domenica 1 febbraio 2015

Il ministro Lanzetta 

formalizza le dimissioni.

31/01/2015
Pubblicato da www.gazzettadelsud.it

Il ministro per gli Affari regionali, Maria Carmela Lanzetta, ha formalizzato le dimissioni che aveva preannunciato nei giorni scorsi.


Il ministro Lanzetta
formalizza le dimissioni


Il ministro per gli Affari regionali, Maria Carmela Lanzetta, ha formalizzato le dimissioni che aveva preannunciato nei giorni scorsi. Lo ha riferito la stessa Lanzetta, contattata telefonicamente.
    Lo stesso ex ministro ha anche confermato la sua volontà, anche questa preannunciata nei giorni scorsi, di non entrare a fare parte della Giunta regionale della Calabria presieduta da Mario Oliverio, del Pd.
Lanzetta non ha voluto commentare la sua decisione.  -

IL VOLO CATANIA-VERONA COSTRETTO AD ATTERRARE A ROMA.


31/01/2015
Pubblicato da www.gazzettadelsud.it

L'atterraggio, seguito da Vigili del Fuoco, Polizia e mezzi di soccorso Adr, così come richiede la procedura in casi simili, si è svolto regolarmente senza, quindi, alcuna conseguenza né per i passeggeri né per l'aereo.


Il volo Catania-Verona costretto ad atterrare a Roma


Per un problema tecnico, un Boeing 717 della Volotea, compagnia aerea low cost specializzata nei collegamenti tra le piccole e medie città europee, in volo da Catania a Verona con 117 passeggeri a bordo, è stato costretto oggi ad interrompere la crociera e ad atterrare a Fiumicino per effettuare le necessarie verifiche. L'atterraggio, seguito da Vigili del Fuoco, Polizia e mezzi di soccorso Adr, così come richiede la procedura in casi simili, si è svolto regolarmente senza, quindi, alcuna conseguenza né per i passeggeri né per l'aereo. Una volta a terra, i passeggeri, dopo essere stati accompagnati in aerostazione, hanno quindi ripreso il viaggio verso il capoluogo veneto a bordo di 3 pullman Gran Turismo. Sottoposto, invece, a controlli tecnici il Boeing. -

Tortorici :  Dato alle fiamme 

il ristorante “Da Giacomo”.

31/01/2015
Pubblicato da www.gazzettadelsud.it

Grazie a una serie di fortuite coincidenze non è avvenuta la totale distruzione dei locali. Gli inquirenti seguono anche la pista del racket delle estorsioni.


Dato alle fiamme il ristorante “Da Giacomo”

A distanza di anni la sinistra ombra del racket delle estorsioni torna a turbare la comunità di Tortorici. Il tutto per l’incendio, che poteva avere ben più gravi conseguenze, che ignoti, nella notte di giovedì, hanno appiccato al ristorante “Da Giacomo”, posto sulla via Santa Lucia, all’ingresso del paese, di proprietà di Giacomo Destro Impiccia, in questo periodo assente essendo in Germania per motivi di lavoro. L’imprenditore, fra l’altro, circa venti anni fa, è stato vittima del racket quando svolgeva l’attività di autotrasportatore e gli venne incendiato un camion. Vicenda per la quale, dopo la denuncia ed il procedimento, il Destro Impiccia venne ammesso al programma di risarcimento dell’allora commissario governativo antiracket nazionale in quanto vittima delle tentate imposizioni dei clan dei Bontempo Scavo e dei Galati Giordano che imperversavano sul territorio al tempo. Tornando all’incendio gli attentatori, una volta entrati nel locale, hanno accatastato tavoli e sedie posizionandole in modo lineare ed hanno cosparso la sala di gasolio appiccando il fuoco prima di dileguarsi. Ma il freddo intenso, e la presenza di gasolio e non di benzina che avrebbe distrutto il ristorante, ha fermato l’avanzare delle fiamme che si sono spente da sole danneggiando, comunque, suppellettili e arredi vari causando un danno quantificato in oltre 20.000 euro. La mattina della riapertura è stato un cameriere a notare quanto avvenuto allertando la polizia. Sul posto sono giunti gli agenti del Commissariato e della Scientifica di Capo d’Orlando, al comando del dirigente, il vicequestore Giuliano Bruno, con i poliziotti del posto fisso di Tortorici, diretti dall’ispettore superiore Vincenzo Saporito. Svolti i rilievi alla ricerca di qualche elemento utile. Per le indagini la pista principalmente seguita è quella di un possibile avvertimento di natura estorsiva (al ritorno dalla Germania il titolare del ristorante potrà dire se ha ricevuto richieste di denaro o meno) mentre non viene trascurata, in ipotesi, anche quella legata ad una possibile vendetta di natura privata. Per la cronaca l’ultimo incendio doloso, nell’àmbito della criminalità organizzata, registrato a Tortorici risale al 2 marzo 2004 quando ignoti fecero saltare in aria, con il volontario malfunzionamento di una bombola del gas, la villetta, disabitata, di contrada Capreria, dove viveva, prima dell’arresto ed il successivo pentimento, il boss Orlando Galati Giordano.  -

FORZA ITALIA FU: 

LE SCHEDE BIANCHE SONO 

SOLO 105 ‘’SONO ALMENO 

UNA QUARANTINA I 

"TRADITORI" – FITTO: 

‘’BASTA "NAZARENATE": 

ABBIAMO GIÀ DATO’’.

Minimizza Giovanni Toti, «non c'è niente di male» se qualche azzurro ha votato Mattarella. Le divisioni all'interno di Forza Italia hanno rinfocolato il rincorrrersi di accuse reciproche: "cerchio magico" contro "verdiniani", "lettiani" e fedelissimi di Fitto. Oggetto del contendere è la consistenza del "soccorso azzurro" al Pd nel segreto dell'urna…


RAFFAELE FITTO 
RAFFAELE FITTO


«Sono almeno una quarantina i "traditori" di Forza Italia che non hanno votato scheda bianca», assicurano i berlusconiani doc. «Macchè, sono al massimo 15», si difendono i fittiani.

RAFFAELE FITTO E FAMIGLIA 

RAFFAELE FITTO E FAMIGLIA

In ogni caso, minimizza Giovanni Toti, «non c'è niente di male» se qualche azzurro ha votato Mattarella. Come da copione, l'elezione al quarto scrutinio del presidente della Repubblica ha fotografato le divisioni all'interno di Forza Italia. E rinfocolato il rincorrrersi di accuse reciproche: "cerchio magico" contro "verdiniani", "lettiani" e fedelissimi dell'ex ministro pugliese. Oggetto del contendere è la consistenza del "soccorso azzurro" al Pd nel segreto dell'urna.

Fare calcoli precisi sui dissidenti non è possibile (ci sono stati 14 voti dispersi, due all'azzurro Antonio Martino, 13 schede nulle) ma dall'esito dello spoglio emerge che su 142 "grandi elettori azzurri" (70 deputati, 60 senatori e 12 delegati regionali) ci sono state solo 105 bianche: pertanto, i "franchi tiratori" sarebbero stati 37.

Ma questa cifra va corretta al rialzo, almeno a quota 50, visto che tra le schede bianche alcune sono di provenienza centrista: arrivano, cioè, da quei parlamentari di Ncd che non hanno accettato il cambio di rotta imposto da Angelino Alfano. Secondo gli ultimi calcoli, poco più di 15 "grandi elettori" alfaniani potrebbero aver optato per la bianca.

«Rivolgo i miei migliori auguri di buon lavoro al Presidente Mattarella. Sono convinto che, per cultura personale, sensibilità istituzionale e saggezza politica, sarà un garante per tutti, per la maggioranza e per le opposizioni. Nell'attuale assetto costituzionale, il Capo dello Stato non è un giocatore, non è una parte o una controparte, ma è il garante per tutti: e credo davvero che questo sia lo spirito con cui il nuovo Capo dello Stato eserciterà la sua funzione», scrive Fitto sul suo blog, dove posta anche una foto del nuovo Capo dello Stato.

«Quanto al quadro politico - aggiunge - sono note le mie opinioni sulle scelte di Forza Italia di questi mesi. I fatti - purtroppo - mi hanno dato pienamente ragione, e sono convinto che anche chi la pensava diversamente possa oggi onestamente riconoscerlo. Mi assumerò nei prossimi giorni la responsabilità - conclude - di fare proposte chiare, di contenuti, di assetti, di strategie, per ricostruire un centrodestra alternativo e competitivo rispetto alla sinistra. Basta "nazarenate": abbiamo già dato».

raffaele fitto silvio berlusconi 

raffaele fitto silvio berlusconi.  -

sabato 31 gennaio 2015

La prima dichiarazione di 

Mattarella dopo l’elezione 

a Capo dello Stato.

La breve frase pronunciata dal neo-presidente della Repubblica dopo la comunicazione dell’esito del voto che lo ha mandato al Colle: “Un pensiero alle difficoltà e alle speranze degli Italiani”.

di Redazione

Pubblicato da www.loraquotidiano.it

31 gennaio 2015

“Il pensiero va soprattutto e anzitutto alle difficoltà e alle speranze dei nostri concittadini. È sufficiente così”. 

Queste le prime parole pronunciate da Sergio Mattarella dopo la sua elezione a Capo dello Stato.

Il presidente le ha formulate davanti alla presidente della Camera Laura Boldrini che, insieme alla presidente vicaria del Senato, Valeria Fedeli,  si è recata oggi da lui per comunicargli i risultati della elezione, svolta dal parlamento in seduta comune. 

Nell’ultima parte della breve dichiarazione, “È sufficiente così”, c’è il “Mattarella pensiero” e tutta la storia del nuovo presidente: 

poche, misurate, parole e dichiarazioni stampa ridotte all’osso.  -

Mattarella, quegli otto colpi 

che cambiarono la vita 

tranquilla del professore.


Pubblicato da www.antimafiaduemila.com
mattarella-copyright-letizia-battaglia
di Attilio Bolzoni - 31 gennaio 2015

È il 6 gennaio 1980. La mafia uccide Piersanti, allievo di Aldo Moro e protagonista del rinnovamento in Sicilia. Tocca al fratello scendere in politica. In una foto di Letizia Battaglia, il destino di un uomo. Un racconto in prima persona
In questa foto c’è il destino di un uomo. C’è la storia di una famiglia che è l’attraversamento della Sicilia, c’è il confine fra la vita e la morte. Era ancora vivo, respirava ancora il Presidente della Regione Piersanti Mattarella quando suo fratello Sergio lo stava tirando fuori dalla berlina scura dove era rimasto schiacciato qualche istante prima da otto pallottole. Era ancora vivo quando lui cercava di prenderlo per le spalle e gli sorreggeva il capo mentre la moglie Irma gli spingeva le gambe, spingeva e spingeva senza sentire più il dolore per quelle dita spezzate da uno dei proiettili.
Questa è una foto che racconta molto dei Mattarella, padri, figli, fratelli, c’è dentro la Palermo degli Anni Ottanta, c’è dentro la paura, il prima e il dopo, c’è soprattutto l’attimo in cui cambia per sempre l’esistenza di un tranquillo professore universitario che ha fra le braccia il fratello morente e raccoglie l’eredità di una stirpe politica che con orme assai diverse ha profondamente segnato la vicenda siciliana fin dal dopoguerra. Proprio in qualche secondo è cambiato tutto per il professore Sergio Mattarella, fra le 12,30 e le 13 del giorno dell’Epifania del 1980. Strade quasi deserte dalla Statua fino al teatro Politeama, sole, chiese, campane e spari. Spari nella città dove si faceva politica con la pistola.
mattarella-moro-copyright-letizia-battaglia













Ero lì, quella mattina del 6 gennaio. C’era qualcosa di informe fra quell’auto e l’asfalto, sembrava un manichino ma io – per non volere vedere un altro corpo massacrato di Palermo (capita ai giovani cronisti di «nera») - non distoglievo lo sguardo dalle dita di quella donna, la moglie Irma Chiazzese, l’indice e il pollice della mano sinistra frantumati, i tendini lacerati. Il fratello Sergio aveva la faccia più bianca dei suoi capelli, la figlia Maria si disperava sul sedile posteriore della Fiat 132 coprendosi il volto, il figlio Bernardo era immobile vicino al cancello.
Ero arrivato in via Libertà – la strada delle splendide ville liberty di Palermo che non c’erano più, fatte saltare in aria di notte con la dinamite per costruire palazzi di mafia - qualche minuto dopo Letizia Battaglia, la fotografa di questo scatto. «Chi è, Letizia? Dimmi chi è? Sai il nome?», le ho chiesto sicuro di una risposta. «Non lo so ancora, sono passata di qui e pensavo a un incidente stradale, poi ho visto qualcuno dentro la macchina e mi sono messa a correre e a tremare ». Letizia puntava l’obiettivo della sua camera dentro l’auto, Franco Zecchin – il suo compagno e fotografo anche lui – riprendeva gli uomini e le donne che si stavano radunando in silenzio davanti al marciapiedi di via Libertà numero 147, la casa dove abitava Piersanti Mattarella, allievo di Aldo Moro che stava portando la sua «rivoluzione» in un’isola che non voleva cambiare.
Stavano andando tutti a messa, come in ogni giorno di festa. Tutta la famiglia Mattarella. Soli, la scorta l’avevano lasciata libera. Poi quel «giovane in jeans e giubbotto che saltellava» e che era appena sceso da un’utilitaria bianca, aveva sparato quattro colpi, se n’era andato, era tornato indietro per spararne altri quattro. E poi quella scena, il fratello Sergio che provava a sollevarlo e tratteneva il suo corpo come per trattenere – in quel momento senza saperlo, senza neanche immaginare cosa sarebbe stata la sua vita dal giorno dopo e negli anni a venire – il suo lascito e il suo pensiero. L’eredità. Quella di Piersanti, gravosa e pericolosa. Quella del padre Bernardo ingombrante, molto scomoda. Avveniva tutto inspiegabilmente in mezzo al sangue e in mezzo al terrore, la cognata ferita, i nipoti sconvolti, tutto fra le 12,30 e le 13 di un giorno di Epifania in via Libertà a Palermo. Piersanti il fratello Presidente che voleva nuove regole e pulizia e il padre Bernardo con quelle ombre che scaraventavano in un passato cupo. Il fratello che sognava una Sicilia più libera e le voci sul padre che portavano indietro, a Castellammare del Golfo, patria dei «castellammaresi » che dal 1925 erano diventati re anche a New York, una moglie che si chiamava Maria Buccellato (famiglia di aristocrazia mafiosa), i sospetti sui suoi legami con i potentissimi Rimi di Alcamo, le accuse (mai provate) di Gaspare Pisciotta al processo di Viterbo negli Anni Cinquanta, i dossier del sociologo triestino Danilo Dolci (condannato per diffamazione e amnistiato) sulle sue complicità nel Trapanese, le molte pagine dedicate dalla prima commissione parlamentare antimafia fino alle confessioni più recenti dell’ultimo pentito di Cosa Nostra Francesco Di Carlo.
Ma quel 6 gennaio del 1980 – in verità almeno da un paio di anni prima, quando Piersanti era stato eletto Presidente e subito aveva cominciato a manifestare il suo desiderio di ribaltare una Regione impastata di mafia - e quell’immagine del fratello in fin di vita sono diventate lo spartiacque fra Castellammare del Golfo e Palermo, il passaggio da una generazione all’altra, il cambio di passo. Non era forse proprio quella la ragione - il cambio di passo, la svolta – che aveva fatto ritrovare quella mattina il professore universitario piegato a sostenere il corpo martoriato del fratello? Non era stata forse la decisione e la forza di Piersanti a mettere paura a gente come Vito Ciancimino e a tutti quegli assassini che circolavano per la Sicilia e chissà dove altro ancora? Non lo sapeva ancora il tranquillo professore universitario che quelle otto pallottole rappresentavano non solo, come si diceva allora in Sicilia, un omicidio di tipo «preventivo», quelli che vengono ordinati per eliminare un pericolo imminente. Era anche «dimostrativo », di quegli altri omicidi che servono come monito, che portano sempre una minaccia che raggiunge tutti, omicidi che producono paura. La paura che c’è in questa foto. Prima di andarmene da via Libertà, quel giorno mi sono guardato intorno. A duecento metri avevano ucciso qualche mese prima il capo della squadra mobile Boris Giuliano, a trecento metri il consigliere istruttore Cesare Terranova, a cinquecento metri il segretario provinciale della Democrazia Cristiana Michele Reina. E, a meno di un chilometro, il nostro bravissimo collega Mario Francese.  -

Tratto da: repubblica.it

Foto © Letizia Battaglia

I nuovi rapporti tra Palermo 

ed il Colle ci diranno se 

davvero qualcosa è cambiato.


Pubblicato da www.antimafiaduemila.com


quirinale-toghe










di Francesco Bertelli - 31 gennaio 2015

Ok. Sergio Mattarella è il nuovo Presidente della Repubblica.
Andiamo però subito al sodo e capire se davvero qualcosa potrà cambiare da domani in poi.
Per vedere se le cose possono cambiare in breve tempo basta poco. Adesso il senso comune dei meno esperti su certe tematiche (purtroppo la gran parte della popolazione), suggerisce un pensiero che fino a qualche giorno fa pareva impensabile: Renzi ha fatto lo scherzetto a Berlusconi.
Non illudiamoci. Siamo seri.
Il problema non risiede nella personalità di Mattarella. Tutti sanno e riconoscono che sia una persona per bene. Anche il passato lo dimostra: in primis le dimissioni dopo la vergognosa legge Mammì, vergognoso regalo di Craxi al giovane allievo Berlusconi; la vecchia legge elettorale (il Mattarellum) che oggi sarebbe una benedizione dal cielo rispetto al Porcellum o al futuro Italicum.
Ma a parte questo, il problema è diverso. Un problema da ricondurre ai due mandati di Giorgio Napolitano: un ruolo istituzionale i cui poteri sono stati forse irrimediabilmente allargati e modellati secondo le esigenze del momento, senza tener conto dei dettami costituzionali. Un presidente che troppo spesso ha messo al centro dei suoi moniti il continuo “luogo comune” (anche un po’ banale e privo di significato) del conflitto fra politica e giustizia, senza spiegare bene chi e perché ha cominciato questo conflitto.
Aggiungiamoci anche i moniti (più di uno all’anno) ad invitare i magistrati ad evitare di lasciare troppo spesso dichiarazioni in luoghi non consoni al loro ruolo (ogni riferimento al pool di Palermo è puramente intenzionato).
Quasi degli attacchi mirati in coincidenza con i fatti di Palermo.
A tal proposito un Falcone ed un Borsellino avrebbero qualcosa da aggiungere sul fatto di “evitare di lasciare certe dichiarazioni”, ma andiamo avanti.
Lasciare allo sbando la Procura più bollente d’Italia, senza un capo per tre mesi. Non prendere alcuna posizione nei confronti di alcuni magistrati di Palermo sotto attacco da parte della mafia: Nino Di Matteo, Roberto Scarpinato, Francesco del Bene. Non si tratta di semplici minacce: ordini di morte.
Su Di Matteo è stato svelato in tempo il progetto dell’attentato organizzato contro di lui, però il tritolo è sparso e nascosto per Palermo e le autorità non riescono ancora a trovarlo. E chi sa tace.
Dal mondo istituzionale non si è alzata alcuna voce di conforto e vicinanza. Neanche dall’ex Presidente della Repubblica.
Coinvolgere direttamente la politica nella nomina al Csm del Capo della Procura di Palermo. Questo è accaduto: la politica su indicazione del Quirinale prende iniziativa e mette il cappello sull’elezione del Csm, eleggendo Lo Voi a capo della procura palermitana. Siamo in attesa degli sviluppi in merito ai due ricorsi presentati dagli altri due candidati Lo Forte e Lari.
Anche questo è un fatto e il coinvolgimento è partito dal Colle più alto: il Quirinale.
Sono tutte tappe bene organizzate e avvenute in sequenza a discapito della sicurezza, della vicinanza, di un rapporto di fiducia reciproca tra una parte della magistratura e lo Stato.
Rapporti che durante i due mandati di Napolitano si sono deteriorati.
Ecco è da qui che bisogna ripartire. Da Palermo.
C’è la notizia molto recente che gli avvocati di Nicola Mancino hanno chiesto a Mattarella di testimoniare al processo sulla trattativa Stato-mafia, e la Corte ha accolto la richiesta. Perché? Nel capitolato ammesso dalla Corte d’assise di Palermo, i difensori di Mancino annunciano che a Mattarella intendono chiedere lumi sulla “linea adottata dalla Dc nella lotta alla mafia” e sulla “deliberazione del partito per rendere incompatibile la carica di ministro con quella di parlamentare dopo le elezioni del 92”.
Quindi inevitabilmente tutto si rimanda a Palermo e a questo processo scomodo che potrebbe vedere come testimone anche il nuovo Presidente della Repubblica.
Qui si scioglieranno i nodi.
Su questi problemi sopra elencati si potrà valutare se effettivamente qualcosa è cambiato.
Riallacciare un dialogo a livello istituzionale con la Procura di Palermo basato non sul fastidio o sulla supponenza ma bensì sul reciproco rispetto, sarebbe una novità importante.
Dimostrare di esserci come Presidente della Repubblica. Dimostrare di tener conto della vita dei magistrati in pericolo di vita (smettiamola di considerarle semplici “minacce” solo perché il morto non ci è ancora scappato).
Questo aprirebbe davvero un nuovo percorso e un nuovo dialogo su un tema fondamentale per questo Paese, troppo spesso volutamente ignorato dai vertici dello Stato (Quirinale compreso).
Allora se vogliamo essere ottimisti il primo gesto che ci si aspetta dal nuovo Presidente della Repubblica è uno solo (anche alla luce del passato personale del nuovo inquilino al Colle): alzi la cornetta del suo ufficio al Quirinale e faccia una telefonata a Nino Di Matteo, Roberto Scarpinato, Del Bene, Tartaglia, Vittorio Teresi per far sapere loro che il Presidente della Repubblica è vicino a loro e, soprattutto, è con loro.

Post Scriptum: il 20 febbraio si ridiscuterà in Parlamento sulla delega fiscale detta “Salva-Silvio” con le sue assurde soglie di impunibilità sotto il 3% dell’imponibile. Il nuovo Presidente della Repubblica come si comporterà di fronte a tale assurdità? Saremo nuovamente davanti ad un Presidente firma-tutto oppure qualcosa cambierà? Staremo a vedere.-