domenica 29 marzo 2015

PAPA FRANCESCO : "L'UMILTA' E LO STILE DI DIO".

29 Marzo 2015
Pubblicato da www.gds.it

CITTÀ DEL VATICANO. Lo stile di Dio e del cristiano è l'umiltà, «uno stile che non finirà mai di sorprenderci e di metterci in crisi: a un Dio umile non ci si abitua mai». Lo ha detto Papa Francesco nell'omelia della Messa delle Palme, a piazza San Pietro, la celebrazione che introduce ai riti della Settimana Santa. La liturgia comincia con la benedizione degli ulivi.
 «Dio si umilia per camminare con il suo popolo», ha aggiunto il Papa. Ricordando l'Esodo e le lamentele degli ebrei contro Mosè, Francesco ha sottolineato: «Che umiliazione per il Signore ascoltare tutte quelle mormorazioni, quelle lamentele».Se la via di Dio è l'umiltà, l' «umiliazione», «c'è una strada contraria a quella di Cristo: la mondanità». Lo ha detto il Papa nell'omelia della Messa delle Palme sottolineando che «la mondanità ci offre la via della vanità, dell'orgoglio, del successo».
«Il maligno l'ha proposta anche a Gesù ma l'ha respinta senza esitazione. E con Lui anche noi possiamo vincere questa tentazione, non solo nelle grandi occasioni ma nelle comuni circostanze della vita». «Questa è la strada, non ce n'è un'altra», ha aggiunto, un esempio di umiltà da seguire è quello dei cristiani perseguitati e anche quello di tante persone che assistono «nel silenzio» anziani, malati, disabili. Lo ha detto Papa Francesco nell'omelia della domenica delle Palme. Parlando di «umiltà» e «umiliazione», il Papa ha sottolineato: «Ci aiuta e ci conforta in questo l'esempio di tanti uomini e donne che, nel silenzio e nel nascondimento, ogni giorno rinunciano a sè stessi per servire gli altri: un parente malato, un anziano solo, una persona disabile. Pensiamo anche - ha detto ancora Papa Francesco - all'umiliazione di quanti per il loro comportamento fedele al Vangelo sono discriminati e pagano di persona. E pensiamo ai nostri fratelli e sorelle perseguitati perchè cristiani, i martiri di oggi: non rinnegano Gesù e sopportano con dignità insulti e oltraggi». E alla fine ha esortato: «Mettiamoci anche noi decisamente su questa strada».
La piazza oggi è piena soprattutto di giovani perchè tradizionalmente nella domenica delle Palme si celebra anche la Giornata Mondiale della Gioventù, quest'anno la trentesima: «Lasciatevi riempire dalla tenerezza del Padre», ha detto il Papa all'Angelus, pronunciato dal sagrato alla fine della Messa della domenica delle Palme. «Al termine di questa celebrazione, saluto con affetto tutti voi qui presenti, in particolare i giovani. Cari giovani - ha detto Papa Francesco -, vi esorto a proseguire il vostro cammino sia nelle diocesi, sia nel pellegrinaggio attraverso i continenti, che vi porterà l'anno prossimo a Cracovia, patria di san Giovanni Paolo II, iniziatore delle Giornate Mondiali della Gioventù. Il tema di quel grande Incontro: 'Beati i misericordiosi, perchè troveranno misericordià, si intona bene con l'Anno Santo della Misericordia. Lasciatevi riempire dalla tenerezza del Padre, per diffonderla intorno a voi!». E nella Giornata Mondiale della Gioventù, il Papa pensa ai ragazzi morti nell'incidente aereo. Papa Francesco affida alla Madonna «le vittime della sciagura aerea di martedì scorso, tra le quali vi era anche un gruppo di studenti tedeschi». -

Riaperto il fascicolo sul caso del maresciallo Lombardo.


Pubblicato da www-antimafiaduemila.com


lombardo-antoninoIl pool trattativa indaga anche su questo mistero.
di Aaron Pettinari - 28 marzo 2015

“Mi sono ucciso per non dare la soddisfazione a chi di competenza di farmi ammazzare e farmi passare per venduto e principalmente per non mettere in pericolo la vita di mia moglie e i miei figli che sono tutta la mia vita”. 

Erano queste le parole che il maresciallo Antonino Lombardo, comandante della stazione di Terrasini aveva dato un contributo decisivo alla cattura di Totò Riina, aveva scritto in una lettera prima di spararsi un colpo di pistola all'interno della propria auto. Era il 4 marzo 1995 ed il fatto avvenne nell'atrio della caserma Bonsignore. Sul suicidio fu aperta un'inchiesta, archiviata nel 1998, ma i punti interrogativi sul caso rimasero aperti ed oggi il pool che indaga sulla trattativa Stato-mafia (il procuratore aggiunto Teresi e i sostituti Di MatteoDel Bene e Tartaglia) torna a scavare su questo mistero. A darne notizia è il quotidiano La Repubblica spiegando che mercoledì scorso in Procura è stato convocato al palazzo di giustizia il figlio del sottufficiale, Fabio, che ha avuto sempre tanti dubbi su quel suicidio e che, di recente, li ha ribaditi in un’intervista al quotidiano Il Tempo. “Ho ricevuto documenti anonimi contenenti notizie incredibili, ho indagato per conto mio, mi è stata inviata una lettera da parte di un carabiniere che ha incontrato mio padre tre ore prima di quello sparo. Porterò tutto in procura” disse lo scorso 4 marzo.
Documenti che ora sono stati consegnati. Fabio Lombardo ha ribadito di aver ricevuto una lettera da un collega del padre, che al momento vuole restare anonimo, il quale raccolse una confidenza dello stesso maresciallo su Tano Badalamenti“Dopo il secondo incontro con Tano Badalamenti nel carcere americano di Fayrtorn, il capomafia mi ha inviato una lettera, mi ha messo in guardia da alcuni miei superiori, disse che per motivi politici e di carriera erano legati a strani personaggi”. Questo avrebbe detto Lombardo al collega poco prima di suicidarsi. E secondo questa ricostruzione appare più chiaro per quale motivo nella sua ultima lettera Lombardo scrive “La chiave della mia delegittimazione sta nei viaggi americani”. Infatti all'epoca il sottufficiale era riuscito a convincere Badalamenti, suo confidente negli anni Settanta, a tornare in Italia, ma si sentiva scaricato dai suoi superiori. Oggi il figlio, Fabio, chiede ancora giustizia: “Ho aspettato vent’anni che qualcuno si facesse avanti. Non mi fermerò, voglio conoscere tutta la verità. Chi sa, parli. Ho grande fiducia nei magistrati di Palermo”. Infine, tra le denunce, anche la scomparsa di un'agenda marrone del maresciallo e della lettera di Badalamenti. Le nuove indagini proveranno a chiarire anche questi aspetti. -

Il peccato di chiamarsi Provenzano.
La doppia condanna di mafia e antimafia.


Domenica 29 Marzo 2015 - 14:48

Condannato dalla mafia e dall'antimafia, ecco il destino di Angelo Provenzano, figlio di Binnu. Anche lui vittima della follia sanguinaria di suo padre, ma non solo. Messo in croce dai censori, solo perché aspira a vivere.


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Angelo Provenzano, figlio del 
superboss Bernardo.
Condannato per sempre è Angelo Provenzano, figlio di Binnu. Non può amare suo padre senza che al sentimento si sovrappongano l'ombra dell'assassino e il sangue delle sue vittime. Pure lui vive in una cella di isolamento. Bernardo si sta spegnendo nel carcere duro, oltre ogni logica, oltre ogni pietà, Angelo sopravvive nel 41 bis dell'amore, incatenato al delitto che non gli appartiene.





















Alla condanna della mafia – soffri perché figlio del male – si è aggiunta l'implacabile sanzione dell'antimafia, quando si è saputo degli incontri che un tour operator organizza tra Angelo e certi turisti in cerca di notizie di prima mano sulla storia di Cosa nostra. L'indignazione è divampata unanime: “Questa notizia ha dell'incredibile. E' solo apparentemente innocua. Oltre a raccontarsi ai turisti il figlio di Provenzano potrebbe trovare un po’ di tempo per dire ai magistrati dove si trovano le ricchezze accumulate dal padre e chi le amministra”, Beppe Lumia dixit, stando alle cronache.
“Angelo Provenzano ha potuto studiare e vivere con il sangue dei nostri martiri, dovrebbe rinnegare il padre, cambiare il suo nome, conoscere la fatica di chi lavora nei campi confiscati alle mafie”, ha incalzato Vincenzo Agostino, papà di Nino, poliziotto ucciso dalla mafia.

Ecco svelata la nudità di certa nostra antimafia militante. Non basta che tu sia davvero innocente. Se sei figlio di Bernardo Provenzano, devi vivere – incatenato al silenzio - per espiare una colpa che non hai commesso. C'è la condanna della mafia e quella dell'antimafia che – in assenza di specifici capi di imputazione – punisce il reato di parentela.

Ed è duro scriverlo, pensando alla barba candida di Vincenzo Agostino e al suo cuore straziato di padre. Ma è impossibile non chiedersi quale magrissima speranza rappresenti questa nostra legalità che non perdona il sentimento, né permette il riscatto, che addita ai figli incolpevoli la stessa cella di isolamento dei genitori, che gli impedisce di dire chi sono davvero, di narrare la loro storia, che preferisce la storie mafiologiche di Massimo Ciancimino, che ha sostituto la necessità di giustizia, col bisogno di vendetta.

Perché è di riscatto che stiamo parlando. Angelo Provenzano non dovrebbe limitarsi a incontrare i turisti curiosi; dovrebbe essergli consentito di andare nelle scuole, di tenere conferenze, per offrire diretta testimonianza sulle macerie lasciate da Riina e da suo padre nel cuore di tutti. Sarebbe un'altissima lezione di educazione civica. Nessuno meglio di lui potrebbe raccontare quanto sia terribile questo dolore di tutti, vissuto dalla parte sbagliata. -

PALERMO - QUARTIERE ZEN


L'agguato e il colpo di pistola in testa.
Muore un pregiudicato per mafia.


Domenica 29 Marzo 2015 - 13:30
Pubblicato da www.livesicilia.it

Il 46enne Franco Mazzè, arrestato nel 2013 in un blitz antimafia e poi assolto, è deceduto all'ospedale 'Villa Sofia' per una colpo di pistola che lo ha raggiunto alla testa. In corso indagini della polizia.


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PALERMO - I colpi di pistola alla testa non gli hanno lasciato scampo. Franco Mazzè, 46 anni, è morto sul lettino dell'ospedale Villa Sofia mentre i sanitari stavano eseguendo una Tac. Inutile il prolungato massaggio cardiaco che gli è stato praticato. Due le ipotesi investigative: agguato mafioso o regolamento di conti al termine di una lite.


Un commando, composto da almeno due persone, è entrato in azione stamani in via Gino Zappa, nel cuore dello Zen, dove il pregiudicato abitava. Hanno sparato diversi colpi di pistola contro Mazzè, arrestato nel 2013 in un blitz antimafia, ma assolto la scorsa estate. Gli uomini della Squadra mobile e della Dia scoprirono che dietro l'assegnazione delle case popolari c'era la mano di Cosa Nostra, che imponeva ai senza casa una tassa da 20mila euro per entrare in possesso di un immobile. Mazzè fu, però, assolto assieme a tanti altri imputati.

La mafia tiene sotto scacco il quartiere Zen”, dissero gli investigatori. Di avviso opposto era stato il Gup. L'accusa di associazione mafiosa e l'aggravante prevista per chi dà un contributo a Cosa nostra erano caduti davanti al giudice per l'udienza preliminare. Non erano bastate per arrivare ad una condanna le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. “I casi popolari su nuostre (le case popolari sono nostre)”, mise a verbale Salvatore Giordano. Quella che era emersa, dunque, sarebbe stata una storia di miseria e sopraffazione piuttosto che di mafia. La storia di gente costretta a pagare per continuare a ricevere luce e acqua o per evitare che la propria casa venisse “ceduta” ad altri. Una sorta di controllo parallelo e illegale della vita tra i padiglioni dello Zen che, però, nulla avrebbe a che vedere con la mafia. Almeno non nel caso dell'inchiesta sfociata negli arresti del febbraio 2013. Perché nuovi blitz successivi avrebbero azzerato i vertici della famiglia mafiosa che detterebbe legge nel quartiere periferico della città e controllerebbe lo spaccio di droga e il mercato delle estorsioni.

Assolto, dunque, nonostante le parole del pentiti. "ll business è lì dentro, allo Zen 2, a loro arriva una fonte che ci arriva una persona: sai, c'è una casa vuota da un mese, siccome loro hanno il potere che non si spaventano di nessuno... loro arrivano, scassano la casa e ci mettono i fili”: così Salvatore Giordano descriveva il ruolo dei fratelli Franco e Domenico Mazzè. Di quest'ultimo un altro pentito Sebastiano Arnone raccontava le pressioni esercitate su una donna per farle lasciare la casa in cui viveva: "L'hanno pressata, le hanno dato qualche 5 mila euro, la casa era grandissima proprio, gli hanno dato 5 mila euro e si sono presi la casa, l'hanno ristrutturata e se la sono rivenduta".

E ora i poliziotti tornano a scavare negli equilibri mafiosi per trovare la chiave del delitto. Il curriculum criminale di Mazzè era piuttosto lungo. Non solo associazione mafiosa, ma anche rapine, ricettazione, evasione e sequestro di persona. Chi lo lo conosce bene lo descrive come un tipo irruento. Mafia, dunque, e non solo perché pare che stamani, poco prima del delitto, non lontano da via Gino Zappa ci sia stata una lite.  -