martedì 1 settembre 2015

RIFORMA SENATO, L'ARTICOLO 2 SI DEVE RIVOTARE ? PIERO GRASSO ORA FA PREOCCUPARE MATTEO RENZI

di Luca Sappino
31 agosto 2015
Pubblicato da www.l'espresso.it

Un tecnicismo, una questione di regolamenti parlamentari, e il presidente Piero Grasso finisce nel pieno della contesa politica. Anzi, nel pieno della contesa democratica, visto che la battaglia sullariforma del Senatospacca come sempre prima di tutto il Pd. Da un lato Matteo Renzi, dall’altro Pierluigi Bersani che il Grasso politico - subito si maligna dalle parti del segretario - l’ha creato dal nulla, con la candidatura prima e l’elezione alla presidenza poi, sempre nel nome del civismo.

La questione, come detto è tecnica: causa svista (i testi approvati da palazzo Madama e da Montecitorio differiscono per una preposizione) si potrebbe dover rivotare l’articolo 2 della riforma, quello sulla modalità di elezione dei futuri senatori. Si potrebbe, soprattutto, dover aprire agli emendamenti, che sono migliaia.

Fa presto Renzi a dire che sarebbe un «colpo incredibile» attaccarsi a un cavillo. Fanno presto i costituzionalisti di area, come Stefano Ceccanti, a dire che Grasso «farebbe un errore gravissimo». Sono i regolamenti, e Grasso è lì per applicarli e ci dirà come. Repubblica sostiene che la decisione sia presa, e che l’articolo due sarà emendabile, ma Grasso per il momento si affida a Facebook e smentisce: «Le ricostruzioni apparse oggi vanno decisamente troppo oltre, e mi costringono a precisare che l'unica frase che posso confermare è quella in cui si dice che ho passato l'estate a studiare le audizioni dei costituzionalisti sentiti dalla I commissione del Senato. Su tutto il resto c'è ancora tempo prima che sia chiamato ad esprimere le mie decisioni. Tempo che spero venga utilizzato in modo costruttivo». Di una riunione in cui tentare l’ultima mediazione, di cui pure si è scritto, Grasso non dice. Ma - appunto - c’è tempo fino all’otto settembre, quando i senatori torneranno in aula.

Le opposizioni, però, sperano in Grasso. Nonostante la smentita. «Potrebbe riportare Renzi alla realtà», dice all’Espresso Loredana De Petris, capogruppo del Misto, senatrice di Sel. La realtà è un Parlamento che non si controlla vincendo solo le primarie di un partito. Sperare in Grasso, dunque, per far pentire Renzi di non esser passato per le elezioni (come aveva assicurato di voler fare, prima di defenestrare Letta). Sperare in Grasso, che sia veramente (come da autodefinizione ironica), «l’ultimo dei mohicani». L’ultimo presidente dell’ultimo Senato elettivo.
Arrivato alla presidenza con l’apposito «metodo Grasso» (il piano riuscito di Bersani: tentare l’opposizione dura dei grillini con una candidatura dal sapore civico e antimafia, rosicchiando 12 voti), il feeling con le opposizioni, cinque stelle in testa, non è mai stato altissimo. Buono quello con la minoranza Pd, che l’ha riconosciuto come uno dei suoi, quando disse che nel riformare il Senato «non bisogna pensare solo al risparmio, che si può ottenere invece tagliando il 30 per cento dei parlamentari». Lo studio di Lucia Annunziata, su Raitre, fu il set per quella che i più lessero come una replica al governo Renzi. Poi ci fu anche un’intervista al Corriere: Grasso disse cose simile a quelle di altri dissidenti, senatori semplici e gufi, avvertendo sulla pericolosità del «combinato» tra Italicum e riforma costituzionale.

Per il resto Grasso, però, è uno calato nel ruolo. Dice: «Gli arbitri non sono molto amati, perché rischiano sempre di scontentare qualcuno. Ma io sono un arbitro». Ormai si è moderato persino negli appelli per la legge sulla cittadinanza. Alla sua prima esperienza parlamentare gli è toccato anche fare il presidente della Repubblica supplente, in attesa di Sergio Mattarella. Nulla rispetto al passaggio più difficile, quello della decadenza di Silvio Berlusconi.

Berlusconi, sì, che di lui disse «lo stimo, è un tipo di magistrato ben diverso dagli Ingroia, dai Di Pietro, dai Caselli». Berlusconi, a cui Grasso deve indirettamente la nomina allaprocura nazionale Antimafia, dopo la carriera e gli anni della procura di Palermo, e al cui governo avrebbe dato (disse nel 2012 alla Zanzara, alzando un polverone) «un premio speciale per la lotta alla mafia», spiegando come Berlusconi avesse «introdotto delle leggi che ci hanno consentito di sequestrare in tre anni moltissimi beni ai mafiosi: siamo arrivati a quaranta miliardi di euro».

Tipo istituzionale, Grasso. Lo è anche quando - dalla Festa dell’Unità di Milano - dice: «Finora i numeri della maggioranza al Senato non ha dato problemi. Ma questa maggioranza potrebbe non esserci se tutti mantengono le posizioni avanzate con gli emendamenti sull’articolo due». Non riesce a esser molto rassicurante, però, anche quando aggiunge: «Io guarderò solo le carte e prenderò la mia decisione in assoluta buonafede. Ma l'invito è a trovare una soluzione politica a quella che potrebbe essere una impasse

IL REGNO UNITO CHE NON VUOLE IMMIGRATI E CREDE ALLE BUFALE SUI "TURISTI DEL WELFARE".


di Mattia Toaldo
31 agosto 2015
Pubblicato da www.l'espresso.it

Doveva succedere prima o poi: la fobia europea (italiani inclusi) per gli immigrati stranieri comincia a colpire come un boomerang quegli italiani che, per scelta o loro malgrado, sono diventati essi stessi immigrati stranieri in un altro Paese dell'Unione Europea. Il caso più eclatante è quello della Gran Bretagna, dove da tempo la stampa scandalistica ha preso di mira "il migrante Ue" in quanto scroccone del sistema sanitario, "turista del welfare" e invasore.

A rinfocolare la polemica sono arrivati i dati dell'ufficio nazionale di statistica della scorsa settimana. Riguardano non i trasferimenti di residenza tout court ma le aperture di "National Insurance Number" (in sigla, "Nino") che è l'equivalente del nostro codice fiscale. Danno quindi un quadro imperfetto delle migrazioni perché registrano solo i nuovi lavoratori o percettori di reddito, escludendo quindi i bambini o chi non lavora. Includono invece sia gli studenti (un quinto del totale delle nuove aperture l'anno scorso) sia i richiedenti asilo. Tuttavia la cifra del saldo netto di 329.000 di nuove aperture a marzo 2015 rispetto allo stesso mese del 2014 ha fatto notizia e ancor di più ha fatto scalpore il dato riguardante i "migranti UE": 269.000 in più, di cui 57.000 italiani – la seconda nazionalità dopo i polacchi.

Se si guarda anche al 2013, stiamo parlando di quasi 100.000 connazionali che hanno aperto un codice fiscale oltre la Manica, quanto un capoluogo di provincia che ha lasciato l'Italia e si è trasferito armi e bagagli nel Regno Unito. E d'altronde Londra ha tanti italiani quanto Firenze, ci sono una scuola (privata) italiana, un ambulatorio medico italiano, diversi club di tifosi delle nostre squadre di calcio, circoli di tutti i maggiori partiti politici. Una giornalista del Wall Street Journal ha scritto un articolo dimostrando come potesse vivere un'intera giornata parlando solo italiano, mangiando italiano, andando in un bar italiano e così via.

Ma questo è, diciamo così, solo folclore. Torniamo alla politica. I dati hanno fatto tanto più scalpore perché il Primo Ministro David Cameron aveva promesso già nel 2011 di ridurre il saldo netto di nuovi arrivi a 100.000 l'anno. Una promessa rivelatasi poi fragile, visto che la Gran Bretagna (anche se un quarto dei suoi cittadini non lo sa) fa parte dell'Unione Europea dove c'è la libertà di circolazione e di lavoro.

Così è intervenuto il Ministro degli Interni Theresa May, conservatrice come tutto il governo attuale e non nuova a dichiarazioni anti-immigrati: mesi fa sostenne che le missioni di salvataggio nel Mediterraneo erano un fattore di attrazione per chi voleva entrare in Europa. In un editoriale sul prestigioso Sunday Times ha scritto che la suddetta libertà di circolazione si intende per chi ha già un lavoro, non per chi lo viene a cercare, magari avvalendosi nel frattempo del welfare britannico – il "turismo del welfare" di cui parlano i tabloid. E quindi annunciando l'intenzione di porre la questione al centro dei negoziati che Cameron condurrà in questi mesi con la Ue in vista del referendum dell'anno prossimo sulla permanenza nell'Unione (a proposito, il comitato che doveva decidere la domanda sulla scheda, dopo un sondaggio, ha dovuto inserire nella domanda l'espressione "restare nella Ue" perché pare che appunto un quarto degli intervistati britannici non fosse conscio di farne già parte).

Affermazioni sbagliate quelle della May per diversi aspetti. Aiuta esaminarle anche per capire quanto siano altrettanto sbagliate campagne simili compiute da politici italiani. In primo luogo, la sua lettura della libertà di circolazione nella Ue è smentita dal sito ufficiale dell'Unione che ricorda come in base all'articolo 45 del Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea ci sia libertà di "cercare lavoro in un altro Paese Ue", "rimanere lì anche dopo la fine dell'impiego", "usufruire di parità di accesso al lavoro" e a tutti gli altri benefici di legge con i cittadini del Paese ospite. D'altronde i titoli dei giornali hanno trascurato un dato: c'è sì un saldo netto di più di 300.000 arrivi in Gran Bretagna, ma questo è il risultato della sottrazione tra il numero totale di arrivi (circa 600.000) e il numero delle partenze dalla Gran Bretagna. Ci sono infatti ben 1.300.000 cittadini britannici che vivono in altri Paesi Ue, il 2,5% dei quali vive di sussidio di disoccupazione .

In secondo luogo, due terzi di quanti arrivano in Gran Bretagna hanno già un lavoro prima di arrivare. Altri lo trovano poco dopo essere arrivati, anche perché per vivere di solo welfare in Gran Bretagna bisogna essere proprio stoici (ci arriveremo tra poco). Tutti questi lavoratori Ue pagano tasse e consumano così tanto che, come rivelato mesi fa dal quotidiano Guardian, lo stesso governo considera che una parte della crescita del Pil sia dovuta a questi nuovi arrivi che molto danno e poco prendono: un giovane lavoratore produce valore aggiunto, tasse e contributi ma consuma meno servizi di un anziano locale. E poi, anche in Italia, chiunque compri un qualsiasi oggetto paga le tasse grazie all'Iva che si sia guadagnato quei soldi o no.

Un altro quinto dei nuovi arrivi, come detto, sono studenti universitari o post-laurea. Questi ultimi pagano, e profumatamente, per frequentare i corsi: per una laurea triennale si parla di 9.000 sterline l'anno, poco più di 11.000 euro che ovviamente contribuiscono a tenere in equilibrio i conti degli atenei inglesi. Eppure la May ha chiarito che una volta finita l'università non devono sognarsi di restare nel Paese.

Come ha ricordato il sottosegretario Della Vedova, la Gran Bretagna ha beneficiato sia del Mercato Unico che della libera circolazione delle persone. D'altronde, ma questo viene spesso dimenticato, il Regno Unito chiese ripetutamente di entrare nell'allora Cee proprio per uscire dal suo lungo declino economico – e l'Italia fu uno dei pochi Paesi ad essere sempre a favore.

Infine, due parole sul mito del "turista del welfare". Secondo la stampa scandalistica nella categoria rientrerebbero anche i richiedenti asilo, che in Gran Bretagna hanno diritto a ben 36 sterline alla settimana , l'equivalente dell'abbonamento settimanale alla metro di Londra per farsi un'idea del potere d'acquisto. L'idea che si possa attraversare la Manica dentro un camion (rischiando la vita) per tale cifra si commenta da se.

Ma anche per il semplice "migrante Ue" l'idea di fare turismo del welfare in Gran Bretagna mostra una certa ignoranza per cosa sia il vero welfare. Nel Regno Unito, tanto per fare due esempi, non esistono né il pediatra di base né tantomeno gli asili nido pubblici. Il sistema sanitario pubblico lascia molto a desiderare. Mandare un bambino al nido costa circa 1.500 sterline al mese. Se si è in cerca di lavoro, si riceve un sussidio che varia tra le 58 e le 73 sterline alla settimana . Se si vive a Londra questo basterà a vivere 2-3 giorni alla settimana (un po' di più altrove), negli altri un salutare digiuno. Magari passato a leggere, sui giornali italiani, dichiarazioni di nostri uomini politici contro gli immigrati sanguisughe.

Mattia Toaldo è analista presso lo European Council on Foreign Relations a Londra, dove vive da quasi tre anni

lunedì 31 agosto 2015

OLIVERI: I CITTADINI ONESTI DESIDERANO CONOSCERE GLI SCHELETRI TROVATI DALL'AMMINISTRAZIONE DEI PINI NEGLI ARMADI COMUNALI

IL COMMENTO



Disastro sui media ma non succede niente

 
La politica ha alzato un muro di gomma



Lunedì 31 Agosto 2015 - 18:45

In agosto i media hanno raccontato lo sfacelo della Sicilia, dai soldi perduti alla tragedia dei rifiuti. La risposta del Palazzo? Preparare un altro rimpasto.




PALERMO – L'ultima, in ordine cronologica, è apparsa su L'Espresso del 27 agosto. Un'inchiesta di Fabrizio Gatti sulla Sicilia avvelenata dai rifiuti. Dentro anche diverse realtà già denunciate dalla stampa locale, roba da fare accapponare la pelle. Ed è appunto solo l'ultima delle uscite disastrose della Sicilia sui media in questo agosto. Dopo l'ubriacatura di luglio sulla famigerata intercettazione, la stampa, regionale e nazionale, è tornata a fare le pulci ai disastri siciliani. E quello che viene fuori è l'affresco di un tragico fallimento. Fiumi di parole ai quali, però, non segue ancora una volta nessuna conseguenza. E di fronte alla sconfitta dei fondi europei perduti, al ricorso a mani basse a costosissimi esterni in una Regione stracolma di personale che però è tanto mal distribuito da lasciare buchi drammatici laddove servirebbero più risorse, di fronte all'apocalisse della viabilità e allo scenario inquietante dei rifiuti con tutte le possibili ripercussioni sulla salute, il meglio che si riesce a ottenere dalla politica è un dibattito su un nuovo, ennesimo rimpasto di governo.

La lettura di quotidiani e periodici, on line e cartacei, in questo agosto che oggi va a chiudersi racconta il paradosso di una Regione squattrinata che però perde per strada i soldi che le spettano. Uno scempio che grida vendetta. Livesicilia la scorsa settimana facendo un po' di conti ha quantificato in un miliardo i soldi persi per strada dai governi di Rosario Crocetta tra rinunce e cause perse: fondi Pac, somme per i beni culturali, per le strade, per la Formazione, per l'ammodernamento dell'Isola. Si va dai fondi Pac non utilizzati e quindi tolti alla Sicilia da Roma, un totale di 800 milioni di euro in quattro anni, ai 22 milioni di euro che l'Europa aveva destinato al recupero di alcuni importanti siti culturali siciliani e che la Sicilia, come ha raccontato Repubblica, ha perso anche per carenza di personale. Soldi persi per strada che si aggiungono a quelli che la Sicilia non rivedrà più per via della discutibile rinuncia ai contenziosi firmata da un Crocetta con l'acqua alla gola in cambio di una mancetta romana per la Regione.

È stata anche l'estate dei titoli sui finanizmanti dell'Assemblea regionale a questa o quella festa e sugli uffici periferici della Regione stracolmi di personale,

mentre nei gangli strategici dell'amministrazione mancano le professionalità che servono. E anche dell'impietosa inchiesta pubblicata da L'Espresso sulla “Sicilia avvelenata”, una vera e propria carrellata di orrori, dalle serre abusive di Gela con i pomodorini bagnati “con acqua pompata dalle falde contaminate del petrolchimico” alla discarica di Mazzarrà Sant'Andrea “cresciuta illegalmente, trenta metri più alta del progetto autorizzato”. La ghiotta e maleodorante mangiatoia dei rifiuti siciliani, ricettacolo di veleni, su cui da sempre si appuntano le attenzioni della mafia, è una delle ferite aperte di questa Sicilia in ginocchio. Un sistema oligopolistico e antidiluviano, dove la differenziata resta una chimera con scempi sparsi qua e là per l'Isola e ombre sul sistema di autorizzazioni e controlli che emergono, oltre che dalle inchieste della magistratura, dalle audizioni davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulle attività illecite nel ciclo dei rifiuti.


Scrivono, i giornali. Ma non succede mai niente. Il muro di gomma della politica respinge tutto. Anche se le aspettative sono persino peggiori del presente, con il 2016 che si preannuncia “un anno diabolico per le finanze della Regione”, ha detto solo un mese fa il presidente della sezione di Controllo della Corte dei conti, Maurizio Graffeo. La cura? Crocetta ha già fatto sapere che a breve incontrerà gli alleati per procedere agli “aggiustamenti in giunta” che permettano di arrivare a fine legislatura. Altri giri di valzer sulle poltrone di governo, per battere ogni record. Un rimpasto su cui ufficialmente le segreterie dei partiti frenano, indizio prezioso per capire che la partita, come rivelato da Livesicilia è aperta eccome. Il totonomine è già aperto, da Bruno Marziano papabile per l'Agricoltura a Giuseppe Lupo che potrebbe succedere a Baccei all'Economia, passando per i possibili ingressi in giunta di altri deputati come Beppe Picciolo del Pdr. Un gran bel tema di dibattito con cui infarcire le pagine politiche delle prossime settimane. Tra una cronaca e un'altra del disastro di cui la politica si guarda bene dal parlare.