mercoledì 4 maggio 2016

I PENNACCHI DI PINO MANIACI


Claudio Fava - 


Quando qualcuno gli ha impiccato i cani, ho preso un aereo e sono andato a Partinico per dargli solidarietà, conforto, amicizia. Adesso leggo, come voi, che Pino Maniaci avrebbe usato tutto questo (le amicizie, le solidarietà, gli attestati di stima) per gonfiarsi come un tacchino. Dei cento euro forse pretesi da un sindaco se ne occuperanno i giudici per dirci se fu estorsione, bravata o solo minchioneria. Ma di ciò che ci riferiscono le intercettazioni, la risposta non la voglio dai giudici ma da Maniaci. Non chiacchiere su complotti e vendette mafiose: risposte!

Voglio che dica – a me e agli altri che in questi anni hanno messo la loro faccia accanto alla sua – se quelle trascrizioni sono manipolate o se è vero che all’amica del cuore raccontava “a me mi hanno invitato dall’altra parte del mondo per andare a prendere il premio internazionale del cazzo di eroe dei nostri tempi”. Uno di quei premi del cazzo era intitolato a Mario Francese, giornalista palermitano ammazzato dalla mafia. Glielo consegnarono sei anni fa. Ci dica Maniaci che è tutto falso, intercettazioni, verbali, parole sue e degli altri: tutto! Oppure quel premio lo restituisca subito. Tra tutti i miserabili pennacchi che l’antimafia può mettersi sul cappello, la morte di un giornalista è il più osceno.

Quando ai Siciliani ci ammazzarono il direttore non arrivarono scorte della polizia né premi né visite di cortesia né telefonate dei presidenti del consiglio. Ma andammo avanti lo stesso, imparando a fare ogni mese (e per molti anni) un altro buco nella cintura. E quando a Catania un procuratore corrotto (quello sì!) fece mettere sotto controllo i nostri telefoni, se ne tornò dai suoi padrini mafiosi con le corna basse: perché nelle telefonate dei giornalisti dei Siciliani (ragazzi, non veterani di guerraà) c’era solo il rigore delle parole, la limpidezza dei comportamenti, il senso profondo del mestiere che facevamo.

“Quello che non hai capito tu è la potenza di Pino Maniaci! Ormai tutti e dico tutti si cacano se li sputtano in televisione si fa come dico io e basta, decido io, non loro, loro devono fare quello che dico io, se no se ne vanno a casa!”. Che c’entra, non dico l’antimafia, ma il giornalismo con questo sproloquio? Nulla c’entra! Per cui Maniaci spieghi: non i supposti complotti contro di lui ma la ridicola vanità di queste sue parole. Spieghi, oppure scompaia dalle nostre vite per sempre.

A noi resta il torto di una nostra colpevole ingenuità: esserci fidati in buona fede dei fumi d’incenso.

Che con la lotta alle mafie non c’entrano mai nulla. -

DIVIETO DI SOGGIORNO PER IL DIRETTORE DI TELEJATO, PINO MANIACI.


Pubblicato: 04 Maggio 2016
da www.antimafiaduemila.it
maniaci c ilovesicilia
















di AMDuemila
L’accusa è di aver estorto soldi e favori a due sindaci

A poco più di una settimana dalle indiscrezioni giornalistiche sull’inchiesta aperta nei confronti del direttore di Telejato, Pino Maniaci, questa mattina i Carabinieri della Compagnia di Partinico hanno notificato al giornalista un provvedimento di divieto di dimora nelle province di Palermo e Trapani. Il provvedimento è stato emesso dal gip Fernando Sestito su richiesta dei sostituti procuratori Francesco Del Bene, Amelia Luise, Annamaria Picozzi, Roberto Tartaglia e dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi.
L’accusa nei confronti di Maniaci è di estorsione nei confronti dei sindaci di Partinico e Borgetto. Secondo gli inquirenti avrebbe preteso soldi e favori per ammorbidire i suoi servizi televisivi.
L’indagine sul direttore di Telejato sarebbe iniziata nel novembre 2014 in maniera casuale mentre i militari stavano compiendo alcuni accertamenti sulle amministrazioni comunali nell’ambito di un’altra indagine. Tanto che stanotte è anche scattato un blitz fra Partinico e Borgetto, che coinvolge nove presunti mafiosi. Ciò significherebbe che l’indagine non può essere vista come una ritorsione rispetto alle denunce che hanno poi portato alle inchieste aperte dalla Procura di Caltanissetta (iniziate nel maggio successivo) sulla gestione allegra della sezione Misure di prevenzione di Palermo sui beni confiscati.
Il quadro che emergerebbe dalle indagini lascerebbe spazio a poche interpretazioni e chiarirebbe anche alcuni episodi che si sono verificati negli anni scorsi.
I primi di dicembre del 2014 ha fatto il giro della Nazione la notizia dell’uccisione di Billy e Cherie, gli storici cani che da anni vivono a fianco della famiglia Maniaci, ritrovati appesi senza vita alla recinzione. Un fatto che era stato preceduto di pochi giorni dal ritrovamento dell’auto di Maniaci, bruciata a pochi metri dalla redazione. Quelli che sembravano gli ennesimi atti intimidatori nei confronti del direttore di Telejato, che ha denunciato in più occasioni le attività criminali dell’organizzazione di Partinico e dintorni, oggi non sono ritenuti più tali. Le indagini infatti avrebbero svelato che non furono i boss a bruciare la sua macchina e ad impiccare i due cani, ma il marito della sua amante. E lui ne sarebbe stato ben consapevole. Nonostante questo ai giornali e alle Tv annunciava in pompa magna: “E’ stata la mafia a minacciarmi per le inchieste del mio tg”. In quei giorni ricevette solidarietà da tutta Italia compreso dal presidente del Consiglio Matteo Renzi.
L’estorsione
Per quanto riguarda le accuse che hanno portato al provvedimento odierno Maniaci avrebbe estorto al sindaco di Partinico Salvatore Lo Biundo anche un’assunzione per la sua amante. Il quotidiano La Repubblica, che per primo aveva dato la notizia dell’inchiesta aperta, oggi riporta anche alcuni passaggi di verbali ed intercettazioni.
Così si scopre che l’assunzione avrebbe riguardato un contratto di solidarietà al Comune per tre mesi: “Alla scadenza, non poteva essere rinnovato – ha ammesso il sindaco interrogato dai carabinieri – ma Maniaci diceva che dovevamo farla lavorare a tutti i costi e allora io e alcuni assessori ci siamo autotassati per pagarla”.
E nel frattempo il direttore di Telejato avrebbe rassicurato la donna: “Per quella cosa ho parlato, già a posto, stai tranquilla, si fa come dico io e basta. Qua si fa come dico io se ancora tu non l’avevi capito… decido io, non loro… loro devono fare quello che dico io, se no se ne vanno a casa”.
Ma Maniaci diceva all’amante anche di volerle fare vincere un concorso all’azienda sanitaria locale di Palermo, sfruttando le sue buone amicizie: “Quello che non hai capito tu è la potenza… tu non hai capito la potenza di Pino Maniaci. Stai tranquilla che il concorso te lo faccio vincere”. E poi ancora in un’altra occasione: “Ormai tutti e dico tutti si cacano se li sputtano in televisione”.
“C’è il sindaco che mi vuole parlare – diceva ancora all’amante – per ora lo attacco perché gli ho detto che se non si mette le corna a posto lo mando a casa, hai capito? A Natale non ti ci faccio arrivare, che te ne vai a casa e non ci scassi più la minchia”. Poi aggiungeva: “Mi voglio fare dare 100 euro così domani te ne vai a Palermo tranquilla”. E sempre rispetto al sindaco: “Dice che in tasca non ne aveva e che stava andando a cercare i soldi… i piccioli li deve andare a cercare a prescindere… così ne avanzo 150 di iddu”.
Sempre La Repubblica scrive che il 10 giugno 2014 gli inquirenti, che al tempo non indagavano sul direttore di Telejato, ripresero nella stanza del sindaco di Borgetto il momento in cui vengono consegnati dei soldi allo stesso giornalista. Si vedrebbe quest'ultimo prima dire alcune parole ("Benedette liquidità sborsate...") e poi distendere il braccio e fare un cenno con la mano per poi dire "Mi dai 250 euro". E il sindaco risponde: "Sì, 400 te ne devo dare". Ed è da quel momento che si sarebbe deciso di mettere il telefono di Maniaci sotto controllo. Maniaci sul sindaco di Borgetto aveva fatto dei servizi pesanti ma poi, scrive il giornale, diceva che era anche pronto uno scoop così senzazionale che avrebbe portato allo scioglimento del Comune. Uno scoop che poi non è mai andatoin onda. VI sarebbero una serie di telefonate con l'addetto stampa del primo cittadino che poi riferiva sempre a De Luca. All'assessore di Borgetto Gioacchino Polizzi avrebbe imposto di comprare duemila euro di magliette antimafia e di pagargli tre mesi di affitto.
Operazione Kelevra
Nelle indagini della Compagnia dei Carabinieri di Partinico viene poi fotografata la mappa della mafia di Borgetto. Da questa mattina i militari sono impegnati nel dare esecuzione a 10 misure cautelari emesse dal Gip del Tribunale di Palermo, su richiesta della Dda, nei confronti di esponenti della "famiglia" mafiosa di Borgetto, accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione e intestazione fittizia di beni. L'inchiesta prende il via nel 2012 quando i militari dell'Arma cominciano a monitorare la famiglia mafiosa di Borgetto e in particolare Antonino Giambrone e i suoi due fratelli Tommaso e Francesco. Gli elementi acquisiti svelano il ruolo di comando di Giambrone e le dinamiche interne all'organizzazione criminale. L'11 febbraio del 2013 viene scarcerato Nicolò Salto, storico esponente mafioso e nemico dei Giambrone. Tornato libero, il capomafia cerca immediatamente di imporre la sua presenza sul territorio attraverso danneggiamenti a imprenditori locali. Nell'aprile del 2013, Giambrone viene arrestato nell'operazione "Nuovo Mandamento". Poco dopo, Salto rassicura il padre di Giambrone promettendogli che il figlio non sarebbe stato abbandonato. E' il suggello di una pax mafiosa tra clan rivali e l'affermazione del ruolo di vertice di Salto, che in diversi summit stabilisce, insieme all'ex rivale, il programma criminale sul territorio. Giambrone diventa punto di riferimento per la raccolta del pizzo, sostegno logistico viene assicurato, invece, da Antonino Frisina, autista e consigliori di Salto. Le indagini dei carabinieri consentono di documentare, infine, l'interesse dei clan nel condizionare le scelte amministrative del Comune di Borgetto, con particolare riguardo all'esecuzione dei lavori pubblici.-

Foto tratta da livesicilia.it

lettere osè dal carcere

Bossetti alla detenuta Gina:

"L'infermiera mi disse

complimenti, che mazza".

Pubblicato da www.liberoquotidiano.it
04 Maggio 2016


Bossetti alla detenuta Gina: "L'infermiera mi disse complimenti, che mazza"

La corrispondenza di Massimo Bossetti con la detenuta (per truffa) nel carcere di Bergamo Gina C. è nota da tempo. Come è noto da tempo il carattere osè di quella quarantina di missive, che sono state acquisite come materiale probatorio dall'accusa nel processo per omicidio volontario contro il muratore di Mapello, accusato di aver ucciso nel 2012 la tredicenne Yara Gambirasio.

Ora il settimanale  di cronaca nera "Giallo" pubblica ampli stralci di quella corrispondenza, che in alcuni casi contiene materiale davvero "spinto". In una lettera del 17 gennaio scorso, ad esempio, Bossetti scrive a Gina: "Sono alto 1,70, peso 60 kg, corpo esile, carnagione chiara, amo il sole e le lampade abbronzanti, mi piace il colore che la pelle assume, adoro l’abbronzatura. La depilazione che faccio io, per intenderci una volta e per tutte, si tratta di ascelle, petto e tutto sotto.

Ho subito l’operazione di ernia inguinale e mi ricordo che dopo 15 giorni di medicazione la caposala decide ti togliermi i punti e mi abbasso tutti i boxer e lei mi disse nel vedere.

Gina, credimi, sono sincero perché potrebbe capitare un giorno, una volta fuori, di incontrarci e per questo ti dico che la verità prima o poi viene a galla...

Niente, mi disse: 'Bossetti, complimenti, che mazza'… Ti giuro, non voglio vantarmi, ma su questo aspetto la natura ha fatto un bella cosa…". -

Silvio gode

Marchini,

un candidato in paradiso.

Sondaggio:

dove precipita la Meloni.

Pubblicato da www.liberoquotidiano.it
04 Maggio 2016

A un mese dal voto a Roma, cresce il nervosismo di Giorgia Meloni. Già, i sondaggi infatti indicano che la corsa della leader di FdI-An, dopo il ritiro di Guido Bertolaso e la svolta pro-Alfio Marchini di Silvio Berlusconi, è tutt'altro che in discesa. Secondo la media delle rilevazioni, ora, tre candidati sarebbero in un punto percentuale, dal 19,5% al 20,5 per cento. Loro sono Giachetti, Marchini e Meloni, appunto. La differenza, però, è che per la Meloni il trend è negativo (tutt'altro, ovviamente, per Marchini, che ora incassa anche i voti degli elettori di Forza Italia e di Francesco Storace). Il timore concreto di Giorgia e Matteo Salvini, dunque, è di non finire neppure al ballottaggio.

In breve, alcune delle cifre presentate a Porta a Porta dagli istituti Idr e Tecnè. In testa c'è sempre la grillina Virginia Raggi, che però non riesce a crescere in termini di consenso: al 25% secondo Ipr e al 18,5% per Tecnè. Dunque, per Ipr Meloni e Marchini sarebbero al 20%, con Giachetti quarto al 19,5 per cento. Per Tecnè, invece, Giachetti sarebbe al 20,5%, Meloni al 20% e Marchini al 19,5 per cento. Dunque i ballottaggi: per Tecné la Raggi sarebbe sempre vincente. Ma attenzione a quanto prospettato da Ipr: in un ipotetico secondo turno tra Raggi e Marchini sarebbe il candidato appoggiato da Berlusconi a vincere, con il 52,5% dei voti contro il 47,5 per cento. -

Così Pino Maniaci estorceva

denaro.

Arrestati 10 esponenti clan Borgetto per mafia.




Redazione ANSA PALERMO,News

Nel 2014 denunciò che ignoti avevano ucciso e impiccato i suoi cani, ultima di una serie di intimidazioni subite. "Ora mi devono dare la scorta, ce la giochiamo con la mafia", diceva Giuseppe Maniaci, direttore della emittente tv di Partinico Telejato diventato famoso per le sue campagne contro i clan, non sapendo di essere intercettato e tentando di far passare come mafiosa una intimidazione legata a vicende private. A minacciarlo sarebbe stato infatti il marito dell'amante, circostanza che il giornalista sapeva bene.

Maniaci si ritrova ora indagato per estorsione nell'inchiesta dei carabinieri che ha portato all'arresto di dieci mafiosi della provincia di Palermo. Avrebbe preteso denaro e favori - come un contratto per la compagna - dai sindaci di Borgetto e Partinico in cambio di una linea soft della sua televisione sulle attività delle amministrazioni comunali e su relazioni e parentele scomode di alcuni primi cittadini. Poche centinaia di euro e i riferimenti spiacevoli sarebbero spariti dai servizi di una emittente conosciuta per le sue battaglie antimafia. Le accuse al giornalista che, avendo appreso giorni fa dell'indagine a suo carico si è detto vittima di una vendetta della magistratura per le denunce fatte sulla mala gestione della sezione misure di prevenzione del tribunale, sarebbero confermate dalle vittime.

Intercettazioni e video sarebbero la prova ulteriore delle richieste estorsive del direttore di Telejato La Procura di Palermo che ha coordinato l'inchiesta ha chiesto e ottenuto, per Maniaci, dal gip la misura del divieto di dimora nelle province di Palermo e Trapani.
La Compagnia di Carabinieri di Partinico ha eseguito a dieci misure cautelari, emesse dal gip del Tribunale di Palermo, su richiesta della Dda, nei confronti di esponenti della "famiglia" mafiosa di Borgetto, accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione e intestazione fittizia di beni. Nell'ambito dell'inchiesta che ha portato ai dieci arresti è indagato per estorsione Giuseppe Maniaci, direttore dell'emittente televisiva "Telejato": avrebbe ricevuto somme di denaro e agevolazioni dai sindaci di Partinico e Borgetto. In cambio avrebbe evitato commenti critici sull'operato delle amministrazioni comunali. A Maniaci, noto per le sue campagne antimafia, è stato notificato il divieto di dimora nel comune di Partinico.

Se non fanno ciò che dico li mando a casa  - Si definiva una "potenza", sosteneva di essere in grado di "mandare a casa" chi non faceva come voleva lui, e irrideva le solidarietà ricevute per presunte intimidazioni mafiose, anche quella del premier Renzi che gli aveva telefonato per manifestargli vicinanza: c'è tutto questo nelle intercettazioni effettuate dai carabinieri a carico di Pino Maniaci, direttore di TeleJato, diventato simbolo del giornalismo antimafia, ora indagato per estorsione. La procura di Palermo ha chiesto e ottenuto dal gip la misura del divieto di dimore nelle province di Palermo e trapani. Maniaci incappa nelle maglie della giustizia per caso: i militari dell'Arma indagavano sui clan di Partinico e sui rapporti tra mafia e politica locale.

Da una intercettazione ambientale, a carico di un sindaco, in diretta viene fuori la consegna di una somma di denaro al giornalista. Circostanza che insospettisce gli investigatori che decidono di metterlo sotto controllo. E così che scoprono che Maniaci in cambio di piccole somme - 200-300 euro - assicurava ai sindaci di non trasmettere quelli che definiva scoop che avrebbero potuto danneggiarli. Oltre al denaro avrebbe anche chiesto un contratto a termine per l'amante al comune di Partinico. E il sindaco di allora, Salvatore Lo Biundo avrebbe accondisceso "se non si fanno le cose che dico - diceva Maniaci non sapendo di essere intercettato - lo mando a casa".

Le minacce di Maniaci denunciate all'Antimafia  - "Nel corso degli anni abbiamo avuto qualcosa come 40 gomme tagliate, tre macchine bruciate, io ho subito un'aggressione fisica da parte del figlio del boss Vito Vitale, che ha cercato di strozzarmi con la mia stessa cravatta". Così Pino Maniaci descriveva la sua condizione di giornalista antimafia in un territorio dominato da Cosa nostra. La sua testimonianza è riportata nella relazione della Commissione antimafia sullo "stato dell'informazione e sulla condizione dei giornalisti minacciati dalle mafie". Maniaci venne sentito dalla Commissione il 16 settembre 2014. Parlando dell'aggressione da parte del figlio del boss, il direttore di Telejato raccontò che in quella occasione fu "fortunato visto che mio papà mi ha insegnato il doppio nodo (della cravatta - ndr) che non strozza più di tanto". E aggiunse: "Mi sono salvato, ma allo stato attuale porto un busto perché sono stato fracassato dai pugni e tuttora ne porto i segni".

Alla Commissione Maniaci riferì di avere collezionato circa 300 querele, quasi tutte poi archiviate, e spiegò: "Le minacce sono state di diverso tipo, anche con lettere intimidatorie, tutte denunciate, oltre che freni tagliati, colpi di pistola nei vetri... Hanno cercato di intimidirmi bruciando anche la macchina di mio figlio. Tutte cose denunciate, tanto che dal 2008 ad oggi io sono sotto tutela dei carabinieri, e la guardia di finanza e la polizia hanno il compito di tutelare sede della televisione e casa". -

IL BLITZ


Maniaci allontanato da

Partinico. E scattano

nove arresti per mafia.

di Riccardo Lo Verso
Pubblicato da www.livesicilia.it
Mercoledì, 04 Maggio 2016


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Pino Maniaci

Il direttore di Telejato è accusato di estorsione. Nessuna minaccia dai boss, ma una storia sentimentale. 

"Quello stronzo di Renzi" ASCOLTA

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PALERMO - Quando nel dicembre di due anni fa ammazzarono i suoi cani Pino Maniaci avrebbe “sfruttato” il macabro episodio bollandolo come un'intimidazione mafiosa. Era convinto che gli dessero la scorta. Ed invece sapeva che la mafia non c'entrava. Era una faccenda personale, legata a storie sentimentali, c'era di mezzo una donna. O meglio, la reazione furente del marito. Il giornalista di Telejato avrebbe colto la palla al balzo, così dicono gli inquirenti, per puntellare la sua immagine di giornalista contro. Contro la mafia, contro il potere, contro il sistema. Un'immagine che verrebbe demolita dall'indagine che stamani porta in carcere persone per mafia. Tra i primi a chiamarlo, quel giorno di dicembre, per esprimergli solidarietà fu il presidente del Consiglio. "Sono tutti in fibrillazione ... - diceva Maniaci - mi ha chiamato quello stronzo di Renzi". Il giornalista diceva di essere di diventato "una potenza".

Mentre indagavano suoi presunti boss della cosca di Borgetto, nel Palermitano, i carabinieri del Comando provinciale e del Gruppo di Monreale si sono imbattuti nel direttore dell'emittente televisiva che oggi viene raggiunto da una misura cautelare. Deve allontanarsi da Partinico, dove ha sede la piccola televisione privata. I carabinieri gli hanno notificato un divieto di dimora nelle province di Palermo e Trapani. È accusato di estorsione “per aver ricevuto somme di denaro e agevolazioni dai sindaci di Partinico e Borgetto onde evitare commenti critici sull'operato delle amministrazioni”. Poche centinaia di euro - 100, 150 - “strappati”, così sostiene l'accusa, con la minaccia. Ma anche un contratto di solidarietà al Comune per la donna. Il sindaco di Partinico, Salvatore Lo Biundo, ha ammesso che alla scadenza di tre mesi il contratto non poteva essere rinnovato e addirittura lui e i suoi assessori si tassarono. Perché? Perché temevano gli attacchi di Maniaci. Al telefono il direttore di Telejato diceva "qui si fa come dico io... se no se ne vanno a casa". Era pronto a "sputtanare" tutti in televisione. E "tutti e dico tutti si cacano". Erano soprattutto i primi cittadini a temerlo. E Maniaci ne era consapevole: "... il sindaco mi vuole parlare... se non si mette le corna a posto lo mando a casa... a Natale non ti ci faccio arrivare".

Maniaci, quando nei gironi scorsi trapelò la notizia che era finito sotto inchiesta, replicò a muso duro, parando di “vendetta, un agguato per il lavoro che abbiamo fatto e che facciamo ancora oggi contro il malaffare e l'illegalità anche all'interno della magistratura come nel caso dell'inchiesta sulla gestione dei beni confiscati alla mafia dove a capo di tutto c'era l'ex presidente della sezione misure di prevenzione Silvana Saguto”.

Ora si scopre che l'indagine principale è iniziata nel 2012 e Maniaci c'è finito dentro nel 2014. Dunque prima che esplodesse lo scandalo sulla sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. All'inchiesta hanno lavorato i carabinieri e sei magistrati: il procuratore Francesco Lo Voi, l'aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Francesco Del Bene, Amelia Luise, Annamaria Picozzi e Roberto Tartaglia.

Vengono fotografati i nuovi assetti della mafia di Borgetto. L’11 febbraio del 2013 era stato scarcerato per fine pena Nicolò Salto, storico esponente del clan che si contrapponeva ai Nania-Giambrone. Una contrapposizione che aveva già condotto all'omicidio di Antonino cl. 71. Nell'aprile del 2013 un altro Antonino Giambrone finì in cella nell’operazione “Nuovo Mandamento”. Poco dopo, in un incontro nel corso principale del paese le telecamere riprendono un incontro fra Salvo e il padre di Giambrone: suo figlio non sarebbe stato abbandonato. Basta guerra e piombo, anche Salto era sopravvissuto a un agguato, viene siglata una pax mafiosa. Si riparte con il pizzo e il controllo dei lavori pubblici.

La figura di Maniaci è venuta fuori casualmente mentre venivano monitorati gli altri indagati. E così la sua voce è rimasta impressa nei nastri magnetici. Le sue frasi, dicono gli investigatori, fanno a pugni con l'immagine di giornalista di frontiera, libero e a testa bassa contro il sistema. Protetto dallo Stato per le intimidazioni subite, raggiunto da decine e decine di querele per diffamazione frutto dei suoi articoli, premiato con riconoscimenti prestigiosi, nazionali e internazionali, Maniaci si è ritagliato un posto di rilievo nel panorama dell'antimafia militante, quella dura e pura. Pochi mesi fa l'organizzazione internazionale Reporter senza frontiere lo ha inserito fra i 100 eroi dell'informazione mondiale. Ora su di lui si abbatte l'inchiesta della Procura. Nel fascicolo raccolto dai pm ci sono le parole dei due sindaci chiamati a confermare quanto sarebbe emerso dalle indagini. E poi ci sono le intercettazioni che farebbero a pugni con l'immagine di paladino della legalità. Un'immagine che neppure la notizia pubblicata nei giorni scorsi ha scalfito più di tanto. In molti hanno giurato sulla sua correttezza, pronti a metterci la mano sul fuoco.

*Aggiornamento ore 12.00


Si definiva una "potenza", sosteneva di essere in grado di "mandare a casa" chi non faceva come voleva lui, e irrideva le solidarietà ricevute per presunte intimidazioni mafiose, anche quella del premier Renzi che gli aveva telefonato per manifestargli vicinanza: c'è tutto questo nelle intercettazioni effettuate dai carabinieri a carico di Pino Maniaci, direttore di TeleJato, diventato simbolo del giornalismo antimafia, ora indagato per estorsione. La procura di Palermo ha chiesto e ottenuto dal gip la misura del divieto di dimore nelle province di Palermo e Trapani. Maniaci incappa nelle maglie della giustizia per caso: i militari dell'Arma indagavano sui clan di Partinico e sui rapporti tra mafia e politica locale. Da una intercettazione ambientale, a carico di un sindaco, in diretta viene fuori la consegna di una somma di denaro al giornalista. Circostanza che insospettisce gli investigatori che decidono di metterlo sotto controllo. E così che scoprono che Maniaci in cambio di piccole somme - 200-300 euro - assicurava ai sindaci di non trasmettere quelli che definiva scoop che avrebbero potuto danneggiarli. Oltre al denaro avrebbe anche chiesto un contratto a termine per l'amante al comune di Partinico. E il sindaco di allora, Salvatore Lo Biundo avrebbe accondisceso "se non si fanno le cose che dico - diceva Maniaci non sapendo di essere intercettato - lo mando a casa". -