domenica 1 marzo 2015

I RENZIANI A CONVEGNO


Vieni avanti, Leopolda!

Domenica 01 Marzo 2015 - 06:00
Pubblicato da www.livesicilia.it





Il punto non è Matteo, né la kermesse renziana in sé. Il punto non era Silvio e nemmeno Romano. Il punto è la folla siciliana che brulica sul corpo del potere.



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Dimenticate Rosalia. La nuova santa patrona di Palermo si chiama Leopolda
, che sarebbe come dire Matteo Renzi con un tono più aggraziato: come dire Gioconda, pensando a Leonardo. Il circo volante del Renzismo arriva dunque in città. Pianta le sue tende. E una moltitudine di figuranti si precipita a baciare l'anello gigliato del nuovo padrone. Non è Matteo il punto, come non lo era nemmeno Silvio. Ognuno si iscriva, sotto le bandiere in cui crede. Il problema è che quaggiù nessuno crede quasi più a nulla. Quaggiù, dietro ogni vessillo che sventola, dormicchia un parcheggio abusivo di richiedenti asilo, in attesa del carretto del vincitore. Dietro ogni atto pubblico, brulica una folla di potere, con privatissimi interessi.

















E dietro la folla, c'è la contraddizione del potere che enuncia il meglio, accontentandosi del peggio. Davide Faraone – il padrone di casa della rappresentazione renzista – si è lanciato in un'analisi coraggiosa contro l'assistenzialismo, l'antimafia di facciata, perfino sulla presenza asfissiante dello statuto. Dal palco leopoldino, ha osato un'intemerata contro “il rito di chi pensa di fare antimafia solo presentandosi nelle Procure per fare denunce". Quasi un affondo da capo dell'opposizione, con nomi e responsabilità intellegibili, sebbene non espressamente indicati. Infatti si è attirato la replica stizzita di Rosario Crocetta. Eppure, il Pd sostiene il governo regionale, la giunta dell'antimafia, retta dalla denuncite del presidente. Come mai? Eccolo, il meglio e il peggio.


Un affollamento brulicante sul corpo del potere: questo è l'olio su tela della Sicilia. Si è visto dalla calca leopoldista di adesioni, corroborata dall'ansia di arrivare in anticipo, per meglio baciarlo quell'anello gigliato. Si è visto dalla corsa all'oro di noti personaggi che non conoscono nemmeno il padre e la madre e che, per l'occasione, hanno aderito, con entusiasmo canino, lasciando cadere un 'sì' dall'alto - in risposta all'invito - alla stregua di una magnanima concessione. Davvero un povero trucchetto – quello di fingere distanza - che mal dissimula la fregola della vicinanza, di un posto in prima fila, ma anche in seconda, con la benevolenza del posteggiatore.


Siciliani e sinistri – eccetto qualche intelligente eccezione – molti tra i leopoldisti autoctoni. Sinistri: cioè presuntuosi, convinti – ognuno da par suo - di avere l'ombelico più bello del mondo, certi di rappresentare l'arca di scienza, il santo graal dell'arte, la pietra filosofale della politica. Perciò gravemente ammalati di una sindrome narcisistica: potrà mai Renzi non accorgersi di me che sono l'orgoglio del mio manicomio? Siciliani: cioè con il fuoco sacro dell'appetito, del piatto in tavola, col bisogno inconfessabile della sopravvivenza che passa attraverso l'antica specialità olimpionica del 'fotticompagno' e della genuflessione. Potrà mai Renzi non occuparsi di me, non offrirmi pane e companatico, lui che è il nuovo piccolo padre?


Ne sa qualcosa proprio Davide Faraone, il gran maestro di cerimonie, uno che – comunque lo si giudichi, nel bene o nel male – vive la politica sul territorio, con una identità riconoscibile. Ebbene, Davide non ha più requie, né riposo. Non può camminare in santa pace per le strade della sua Palermo. Non può ritagliarsi un quartino di solitudine, perché – prima o poi – c'è sempre qualcuno che lo incontra 'casualmente', gli fa gli occhi dolci, gli dice quanto è bello, bravo e simpatico. E infine prorompe nella supplica personale, condita dalla prece speranzosa: “Mi raccomando, Davidù, diccelo a Matteo!”. Sicché, per sgravare di tali pesi il sottosegretario, si potrebbe studiare una opportuna misura di salvaguardia: la sistemazione di una gigantesca buca delle lettere a piazza Politeama e accanto una segnaletica con titolo in maiuscolo: “DICCELOAMATTEO. Ps. Imbucare qui”.


E' la Sicilia, innamorata del suo stesso appetito, della bici di Romano, dell'abbronzatura di Silvio. Una generazione di ulivisti pentiti rinverdì la passione delle due ruote con Prodi regnante. Al soffio della parola 'Berlusconi', cinema e piazze si riempivano di pance vuote, vezzeggiate dalla speranza. Fresche ragazze del popolo scoprivano tacchi e trucco, robusti ragazzotti di periferia indossavano doppiopetto e brillantina. Era la sagra cinica e tenera di quei poteri che – come ogni potere – ebbero il quasi esclusivo scopo di trasformare in cavalli alati somari abituati al basto, lasciando il meglio nel recinto del peggio.

Non sembrano diversi questi tempi, dal punto di vista della calca. Anche oggi, come allora, è tutto un brulicare di bandiere. Un affollamento di sogni, sopra un parcheggio abusivo.  -

SCHIAVONE - MANCA E I MISTERI DEL "BELCOLLE".


PUBBLICATO  SUL  PERIODICO

L' I N F O R M A Z I O N E

Direttore: LUCIANO MIRONE

Ci sono diversi tasselli da collocare nel mosaico delle strane morti che, direttamente o indirettamente, riguardano l’ospedale “Belcolle” di Viterbo. Alla morte “accidentale” per overdose di eroina che i magistrati di Viterbo attribuiscono all’urologo siciliano Attilio Manca, il quale, secondo loro, si sarebbe praticato una “inoculazione volontaria” nel braccio sbagliato (quello sinistro, dato che il medico era un mancino puro), adesso si aggiunge il decesso del pentito del Clan dei Casalesi, Carmine Schiavone, morto lo scorso 22 febbraio nel reparto di ortopedia di quell’ospedale, dove era stato operato in seguito a una caduta “accidentale” dal tetto della sua abitazione. Un incidente che, dopo un intervento chirurgico ad una vertebra, viste le buone condizioni del paziente, tutto faceva presagire tranne la morte per “arresto cardiaco”, che al momento appare troppo generica per potere liquidare la vicenda come “decesso naturale”.
Come si saprà, le rivelazioni dell’ex collaboratore di giustizia avevano aperto il coperchio sullo scandalo del traffico dei rifiuti tossici gestiti dalla camorra che hanno avvelenato l’agro campano con conseguenze devastanti per la vita degli abitanti.
Due storie – quella di Attilio Manca e di Carmine Schiavone – apparentemente slegate, ma che hanno come comune denominatore lo stesso ospedale (il “Belcolle”), la stessa città (Viterbo), le stesse entità, cioè mafia, affari, servizi segreti deviati e massoneria.
Se l’ex boss campano è morto per volere del Padreterno o per volontà dalle entità di cui sopra, devono stabilirlo i magistrati di Viterbo – in questo caso il Pubblico ministero Francesco Pacifici – che hanno aperto un’inchiesta (un altro fascicolo è stato aperto dalla Procura di Roma e riguarda i numerosi documenti trovati nella casa di Schiavone).
In tutta sincerità non abbiamo alcun motivo di dubitare delle capacità professionali del dottor Pacifici, ma ci chiediamo se quella Procura sia in grado di svolgere un’inchiesta così delicata, se si pensa al modo in cui il procuratore della Repubblica Alberto Pazienti – assieme al sostituto Renzo Petroselli – ha gestito il Caso Manca.
Parlare dell’inchiesta sulla morte dell’urologo di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), vuol dire fare un lunghissimo elenco di omissioni, di incongruenze, di bugie, che hanno visto protagoniste assolute proprio la Procura e la Squadra mobile di Viterbo, quest’ultima diretta all’epoca da Salvatore Gava, condannato dalla Cassazione a tre anni di reclusione e all’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici per aver falsificato, tre anni prima, un verbale in occasione del G8 di Genova.
Secondo le prime indiscrezioni, il decesso di Carmine Schiavone – sarà una coincidenza – presenta le stesse caratteristiche che nelle prime ore furono dichiarate su Attilio Manca: “morte naturale”. “Arresto cardiaco” per l’ex boss, “aneurisma cerebrale” per il medico.
Per quanto riguarda Manca, la versione dell’”aneurisma”, nei primi due giorni sarebbe stata “scremata” dal particolare relativo al ritrovamento delle siringhe e dei buchi nel braccio sinistro. Almeno questo è quanto sostiene la famiglia. Queste circostanze sarebbero state taciute proprio nel lasso temporale (quarantotto ore) indicato dagli esperti di criminologia per scoprire o per compromettere definitivamente (o quasi) le prove di un delitto.
Sarà un’altra coincidenza, ma in quelle ore si verificarono due fatti determinanti: da un lato (in virtù della “morte violenta” per droga) vennero sequestrati il computer, gli appunti e le ricette mediche della vittima (una miniera di notizie sulla vita privata e professionale della stessa); dall’altro non fu nominato dalla famiglia Manca (dato che si era in presenza di una “morte naturale”, causa di un fisiologico abbassamento del livello di attenzione dei congiunti) un perito in grado di contestare eventuali anomalie presenti sia durante l’autopsia, e sia durante i relativi esami. Con la conseguenza che l’esame autoptico e l’esame tricologico (quest’ultimo è l’analisi sul capello della vittima per accertare assunzioni pregresse di stupefacenti) sono infarciti di una serie di incongruenze che nessuno ha mai spiegato.
Nel caso dell’autopsia non si capisce perché la dottoressa Dalila Ranalletta (moglie del primario di Attilio Manca, che per primo parò di aneurisma cerebrale e che convinse “bonariamente” Angela e Gino Manca di non vedere il cadavere del figlio), in perfetta sintonia con il verbale di sopralluogo della Squadra mobile, non abbia descritto lo stato del volto (pieno di sangue), del setto nasale (deviato), delle labbra (gonfie e tumefatte), dei testicoli (enormi e contrassegnati da ecchimosi visibilissime), che le foto scattate dalla Polizia Scientifica mostrano chiaramente. Non si capisce perché il medico legale e la Polizia scrivano: “Il corpo di Attilio Manca non presenta segni di violenza”, quando dalle immagini si vede un cadavere che “parla” da solo. Non si capisce perché si tace sullo stato dei polsi e delle caviglie contrassegnati da “macchie emostatiche” (come rileva il medico del 118), e sulle unghie della vittima “piene di una materia nerastra come quella dei meccanici e dei contadini”, come testimoniano gli zii della vittima.
Così come non si capisce perché di esame tricologico (positivo secondo i magistrati) la Procura di Viterbo parli otto anni dopo, senza avere mai inviato una notifica alla famiglia Manca e al suo avvocato Fabio Repici (affiancato da un anno dall’avvocato Antonio Ingroia). Incomprensibile il perché la Procura si sia rifiutata, per ben otto anni, di far prendere le impronte digitali sulle siringhe ritrovate a pochi metri dal cadavere (l’esame, nel 2012, ha dato esito “neutro”, nel senso che sulle siringhe non sono state trovate tracce né della vittima, né di altri, e malgrado questo i magistrati insistono sull’”inoculazione volontaria” di eroina), o il perché, con ostinazione degna di miglior causa, gli inquirenti non abbiano richiesto i tabulati telefonici di Attilio Manca. Uno, in particolare, riguarda l’autunno del 2003, periodo nel quale l’urologo sarebbe stato nel Sud della Francia “per vedere un’operazione” (frase testuale che avrebbe riferito alla madre per telefono), mentre il boss corleonese Bernardo Provenzano si operava di cancro alla prostata in quel di Marsiglia (nel Sud della Francia).
Ed è proprio l’operazione del “capo dei capi” che la Procura non vuole collegare con l’attività professionale di Attilio Manca, anche a costo di tralasciare elementi indispensabili per fare luce su uno dei casi più scottanti degli ultimi anni, anche a costo di accreditare una morte per droga che – senza alcun elemento probatorio – fa acqua da tutte le parti, e anche a costo di fabbricare (da parte della Squadra mobile di allora) un falso clamoroso sulla presenza di Attilio Manca all’ospedale “Belcolle” di Viterbo, proprio nei giorni in cui Provenzano si operava a Marsiglia, e di avallarlo (da parte della Procura) senza alcuna spiegazione, dopo che la troupe della trasmissione “Chi l’ha visto” (gennaio 2014) ha scoperto che proprio in quei giorni l’urologo siciliano era assente dal posto di lavoro. Dov’era? Perché i magistrati non hanno indagato su questo aspetto? Perché non hanno cercato di sapere – anche attraverso i tabulati telefonici – se il medico in quel periodo era davvero a Marsiglia? Perché si sono sempre rifiutati di ricevere i familiari di Attilio Manca? E’ vero che di recente hanno ricevuto in Procura proprio l’ex capo della Squadra mobile? Perché? È stato un incontro ufficiale? Esiste un verbale? Attilio Manca era depositario di segreti di Stato relativi all’operazione di Bernardo Provenzano e alla rete di protettori altolocati che hanno assicurato la sua latitanza per oltre quarant’anni, anche a Barcellona Pozzo di Gotto? Nessuna risposta da parte della Procura di Viterbo.
Anche Carmine Schiavone era depositario di tanti segreti di Stato, specie i rapporti perversi fra la camorra, la politica, la P2 e i servizi segreti deviati. Un connubio che da decenni protegge il traffico e lo sversamento di rifiuti velenosi (anche nucleari) in Campania e oltre. Oltre dove? Recentemente l’ex collaboratore di giustizia aveva dichiarato: “La provincia di Viterbo non è immune dal traffico dei rifiuti”. Ed aveva annunciato altre clamorose dichiarazioni.
La provincia di Viterbo… Con il suo capoluogo apparentemente tranquillo, e con il suo ospedale, dove da molti anni vengono ricoverati i detenuti in regime di 41 bis (i mafiosi).
Su questo aspetto – nell’ambito delle indagini sulla morte di Attilio Manca – non si è mai fatta luce, né i vertici della Procura hanno mostrato particolare curiosità nell’approfondire la faccenda. L’urologo è mai venuto in contatto con esponenti di quel mondo? Diversi elementi lo fanno supporre: una frase del procuratore Pazienti riferita ad Ugo Manca, personaggio organico all’”alta mafia” di Barcellona Pozzo di Gotto (quella, per intenderci, coinvolta nella strage di Capaci e nell’assassinio del giornalista Beppe Alfano), nonché cugino della vittima, con la quale lo stesso, negli ultimi tempi, è stato in contatto. La prova? Un’impronta palmare di Ugo rinvenuta nell’appartamento di Attilio, e giustificata dall’interessato con il pernottamento in quella casa per un intervento di varicocele che il cugino gli avrebbe fatto l’indomani in ospedale.
Dicevamo… c’è una frase che, a proposito di Ugo Manca, il procuratore Pazienti, si lascia scappare nel 2012 in occasione di una conferenza stampa: “Ugo Manca è il punto di riferimento dei Barcellonesi che si operano al ‘Belcolle”. Quali Barcellonesi? Nel periodo in cui muore Attilio Manca, nel carcere di Viterbo, è detenuto il capo di Cosa nostra barcellonese, Sem Di Salvo, che all’inizio degli anni Novanta aveva ospitato il boss catanese Nitto Santapaola (grandi collegamenti con la politica, la massoneria e i servizi segreti deviati) a Barcellona durante la latitanza. In un rapporto di polizia, il solito Gava smentisce un “contatto medico” fra Sem Di Salvo e Attilio Manca. Questo però non esclude che il boss non abbia avuto un ruolo dal carcere. Anche perché negli ultimi giorni della sua vita, l’urologo avrebbe ricevuto una telefonata del cugino Ugo per una “raccomandazione” nei confronti di un altro boss di primo piano di Barcellona, tale Angelo Porcino, sulla cui eventuale presenza a Viterbo gli investigatori non hanno scoperto nulla. Anzi, hanno sostenuto che Porcino – titolare di un’attività commerciale – era addirittura sprovvisto di utenze telefoniche. Un fatto è certo: nell’appartamento di Attilio – assieme al cadavere – sono stati trovati, ben riposti su un tavolo, degli strumenti operatori (un bisturi, un paio di forbici e un ago con del filo da sutura ancora inserito) mai visti prima dai frequentatori di quella casa (familiari compresi). A cosa dovevano servire? Anche in questo caso silenzio assoluto. Quel che è interessante sapere – dato che sulla trance riguardante l’attività mafiosa di Carmine Schiavone è titolare la Procura di Roma – è se l’ospedale “Belcolle (o parte di esso) è quell’isola felice che qualcuno vorrebbe far credere, o un covo di vipere adibito anche a certe strane operazioni.  -
Luciano Mirone


TRUFFE ONLINE

Cinque denunciati a Sant’Agata 

(Me): acquisizione di codici di 

postepay ed ecommerce farlocco.

sabato 28 febbraio 2015

ROMA: SALVINI ARRINGA LA LEGA.




Pubblicato da ANSA.it
Roma, 28 Febbraio 2015 - 20:14 News

Mentre proseguono le diverse manifestazioni previste oggi a Roma, il leader della Lega Nord, Matteo Salvini, infiamma piazza del Popolo, attaccando a testa bassa il presidente del Consiglio e insultando all'ex ministro del Welfare, Elsa Fornero.

"Il problema non è Renzi, lui è una pedina, è il servo sciocco a disposizione di Bruxelles", ha attaccato il leader del Carroccio dal palco di piazza del Popolo, dove si è prentato indossando, sopra la camicia bianca, una maglietta a sostegno del benzinaio di Nanto che ha ucciso un rapinatore: “Io sto con Stacchio. Con chi difende il territorio”.
Quella della Lega, ha detto Salvini, "è la sfida a Renzi in casa sua. Renzi ha scelto i grandi, Confindustria, Autostrade, Marchionne, le società di gioco d'azzardo e Equitalia. Oggi lanciamo la sfida dell'Italia dei piccoli, dei medi, degli artigiani, degli imprenditori e dei produttori. Da Roma parte la sfida per conquistare il Paese. Oggi lanciamo un percorso, ma non solo per il centrodestra: ambisco a parlare a tutti, anche ai delusi di Renzi e agli ex grillini". Poi, dopo aver auspicato le dimissioni del governo, ha aggiunto: "Cancelleremo la legge Fornero e vaffa... alla Fornero e a chi l’ha portata al governo". Parole che hanno spinto l'ex ministro del Lavoro a replicare: "Il merito della riforma sulle pensioni parla da solo. Penso e spero che gli italiani siano in grado di capire il basso livello della politica alla Salvini", ha detto Elsa Fornero.
Nel suo comizio, il segretario della Lega ha fatto più volte riferimento ai "comunisti". Rispolverando un leitmotiv caro anche a Berlusconi, soprattutto in campagna elettorale.
Quanto alla ricomposizione della frattura con Flavio Tosi proprio in Veneto, interpellato poco prima dell'intervento, Salvini aveva risposto "una cosa alla volta...". Sull'argomento è intervenuto lo stesso Tosi, presente anche lui alla manifestazioni, ma non sul palco. "La rottura dipende da chi la vuole, noi non la vogliamo. Abbiamo posto dei paletti in base allo statuto della Lega", ha detto il sindaco di Verona. Tosi è rimasto fra i militanti, lontano dal palco.
Salvini, il giorno dopo l'assassinio del leader dell'opposizione in Russia, ha parlato anche dei rapporti fra l'Europa e Mosca: "La Russia deve essere un alleato contro il terrorismo. Se il nemico è quello che taglia le gole, allora ci si allea con Putin. Si è svegliato anche quel frescone di Renzi che è andato in Russia. Le sanzioni sono una cosa demenziale. La Russia è una potenza con cui dialogare e non con cui litigare". Il segretario leghista ha parlato anche delle alleanze in vista delle regionali: "Gli accordi politici, partitici sono la vecchia politica. Noi abbiamo candidati, Luca Zaia in Veneto, Edoardo Rixi in Liguria, Claudio Borghi in Toscana. Se Forza Italia ci sta, è la benvenuta, se Forza Italia guarda ad Alfano e al ministro dell'invasione clandestina per noi non si può fare niente". 
CITTA' BLINDATA - Oltre a quella del Carroccio, a Roma sono state organizzate altre tre manifestazioni: una contro quella della Lega, a cui partecipano centir sociali, antagonisti e movimenti anti-razzisti, sotto lo slogan comune 'Mai con Salvini'. Una della destra sociale, contraria alla Lega. E infine il corteo di Casapound che è poi confluito nella manifestazione del Carroccio a piazza del Popolo. Per questo la presenza delle forze dell'ordine è stata massiccia. Ci saranno quattromila agenti delle forze di polizia per "proteggere" la manifestazione di oggi a Roma della Lega e tutelare il suo "diritto a manifestare", ha assicurato il ministro dell'Interno, Angelino Alfano. "Come è noto non condivido nulla di quello che dice Salvini, ma il suo diritto a manifestare è sacro, perché è un importante pezzo della democrazia italiana", ha aggiunto il responsabile del Viminale. "Perciò - ha proseguito - proteggeremo il suo diritto impiegando 4mila uomini delle forze dell'ordine, per impedire che chi vuole usare la violenza per interferire contro la manifestazione della Lega non possa poi farlo".
Il timore di scontri, soprattutto dopo quanto avvenuto nella giornata di ieri con la rivolta degli antagonisti e gli scontri con le forze dell'ordine, era grande. In piazza Vittorio, le forze dell'ordine hanno installato grate alte oltre due metri. Le strade limitrofe sono chiuse da blindati della polizia.
LE ALTRE MANIFESTAZIONI - 'MAI CON SALVINI' - Al grido "Salvini, Roma non ti vuole", il corteo dei movimenti 'Mai con Salvini', costituito anche da centri sociali e antagonisti, è partito da piazza Vittorio, nel quartiere dell'Esquilino. I manifestanti hanno attraversato il centro di Roma fino ad arrivare a Campo de' Fiori. "Roma è antifascista", la scritta su uno dei tanti striscioni esposti dagli attivisti. "No alle politiche di austerità, no al governo Renzi", si legge invece sullo striscione che apre il corteo. "Siamo in 35mila, Salvini Roma è nostra", hanno annunciato gli organizzatori del corteo.

La mappa dei cortei
CASAPOUND - Il corteo di Casapound è partito dalla sede nazionale del movimento, in via Napoleone III, verso il Pincio. Vigilato ai margini dal servizio d'ordine di Casapuond e, a distanza, dai mezzi delle forze dell'ordine. I movimenti di estrema destra, fra cui CasaPound, sono poi entrati in piazza del Popolo in corteo. I militanti sono scesi dal Pincio e si sono uniti alle decine di migliaia di leghisti e sostenitori di Salvini arrivati per la manifestazione contro il governo. In testa al corteo, le gigantografie dei due Marò, Girone e Latorre: "Liberate i nostri soldati". La scelta del movimento è per Salvini. "Giorgia Meloni? Faccia i suoi passi. Più siamo e meglio è. Se anche lei si mettesse in testa di dire che Salvini è il leader da contrapporre a Renzi saremmo più felici tutti", ha detto il vicepresidente di Casapound, Simone Di Stefano.
Un'ultima manifestazione, organizzata dalla destra sociale, si è tenuta in piazza Cola di Rienzo per ricordare Mikis Mantakas. Piazza contraria alla Lega.
CASAPOUND - Il corteo di Casapound è partito dalla sede nazionale del movimento, in via Napoleone III, verso il Pincio. Vigilato ai margini dal servizio d'ordine di Casapuond e, a distanza, dai mezzi delle forze dell'ordine. I movimenti di estrema destra, fra cui CasaPound, sono poi entrati in piazza del Popolo in corteo. I militanti sono scesi dal Pincio e si sono uniti alle decine di migliaia di leghisti e sostenitori di Salvini arrivati per la manifestazione contro il governo. In testa al corteo, le gigantografie dei due Marò, Girone e Latorre: "Liberate i nostri soldati". La scelta del movimento è per Salvini. "Giorgia Meloni? Faccia i suoi passi. Più siamo e meglio è. Se anche lei si mettesse in testa di dire che Salvini è il leader da contrapporre a Renzi saremmo più felici tutti", ha detto il vicepresidente di Casapound, Simone Di Stefano. (ANSA)

Pd, Leopolda al via tra polemiche e new entry.

 
Faraone: "Basta con l'Antimafia d'interesse".



















Sabato 28 Febbraio 2015 - 13:47

Il sottosegretario all'Istruzione apre la kermesse siciliana del Pd bacchettando l'antimafia di facciata. "Destra e sinistra? La Sicilia è stata governata sin qui dal partito dell'assistenzialismo". E tra i corridoi della ex fabbrica Sandron non mancavano ex esponenti del centrodestra. Ricordato il fondatore di Livesicilia Francesco Foresta.


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La Leopolda siciliana alla ex Fabbrica Sandron 
di Palermo.
PALERMO -  Sul palco ci sono un leggìo, una lavagna, due cattedre. A dare il benvenuto alla kermesse, con oltre un’ora di ritardo per dare modo ai numerosi partecipanti di accedere alle ex Officine Sandron, il padrone di casa, Davide Faraone, che si rivolge ai suoi ospiti per raccontare il suo “sogno di cambiamento”. Dopo le polemiche che hanno preceduto l’apertura della Leopolda siciliana, il sottosegretario all’Istruzione risponde dal palco alle tante parole che hanno accompagnato la kermesse: “Oggi diamo soddisfazione - ha detto - all’esigenza, molto forte in Sicilia, di dialogo e partecipazione. Questo deve essere un momento di elaborazione per il governo di questa terra, per rimettere l’Isola al passo col resto del Paese, dove avviene un processo riformista che cambierà tutto, mentre noi rischiamo di restare a guardare, ancorati allo statuto”.


La formula che Faraone detta dal palco è chiara: basta con l’antimafia di facciata, è tempo di dare spazio ai fatti."Basta con un certo tipo di antimafia - ha aggiunto - che si muove solo per interesse, perché proprio questo modo di agire danneggia chi fa antimafia veramente e sul campo, come le tante cooperative che gestiscono i beni confiscati".  Faraone dal palco ha stigmatizzato anche "il rito di chi pensa di fare antimafia solo presentandosi nelle Procure per fare denunce" e ha definito questo modo di agire "omertoso" rispetto a chi ha la responsabilità politica e istituzionale di risolvere i problemi della gente.

Parole che hanno innescato la reazione del governatore Rosario Crocetta: "Non fa l'antimafia di comodo chi ci mette la faccia e fa pubbliche denunce - ha ribattuto il presidente della Regione -. Chi amministra ha l'obbligo di farlo, altrimenti commette un reato. Abbiamo recuperato i soldi per i giovani e per la sanità togliendoli ai corrotti".

Destra e sinistra? Secondo Faraone in questi anni la Sicilia è stata governata “da un unico grande partito, il partito dell’assistenzialismo. Non dico che sia facile una conversione che guardi a una nuova economia e punti alle start up, ma a questo punto è inevitabile”.

Poca sinistra ma in compenso tanti vecchi e nuovi volti del centrodestra si aggiravano tra la sala e i corridoi della Leopolda siciliana. Presenti anche quattro parlamentari regionali di Articolo 4, il movimento creato dall'ex Mpa ed ex Udc Lino Leanza che poi ha abbandonato il progetto per fondare Sicilia democratica: Paolo Ruggirello, Luca Sammartino, Valeria Sudano e Alice Anselmo pronti ad aderire al Pd e transitare nel gruppo parlamentare dell'Assemblea regionale. Un 'salto' che sta creando non pochi malumori tra i 'cuperliani', grandi assenti al momento alla Leopolda siciliana e soprattutto tra i civatiani con decine di iscritti che hanno lasciato il partito per abbracciare un nuovo progetto politico di sinistra assieme a Sel.

In prima fila Alessandro Baccei, luogotenente di Palazzo Chigi sbarcato nell'isola per rimettere in sesto i conti del bilancio colabrodo della Regione, nel suo ruolo di assessore all'Economia, ma soprattutto per avviare le riforme chieste da Roma e seguite in prima persona dal sottosegretario Graziano Delrio, sul palco a fianco di Faraone per una kermesse che riaccende di colpo i riflettori sul Pd siciliano ancora una volta alle prese con equilibri e assestamenti di partito.

Il tema degli ultimi ingressi nel partito democratico siciliano sono invece stati affrontati da Graziano Delrio, che a margine della kermesse ha detto che "pur non conoscendo nel dettaglio la situazione siciliana - prosegue - credo sia una scelta opportuna avere tanti contributi da tante culture diverse". Secondo Delrio, “è responsabilità dei dirigenti regionali vigilare perché le cose si svolgano in maniera corretta e vi sia un grande presidio sulla legalità. Sono scelte che il Pd ha fatto in maniera decisa e irreversibile. Non sono preoccupato. Ho fiducia nei dirigenti regionali”.

Tra i tanti contributi che si sono alternati nel corso della mattinata sul palco, anche l’intervento del direttore di Livesicilia, Giuseppe Sottile, salito sul palco della Leopolda sicula dopo la proiezione di un breve filmato per ricordare Francesco Foresta, scomparso lo scorso gennaio. “Francesco non era soltanto un giornalista - ha detto Sottile - era uno di quei siciliani atipici a cui hanno fatto riferimento gli interlocutori che mi hanno preceduto. Lui ha saputo rischiare, si è messo in proprio e ha creato quello che è oggi un vero e proprio gioiello imprenditoriale. L’intuizione di Foresta - ha aggiunto Sottile - ha rovesciato quel luogo comune secondo cui i giornali devono seguire la cosiddetta obiettività dell’informazione, che è nient’altro che impostura. Lui lo ha sradicato, dimostrando che questa Sicilia può andare avanti smontando i miti che la opprimono, smontando le imposture rappresentate dagli istituti che ci detta l’autonomia. Per fare questo, però - ha concluso - è necessario un governo che governi. Possiamo accettare che questo governo non governi per altri tre anni? Con quale governo e con quali tempi dobbiamo mettere mano alla questione siciliana?”.  

MAFIA

Il pentito D'Amico sentito sulla Trattativa: "Di Matteo doveva morire".

Il pentito barcellonese ha raccontato dei colloqui in carcere con Nino Rotolo e delle confidenze arrivate da Vito Galatoto sulla ferma volontà della mafia siciliana di eliminare il magistrato palermitano. Lo stesso DI Matteo ha già interrogato D'AMico.
















Vito Di Giorgio, titolare dell'inchiesta Gotha3.

Sabato, 28. Febbraio 2015 - 11:31
Scritto da: Alessandra Serio
Pubblicato da www.tempostretto.it


Al centro del colloquio, le confidenze scambiate nel carcere duro di Opera col mafioso Nino Rotolo che a sua volta discorreva con Vito Galatoto, tra marzo e maggio 2013. In quei colloqui, ha detto D'Amico ai pm della Dda Vito Di Giorgio ed Angelo Cavallo, Rotolo gli avrebbe confidato dei progetti per colpire il magistrato Nino Di Matteo. Lo stralcio dei verbali, ancora top secret, è stato trasmesso per competenza alla Procura di Caltanissetta, che poco tempo fa ha voluto interrogare direttamente il pentito barcellonese.

Dei colloqui con Rotolo al 41 bis D'Amico ne ha accennato anche in aula, il 26 febbraio scorso, rispondendo alle domande dell'avvocato Ugo Colonna, al processo Gotha 3 in corso in Corte d'Appello. L'avvocato gli chiedeva conto di alcune sue affermazioni relative a quelli che l'ex boss ha indicato come i colletti bianchi del clan del Longano, Saro Cattafi e Maurizio Marchetta, la loro appartenenza a logge e i contatti tra Cattafi e gli esponenti di altre famiglie siciliane. "E' stato Rotolo a dirle queste cose, spontaneamente, o è stato lei a domandare, e di cosa parlavate?", ha chiesto Colonna. "Sono stato io a domandare ha precisato D'Amico - perché si parlava di massoneria".

L'attenzione intorno a Di Matteo è ancora altissima e le dichiarazioni di D'Amico potrebbero confermare quelle rilasciate da Vito Galatoto a novembre scorso, quando rivelò del progetto di attentato: "Quando fui arrestato, nel giugno 2014 l’ordine arrivato due anni fa da Matteo Messina Denaro tramite Girolamo Biondino era del tutto operativo. Nella lettera Messina Denaro disse che bisognava fare un attentato al dottor Di Matteo perché, stava andando oltre e ciò non era possibile anche per rispetto ai vecchi capi che erano detenuti. L’esplosivo lo conservava Vincenzo Graziano".

Galatolo parlò di oltre centocinquanta chili di tritolo fatti arrivare dalla Calabria che erano già a Palermo.  Ci sono poi alcune segnalazioni ancora top secret, al vaglio degli investigatori palermitane, che sono recentissime, che fanno molto preoccupare i magistrati. E in corso c'è un'altra attività, in mano al  procuratore capo Francesco Lo Voi ed al sostituto Enrico Bologna, che mira a chiarire la segnalazione, fatta da alcuni ragazzini di una scuola, che dicono di aver visto alcuni uomini armati di fucile vicino al circolo del tennis di via San Lorenzo, proprio mentre al circolo c'era Di Matteo. -

ENNESIMA TRAGEDIA IN SICILIA.


Nuovo caso Nicole, muore neonato.

 
Trasferito a Siracusa e Messina per mancaza di posti.



Sabato 28 Febbraio 2015 - 13:54
Pubblicato da www.livesicilia.it

Si chiama Mattia, il suo calvario è durato 30 giorni. Dall'ospedale di Bronte è stato trasferito a Siracusa e poi a Messina. Esposto dei genitori assistiti dall'avvocato Dario Pastore in Procura. 

IN AGGIORNAMENTO.


CATANIA- Da Bronte a Siracusa a Messina per mancanza di posti letto in terapia intensiva a Catania. C'è un nuovo caso Nicole alle falde dell'Etna, l'ennesimo, possibile, caso di malasanità. L'ultima vittima si chiama Mattia, i genitori sono sconvolti dopo un calvario durato 30 giorni a cavallo di 3 ospedali. Affiancati dal noto penalista Dario Pastore hanno presentato un esposto in Procura.

BRONTE. Il calvario del piccolo Mattia è iniziato, secondo quanto denunciato da genitori, all'ospedale di Bronte dove non sarebbe stata diagnosticata un'infezione che ha causato, nel giro di pochi giorni, un parto prematuro. Per partorire, la signora è stata trasferita da Catania a Siracusa, ospedale Umberto Primo. Non c'erano posti in terapia intensiva a Catania. La storia si ripete.

SIRACUSA. "Il piccolo resta in terapia intensiva a Siracusa fino al 25 febbraio -spiega a LivesiciliaCatania l'avvocato Dario Pastore- giorno in cui il primario di Siracusa comunica che è necessario il trasferimento al Policlinico di Messina per effettuare una terapia ossidonitrica che a Siracusa non poteva essere fatta". All'improvviso le condizioni del bambino si aggravano.

MESSINA. Arrivato a Messina il 25 febbraio, i medici avrebbero scoperto -secondo la ricostruzione della difesa- che i problemi respiratori "non erano la causa principale della gravi condizioni del bambino, che aveva in corso una grave acidosi metabolica".
Dopo aver cambiato 3 ospedali e percorso quasi 300 chilometri in cerca di un luogo idoneo in cui essere curato, il piccolo Mattia è morto, i genitori adesso chiedono giustizia.  -