti al servizio parallelo: tra questi il generale Mario Mori, imputato davanti la corte d’assise di Palermo per la Trattativa Stato mafia, il colonnello Federico Marzollo, l’uomo che arruolò nell’intelligence il futuro fondatore del Ros, e Gianfranco Ghiron, fonte dei servizi vicino all’estrema destra, fratello di Giorgio, avvocato che anni dopo sarà il legale di Vito Ciancimino. Ma non è l’unico documento che i pm hanno portato con loro in Sudafrica.
A Maletti, infatti, sono stati mostrati una serie di carteggi top secret, provenienti dagli archivi dei servizi, che delineano tutti l’esistenza di un Sid parallelo, organico e attivo all’interno di quello ufficiale, creato con lo scopo di bloccare le indagini sull’estrema destra e sui tentativi di colpo di Stato. Un servizio segreto più ampio rispetto al cosiddetto “gruppo dei sei” a cui fa cenno un altro appunto mostrato a Maletti, redatto dalla fonte Gian, in cui si racconta di come all’interno del Sid, una struttura composta da sei uomini (tra questi sempre Mori, Marzollo e Ghiron), nata per ostacolare le indagini sulla destra eversiva del reparto D, ovvero il controspionaggio guidato negli anni ’70 dal generale latitante in Sudafrica dal 1981.
In passato Maletti aveva già fatto cenno all’esistenza di un Servizio segreto parallelo davanti la commissioni Stragi, volata in Sudafrica per interrogarlo in un’audizione poi secretata. Adesso però è diverso: perché riconoscendo la paternità di quell’appunto, Maletti ha in pratica ammesso di avere compiuto lui stesso un’indagine interna al Sid, scoprendo di fatto la presenza di una struttura d’intelligence parallela. Ed è per questo che nel 1975 chiede e ottiene dal direttore del Sid Mario Casardi l’allontanamento di Mori dal Sid e il divieto di prestare servizio a Roma. “Le inclinazioni politiche di Mori, però, mi erano chiare” ha detto Maletti, riferendosi alla vicinanza del generale con l’estrema destra. Appena trenta giorni dopo l’allontanamento di Mori dal Sid, anche Marzollo viene restituito all’Arma dei Carabinieri, finendo poi coinvolto nel processo sul golpe Borghese.
Interrogato in un’aula del palazzo di giustizia di Johannesburg, Maletti è comparso davanti ai pm accompagnato dal suo avvocato Michele Gentiloni Silveri: sulla testa dell’ex 007 pesa infatti una richiesta di estradizione dell’Italia. Latitante in Sudafrica dal 1981, Paese che gli concede la cittadinanza nello stesso anno, condannato definitivamente per la prima volta nel 1996, per 17 anni Maletti rimane tranquillamente in esilio a Johannesburg: l’ordine di esecuzione pena viene infatti firmato dalla procura di Roma soltanto il 18 marzo del 2013. I poliziotti lo eseguiranno però solo dopo l‘8 maggio del 2013, e cioè poche ore dopo la morte di Giulio Andreotti. Il sette volte presidente del consiglio, il divo custode dei segreti di mezzo secolo, processato a prescritto per concorso esterno a Cosa Nostra, che quando Gentiloni andrà a chiedergli un parere per la richiesta di grazia presentata da Maletti al presidente Giorgio Napolitano, risponderà beffardo: “Avvocato, per me il generale sta bene in Sudafrica”.  -

Capaci bis, Mario Santo 

Di Matteo: "Gioé mi disse 

che Bellini era dei Servizi".

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In aula il teste Mario Santo Di Matteo


di AMDuemila - 26 novembre 2014 - Ore 13:06


“Paolo Bellini era un uomo appartenente ai servizi segreti. Me lo disse Antonino Gioé. Si era avvicinato per uno scambio di favori. Lui chiedeva di recuperare un quadro e in cambio si sarebbe messo a disposizione per interessarsi per alcuni processi, per il carcere duro e i carcerati per tramite di un personaggio che non conosco, forse politico. Riina e Brusca erano informati di tutto e Gioé non faceva niente se non c’era il loro ok. Io conobbi Bellini perché Gioé lo portò anche a casa mia. Lui l’aveva conosciuto in carcere sotto un altro nome. A Bellini lo rividi in carcere tempo dopo ma restò sempre vago su certi argomenti”. Tuttavia il pentito non è riuscito ad essere molto preciso sugli incontri tra Gioé e Bellini collocandoli in tempi antecedenti alla strage di Capaci. “Queste cose tra Gioé e Bellini erano presi con le pinze. Da quello che so poi non se ne è fatto nulla - ha aggiunto Di Matteo - Gioé lo aveva conosciuto al carcere di Sciacca ed anche lui diceva che doveva stare attento a come parlava”. Di Matteo ha anche parlato dell’ultimo dialogo avuto con Nino Gioé prima del suicidio in carcere alla fine di luglio: “Aveva la barba lunga si affacciò alla finestra mentre io passeggiavo durante l’ora d’aria. Gli dissi ‘ma che devi fare San Giuseppe’”. Lui era seccato ma mi disse che faceva colloqui con la famiglia tutti i giorni. Io capii che stava accadendo qualcosa, che stava parlando o iniziando a collaborare. Gli chiesi ‘che stai a combinà?’ e lui chiuse la finestra. Qualche tempo dopo, quando ero a l’Asinara, appresi al tg che si era ucciso. Lui aveva parlato di me nella lettera e vennero ad interrogarmi. Io sono sempre convinto che si sia ucciso perché aveva saltato il fosso”.

Capaci bis, Mario Santo Di Matteo: “Stragi una guerra allo Stato da parte di Riina”

Per il collaboratore di giustizia “in Cosa nostra non tutti erano d’accordo”
di AMDuemila - 26 novembre 2014 - Ore 12:40

“Le stragi? Una Guerra allo Stato da parte di Riina. In Cosa nostra c’era a chi dava fastidio questa cosa”. A raccontarlo al processo Capaci bis, che per il terzo giorni si sta celebrando al carcere Rebibbia di Roma, è Mario Santo Di Matteo padre di Giuseppe, il bambino rapito da Cosa nostra e poi sciolto nell’acido. “Ricordo che mio padre lo disse ad Antonino Gioé, ‘questi vi porteranno a sbattere (riferendosi ai Corleonesi), voi non sapete chi è Riina, quando lo capirete sarà troppo tardi’. Riina aveva fatto sempre grandi tragedie in Cosa nostra già ai tempi di Liggio. Per le stragi poteva contare su famiglie fidate come per esempio i Madonia, i Brusca, i Ganci. E noi obbedivamo”. Il collaboratore di giustizia ha poi parlato del proprio ruolo al tempo delle stragi. In un suo possedimento, in contrada Rebottone, furono fatte alcune prove per l’esplosivo. “Ricordo che lo portò Agrigento - ha detto innanzi alla Corte d’assise nissena - era un esplosivo di tipo granuloso. Fu fatta una prova in campagna e venne fatto saltare un blocco di cemento. C’eravamo io, Gioé, Brusca, Rampulla, Bagarella. Pietro Rampulla era il tecnico che armava tutto. Ricordo che portò due telecomandi lui, ed altri due li avevamo comprati io e Brusca in un negozio di giocattoli. Un paio furono usati per Capaci. Gli altri due li consegnai a Gioé tempo dopo. Mi disse che li doveva dare ai Graviano”. Tra diversi non ricordo Di Matteo ha cercato di ricostruire le varie fasi dell’attentato che lo hanno visto protagonista solo in una prima parte, dopodiché fu messo a conoscenza dei fatti solo da Gioé. “Fui coinvolto anche nelle prove di velocità. Ricordo che viaggiavo in autostrada a circa 160 km/h. Serviva per capire se l’impulso al detonatore arrivava in tempo. Sulla montagnetta c’erano Gioé e Brusca, io passavo e c’era chi controllava se la lampadina faceva il flash”. Di Matteo ha anche detto di non ricordare se vi fosse stato il coinvolgimento di soggetti esterni a Cosa nostra nelle fasi dell’attentato e alla domanda se fossero stati simulati dei lavori stradali durante le fasi di preparazione de “l’Attentatuni” ha detto di “non ricordare” mentre in un verbale del 6 novembre 2013 ai pm aveva dichiarato di “escluderlo”.



Riprende mercoledì 26 Novembre 2014 alle ore 9:30 il processo sulla strage di Capaci, l'eccidio che portò alla morte il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta il 23 maggio '92. Imputati i boss Salvino Madonia, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino e Lorenzo Tinnirello.
A sostenere l'accusa sono il capo procuratore Sergio Lari, insieme agli aggiunti Lia Sava e Stefano Luciani.
Verranno esaminati i collaboratori di giustizia Calogero Ganci, Mario Santo Di Matteo e Fabio Tranchina.
Precedentemente il pm Domenico Gozzo aveva dichiarato: "Il 'Capaci bis' è un processo molto importante perché, a 15 anni di distanza dal primo processo, affronta gli stessi fatti ma con sette nuovi imputati e svelando la parte della vicenda che riguarda il reperimento dell'esplosivo. Abbiamo voluto che il lavoro della procura di Caltanissetta fosse come una casa di vetro e per questo, così come avevamo fatto per il Borsellino quater, abbiamo inserito nel processo tutte le altre indagini che abbiamo fatto in merito".  -

Pubblicato: 26/11/2014  -  lasiciliaweb›› Politica››.

'Non perdiamo fondi 

Garanzia giovani'.

L'assessore regionale al Lavoro, Caruso, incontra i sindacati: "Il governo avvierà subito le iniziative necessarie per attuare le misure del Programma". Rassicurazioni anche sul Ciapi di Priolo.

 

PALERMO - Incontro questa mattina dell'assessore regionale al Lavoro Bruno Caruso con le rappresentanze regionali di Cgil, Cisl e Uil.

L'assessore ha rassicurato i sindacati: "Il governo regionale siciliano avvierà in tempi rapidissimi tutte le iniziative necessarie perché vengano attuate le misure del Programma Garanzia Giovani, scongiurando così il pericolo che vadano persi i 55 milioni di euro che, stando alle indicazioni fornite dal Dirigente generale del Dipartimento Lavoro, possono essere impiegati per 39 milioni per l'orientamento specialistico e 16 milioni per l'accompagnamento lavoro".

Caruso, che era affiancato dal dirigente generale del Dipartimento Lavoro Anna Rosa Corsello e dal capo di gabinetto Salvatore Lanzetta, ha riferito ai sindacalisti dell'incontro da lui avuto nei giorni scorsi con il ministero del Lavoro, durante il quale ha assunto a nome del governo regionale l'impegno di avviare quanto prima tutte le iniziative previste dal programma Garanzia Giovani.

Domani al Dipartimento Lavoro sarà definito un crono programma per l'attuazione degli interventi, tra i quali quello dell'orientamento specialistico, la cui realizzazione viene affidata al Ciapi di Priolo, che utilizzerà il maggior numero possibile degli operatori che sono già in servizio presso gli sportelli multifunzionali e che sono risultati idonei nella graduatoria predisposta dall'Ente.

L'assessore Caruso si è inoltre impegnato con le rappresentanze sindacali a fare tutti gli approfondimenti e le azioni necessarie per quanto riguarda la Cig e la cassa integrazione in deroga.

Infine, l'assessore ha sottolineato la sua determinazione a creare un raccordo continuo con gli operatori e le organizzazioni sindacali al fine di una riorganizzazione dei servizi per il lavoro attraverso la convocazione di un tavolo interassessoriale.  -

Truffano anziani per ottenere 

contratti con altra ditta 

fornitrice di energia elettrica.

Pubblicato da www.amnotizie.it

 
26 novembre 2014 11:52

Si presentavano come due dipendenti Enel con tanto di cartellino in bella vista. Chiedevano, casa per casa, di poter visionare le ultime bollette di luce e gas per esser certi che tutto fosse a posto ed “azzerare” eventuali costi superflui.
Le vittime preferite erano le persone più anziane a cui, i due falsi dipendenti Enel facevano credere di firmare un mero atto di variazione contrattuale più favorevole. In realtà le vittime stavano sottoscrivendo un nuovo contratto con un’altra ditta per la quale i due truffatori lavoravano come procacciatori d’affari.
Gli agenti del Commissariato di Pubblica Sicurezza di Taormina li hanno bloccati con ancora addosso il cartellino dell’Enel ed un nutrito numero di volture già ottenute in giornata con l’inganno. Sono stati denunciati all’Autorità Giudiziaria per truffa.  -
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Tali truffatori visitano anche gli utenti Enel di Oliveri.
Ma nessuno interviene per impedire il malaffare.  -
Antonio Amodeo

Capo d’Orlando, nuovo 

progetto per il depuratore.

Pubblicato da www.amnotizie.it

 

 
26 novembre 2014 10:23

Un ulteriore adeguamento progettuale per ripresentare la richiesta e puntare a recuperare il milione e 350.000 euro che il comune di Capo d’Orlando avrebbe a disposizione per mettere perfettamente in regola ed adeguarlo alla crescita della città, il depuratore comunale.
Un finanziamento assegnato due anni fa nell’ambito dell’Accordo di Programma Quadro Stato-Regione per adeguare l’impianto di contrada Tavola Grande alle nuove norme imposte dalla legge del 1999 in armonia con i dettami europei nel settore ambientale. Soldi rimasti, per i tanti comuni siciliani che li hanno ottenuti, a lungo fermi alla Regione e che rischiavano di dover essere restituiti all’Unione Europea che li ha stanziati per l’Italia.
Dopo l’incontro di qualche mese fa a Roma, alla presenza del vice sindaco Aldo Leggio, però, la commissione nazionale che si occupa di questi interventi ha però richiesto un ulteriore ammodernamento del progetto, portando ai massimi standard possibili. Così, l’ufficio tecnico del comune ha sistemato il proprio elaborato prevedendo un impianto di depurazione ulteriormente potenziato ed adeguato alle esigenze della città ed entro la prossime settimana il nuovo progetto verrà consegnato in assessorato a Palermo
L’intervento sull’impianto di Capo d’Orlando, ubicato al confine con il torrente Zappulla, ad ovest della città paladina ed al confine con il comune di Torrenova, è vecchio di trentasei anni essendo stato costruito nel 1979 anche se è entrato in funzione del 1983.  Poi fu potenziato aumentando ad una esigenza funzionale di 19.870 di utenti la capacità depurativa.  Attualmente consente un trattamento di secondo livello non adeguato alla normativa che prescrive che  le acque reflue urbane devono essere sottoposte, prima dello scarico, ad un trattamento secondario e per questo dal luglio del 2013 è sotto sequestro giudiziario nell’ambito di una inchiesta del commissariato di Polizia, coordinata dalla procura di Patti. -
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Una comunità civile, specie con vocazione turistica balneare, sente il dovere e la necessità di adeguare le proprie strutture igienico-sanitarie alla vigente normativa ed alle attuali esigenze  cittadine prevedendo, nei limiti del possibile, lo sviluppo futuro.
Il depuratore comunale di Oliveri è più anziano di quello orlandino.
Le Amministrazini comunali succedutesi nel tempo hanno provveduto ad una insufficiente ordinaria amministrazione dell'impianto esistente senza porre la necessaria attenzione all'adeguamento alla più recente normativa ed alle crescenti nuove esigenze del territorio.
Credo sia opportuno che la novella Giunta Comuale, prevalentemente rosa, rompa gli indugi e provveda immediatamente a dotare Oliveri di un più idoneo e moderno impianto di depurazione.
A tal'uopo si sarebbe potuta utilizzare la fetta di mutuo, pari ad euro 500mila, spesa inutilmente per il verde attrezzato in costruzione, molto discutibile per funzionalità ed estetica.  -

Antonio Amodeo

martedì 25 novembre 2014

POVERO RENZI, COME TI SEI RIDOTTO...

 
di Saverio Lodato - 24 novembre 2014
 
Pubblicato da www.antimafiaduemila.com

Condurre l’Emilia Romagna, per sessant’anni all’avanguardia in Italia come modello di partecipazione attiva e dal basso alle scelte della politica, a totalizzare il 37 per cento dei votanti, poco più poco meno, in una competizione regionale, ha qualcosa di sbalorditivo che non si spiega solo con un mix di dissennatezza, arroganza, dilettantismo e profonda ignoranza della storia. Ciò che è accaduto mette infatti una definitiva pietra tombale sopra l’illusione di cambiare il Paese andando contro le aspettative del Paese. Sopra la pretesa che un singolo "manovratore", per quanto audace, spregiudicato e ardimentoso, applaudito da una clack di anemiche comparse, potesse riuscire a tenere la barra diritta in tempi di marosi e di tempeste.
Ha un bel dire, a commento a caldo dei primi dati, Maria Elena Boschi, l’ape regina delle anemiche comparse, che "questo non è un test contro il governo". A no? E che cos’è, di grazia? Come intende definirlo? Un voto di balordi di periferia? Il risultato di un’assemblea condominiale chiamata Emilia Romagna? Non le basta quanto è accaduto? Non si rende conto, la signora che non trova marito, come si apprende dalla sua stucchevole telenovela inflitta agli italiani, che la gente si sbatte ormai fra esasperazione e rassegnazione?
Sa, Maria Elena Boschi, cosa ha rappresentato l’Emilia Romagna nella storia d’Italia? Un’ideale linea Maginot. E tradizione vuole che una linea Maginot, o tiene o viene sfondata; terzium non datur, si sarebbe detto un tempo. E questa volta la linea Maginot, per il Pd, è stata sfondata.
La signora Boschi si rende conto che se lì si sono ridotti a votare un cittadino su tre, ci sono regioni, in questo momento, che se solo fossero chiamate a votare non oltrepasserebbero il 10 per cento di elettori? In politica, la legge del contrappasso, sa essere fulminante.
Nel giro di pochi mesi, il Pd si è ritrovato a essere da imbattibile Colosso che oltrepassava il 50 per cento, al nanerottolo che è emerso ieri dalle urne.  Certo. Sempre con quasi il 50 per cento, ma con un esercito decimato di due terzi. Il che fa una qualche differenza.
Povero Renzi.
"Abbiamo vinto 2 a 0"; "l’affluenza è un problema secondario". Questo è il condensato del pensiero politico del premier, che in un primo tempo aveva mandato in avanscoperta la Boschi. Nel frattempo, per ore e ore,  Stefano Bonaccini, pur essendo già stato eletto presidente dell’Emilia Romagna taceva per pudore, prima di ammettere – gli va riconosciuto - che si trattava di una "vittoria mutilata".
Povero Renzi.
Ricordate, appena qualche settimana fa?  Chiedeva 1000 giorni di governo. Tre anni, dicasi tre anni. Tre anni di navigazione garantita, per far quello che gli pareva. Per andar di petto contro l’articolo 18. Per lanciare una sfida all’O.K. Corral alla Cgil. E solo chi è accecato da un odio inguaribile per la storia del movimento operaio, poteva approfittare del voto di ieri per definire quelli che scioperano una forza politica da "prefisso telefonico".
Pretendeva mille giorni per traghettare nel "nuovo mondo" tutta la vecchia arca di Noè di Forza Italia, da Berlusconi a Verdini, compreso Alfano del N.C.D.  E ora? Berlusconi, il suo"compare" del patto del Nazareno,  si avvia ai box per cambiare le ruote al bolide del leghista Salvini che lo ha ridotto fanalino di coda del centro destra italiano. Ne vedremo delle belle anche nel centro destra.
Povero Renzi.
Pretendeva mille giorni per far finta di abolire il Senato. Per far finta di abolire le Province. Per far finta di cambiare la legge elettorale.
Ma come?
Monti, Letta, Renzi, tutti nominati per investitura quirinalizia, tutti messi lì pur di evitare all’infinito il ricorso alle urne, con una mission che non ammetteva più deroghe e ritardi: il porcellum va immediatamente cambiato. Il porcellum lì era e lì è rimasto.
E diciamola, sommessamente, qualche parolina anche sulla questione morale. In Emilia Romagna, un’intera classe dirigente non era forse stata sbaragliata da un’inchiesta della magistratura con 41 consiglieri indagati su 60? E con il suo presidente, Vincenzo Errani, condannato in primo grado? Era forse venuta una sola parolina di condanna dalla signora che non riesce a trovare marito o dal gran rottamator che , passo dopo passo, sta riuscendo nel gran miracolo di rottamare l’Italia?
Agli emiliani e ai romagnoli pare che questo silenzio non sia piaciuto per niente.
E aver ridotto l’eventuale riforma della giustizia al teatrino dei "troppi giorni di ferie" e della solita "responsabilità dei giudici", non aveva niente a che vedere con la questione morale? Ne siamo proprio sicuri? Ecco perché questo governo viene colpito da un fulminante contrappasso. Perché pretendeva di imporre camicie di forza ai tempi della politica.
In conclusione.
Questo governo ha la responsabilità di aver narcotizzato gli italiani. Di averli dissanguati, quanto a idee, voglia di partecipazione, voglia di cambiamento. E lasciamo da parte, per carità di patria, il problema del lavoro e della disoccupazione giovanile.
I talk televisivi che vedono ridotto il loro pubblico di due terzi, di tre quarti, non sono forse lo specchio televisivo di questa politica che non tira più? Di un modo furbesco di voler ancora tenere al guinzaglio gli italiani come fossero pugili suonati, che balbettano, che non sentono più, per quante ne hanno prese nel corso dell’ultimo ventennio?
I dirigenti del Pd cosa hanno detto di sinistra, o di semplice buon senso, rispetto all’occupazione delle case e della rivolta antimmigrati esplose alle periferie di Roma e Milano? Niente. Neanche una parola. Non pervenuti. Con praterie lasciate così libere ai Salvini e alle Meloni che – non a caso- ormai entrano ed escono dagli studi televisivi senza avere neanche il tempo per bere un bicchiere d’acqua.
Ma diciamola tutta.
Come ha fatto un premier, di fronte a una tragedia come quella della Liguria, a tenersi allegramente alla larga dal luogo della tragedia? Non se ne abbia Giorgio Napolitano. Ma ci fosse stato Sandro Pertini, a capo dello Stato, nei giorni dell’inondazione della Liguria, Pertini, con rispetto parlando,  Renzi lo avrebbe mandato a Genova a suon di pedate…
Invece ci siamo persino dovuti subire i suoi "interpreti" - di Renzi, non di Pertini - , a spiegarci in tv che lui si tiene alla larga, quando le cose non vanno, perché vuole apparire come "l’uomo del fare", "l’uomo che trasmette positività", "l’uomo che deve far crescere la fiducia nel cambiamento".
Povero Renzi.
Dopo il voto di ieri, dovrà rivedere le cifre, quando polemizza con i sarcofagi della vecchia guardia Pd che infatti oggi sibilano stizziti: " noi avevamo l’88 per cento in Emilia". Vero é.
Ma sarebbe ingiusto dare solo la colpa a Renzi e alle sue anemiche comparse.
Questa sinistra Pd, quest’opposizione che prende le distanze, minacciando, un giorno sì e l’altro pure, rivolte d’aula, imboscate parlamentari, scissioni che, parafrasando Machiavelli, tutti sanno "non essere in vero", appena suona la campanella,  torna diligentemente in classe. E ci ricorda ormai molto da vicino la leggendaria "sinistra democristiana" cui per trent’anni il vecchio PCI fece la corte, nella convinzione di far cadere i governi scudocrociati.
Con rispetto parlando, però, la sinistra democristiana non riuscì a farne cadere neanche uno.
Dimenticavamo Grillo e i 5 stelle. La lega ha battuto anche loro, dilaniati da defezioni interne, repulisti e caccia alle streghe. E li ha battuti  altrettanto sonoramente di quanto ha battuto Forza Italia.
Osservano infatti, a tale proposito, i commentatori: ha perso la politica e ha perso l’antipolitica.
Renzi,  invece,  trionfa: "ho vinto io". La Boschi annuisce e fa gli occhi dolci.
Prego signore e signori, accomodatevi. Avete mille giorni per cambiare l’Italia…  -

saverio.lodato@virgilio.it